sabato 30 aprile 2011

Il Morto. il nero a fumetti - La clinica delle menti perdute (Menhir Ed. 2010)


Non so chi sono, né chi ero o chi sono stato. So solo che da tempo sono Morto. Da troppo tempo giaccio in questo triste luogo dove il silenzio viene continuamente rotto da singhiozzi e pianti. Da sussurri, grida e risate isteriche.

Era sullo stesso scaffale di Diabolik, aveva le stesse dimensioni ed anche il design grafico lo ricordava, ed infine anche la copertina si ammantava dello stesso stile di disegno. Ancor più intrigante era la figura del protagonista rappresentatovi: una maschera vestita con calzamaglia nera arrecante la stampa delle ossa del corpo umano e come maschera un teschio. Ho subito pensato – Ma dai...hanno ristampato Kriminal! - ed invece leggo trattarsi di una nuova edizione intitolata “Il Morto” con sottotitolo “Il Nero a Fumetti”. Incuriosito dal nuovo esperimento editoriale l'ho fatto mio e l'ho letto con somma attenzione e curiosità ricavandone infine un unica e lapidale considerazione: che bisogno c'era di scopiazzare in toto idee, stili, formati, e quant'altro componga un edizione a fumetti per le edicole, da classici e icone intoccabili del fumetto nero dagli anni 60 ad Oggi?
Il prodotto, qui rappresentato dal suo primo numero, che oltretutto non è completamente auto-conclusivo ma, furbescamente, rimanda ad un secondo capitolo in uscita tra due mesi, non presenta alcun lembo di originalità ne di scelta stilistica ne di profondi contenuti.
“Il Morto” è un non meglio identificato personaggio rinchiuso in una casa di cura dalla quale, grazie a semplici e poco atletiche, ingegnose, criminali, azioni riesce ad evadere alla ricerca di informazioni su come e chi lo abbia rinchiuso là dentro.
I personaggi che sin ora popolano il suo mondo sono macchiette di malvagi del quotidiano e ipercaricati, i dialoghi stessi che essi usano sono poco probabili nella vita reale e maldestramente volgarizzati. Ne in loro ne nelle atmosfere vi è un minimo di mistero o thrilling o paura, tutto scorre liscio e prevedibile, ed anche là dove ti aspetti una rappresentazione più cruda il disegno e la “regia” sceglie campi larghi e punti di vista assolutamente poco coinvolgenti. Il disegno cerca di seguire le tecniche e i chiaroscuri dei suoi predecessori celebri ma è poco curato, sbrigativo e spesso e volentieri ci si accorge di errori di prospettiva e fisiognomica madornali, che creano un imbarazzante effetto grottesco. Ulteriori elementi negativi sono le ultime pagine del volume dedicate ad una prima breve storia della simbologia del teschio e del costume dello scheletro nella fumettistica mondiale che suona come un omaggio/giustificazione alle scelte adottate, ed infine un ancor più sbalorditiva ed inutile difesa anti-censura di una paginetta che riassume le (non) violenze viste durante la storia giustificandone la loro messa in esecuzione con finalità di contrappasso dantesco.
Unica nota positiva è un racconto finale simpatico e riflessivo che vede protagonista un poetico e curioso personaggio H.W.Grungle, quello si, originale.
Non me ne vogliano gli editori, ai quali va la mia stima per altre produzioni edite negli anni, ma in questo caso non si lamentino se il prodotto non avrà alcun seguito.

Articolo di Dario Bertini

Dettagli del libro
  • Ed. Menhir - 2010
  • Albo noir distribuito solo nelle edicole della Lombardia
  • 128 pagine B/N
  • Testi di Ruvo Giovacca
  • Disegni Studio Telloli
  • Prezzo: 2,00€

venerdì 29 aprile 2011

Intervista a Rebecca Johns (La contessa Nera - Garzanti 2011)


Corpi Freddi: Perché l’esigenza di scrivere una storia sulla Contessa Bathory?

Rebecca Johns: Molto di quanto è stato scritto su di lei è proprio privo di spessore, molto limitato a queste storie esagerate di bagni di sangue per mantenere la sua bellezza - una storia che non è minimamente vera, a proposito. Non comparve nei libri su di lei fino a 100 anni dopo la sua morte.
Per me il mostro più terrificante è quello che vive alla porta accanto e pensa che lei era autorizzata ad agire come un mostro. Volevo soprattutto che la gente riflettesse sulla provenienza del male, su come è presente in ognuno, o almeno il suo potenziale. Nessuno potrebbe simpatizzare con una pazza che fa il bagno nel sangue delle vergini, ma può simpatizzare con una vedova che cerca di proteggere la sua casa e i suoi figli, almeno finché ci non si accorge che sta mentendo, che tutte le sue belle storie stanno oscurando la verità della sua crudeltà. Io volevo vedere come si può diventare una persona del genere. Com'era la sua famiglia? Com'era il suo matrimonio? Perché lei pensava che avrebbe potuto, o dovuto, trattare altri esseri umani persino peggio degli animali?

CF: Quanto è stato complesso e quanto tempo ha richiesto il lavoro di ricerca e documentazione?

RJ: Ho fatto un bel po' di ricerche, sia su libri che su internet, ma cerco di non passar così tanto tempo a fare ricerche da non riuscire più a scrivere. I libri che mi sono stati più utili li ho letti tre volte ciascuno, prendendo appunti accurati.

CF: E’ stata personalmente nei luoghi teatro delle vicende?

RJ: No, avrei voluto, moltissimo, ma avevo una figlia piccolissima a casa e non potevo stare a lungo lontano da lei. Ho usato molto Google Earth, che mi ha aiutato a visualizzare i luoghi della storia. C'è un video interessante su YouTube e che ho trovato utilissimo, che ti porta attraverso la città di Csejthe (Cachtice) nell'attuale Slovacchia.

CF: Ritiene che dietro l’alone di mistero e fascino che circonda la contessa si sia creata tutta una serie di leggende popolari e il personaggio costruito nell’immaginario della gente ne sia uscito in maniera distorta e non corretta?

RJ: Assolutamente sì. Le leggende su di lei sono state scritte centinaia di anni fa come racconti per mettere in guardia contro la vanità delle donne. Sono fantasie, ma in qualche modo si è giunti ad accettarli come fatti. Solo in anni recenti, con la fine della Guerra Fredda, gli studiosi hanno potuto avere accesso diretto alle sue lettere e ai documenti del processo, e ciò che stiamo apprendendo su di lei è diverso dai racconti e dalle leggende popolari scritte 100, 200 anni fa o più. Ecco in parte perché volevo scrivere questo libro, per intravedere la persona reale dietro la leggenda.

CF: Dopo la lettura del romanzo è sensazione personale che nella narrazione della cronaca dei fatti si tenda, almeno in parte, a discolpare le azioni criminali della Contessa. Questo è proprio il suo personale pensiero o vuole solo rappresentare il tentativo della Bathory di cercare di giustificarsi agli occhi del figlio?

RJ: No, non sto cercando di giustificare le sue azioni. Lei lo sta facendo da sola. Tutti gli assassini hanno dei motivi per quello che fanno. Non sono quasi mai buoni motivi, almeno per noi. Ma più leggevo, più mi rendevo conto che una donna come lei non avrebbe mai ammesso di aver fatto qualcosa di sbagliato. Sarebbe stata inorridita e indignata che qualcuno pensasse che lei aveva commesso un crimine, e avrebbe trovato qualcun altro da incolpare piuttosto che se stessa. Entro la fine del romanzo, spero che il lettore capisca appunto quanto è ridicolo che lei rifiuti di accettare qualsiasi colpa. Lei è chiaramente colpevole. La sua vita non è stata facile, ma la maggior parte del danno reale se l'è fatto da sola. Ha una possibilità di redimersi e confessare i suoi peccati, ma è una creatura vanitosa e ostinata e rifiuta fino all'ultimo istante.

CF: Dalla lettura di diversi saggi sulla figura della Contessa era stato ipotizzato che fosse soggetta a disturbi mentali già diffusi nella sua famiglia, a probabile causa dell’abitudine diffusa per quell’epoca a sposare consanguinei. Nel romanzo tali fatti non sono minimamente accennati. Ritiene non corrispondano al vero?

RJ: Molti nobili ungheresi erano consanguinei - i Bathory non erano gli unici in quella zona. E non ci sono prove che possano far pensare che la contessa soffrisse di malattia mentale. Era una donna d'affari piuttosto di successo e molto istruita. Era interessata soprattutto all'astronomia e parlava quattro lingue. Fino agli ultimissimi anni era molto rispettabile in tutta l'Ungheria e le madri erano felici di mandare le loro figlie da lei per ottenere anche loro un'istruzione. Cercando qualche motivo dietro la sua crudeltà, alcuni dei primi racconti hanno provato a trattarla da pazza, ma proprio leggendo le sue lettere ci si accorge che non è vero. Lei è astuta e fredda, ma non pazza. Credo che la sua famiglia si sentisse soprattutto ad un alto livello di diritto - essi pensavano che il mondo fosse sotto il loro controllo e che il resto dell'Europa dovesse solo essere d'accordo, così loro potevano andar tutti avanti con i loro piani. Per loro dev'esser stato irritante pensare che nessuno condividesse quell'idea.

CF: A fronte di oltre 650 omicidi documentati sui saggi storici non le pare ne esca un quadro della Contessa oggettivamente edulcorato?

RJ: Mi spiace ma non sono d'accordo, se si leggono le testimonianze raccolte contro di lei, si vedrà che la cifra 650 si basa sulla deposizione di un testimone su centinaia, e che un testimone lo aveva sentito dire indirettamente da qualcun altro. I resoconti più attendibili di quel periodo collocano la cifra tra 35 e 80 vittime, e altri studiosi pensano che la maggior parte di quelle vittime fossero state uccise dai servi piuttosto che dalla stessa Bathory. Non sono d'accordo con quell'idea - io credo che fosse colpevole di omicidio, e molto più di quanto i suoi difensori vorrebbero credere - ma non è necessario che ne abbia commesso 650 per esser colpevole. Un omicidio solo è sufficiente.


CF: Conosce l’Italia? Nel grande trascorso storico del nostro Paese c’è qualche personaggio del quale piacerebbe romanzare una storia?

RJ: L'Italia è piena di storie meravigliose. Da dove potrei mai iniziare? Ci sono abbastanza poeti, pittori, filosofi e generali per un intero esercito di romanzieri. I Borgia e i Medici da soli potrebbero riempire molti volumi, e lo hanno fatto.
L'altro giorno stavo pensando che gli archeologi che hanno fatto i primi lavori sulle tombe sotto San Pietro negli anni '40 potrebbero costituire una storia interessante. Che giornata dev'esser stata quella, entrare nei luoghi freddi e bui sotto la cattedrale rimasti nascosti per quasi duecento anni. Ma forse è già stato raccontato? Non ho indagato su questo.

CF: Vuole parlarci del suo romanzo di esordio “Icerbergs”, a tutt’oggi ancora inedito in Italia?

RJ: "Icebergs" è un romanzo insolito. Mi piace pensarci come a una serie di novelle concatenate, davvero. La prima parte parla di due uomini che sopravvivono a un disastro aereo vicino alla costa del Labrador nel 1944, quasi alla fine della II Guerra Mondiale, e delle loro mogli. La seconda parte parla del Vietnam, e dei figli di quegli stessi due uomini. La terza parte mostra entrambe le generazioni che invecchiano e devono affrontare il mondo così com'è ora. È stato un libro difficile da scrivere, e mi è costato molte notti insonni, ma ne sono orgogliosa. Affronta i vari modi in cui la storia segue un ciclo nelle famiglie, come qualcosa che sembra la salvezza in una generazione può diventare un disastro nella seguente. Magari un giorno verrà pubblicato in Italia.

CF: Ci vuole parlare dei suoi progetti futuri? Cosa sta scrivendo?

RJ: Sto proprio iniziando alcune cose, cercando di vedere cosa mi interessa di più, ma credo che non scriverò un altro romanzo storico almeno per un po'. Il mondo presente, o magari anche quello futuro, mi interessa di più in questo momento.

CF: Grazie per avere risposto alle nostre domande.

RJ: Grazie per avermi invitato. In bocca al lupo a voi!

Intervista di Marco "Killer Mantovano" Piva
Traduzione di Martina "PalazzoLavarda" Sartor



  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 323
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: The Countess
  • Lingua originale: Inglese
  • Editore: Garzanti Libri
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788811670346
  • Traduttore: C. Marseguerra

giovedì 28 aprile 2011

Muori Milano Muori! - Gianni Miraglia (Elliot 2011)


Ciò che ti tiene fermo inizia a ucciderti lentamente, l'impotenza diventa rabbia, spesso il dolore ha volti belli.

Un tabellone digitale segna il countdown. Mancano 30 giorni equivalenti a settecentoventi ore o a quarantatremiladuecento minuti a MILANO EXPO 2015. Ma la Milano descritta in queste pagine non è la Milano che conosciamo oggi. E' una città che puzza di merda, dove le tensioni e gli scontri sono ormai all'ordine del giorno. Berlusconi è morto è con lui i sogni e le speranze di chi aveva creduto di poter avere una vita migliore. E' in questo contesto che conosciamo Andrea, 47 anni e neo disoccupato. Una vita passata a scalare la vetta, a crearsi una posizione, la sensazione di avercela fatta e poi la fine di tutto. La moglie, il lavoro, la casa, la macchina...tutto scomparso.

Tutti abbiamo paura di fallire. Non è Milano, è la vita come ti viene proposta, un modello in cui tu esisti solo se corri e non ti volti indietro. Si è rotto il meccanismo. Lo devi mettere in preventivo che puoi essere costretto ad abbandonare la casa e dimenticarla, perchè le condizioni sono queste. Non hai più delle mura in cui alimentare tutte le azioni e gli sforzi che concorrono al giorno dopo, nessuno a cui chiedere aiuto. Alcune persone spariscono, il passato scompare e invecchiano le ossa. Ai colpi ti abitui, a non avere il tetto, la casa, perdere tutto.

Chi resta è Pietro Koch, all'anagrafe Pietro Coccoreddu. Ex fattorino dell'azienda dove entrambi lavoravano ed ora a capo dei rivoltosi di Abbiategrasso.
Andrea si ritroverà sulla strada con Pietro. A protestare, a lottare, a sopravvivere....

Un romanzo originale Muori Milano Muori! di Gianni Miraglia edito da Elliot nella collana Scatti. Una scrittura di forte impatto che sa coinvolgere e incuriosire il lettore.
La storia però non mi ha convinta più di tanto o forse mi rifiuto di vedere il futuro (molto prossimo oltretutto) così nero.
La disoccupazione è un serio problema, già oggi, però tra un appartamento in affitto a duemilacinquecento euro alla strada c'è una via di mezzo. Tra essere un manager di successo e un senzatetto ci sono lavori più umili ma che consentono a una persona di sostenersi economicamente. E poi quello che non mi è piaciuto è la rassegnazione con cui il protagonista ha accettato tutto dall'oggi al domani. Io mi sarei sicuramente disperata, ma avrei fatto i salti mortali per trovare una soluzione. Andrea invece soccombe al suo destino senza provare a reagire.
Magari sbaglio io a vivere di illusioni, però preferisco essere ottimista!

Articolo di Marianna "mari" De Rossi

Dettagli del libro
  • Prezzo:€ 16,00
  • Editore Elliot
  • Data uscita 16/03/2011
  • Pagine 256, brossura
  • Lingua Italiano
  • EAN 9788861921740

mercoledì 27 aprile 2011

L'ultimo uomo buono - A.J. Kazinski (Longanesi 2011)


Dietro lo pseudonimo A.J. Kazinski si celano due autori danesi molto conosciuti in patria, Anders Ronnow Klarlund e Jacob Weinreich che a scapito dell' impronunciabilità dei loro cognomi per noi italiani, esordiscono in Italia con "L' ultimo uomo buono" edito da Longanesi.
Il primo è uno sceneggiatore di una fortunata serie televisiva danese, mentre Jacob Weinreich, è uno scrittore per lo più conosciuto per una serie di romanzi per giovani che spopola in Nord Europa, "Monster Hunter". Ci si trova davanti quindi a due autori che di certo sanno "scrivere". Ma procediamo con calma. Molte case editrici oramai ci hanno abituato alle “mitiche” fascette che inneggiano al romanzo dell’ anno per ogni romanzo che pubblicano, sia ben chiaro però che questo tipo di marketing magari ha presa soprattutto verso i lettori meno avvezzi o meno compulsivi come noi, quindi ogni fascetta viene sempre vista con un certo distacco. Ritrovandomi di fronte all’ ennesima superlativa fascetta, lo storcere il naso quasi mi provoca una paresi: “Per mesi in cima alle classifiche scandinave. Un thriller rivoluzionario. Una trama esplosiva, piena di colpi di scena magistrali”. E vabbè, leggiamo la quarta (cosa che per altro non faccio quasi mai, ma a sto punto mi serviva un input per iniziare la lettura di questo romanzo).
Devo ammettere che la quarta di copertina mi ha incuriosito e non poco e se accostata alla piccola premessa intitolata “Nota per il lettore” ad inizio romanzo, bhe un rivolino di bava iniziava ad affacciarsi. Anche se potete leggerla in ogni dove, vi incollo la quarta:
Niels Bentzon è un poliziotto diverso dagli altri, uno dell’ arma poco facile, noto in tutta Copenaghen per i suoi metodi non convenzionali. Niels è un negoziatore, chiamato a risolvere situazioni con ostaggi in pericolo di vista. Ma è anche un uomo scomodo. Per questi i suoi superiori gli assegnano un caso in apparenza banale e poco importante. La segnalazione giunge da un poliziotto di Venezia, tramite Interpol: qualcuno sta uccidendo una ad una alcune persone particolari, da un capo all’ altro del mondo. Tutte le vittime hanno strani segni sulla schiena, che non sono tatuaggi ma nemmeno ferite, e tutte avevano una cosa in comune, una sola: erano persone stimate, amate, dedite agli altri. Erano persone buone…
E grazie a questa quarta si entra all' interno di un romanzo scritto in maniera lineare con forse un pò troppa carne al fuoco vista la presenza di teologia, filosofia, storia, ecc. anche se devo ammettere che tutto questo purpuri non stanca, non devia il lettore e accresce la sete di sapere come va a finire.
Il libro è emozionante ed abilmente costruito in modo che il continuo passaggio tra luoghi e popoli diversi non crei discontinuità alla trama che è sorprendentemente ben progettata.
Il finale è davvero al cardiopalma, un colpo di scena dietro l' altro e 500 e passa pagine che si leggono in due giorni (lavoro permettendo:P).
Adesso non mi tocca che attendere un secondo romanzo del duo danese per capire se "L' ultimo uomo buono" sia stato un caso o se sarà una bella conferma editoriale, ma per adesso mi godo il sapore dolce che mi ha lasciato questo libro.

Articolo di Enzo "BodyCold" Carcello

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 522
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Den sidste gode mand
  • Lingua originale: Danese
  • Editore: Longanesi
  • Collana: La Gaja scienza
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788830430839
  • Traduttore: B. Berni
  • Prezzo di copertina: € 18,60

martedì 26 aprile 2011

Orbite Vuote - A.V. (Intermezzi 2011)


Orbite Vuote, edito da Intermezzi, è un’antologia di racconti. Diciamolo subito perché di fatto il racconto, in generale, non è proprio una forma narrativa tanto celebrata che entra facilmente nelle grazie dei lettori. Anzi, è sempre in qualche modo osteggiato, visto con diffidenza, quasi fosse una malattia contagiosa dalla quale tenersi a debita distanza.
Curato da uno degli scrittori italiani più promettenti, Marco Candida (che si è dato da fare anche nello scrivere una bella prefazione e un racconto) e da Chiara Fattori di Intermezzi, questo libricino di 230 pagine, condito di 16 racconti più una poesia, viene bollato come raccolta horror quando in realtà sembra essere qualcosa di diverso, di sfumato e ibrido.
E’ un cofanetto ben realizzato dalla casa editrice toscana (in collaborazione con il sito www.websitehorror.com):editing ben curato e confezionamento della veste grafica accattivante. Un bauletto nel quale si trova dentro un po’ di tutto ed è rigorosamente nostrano tranne la presenza americana, insapore, di Brian Maxwell ( il suo racconto, “Ascolta le campane”, nulla di trascendentale): pezzi di horror puro dispensati qua e là, a volte un po’ forzati, un goccio di kitsch, qualche punta di trash (la poesia finale, “I sombi”, di Guido Catalano, ne è piena ed è una lettura abbastanza scadente), dello splatter, una spruzzata di soprannaturale, del fantasy, il giallo tipico della detective story che fanno forse più da sfondo e corredo scenografico che da elemento centrale alla narrazione. L’ironia non manca, il surreale spadroneggia, qualche favoleggiamento qua e là, qualche fuoripista. In molti racconti è ben ravvisabile (anche troppo) l’eleganza, l’innocenza e il tocco leggero, quasi rispettoso, di una scrittura che sembra proporsi ben altro che non le urla di spavento che ti fanno saltare sulla sedia. O almeno questa sensazione è vivida fino alle ultimissime righe, quando ci si trova di fronte a un’esplosione fatale che ti mette sul chi va là, quasi come lo scrittore si accorgesse all’ultimo di star scrivendo un horror e corregge la mira finché si è in tempo.
C’e’ da dire che alcuni degli scrittori (molti se non tutti rigorosamente di scuderia di piccole-medie case editrici) che si cimentano in questa bell’ avventura, hanno ben poco a che fare con il genere, come se si fossero trovati sballottati improvvisamente in una terra straniera a loro completamente ignota ed è per questo che forse un lettore assiduo e incallito di Lovecraft o del miglior King, potrebbe trovarsi un po’ (tanto)spiazzato nella lettura. Ma trovo sia stata interessante questa reinvenzione di se stesso da parte dell’autore che in un certo senso, allontanandosi dalla propria sfera di competenza con cui si è fatto leggere (e apprezzare) altrove e in precedenza, si mette in gioco rischiando: l’ho apprezzato. Io segnalerei, tra tutti, i racconti L’uomo d’acqua di Paola Presciuttini (inquietante e che induce a una certa riflessione profonda sulle menomazioni), il giallo di Matteo Di Giulio “Lanterna rossa”, i due racconti di Morozzi (Mentre la città dorme e soprattutto “Solo un mestiere come un altro”, molto macabro, ingegnoso, fetente, magari bellissimo da sviluppare ad ampio raggio come romanzo), Matteo B.Bianchi (L’altra gamba, che qualche brivido alla fine lo lascia, senza dubbio), Daniele Pasquini (Mistero alle Svalbard, un racconto pulito pulito e coinvolgente grazie alla semplice e fervida immaginazione del ragazzo) e Gianluca Mercadante (Il Vigile, racconto di un’attualità disarmante sulla pedofilia), uniti a qualche stereotipo di genere di troppo (la casa fantasma o il vampirismo, che va oggi tanto di moda).
Si può parlare di horror sperimentale? L’ inserimento qua e là di qualche virtuosismo letterario azzeccato e un po’ di sano esercizio di stile, segnato dal tentativo da parte di ciascun autore di lasciare una propria impronta riconoscibile, autorizza a farlo. Certo, non aspettatevi certo un John Carpenter in grande stile su carta…

Gli autori presenti sono Brian Maxwell (tradotto da Margherita Pampinella-Cropper), Stefano Barbarino e Massimiliano Nuzzolo, Gianluca Mercadante, Daniele Pasquini, Enrico Macioci, Angelo Marenzana, Sara Durantini, Matteo Di Giulio, Matteo B. Bianchi, Eva Clesis e Angelo Orlando Meloni, Paola Presciuttini, Gianluca Morozzi, Marco Candida, Michele Turazzi, Jacopo Nacci, Guido Catalano.

Articolo di Matteo "Andriy" Spinelli

Dettagli del libro
  • Titolo: Orbite vuote. Sedici racconti dell'orrore e una poesia
  • Curato da: Candida M., Fattori C.
  • Editore: Intermezzi
  • Collana: Website horror
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN: 8890505842
  • ISBN-13: 9788890505843
  • Reparto: Narrativa horror e gotica
  • Prezzo: € 12.00

sabato 23 aprile 2011

I delitti di Hammersmith – David Frome (Polillo 2009)


La capovolse. Era una comune busta di poco prezzo, il cui timbro attestava che era stata spedita da Hammersmith alle quindici e trenta. La aprì e lesse, su un mezzo foglio di carta dozzinale piegato in due:
STANNO ASSASSINANDO UN UOMO AL 60 DI CAITHNESS ROAD.
Il commissario Debenham era abituato a messaggi anonimi di quel genere, ma si mosse a disagio sulla sedia, batté le palpebre e rilesse le parole.

Londra, 1930. Nel quartiere di Hammersmith un uomo di 30 anni muore di tetano: una morte naturale?
Tutti gli elementi sembrano confermare un decesso non provocato, ma un messaggio anonimo è arrivato per posta a Scotland Yard con un’accusa di omicidio; inoltre il padre dell’uomo è morto investito da un’auto nemmeno due mesi prima: i due fatti sono collegati?
Quando l’ispettore Humphrey Bull viene incaricato del caso, sarà solo l’inizio di quelli che passeranno alla storia come “I delitti di Hammersmith”.
Una solida indagine classica, quella che si arricchisce a poco a poco di particolari sconosciuti al lettore come all’investigatore, ci accompagna per tutto il romanzo; conosciamo una strana famiglia, ci imbattiamo in alcuni fatti apparentemente inspiegabili, due tentativi di furto testimoniano l’accanita ricerca di non si sa che cosa e vediamo all’opera un ispettore giovane ma attento e preciso. La soluzione, come sempre, riserverà più di una sorpresa.

Con questo romanzo inedito per l’Italia, l’editore Polillo ci presenta un autore che non è certamente tra i protagonisti della cosiddetta Golden Age; ci sono però autori minori di quel periodo (rispetto ai maestri del Giallo) che, paragonati ad autori più recenti, non sfigurerebbero nel confronto: Frome è uno di questi, anzi una di questi, perché il suo vero nome è Zenith Jones Brown (1898-1983).

Nata negli Stati Uniti, dopo la laurea ed il matrimonio visse per alcuni anni in Inghilterra, dove pubblicò i suoi primi romanzi polizieschi. Tornata in patria, scrisse, con lo pseudonimo di Leslie Ford, mysteries ambientati negli Stati Uniti, creando nel 1937 una coppia di investigatori che sarà protagonista di quindici romanzi: Grace Latham e il colonnello John Primrose.
Tra i suoi romanzi più famosi, di cui “The Hammersmith Murders” è considerato il migliore, ci sono le dodici indagini che hanno per protagonista l’investigatore dilettante Mr. Evan Pinkerton, che è anche il padrone di casa dell’ispettore Bull.

Articolo di Paolo "carrfinder" Umbriano

Dettagli del libro
  • Autore/i: David Frome
  • Tradotto da: S. Caraffini
  • Editore: Polillo
  • Collana: I bassotti
  • Prezzo € 13.40
  • Formato: Libro in brossura
  • Data di pubblicazione: 2009
  • ISBN: 8881543230
  • ISBN 13: 9788881543236

giovedì 21 aprile 2011

Intervista a Gianni Simoni (Tea)

.



Corpi Freddi: Innanzitutto grazie per la sua disponibilità. “La morte al cancello” è il suo terzo romanzo che vede come protagonisti il duo Petri e Miceli. Il tutto si svolge come sempre a Brescia. Come mai, la scelta di una provincia definibile “tranquilla”?

Gianni Simoni: I miei romanzi si svolgono a Brescia anche perché quella è la mia città d'origine, anche se ormai posso considerarmi un milanese d'adozione. Brescia quindi la conosco bene e solo all'apparenza è una città "tranquilla". La definirei piuttosto una città abbastanza chiusa ( come molte altre città del nord ).
Una città ricca e contraddittoria, nella quale spesso le cose viaggiano sotterraneamente e che quindi va affrontata con cautela e misura. E una città di provincia di medie dimensioni può costituire il terreno ideale per tante storie.

CF: Parliamo dei suoi personaggi. Miceli è un commissario integerrimo, un uomo di polizia che si muove rispettando le regole, mentre l’ex giudice Carlo Petri fa da contro altare con i suoi molti vizi. In quale dei due personaggi più si rivede dal punto di vista lavorativo e quale le assomiglia di più nel quotidiano?

GS: Non credo si possa dire che Miceli e Petri siano uno il contr'altare dell'altro. Sono piuttosto complementari e una cosa hanno in comune: quella di essere entrambi dei galantuomini, pur con le loro diversità caratteriali. Petri ha qualche "vizio", certamente, ma si tratta in fondo di vizi perdonabili. Ama il fumo, il vino e le donne, anche se questo in modo virtuale, perché continua ad essere profondamente innamorato di Anna, sua moglie. Nel quotidiano Petri mi assomiglia molto: in lui vi sono sicuramente dei tratti autobiografici.

CF: Come nasce il Giani Simoni scrittore?

GS: Gianni Simoni, come scrittore di polizieschi, nasce come altri suoi colleghi. Forse il desiderio di giustizia e di chiarezza, dovuto anche al fatto di vivere in una società, sotto questo profilo, sempre più deprimente. Ma anche, e soprattutto, un grosso divertimento, che non ti impegna troppo, non ti impone di metterti in gioco più di tanto, ma, nello stesso tempo,ti consente anche di far capire da che parte stai, cosa che in un Paese come il nostro, soprattutto in questo momento, mi pare quasi obbligatoria.

CF: In un Italia come quella di oggi, in cui fare il lavoro di magistrato o di giudice si è spesso messi dalle alte cariche politiche alla stregua dei delinquenti, come reagirebbero Petri e Miceli?

GS: Nell'Italia di oggi, in cui spesso la magistratura è "sotto schiaffo", ritengo che Petri e Miceli, pur con qualche amarezza, continuerebbero tranquillamente il loro lavoro, nel pieno rispetto delle regole e delle Istituzioni.

CF: Sotto il punto di vista politico odierno, tornando indietro, avrebbe mai fatto un altro lavoro?

GS: Non mi è mai capitato di rinnegare il mio passato lavoro. Se potessi rivivere la mia giovinezza forse avrei scelto filosofia, una materia che mi affascinava. Ma non lo farei certo per motivazioni "politiche".

CF: È innegabile che il suo lavoro da ex magistrato abbia delle influenze sui suoi romanzi. Ma quanto dei casi passati dalla sua scrivania hanno poi preso forma nei suoi romanzi?

GS: Che il mio passato di magistrato abbia avuto un'influenza nei miei romanzi è innegabile. Molti sono gli spunti che finiscono nelle mie storie, sviluppati tuttavia in chiave narrativa. La fantasia comunque prevale sulla realtà personale.

CF: Da ex-magistrato come gestisce il tempo dedicato alla scrittura dei suoi romanzi?

GS: Alla scrittura delle mie storie dedico, solitamente, una parte della mia giornata: è un lavoro anche questo che tuttavia, quantitativamente, mi tiene a tavolino molto meno rispetto al tempo in cui facevo il magistrato.

CF: Come mai la scelta di pubblicare i suoi romanzi con la TEA, casa editrice che ha un catalogo, di certo, non di prime edizioni ma di ottime ristampe economiche?

GS: Ho scelto TEA perché è un'ottima casa editrice, che ti offre un ambiente di lavoro ideale. E la TEA non si dedica solo ad ottime ristampe economiche ( e questo sarebbe già un grosso titolo di merito ), ma anche a nuovi scrittori, italiani e stranieri. I miei romanzi ne sono la prova.

CF: Romanzi futuri?

GS: Certamente vi sono in programma romanzi futuri ( con uscita semestrale: marzo e ottobre ) e la mia casa editrice è già in possesso di altri miei manoscritti che vedranno prossimamente la luce. Sul loro contenuto, ovviamente, preferisco mantenere il riserbo. Lo scopriranno i lettori.

CF: Grazie mille per il tempo dedicatoci

mercoledì 20 aprile 2011

La morte al cancello - Gianni Simoni (TEA Ed. 2011)


Dopo le prime tre avventure (Un mattino d’ottobre, Commissario, domani ucciderò Labruna e Lo specchio del barbiere), tornano in azione il commissario Miceli e l’ex giudice in pensione Petri nel nuovo romanzo di Gianni Simoni La morte al cancello, un giallo dall’impostazione classica che ha proprio nei personaggi il suo maggiore punto di forza.

In una Brescia grigia e piovosa che marcia veloce verso l’autunno, la squadra di Miceli si troverà a indagare sulla morte violenta di una donna, moglie di un conosciuto medico del luogo, e sul successivo omicidio di due vagabondi trovati cadaveri in una zona periferica della città. Due casi che sembrerebbero slegati fra loro, ma che in realtà nascondono una trama ben precisa.

Nonostante le quasi quattrocento pagine, La morte al cancello è una lettura veloce, dal ritmo serrato, in cui l’autore ha la capacità di rendere simpatici i personaggi subito, fin dalle prime righe. Miceli è ormai diventato uno di famiglia, mentre Petri è il nonno che tutti vorremmo avere: burbero ma intelligente, brillante e affettuoso, e insieme formano una coppia perfettamente assortita. A completare il quadro i vari collaboratori, l’ispettrice Bruni su tutti, che rappresenta quasi il lato femminile dei primi due (frequenti e divertenti, non a caso, sono gli scambi di battute tra loro). Simoni ha una straordinaria capacità di rendere vivi i suoi personaggi, si fa il tifo per loro, si soffre e ci si commuove quando uno di loro purtroppo andrà incontro a un tragico destino. Tutti hanno il proprio spazio e tutti, in un modo o nell’altro, riescono a entrare nel cuore del lettore: dai protagonisti fino ai due poveri disgraziati Giovita e Gaspare, perfino la prostituta che con loro passa una notte, alternando la parte dell’amante a quella di madre affettuosa. Il Miceli di Simoni ricorda per certi versi il Montalbano di Camilleri (al quale l’ex magistrato è legato anche per la scelta di far parlare in dialetto alcuni suoi personaggi): tutti e due hanno un carattere esuberante, a tratti scontroso, ma amano il proprio lavoro come nessun altro.

L’intreccio scorre inoltre in maniera fluida, nella sua impostazione da giallo classico (spesso tornano in mente i lavori di Georges Simenon e del suo Maigret) e anche se il colpo a sorpresa finale potrebbe essere intuibile a un lettore attento (c’è un preciso riferimento che se colto fa chiarezza molto prima della fine) lascia soddisfatti in pieno. I tasselli vanno intrecciandosi in modo preciso, attraverso un lungo percorso di indagine in cui azione e intuizione si alternano e dove soprattutto c’è uno straordinario lavoro di squadra. Il Miceli di Simoni non è il commissario solitario che indaga, interroga, studia e risolve casi, ma è una tessera di un puzzle molto più grande che va formandosi grazie alla collaborazione di tutti. In La morte al cancello non c’è spazio per eroi solitari, ma soltanto per comuni “sbirri” che si sbattono a destra e a sinistra alla ricerca della verità.

A breve posteremo un' intervista all' autore appena fatta ^_^

Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro
  • Formato: Tascabile
  • Pagine: 373
  • Lingua: Italiano
  • Editore: Tea
  • Collana: Narrativa Tea
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788850223176
  • Prezzo: € 12,00

martedì 19 aprile 2011

Libertà di paura – Franco Foschi (Todaro 2008)


"…un thriller insolito, divertente, a rotta di collo, venato di malinconia qua e là, e anche molto polemico: una punzecchiatura salutare contro la sclerosi delle istituzioni. Ma non temano, gli amanti del genere: si indaga, si corre, si prendono un sacco di botte, si spara, si ride e si scopa! Anche se non è detto, come succede nei gialli classici, che tutto alla fine vada a posto…"
Dalla prefazione di Stefano Benni

Thriller, giallo, noir, hardboiled? A volte voler etichettare a tutti i costi un libro costringendolo in un determinato genere risulta difficile e limitativo. Alla fine ciò che conta spesso è che la lettura sia avvincente e magari anche divertente, come in questo caso.
Siamo a Bologna, nella calda estate del 1998. Il protagonista è uno scalcagnato detective privato che racconta la storia in prima persona, senza mai dire il suo nome. Quasi una parodia del Marlowe di Chandler, il nostro eroe ha un ufficio ancor più scalcinato di lui, dove il caldo torrido non viene minimamente scalfito dal ventilatore "rotto da quando Albino Luciani diventò il papa più veloce della storia." La maggior parte dei casi di cui si occupa sono storie di corna e mariti fedifraghi e la bellissima donna che entra nel suo ufficio quel giorno sembra volergli affidare un caso analogo.
Vuole che il detective scopra le prove del tradimento del marito. Ma il caso, o la malasorte che dir si voglia, ci mettono lo zampino e il presunto fedifrago viene ucciso durante una rapina in casa sua. Il morto si rivela essere l'avvocato Damiano Dalle Donne, "l'unico avvocato in 3D", e la sua presunta amante, una bionda esplosiva, è una semplice impiegata dell'Ufficio Ambiente che risponde al nome di Cosetta. Quando il detective trova il suo ufficio perquisito e messo sotto sopra e viene poi aggredito da due strani poliziotti, il Bello e il Bestia, capisce che l'indagine non riguarda una semplice storia di corna, ma qualcosa di più grosso e scottante su cui l'avvocato Dalle Donne stava raccogliendo prove aiutato da Cosetta. Il caso si rivela ben presto un affare molto intricato, in cui sono implicati personaggi pubblici e istituzioni cittadine, non sempre al di sopra di ogni sospetto, anzi.
A rendere scoppiettante l'indagine e divertente la lettura sono gli 'aiutanti' di cui si circonda il nostro detective, ancor più strambi e originali di lui. Oltre alla bella Cosetta, che finisce inevitabilmente fra le braccia del detective, troviamo Michele Ercolano, arruffato redattore di una nota radio privata; Sbigu, un insolito studente che mette il detective sulla pista giusta; Cosimo Diomiscampi, avviato a una promettente carriera in Regione e ora stranamente diventato un barbone alcolizzato. Ma soprattutto c'è lei, la Mamma, il personaggio più originale del libro. È la madre del detective, a cui lui si rivolge in ogni momento critico dell'indagine, facendo subito pensare al solito maschio italiano mammone.
Ma l'originale è lei e si merita di essere chiamata Mamma con la M maiuscola: piena di buon senso, mai buonista o pietosa nei confronti del figlio, sempre piuttosto critica, gli dà sempre le dritte e i consigli giusti quando lui non sa più che pesci pigliare. I dialoghi fra madre e figlio sono molto divertenti, pieni di battute e punzecchiature, e danno un tocco di freschezza e leggerezza a tutto il libro.
Con uno stile spesso sopra le righe, ma che ben si adatta a un personaggio volutamente sopra le righe, il libro ci conduce in una girandola di avventure, scazzottate, incontri amorosi e non, fino a scoprire dove sta il marcio, molto più vicino di quanto il nostro detective pensi.
E, anche se il tutto è condotto con umorismo e leggerezza, il tema di fondo dell'indagine si rivela molto serio e anche strettamente attuale: il problema del riciclaggio dei rifiuti e delle discariche cittadine. Problema che riempie quotidianamente le pagine dei giornali anche oggi e che sembra non aver ancora trovato una soluzione definitiva.

Articolo di Martina "PalazzoLavarda" Sartor

Dettagli del libro
  • Titolo: Libertà di paura
  • Autore: Franco Foschi
  • Editore: Todaro
  • Collana: Impronte
  • Anno: 2008
  • Pagine: 254
  • ISBN: 9788886981767
  • Prezzo: € 14.50 

lunedì 18 aprile 2011

Sezione suicidi – Antonin Varenne (Einaudi 2011)


Sentirono il telefono soltanto dopo molti squilli. L'apparecchio suonava mediamente una volta e mezza al giorno, con due punte nel corso dell'anno: la massima da giugno a inizio luglio, quando il sole faceva aumentare l'agitazione sociale come un complesso chimico sotto l'effetto del caldo; e la minima da dicembre a gennaio, quando il freddo irrigidiva la vita, privandola dell'energia necessaria per nuocere a se stessa.

Dopo un centinaio di pagine avevo deciso di interrompere la lettura di questo romanzo. Non ne potevo più del tenente Guérin, delle sue folli elucubrazioni mentali, delle sue teorie in cui nulla succede per caso e che nell'unverso è tutto concatenato (compresi i suicidi), non ne potevo più di suicidi eclatanti, del suo vice Lambert, del suo sboccacciato e spennacchiato pappagallo Churchill, dell'atmosfera forzatamente noir e rarefatta che invece di appassionarmi mi infastitiva.
Periodi come “Il cielo pesava come una tazza del cesso al contrario, pieno di nuvole nere e pronte a cascar loro addosso” o ancora “lei usci dal bagno, stretta in un accappatoio senza prospettive” mi hanno fatto mettere le mani nei capelli. La storia parallela di John Nichols invece inizialmente l'avevo trovata intrigante, psicologo hippie strampalato che vive in una tenda a cui muore, suicida, l'amico Alan fachiro emofoliaco tossico e gay. Dopo un po', però, non ne potevo più neanche di lui. Ma sono andata avanti perchè mi avevano detto che si sarebbe ripreso, ci sarebbe stato uno scossone.
Ed ho scoperto che era vero, infatti poco oltre la metà, si inizia a parlare di complotto, entrano in ballo CIA, Servizi segreti, Ambasciata, delinquenti arabi, ex galeotti, si parla di addestramenti dei militari americani spediti in Iraq, le torture e il lavaggio del cervello a cui sono sottoposti e Guèrine e John a questo punto, mossi dall'unico desiderio di verità, si trovano invischiati in un caso complesso e troppo grande per loro.
Ma questo “scossone” questa “ripresa” finale è paragonabile ad un fremito di ciglia in un malato in coma irreversibile, perchè quando sono arrivata al punto in cui poteva diventare interessante, in realtà la mia attenzione e la mia capacità di comprensione si erano già atrofizzate da un pezzo.
Lento e triste come un funerale, non c'è un personaggio che è uno che ispiri un po' di simpatia, da Guérin a Lambert il suo vice, a Savane, Barnier e i gli altri colleghi poliziotti, Bunker l'ex galeotto che incontra John, Alan il suo migliore amico, irritanti dal primo all'ultimo, tutti perdenti, sconfitti dalla vita e con un'anima nera come la pece, noioso fino allo sfinimento e fastidioso come un'emicrania.

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 377
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Fakirs
  • Lingua originale: Francese
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Einaudi. Stile libero big
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788806204730
  • Traduttore: F. Montrasi
  • Prezzo: 18,00€

sabato 16 aprile 2011

La rossa mano destra – Joel Townsley Rogers (Polillo 2005)


I Bassotti n. 31

"C'è una cosa importante in tutto il cupo mistero di stanotte, e cioè come abbia fatto quell'ometto dai capelli ramati e dagli occhi rossi… a svanire completamente dalla faccia della terra dopo aver ucciso Inis St. Erme.
Questo è il Punto Numero Uno dell'intero problema. Il Punto Numero Due è capire cosa ne abbia fatto della mano destra di St. Erme… Perché St. Erme aveva una mano destra, questo è indiscutibile. E deve essere trovata."

Ecco l'insolito e inaspettato incipit di uno dei Bassotti di cui ho più sentito parlare finora, non so se il più famoso, certo uno fra i più acclamati. Accostarsi a un libro con una fama così comporta sempre qualche rischio, almeno per me: timore di crearsi troppe aspettative, timore di rimaner delusa dalla lettura, timore di pensare "Beh, tutto qui?" e di esser quindi l'unica a non capire dove sta il perché della fama del libro. Del resto l'idea di iniziare a leggere un libro senza alcuna idea preconcetta, me ne rendo conto sempre di più, è pura utopia. Possiamo evitare di leggere in anticipo qualsiasi commento o recensione già scritta su quel dato libro, possiamo evitare di leggerne la trama, ma già il fatto di leggere decine di gialli all'anno è un condizionamento, in qualche modo. Sì, perché, se il libro è presentato come "una girandola di indizi, false piste, enigmi e colpi di scena", è fisiologico pensare che ogni particolare, ogni nome, ogni personaggio nasconda un indizio fondamentale.
Infatti il giovane dottore che narra la storia si presenta subito come Henry N. Riddle Jr. E quale miglior indizio nascosto, per un giallo come si deve, di un cognome come Riddle, in inglese "indovinello, enigma"… Vien fatto subito di pensare che il buon dottore nasconda qualcosa e non sia realmente quello che vuol far credere. Davvero non ha visto passare la Cadillac guidata dall'assassino, quell'ometto dagli occhi e capelli rossi, che aveva accanto il giovane St. Erme appena ucciso? Davvero è così importante scoprire perché la mano destra del cadavere è scomparsa, perché è stata tagliata via? La storia che il dottor Riddle racconta è abbastanza intricata e segue le vicende di una coppia di giovani innamorati che partono da New York per andare a sposarsi nel Vermont e che strada facendo incontrano uno strano autostoppista che alla prima occasione uccide il giovane fidanzato. Subito dopo l'omicidio, l'assassino sparisce, sparisce la Cadillac e sparisce pure il cadavere, per un certo tempo. Rimane solo la giovane fidanzata, spaventatissima, che non sa spiegarsi quanto accaduto. E poi lui, il dottore che, contrariamente a tutte le testimonianze raccolte dal tenente Rosenblatt, non ha visto passare per la Swamp Road la famigerata macchina. Durante la ricostruzione degli avvenimenti fatta dal dottore con l'aiuto di Rosenblatt e dei testimoni, molti sono i dubbi che sorgono e gli indizi che si accumulano, anche contro il dottore stesso, nella mente del lettore. Ma l'unico punto fermo rimane quello: Riddle non ha visto la Cadillac.
Solo alla fine, dopo un racconto talvolta intricato, che costringe il lettore a fare la massima attenzione ai dettagli, capiremo l'importanza fondamentale di quell'unico punto fermo. Dal momento in cui Riddle afferma "Ora ho annotato tutti i fatti. Ecco quanto.", inizia anche per il lettore la sfida a scoprire dove sta la verità, chi ha mentito, quali sono i falsi indizi e quali quelli veri. Sorpresa dopo sorpresa la vera storia si dipana di fronte ai nostri occhi. Fino all'ultima pagina temiamo di non aver capito nulla, di avere un ennesimo colpo di scena e ci chiediamo se davvero sia quella la verità. Ci sembra troppo campata in aria, ma poi torniamo alle prime pagine, rileggiamo i primi indizi. E, accidenti, davvero era tutto lì di fronte ai nostri occhi, anche in quel nome enigmatico, Riddle.
A voi scoprire dove sta l'indovinello.

Articolo di Martina "Palazzo Lavarda "sartor

Dettagli del libro
  • Titolo: La rossa mano destra
  • Autore: Joel Townsley Rogers
  • Editore: Polillo
  • Collana: I Bassotti - n. 31
  • Titolo originale: The Red Right Hand
  • Traduttore: Dario Pratesi
  • Anno: 2005
  • Pagine: 257
  • ISBN: 9788881542307
  • Prezzo: € 12.40 

venerdì 15 aprile 2011

Ore contate – Tito Topin (Giunti 2009-2011)


Bentch ascoltava distratto. La cintura di sicurezza si stava facendo sempre più pesante sul petto. Conosceva bene quella sensazione di affaticamento da fine giornata. Si insinuava attraverso i pori della pelle, tendeva i muscoli fino a far male, paralizzava il pensiero. Gli succedeva così ogni volta che doveva confrontarsi con la bassezza della specie umana, con l'atto ignobile e ponderato di un uomo contro i suoi simili più fragili, donne, bambini, prostitute, vecchi, omosessuali.

In una Parigi calda e afosa ha luogo la prima indagine del commissario Bentch. Un assassinio seriale a cui è stato dato il nome di Pinochet uccide, impiccandoli, alcuni omosessuali senza lasciare nessun indizio. Tranne nell'ultimo omicidio, qui perde una lente a contatto, la corda usata si sfilaccia e ci sono segni di pneumatici sul lugo del ritrovamento. E' un buon inizio, l'unico modo che il nostro commissario ha per risalire all'identità del serial killer. E ci riuscirà grazie anche al lavoro di squadra . Ma l'estate è calda non solo per il clima e per il caso da risolvere; Bentch è preso da beghe personali e famigliari, la sua donna l'ha mollato su due piedi senza nessuna spiegazione lasciandolo di stucco, in più è ebreo di nascita (tende sempre a precisarlo) anche se non è osservante, suo padre Albert invece lo è pure troppo e lo rimprovera continuamente per il suo stile di vita esortandolo a sposare una brava ragazza ebrea con cui metter su famiglia; sua sorella Rachel ha sposato un goy con grande disperazione del padre, per poi divorziare e come se non bastasse è una naturista, ma è al ritorno del fratello Elie-David dall'America che arriva la batosta, non solo gli confessa di essere gay ma di convivere con un rabbino.
Questa notizia potrebbe far morire di crepa cuore il povero Albert! Come avrete capito la famiglia Benchimoun (il cognome per esteso di Bentch) è esilarante, sembra di trovarsi in un episodio della ben nota serie tv Brothers & Sisters. I numerosi personaggi di questo romanzo sono ben descritti e tratteggiati, Bentch è irresistibile.
Un libro coinvolgente non tanto per la trama un po' leggerina e la componente “gialla” quanto per lo stile semplice e scorrevole e per l'ironia di cui il romanzo è pervaso. Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro e questo lo avete capito, non è un romanzo che lascerà il segno ma di sicuro è una lettura piacevole e divertente non molto impegnativa, ad un prezzo abbordabile, 10 euro, con cui passare qualche ora magari questa estate al mare sotto l'ombrellone o in uno chalet in montagna.

Tito Topin è nato a Casablanca nel 1932. Oltre a pubblicare romanzi che riscuotono grande successo di pubblico e di critica in Francia, nel 1989 crea la famosissima serie televisiva noir del commissario Navarro. Dello stesso autore Delitti sulla Senna, Giunti Editore (vincitore del Prix Polar per il miglior poliziesco)

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 256
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Bentch Blues
  • Lingua originale: Inglese
  • Editore: Giunti Editore
  • Collana: Narrativa
  • Anno di pubblicazione 2009 (Ristampa 2011)
  • Codice EAN: 9788809061781
  • Traduttore: F. Angelini 

giovedì 14 aprile 2011

Impatto - Douglas Preston (Rizzoli 2010)


Il problema di questo genere di romanzi secondo me è il modo in cui si tratta questo tema. Di boiate che parlano di meteoriti ne sono state scritte un'infinità e altrettanti hanno avuto la bella idea di trasformarle in film, quindi per quanto l'idea di partenza può essere stata già sentita e risentita mille volte in qualsiasi salsa, la bravura dello scrittore sta nel proporla in un modo diverso, originale, inaspettato nella sua semplicità. E' questo il caso di Impatto di Preston D.
Io per primo l'ho iniziato lasciandomi trainare più dalla stima che provo per lo scrittore piuttosto che per le aspettative che avevo leggendo la trama, credendo di trovarmi davanti la solita pappardella alla Armageddon già vista fino allo sbocco. Ammetto invece che è stata una bellissima sorpresa dall'introduzione fino all' epilogo.
A tre pagine dalla fine, dopo averne divorate 430, ho pensato: "bene, al punto in cui siamo adesso non può non esserci un finale idiota, si è ingarbugliato troppo in questioni strane per riuscire a ritirarsi in piedi". A Due pagine invece mi aspettavo un finale alla The Dome di King, uno dei peggiori che abbia mai letto, e di questo mi dispiacevo davvero tanto. Poi all'ultima pagina lo scrittore tira fuori quel che si può definire una "genialità", indole che hanno solo gli scrittori davvero capaci.
Chiudo il libro (dopo i ringraziamenti che grasssssie a Dio sono tre righe) e tiro un sospiro di sollievo.
Doug Preston... missione compiuta.
IMPATTO parla essenzialmente della corsa di due persone, l'ex agente CIA W.Ford e la piccola Abbey (che tanto piccola non è)per capire cosa siano quei raggi gamma rinvenuti tramite le letture di un satellite in orbita intorno a Marte, e per le quali sono stati assassinati già due ricercatori. Nel mentre un meteorite attraversa il cielo del Maine per schiantarsi poi contro un isola a pochi chilometri dalla costa, attraversando l'intera terra e uscendo dalla parte opposta del globo, in Cambogia. Ma è proprio un meteorite quello entrato nell'atmosfera?
Questo romanzo, a dispetto delle sensazioni iniziali, si è dimostrato molto appassionante e, per quanto ammetto sia bello tamarro, mai scontato.
Ribadendo che sia Preston che Child dovrebbero scrivere più spesso in solitaria, IMPATTO lo consiglio alla grande!!!

Articolo di dampy

Dettagli del libro
  • Titolo Impatto
  • Autore Preston Douglas
  • Prezzo di copertina € 19,50
  • Dati 2010, 463 p., rilegato
  • Traduttore Foschini M.
  • Editore Rizzoli (collana Rizzoli best)

mercoledì 13 aprile 2011

Il collezionista di Marsiglia - Peter Mayle (Garzanti 2011)


Sto bevendo le stelle” (frase attribuita al monaco francese Dom Pierre Perignon, inventore del rinomato vino spumante Champagne)
Non è facile trovare un romanzo capace di unire tre delle mie più grandi passioni: il giallo, la buona tavola e l’amore per il vino. E’ proprio il caso del recentissimo “Il collezionista di Marsiglia”, ultimo lavoro di Peter Mayle, scrittore inglese trasferitosi da tempo in Provenza, dove ha ambientato la quasi totalità delle sue storie. Mayle non è propriamente un giallista e anche questo romanzo se ne accosta solo in parte. Il suo libro più famoso rimane “Un’ottima annata”, del quale è stata tratta una trasposizione cinematografica diretta da Ridley Scott ed interpretata dal bravissimo Russell Crowe e Marion Cotillard.
Un breve accenno sulla trama: Danny Roth è un avvocato di successo che risiede nella zona più lussuosa di Hollywood. Ricco, viziato e capriccioso ama godere dei piaceri della vita, non ultimi le belle donne e la sua preziosa collezione di vini, composta dagli esemplari più rari e preziosi esistenti al mondo. Latour, Margaux e Petrus tra gli altri, sono solo alcuni dei pezzi pregiati che adornano le rastrelliere di bottiglie e le casse di legno ordinatamente impilate nella sua lussuosa cantina.
Un vanto che, più di goderne attivamente, ama esibire con spocchia agli altri. Purtroppo il suo tesoro fa gola a molti tanto che, durante una sua vacanza natalizia tra le nevi di Aspen, viene sottratto da una banda di sconosciuti professionisti, con la complicità del guardiano messicano, subito datosi alla macchia e resosi irreperibile. Altro non resta da fare all’avvocato derubato che rivalersi con accanimento e prepotenza sulla compagnia assicuratrice del pregiato assortimento di vini. La vicepresidente della compagnia assicurativa Elena Morales apre il complesso iter investigativo affidando l’indagine sul furto dei vini alla sua ex fiamma Sam Levitt, un abile avvocato - investigatore con un passato oscuro alle spalle fatto di furti e truffe, un individuo come si dice alla francese “louche”, “ambiguo, losco, equivoco”.
Indagine che lo porterà direttamente nella patria e nel cuore del vino prestigioso, più precisamente nel sud della Francia, da Bordeaux fino alla meta ultima Marsiglia, dimora principesca di un importante uomo d’affari collezionista di vini pregiati.
Davvero una fantastica lettura questo “Il collezionista di Marsiglia”, un giallo letteralmente “da bere” in poche ore, complice una scrittura elegante e raffinata ma, allo stesso tempo, di scorrevole e veloce fruizione. Mayle è incredibilmente bravo nella descrizione storica e geografica dei luoghi della Provenza e nel trasmettere al lettore le sue enormi conoscenze gastronomiche ed enologiche, senza mai però annoiare o risultare indigesto al lettore meno avvezzo. C’è da farsi veramente una cultura a riguardo in un vero e proprio viaggio negli odori e nei sapori. Un romanzo che stimola le papille gustative in un trionfo totale dei sensi. Come pure costruita ottimamente risulta anche la componente più attinente al giallo, capace di soddisfare anche il palato più esigente del lettore di genere.
Ora non vi resta che sedervi comodamente in poltrona, ritemprati dalla gradevole brezza primaverile, non dimenticando di aprire e lentamente sorseggiare quel Bordeaux Chateau Margaux conservato per le migliori occasioni.

Articolo di Marco "killer mantovano" Piva

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 194
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: The Vintage Caper
  • Lingua originale: Inglese
  • Editore: Garzanti Libri
  • Collana: Narratori moderni
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788811681892
  • Traduttore: G. Lupieri
  • Prezzo di copertina: € 18,00

martedì 12 aprile 2011

Jeff Lindsay - Il vendicatore - Il devoto - L' oscuro (Mondadori 2011)


Jeff Lindsay: vendicatore, devoto, oscuro.

Da lettore di gialli, thriller et similia non sai mai quando inizi un libro di genere quanto l’autore spingerà o meno sul pedale del male o del macabro.
Non so da cosa dipenda, ma mi rendo conto, che spesso quella che per molti è una soglia da non oltrepassare per me è appena un assaggio di quello che cerco in un romanzo. Non scrivo questo per scioccare il lettore di questi miei pensieri sparsi, ma perché voglio provare a spiegare la mia sorpresa e il mio godimento nel leggere i tre libri di Jeff Lindsay.
Conoscevo già Dexter Morgan grazie alla serie tv. Per cinque serie ho attraversato con Dexter le strade di Miami: di giorno per analizzare le tracce di sangue, il suo lavoro è quello di ematologo forense, di notte per andare a caccia delle sue prede. Ho osservato i suoi tentativi di sembrare umano, di non far prevalere il vuoto del suo animo, di non far emergere alla luce del sole il “suo passeggero oscuro”.
Immaginate le mie aspettative nel leggere i libri dai quali la serie è tratta.
Il primo libro è sicuramente il più debole dei tre. Pone le basi, ci spiega perché Dexter è quello che è, come lo è diventato, qual è il suo codice di condotta. Purtroppo però si perde nel finale, Lindsay lo tira via, secondo me lo spreca. Poteva sviluppare meglio alcuni particolari, ne sarebbe uscito un libro superlativo.
Il secondo volume della saga è meglio a partire dal serial killer rivale che lascia dietro di se una bella scia di sangue con descrizioni abbastanza dettagliate che mi sono piaciute molto. Non si ferma sulla soglia del gesto come faceva nel precedente, ci lascia sbirciare un po’.
Il terzo romanzo spalanca porte che non avrei mai immaginato si potessero aprire: spesso chi deve giudicare il tuo romanzo per la pubblicazione ti suggerisce di non spingere troppo su alcune tematiche per non rischiare di spaventare il lettore, soprattutto se le parti in questioni riguardano minori. So già cosa state pensando, ma vi tranquillizzo, nessun bambino viene maltrattato però alcuni aspetti psicologici lasciano intravedere il possibile abisso.
Quando Jeff Lindsay ha deciso di introdurre certe variabili nella trama, i miei desideri di lettore sono stati soddisfati.
Jeff Lindsay fa sicuramente centro, non corre rischi nell’esagerazione, non fa dei suoi libri un pessimo film horror di serie B. La lingua semplice e scorrevole permette una lettura abbastanza veloce, intrattiene e diverte. Spesso è difficile incontrare queste caratteristiche in un libro.
Non vedo l’ora di poter leggere il quarto capitolo, non vedo l’ora di rincontrare Dexter… forse.
Complimenti anche ai due traduttori che si sono sobarcati questi romanzi, Carlo Andrea Cappi e Cristiana Astori.

Articolo di Stefano Pitzus

Dettagli del libro - Dexter il vendicatore
  • Titolo Dexter il vendicatore
  • Autore Lindsay Jeff
  • Prezzo di copertina € 9,50
  • Dati 2011, 231 p., brossura
  • Traduttore Cappi Andrea Carlo
  • Editore Mondadori (collana Oscar bestsellers)
Dettagli de libro - Dexter il devoto
  • Titolo Dexter il devoto
  • Autore Lindsay Jeff
  • Prezzo di copertina € 9,50
  • Dati 2011, 250 p., brossura
  • Traduttore Astori Cristiana
  • Editore Mondadori (collana Oscar bestsellers)
Dettagli del libro - Dexter l'oscuro
  • Titolo Dexter l'oscuro
  • Autore Lindsay Jeff
  • Prezzo di copertina € 9,50
  • Dati 2011, 307 p., brossura
  • Traduttore Astori Cristiana
  • Editore Mondadori (collana Oscar bestsellers)

    lunedì 11 aprile 2011

    Zero – Frank Rizzo (Giano 2011)


    Il cadavere seminudo era a terra, il volto rivolto al soffitto, le braccia aperte, le gambe divaricate. Gli occhi erano vitrei, coperti da un velo biancastro, lo sguardo fisso congelato dal terrore, come se fosse rimasto sorpreso da qualcosa di orrendo e mostruoso. Sul petto le parole MENO UNO scritte a caratteri maiuscoli, non allineante, rosso scuro. Era facile ipotizzare che l'assassino avesse intinto la canna della pistola nel lago di sangue che si era formato fra le gambe del morto, come una penna nel calamaio.

    Il cadavere in questione è quello del super fico, super palestrato, super uomo d'affari Julius Sinter; causa della morte colpo d'arma da fuoco nei genitali e successivo colpo in testa. Se fosse stato uno qualunque, visto il modus operandi, si sarebbe potuto trattare di un delitto passionale, ma la vittima era, oltre a tutta la serie di “super” già elencati, anche un ottimo amico del Presidente degli Stati Uniti e quindi la faccenda si fa un po' più seria. Il caso viene affidato a Harry Dougan, capo della squadra omicidi che chiama sulla scena del delitto il suo amico di sempre, reporter di cronaca del Courier di San Francisco, di chiare origini italiane, Duccio Giovanni Maria Stone ma per tutti D.G.M. Stone. Il nostro reporter inizia a fare supposizioni ed indagare sul campo, il fatto che Sinter sia un attivista politico ed abbia appoggiato e finanziato la campagna a favore del matrimonio tra gay potrebbe far pensare ad un omicidio a sfondo omofobo, o magari una vendetta maturata nell'ambito del mondo gay visto che la nostra vittima era malata di AIDS, ma quello su cui sembra fissarsi Stone è il complotto contro il Presidente.
    Ed è proprio indagando per cercare di scoprire qualcosa che si imbatte nella bella, pericolosa e stronza Eleanore Drakeman detective privato senza scrupoli, di cui si innamora, non ricambiato, in un nanosecondo, per poi sedurre la dolce e mora Carson Lamarr amica del defunto. Saranno loro a metterlo su lla pista del fanatismo religioso di un gruppo che si fa chiamare la Nuova Famiglia, che forse c'entra e forse no con l'omicidio di Sinter o forse c'entra qualcosa con il complotto ordito ai danni del Presidente.
    Ma non sono le uniche donne che gli rendono difficile la vita, c'è anche il suo terribile capo Margaret e, su tutte, la sua ex moglie Nora che gli ha reso impossibile l'esistenza da sposati e ancor di più da divorziati.

    Seduto da solo al bancone di DeLano's davanti al mio bicchiere colmo, continuai a crogiolarni nel paragone fra donne e alcool. Come le donne, anche i cocktail hanno gusti diversi: secchi o corposi, amari o aromatici. Alcuni sono leggeri e neanche ti accorgi di averli bevuti. Passano senza lasciare tracce e ti danno solo voglia di provare qualcosa di più forte. Altri sono dolci e insidiosi, li mandi giù senza pensarci e di colpo ti ritrovi a terra con lo stomaco sottosopra. Poi ci sono quelli onesti e decisi, con un teschio e due tibie stampati chiari sul bicchiere. Pericolo di morte. I tuoi migliori amici ti avvertono del danno inevitabile, ma tu non li ascolti. Sei curioso di provare. Certo. Sei convinto di essere abbastanza forte da incassare il colpo. E poi, dai, giusto un sorso. Vuoi provare il brivido almeno una volta. E presto scopri che un sorso non basta, non basta mai e ti convinci che puoi reggerne molti di più. Uno tira l'altro e ogni sorso va dritto alla testa e ti stringe il cuore e ti annoda le budella. Ma il peggio è mescolare cocktail diversi.

    Zero è un romanzo ben scritto con personaggi vivi, descrizioni dettagliate degli ambienti e della città di San Francisco (così accurata che sembra di vederne un filmato) il tutto condito da manciate di sapiente umorismo, una lettura piacevole e scorrevole MA, c'è un MA, la scritta MENO UNO sul corpo di Singer mi ha ingannata, pensavo di trovarmi davanti un libro diverso, una storia di serial killer, indagini scrupolose, scientifica e luminol e invece no perchè la numerologia non ha un seguito e a dirla tutta ho avuto quasi l'impressione che Rizzo si sia perso nei meandri della trama che è comunque intricata e si sia dimenticato di approfondire quel particolare; con questo non voglio dire che non mi sia piaciuto affatto ma la mia delusione ne ha sicuramente compromesso il giudizio e la lettura che non mi ha coinvolto per niente.

    Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

    Dettagli del libro
    • Formato: Brossura
    • Pagine: 265
    • Lingua: Italiano
    • Editore: Giano
    • Collana: Nerogiano
    • Prezzo: € 16,50
    • Anno di pubblicazione 2011
    • Codice EAN: 9788862510837
    • Traduttore: E. Romano

    sabato 9 aprile 2011

    Come in uno specchio – Helen McCloy (Polillo 2006)


    Uno specchio è quella “superficie levigata che dà immagini per riflessione della luce”: quello che vediamo non è la realtà, ma è solo la sua immagine. In questo romanzo la realtà non si conosce, perché la verità appare così assurda da essere irreale: ci sono però i testimoni e sono persone affidabili. Le loro dichiarazioni sembrano confermare una serie di fatti che la ragione non riesce a spiegare.

    Vedi una figura davanti a te, solida, tridimensionale, dai colori vivaci, che si muove e obbedisce a tutte le leggi dell’ottica. Il suo abbigliamento e i suoi modi sono vagamente familiari. Ti affretti a raggiungerla per darle un’occhiata più da vicino. Questa volta il capo e tu… stai guardando te stesso.
    O piuttosto, una perfetta immagine speculare di te, solo che non c’è nessuno specchio.
    Così capisci che è il tuo doppio. E ti spaventi a morte, perché la tradizione dice che chi vede il proprio doppio sta per morire…

    Faustina Crayle, giovane insegnante della Brereton, un famoso e rispettato istituto per ragazze situato nelle campagne della Contea di New York, viene licenziata senza un preciso motivo dalla preside della scuola.
    Motivi di opportunità forse, perché altri membri del corpo docente e diverse studentesse sono pronte a giurare di averla vista apparire contemporaneamente in posti diversi.
    Una collega, Gisela von Hohenems, chiede al suo fidanzato, lo psichiatra Basil Willing di cercare di scoprire il motivo per cui la preside della scuola, la signora Lightfoot, non vuole né raccomandare Faustina per un nuovo posto di insegnante, né spiegare in alcun modo i motivi che l’hanno spinta a licenziarla in tronco.
    Quando, mentre si trova innegabilmente a New York, Faustina viene vista e poi accusata di un omicidio avvenuto in pieno giorno nel giardino della Brereton, la teoria del doppio di una persona, che si materializza e vive una sua vita autonoma, non sembra più essere solo un’ipotesi accademica.
    Tre possibilità tentano di spiegare i fatti, accusando Faustina Crayle:
    1. ha deliberatamente architettato tutto: ma perché?
    2. ha una doppia personalità, che non riesce a controllare
    3. è la prova che il fenomeno del “doppelgänger” non è una leggenda
    Solo nelle ultime pagine di questo famoso romanzo la soluzione, perfettamente logica, verrà svelata dal dottor Basil Willing, “il primo investigatore psichiatra del giallo americano (oltre che il primo a usare la psichiatria per scoprire indizi)” (introduzione di Mauro Boncompagni a Gli Speciali del Giallo Mondadori n. 60, aprile 2010).

    Ci sono dei romanzi gialli che, tecnicamente parlando, sono delle macchine perfette; il modo in cui agisce l’assassino, le false piste, i diversi indiziati, il colpo di scena che spiazza il lettore: c’è tutto, ma, alla fine della lettura, si rimane con un senso di smarrimento perché, chiuso il libro, le sensazioni provate scemano in poco tempo.
    Helen McCloy descrive la tipica situazione dei film degli anni Quaranta o Cinquanta, preferibilmente in bianco e nero, dove una donna sola, indifesa davanti al pericolo (ne siamo certi?), che vive (siamo sicuri?) fatti razionalmente inspiegabili, si sente prigioniera di un contesto che sembra condurre ad una tragica soluzione.
    L’autrice, allo stesso tempo, offre al lettore descrizioni di stati d’animo, colloqui, scambi di osservazioni, ipotesi, senso di smarrimento, teorie psicologiche che fanno pensare (anche se alla fine si tratta solo di un romanzo) e che lasciano un segno profondo nella mente di chi legge.

    La McCloy sa bene come intrattenere e incuriosire il lettore, rendendolo partecipe degli avvenimenti e spiegando in modo dettagliato, ma senza annoiare, tutto quello che racconta.
    Già il titolo, una citazione di San Paolo (“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia.” 1Corinti 13,11-12), fa subito entrare il lettore nella storia.

    “Come in un specchio” (Through a Glass, Darkly) è del 1950 e, secondo me, in quegli anni l’effetto prodotto dalla lettura di questo romanzo aveva ancora più forza, perché le vicende narrate si svolgevano contemporaneamente alla vita quotidiana dell’epoca. E’ il secondo romanzo che leggo della McCloy, ma certamente non sarà l’ultimo: una scrittrice poco famosa in Italia, ma che, a differenza di molte colleghe più popolari, più lette, più celebrate, e più vendute, dopo più di sessant’anni riesce a non deludere mai e a soddisfare pienamente chi ha la fortuna di leggere i suoi romanzi.

    Helen McCloy, considerata da molti la più grande scrittrice americana di gialli, fu la prima donna ad essere nominata presidente dei Mystery Writers of America (1950). Fra i suoi romanzi migliori si possono citare anche Panico (Panic, 1944 – I bassotti n. 79) e Mr. Splitfoot (1968, La stanza del silenzio – Gli Speciali del Giallo Mondadori n. 60, aprile 2010), dove appare il dottor Basil Willing, lo psichiatra protagonista di dodici romanzi e di alcuni racconti, che funge da consulente del procuratore distrettuale di New York.

    Se riesci a vedere qualcuno in uno specchio, l’altro può vederti, anche se tu non ti vedi.

    Articolo di Paolo "carrfinder" Umbriano

    Dettagli del libro
    • Formato: Brossura
    • Pagine: 249
    • Lingua: Italiano
    • Editore: Polillo
    • Collana: I bassotti
    • Anno di pubblicazione 2006
    • Codice EAN: 9788881542673
    • Traduttore: M. Caselli 

    venerdì 8 aprile 2011

    Nel dolore - Barbara Becheroni (Eclissi Ed. 2010)


    Poi disse alla donna: moltiplicherò la sofferenza delle tue gravidanze e tu partorirai figli con il dolore(Genesi 3,16)

    Seguo con particolare interesse le proposte editoriali di Eclissi, una piccola casa editrice costretta a muoversi con piccoli budget e mirati investimenti, ma dotata di buon acume nella scelta di validi scrittori per la sua collana “I Dingo”, quella dedicata specificatamente alla narrativa poliziesca. Dopo gli originali noir post-apocalittici del tutto genio sregolatezza Francesco Gallone e il riuscito giallo ambientato nella provincia rurale trevigiana di Alessandro Bastasi, mi sento di promuovere anche il debutto letterario di questa giovane scrittrice milanese trapiantata a Siracusa.
    Identico percorso parallelo che segue l’eroina del suo romanzo, il Commissario Marzia Leone, milanese appena trasferita in Sicilia. Neppure il tempo di disfare le valigie che già si trova catapultata al centro di una indagine inquietante e complessa. Viene infatti rinvenuto, in una pozza d’acqua nei pressi di un frutteto, il cadavere incaprettato di un importante primario di ginecologia e ostetricia della zona. L’inchiesta si fa subito in salita, soprattutto per il clima omertoso che aleggia come una cappa impenetrabile e per le forti pressioni politiche di cui viene fatta oggetto la brava e tenace Marzia, coadiuvata nelle indagini dalla simpatica ispettrice Livia Scalora. Appare subito evidente che l’omicidio possa essere maturato nell’ambiente ospedaliero. Dai primi interrogatori emerge un quadro della vittima, il Dottor Spatafora, ambiguo e non proprio pulito. Sembra che la gestione del reparto avvenisse secondo criteri non propriamente professionali e etici, con forte imperizia e grossolanità. Marzia dovrà scavare nei segreti inconfessabili del personale sanitario e nel profondo delle pene e dei patimenti delle sue pazienti, dove covano rancori e sentimenti di vendetta impossibili da dimenticare.
    Barbara Becheroni ci regala una buona prova, seppure non esente da difetti. Sicuramente si sente la mancanza di un buon lavoro di editing che ne avrebbe apportato grandi benefici e probabilmente eliminato qualche perdonabile ingenuità. In ogni caso “Nel dolore” si rivela, a conti fatti, un buon giallo, con interessanti incursioni nelle problematiche sociali, e nello specifico, nella malasanità italiana, uno dei nervi scoperti del nostro Paese. Un romanzo che ci fa sentire sulla pelle i travagli del parto e i dolori delle nostre madri. E’ grande il trasporto della scrittrice verso le tematiche trattate, si avverte il forte bisogno di raccontare questa storia e la necessità di documentare con cognizione di causa e sensibilità. Un giallo che, come dice giustamente la seconda di copertina, è “un romanzo di donne che tutti gli uomini dovrebbero leggere”. Perché noi siamo figli di quelle donne che con tanto amore ma anche con tanta sofferenza, ci hanno messo al mondo. Un romanzo sentito dal profondo del cuore, sincero e appassionato, che mi sento di consigliare a chi cerca una bella storia, capace di avvincere ma allo stesso tempo riflettere.
    Come consiglio fortemente ad Eclissi editrice di cercare di recuperare i diritti del secondo romanzo di Barbara, che vede protagonista in una seconda indagine il Commissario Marza Leone, quel “Ammazzarono alla strega del fiume”, uscito purtroppo per un fantomatico editore, evidentemente incapace di fare il suo mestiere, e resosi immediatamente irreperibile nel circuito editoriale.
    Mi auguro davvero di avere l’opportunità di leggere nuovo materiale di questa scrittrice e che questa mia recensione possa servirle da ulteriore spinta e sprono per continuare con tenacia e costanza in questa sua carriera.

    Articolo di Marco "killer mantovano" Piva

    Dettagli del libro
    • editore Eclissi Editrice
    • genere gialli
    • collana I Dingo
    • pagine 200
    • pubblicazione 2010
    • prezzo: 12,00 euro
    • ISBN-13/EAN 9788895200279

      giovedì 7 aprile 2011

      Altri Regni - Richard Matheson (Fanucci 2011)


      Quando si legge Richard Matheson è lecito aspettarsi un capolavoro, così quando ci si imbatte “soltanto” in un bel libro, si rimane disorientati. Nello specifico, questo accade per l’ultima pubblicazione dell’autore americano edito da Fanucci, Altri Regni, un fantasy anomalo che finisce per essere più una splendida storia d’amore.
      Alex (protagonista-narrante del romanzo) è un reduce della Grande guerra che dopo aver conosciuto e stretto amicizia con un commilitone, decide di raggiungere il paese nativo di quest’ultimo, incuriosito dai suoi racconti. Così, nel maggio del 1918, Alex arriva a Gatford, piccolo agglomerato dell’Inghilterra centrale, dove vivrà esperienze irripetibili alla scoperta di mondi paralleli e di vecchie leggende improvvisamente divenute realtà.
      Si accennava al disorientamento che può causare questo romanzo a chi è abituato a un Matheson diverso, magari quello di Io sono leggenda o Io sono Hellen Driscoll, e questo è dovuto soprattutto a una struttura del libro che va cambiando pagina dopo pagina. Iniziato come un viaggio nell’immaginazione alla scoperta di nuovi mondi, a metà tra il gotico e in fantasy, via via l’autore ci guida verso una nuova dimensione, quella dell’amore. Il rapporto tra Alex e Ruthana è infatti la summa dell’amore, l’amore perfetto come lo definisce il padre della ragazza (anche se proprio ragazza non è, almeno come la intendiamo noi…), una lotta contro tutti e contro tutto che nel finale riserverà non poche sorprese.
      «Non avevo difficoltà a capire come un cuore possa spezzarsi. Per giorni e giorni ebbi l’impressione che anche il mio fosse sul punto di cedere. Mi sembrò quasi di sentire lo schianto, pregai in continuazione perché avvenisse».
      All’interno di un libro solido e coinvolgente, con personaggi tratteggiati con maestria e un’ambientazione magica fatta di boschi incontaminati, specchi d’acqua lucenti, improbabili dimore e creature fatate, l’utilizzo dell’io narrante è forse l’unica nota stonata. La scelta di instaurare un rapporto così diretto col lettore, con veri e propri monologhi del protagonista rivolti a chi legge, spesso troppo ripetitivi, appesantisce e rallenta il ritmo di una storia che di per sé viaggia veloce e appassiona mano mano che le avventure si susseguono.
      Una nota a parte va riservata al commovente finale dolce-amaro che lascia spazio a una duplice interpretazione: il vero amore è impossibile? Oppure il vero amore non muore mai?

      Articolo di Marcello Gagliani Caputo

      Dettagli del libro
      • Formato: Brossura
      • Pagine: 295
      • Lingua: Italiano
      • Titolo originale: Other Kingdoms
      • Lingua originale: Inglese
      • Editore: Fanucci
      • Anno di pubblicazione 2011
      • Codice EAN: 9788834716779
      • Traduttore: M. Nati
      • Prezzo: 16,00 €

      mercoledì 6 aprile 2011

      Exit - Steinhauer Olen (Giano Ed. 2011)


      Quando il tuo paese sta cercando di ucciderti, non si chiama tradimento. Si chiama sopravvivenza” - dal libro nero del Turismo.

      “The exit” è il secondo romanzo di Olen Steinhauer con protagonista Milo Weaver. La serie si concentra sul mondo dello spionaggio e delle operazioni clandestine in epoca post undici settembre. L'azione riprende subito dove era terminata nel “Il turista”, il precedente libro ben accolto da pubblico e critica che, nonostante la capacità dello scrittore americano di rendere questo suo ultimo lavoro leggibile di per sé, si ha la sensazione sarebbe stato meglio aver letto per avere un quadro più completo delle dinamiche dei personaggi.
      Il dipartimento del Turismo, oscura ma fondamentale branca segreta del governo degli Stati Uniti che si occupa di fare il lavoro sporco (quello che fa mille coriandolini della Convenzione di Ginevra e che non scalfisce l'immagine democratica della nazione), ha bisogno di far rientrare nei ranghi Milo Weaver, dopo che ne era uscito malconcio qualche mese prima. Ci sono delle informative che segnalano la presenza di una talpa all'interno della struttura che potrebbe metterne a repentaglio la sopravvivenza e lui è l'uomo adatto per scovarla.
      Milo Weaver ha bisogno di tornare a fare il “Turista” perchè altro non sa fare nella vita. Ma il “Turista” non ha identità, non ha casa, nessuna proprietà, niente di niente. La prima regola del Turismo è “non chiedere il perchè”. Nessuno spazio per la moralità, nessun tentennamento di fronte agli incarichi. Ma il nuovo Milo è diverso. Si è sposato e ha una bambina che lo adora e quando il dipartimento, per provare la sua lealtà alla professione, dopo vari test sempre più pericolosi lo spedisce a Berlino per rapire e uccidere una ragazza adolescente,figlia di immigrati moldavi in Germania e apparentemente innocente, preso tra la sua coscienza e gli ordini da eseguire entra in crisi.
      E' giusto togliere la vita a una ragazzina per un bene superiore? Per un mondo “giusto” è lecito distruggere una famiglia innocente? E' possibile interrompere, almeno per una volta, il ciclo infinito della violenza? Un impresa ardua e pericolosa. Decidere tra bene e male, provare a decifrare le mosse di nemici potenti e di amici incostanti, di patrioti part-time e di traditori senza scrupoli, districandosi tra diversi strati d'inganno e manipolazione senza potersi, ovviamente, fidare di nessuno.
      Libro godibilissimo, nonostante una trama intricata che richiede pochi e brevi momenti di stacco dalla lettura per non perdere il filo, che da il meglio di sé nella seconda parte, adrenalica e ricca di colpi di scena. Piacerà a chi è appassionato delle storie, come quelle narrate nella serie televisiva “24”, dove doppi e triplogiochismi sono all'ordine del giorno.
      Tra gli avversari più interessanti di Milo Weaver troviamo la signorina Erika Schwartz, spia tedesca di grande capacità intellettuale, perfettamente tratteggiata dall'autore, forse tra i personaggi più originali del genere.
      La scrittura non è per nulla inferiore alla storia a tal punto che sembrerebbe riduttivo catalogare il libro nel solo genere del romanzo di spionaggio. Possiamo invece parlare di un ottima miscela di mistero, orrore e romanticismo che non manca certo di azione e suspense.
      La tecnica di Steinhauer di affiancare all'interno del romanzo fantasia ed eventi realmente accaduti, come la rapina al Museo Buhrle di Zurigo di quattro capolavori dell'arte impressionista ("Campo di papaveri a Vétheuil" di Claude Monet, "Ramo di castagno in fiore" di Vincent van Gogh,"Il ragazzo dal gilet rosso" di Paul Cezanne , "Il Conte Lepic con le sue figlie" di Edgar Degas) cattura il lettore per le oltre quattrocento pagine del libro senza mai annoiarlo.
      Consigliato.

      Articolo di Roberto "lofi" Lofino

      Dettagli del libro
      • Formato: Brossura
      • Pagine: 463
      • Lingua: Italiano
      • Editore: Giano
      • Anno di pubblicazione 2011
      • Codice EAN: 9788862510813
      • Traduttore: E. Cervini
      • Prezzo di copertina: € 19,00