giovedì 2 febbraio 2012

Polvere Rossa - Marco Bettini (Piemme 2011)


Scrivere un bel giallo nel panorama letterario italiano in cui il genere è ormai ingolfato, è diventato compito arduo, ma per fortuna qualcuno è ancora capace di farlo: è il caso di Marco Bettini, autore bolognese che con il suo nuovo romanzo Polvere Rossa (Piemme, 2011) ha confezionato uno straordinario libro che non solo è un bel thriller, ma riesce anche ad approfondire degli argomenti di scottante attualità.
Ciò che pone l’opera di Bettini una spanna sopra le recenti pubblicazioni del genere (Polvere Rossa potrebbe tranquillamente occupare uno dei primi cinque posti dei migliori gialli del 2011) è la capacità dell’autore di muoversi su due piani paralleli: da un lato la classica storia poliziesca, con annessa caccia al serial killer: dall’altro resta fortemente ancorato alla realtà, racconta anche un’altra storia, di ben altro spessore e importanza, regalandoci uno dei finali più dolci-amari degli ultimi anni, perché Polvere Rossa non finisce quando l’assassino viene finalmente catturato, ma va ben oltre.

Leggere Polvere Rossa è come affrontare una volata: dapprima si fa qualche fatica a prendere il passo e a tenere quello dei leader, ma poi si finisce in crescendo, spinti dall’entusiasmo e dall’euforia di forze inaspettate. Durante le prime battute perfino i personaggi, soprattutto il protagonista, risultano quasi antipatici: il profiler Andrea Germano è un uomo unico nel suo genere, solitario, cinico, single incallito che non disdegna appuntamenti con prostitute, libero talmente da far cattivi pensieri persino sulla moglie e sulla figlia del suo migliore amico; un uomo che potrebbe risultare simpatico quanto antipatico e indisponente, ma alla fine, in un modo o nell’altro, conquisterà il lettore.

Bettini è riuscito nell’intento di creare una storia nella storia, elemento questo che dovrebbe far parte di ogni giallo contemporaneo. Leggendo Polvere Rossa si ha l’impressione di avere a che fare con delle scatole cinesi: dentro ogni pagina ce n’è un’altra che aspetta soltanto di essere trovata e decifrata e ciò che lascia positivamente impressionati non è soltanto il perfetto meccanismo che muove la trama, dove ogni pezzo va a combaciare perfettamente, ma il significato che ognuno di questi pezzi porta con sé nell’insieme della storia.
Pochi libri sono capaci di avvincere, divertire e coinvolgere come Polvere Rossa, che ha in più il pregio di possedere una straordinaria forza drammatica.

Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro
  • Formato: Brossura
  • Editore: Piemme
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Piemme linea rossa
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 292
  • Codice EAN: 9788856601787
  • Prezzo: € 16,50

mercoledì 1 febbraio 2012

Intervista a Franco Forte (Il segno dell'untore - Mondadori 2012)


Corpi Freddi: Sceneggiatore, giornalista, traduttore, scrittore e direttore delle collane edicola Mondadori (Gialli, Urania e Segretissimo). Quali di questi mestieri la tiene più impegnato durante la giornata?

Franco Forte: Tutti in pari misura, visto che per come sono fatto, saltare da un lavoro all’altro mi permette di avere la mente sempre fresca, mai troppo stanca di un singolo impegno. Naturalmente, curare alcune fra le più importanti collane di genere del nostro paese non è un incarico secondario, tutt’altro, e gran parte della mia attenzione e del mio impegno va proprio ai Gialli, a Urania e a Segretissimo, testate con cui mi sono cibato a colazione fin da ragazzino. Dato però che sono uno che dorme massimo quattro ore per notte e che quando scrive si diverte… riesco a conciliare comunque le altre mie attività, per quanto io abbia dovuto abbandonare il mestiere del giornalista (a parte qualche sporadica collaborazione con testate come Focus Storia e una rubrica sul quotidiano Il Cittadino), a favore delle attività più di stampo editoriale. Però, tutto sommato, mi muovo ancora con una certa scioltezza…

CF: Il 17 gennaio 2012 è uscito in libreria il suo dodicesimo romanzo. Un thriller storico ambientato nella Milano del 1500, “Il segno dell’untore”, che ha come protagonista Niccolò Taverna. Certo che cercare di investigare nel 1500 è totalmente diverso senza l’ausilio di Ris, DNA e tecniche procedurali moderne. Quanta difficoltà si ha a scrivere un romanzo storico dal punto di vista delle indagini?

FF: La figura dei notai criminali non è di mia invenzione: esistevano davvero, nella Milano del 1500. E le tecniche investigative che usano, e che io sfrutto a piene mani nel mio romanzo, non sono inventate, ma recuperate dai lasciti storici. Tecniche sorprendentemente attuali, che non farebbero sfigurare i notai criminali neppure al giorno d’oggi, pur non potendo disporre delle sofisticate apparecchiature della scientifica moderna. Però lo studio delle macchie di sangue, la balistica applicata a frecce e dardi di balestra, l’analisi delle ferite per risalire alle armi che hanno sferrato il colpo mortale, erano davvero processi all’avanguardia, di cui i notai criminali erano grandi esperti. Si tratta quindi di figure del tutto originali nel panorama del thriller e dell’investigazione letteraria (non credo che nessuno ne abbia mai scritto, prima), per quanto basate su documenti storici reali, e quindi ancora più affascinanti.

CF: Nel 1576 Niccolò Taverna e nel 1548 Fulvio Alciati (personaggio di un altro suo romanzo “I bastioni del coraggio”). Sembra piacerle proprio la Milano di quella epoca.

FF: Studio Milano, la mia città, da oltre trent’anni. E’ stata crocevia di momenti storici importanti, e nonostante se ne sia sempre parlato molto poco, ha visto personaggi di grandissimo rilievo operare sul suo territorio, come l’arcivescovo Carlo Borromeo, che poi diventerà San Carlo, che nei miei romanzi compare spesso, e che intendo far diventare una figura cardine delle prossime storie che vedranno protagonista Niccolò Taverna.

CF: Da dove nasce la passione per questo tipo di letteratura?

FF: Il romanzo storico mi ha sempre affascinato, prima come lettore, poi come studioso dilettante, e ora come narratore. Che cosa c’è di più esotico di un mondo che ci appare del tutto nuovo e sconosciuto, quando lo raccontiamo, ma in cui si sono mossi i nostri avi? E poi la storia va raccontata, non si può limitarsi a tratteggiarla nei libri di scuola: quando incontro i ragazzi dei licei o delle scuole medie, e parlo con loro di Gengis Khan, Federico Barbarossa, Annibale, Nerone e tutti i personaggi che ho trattato nei miei romanzi, mi rendo conto di quanto siano interessati, se si riesce a far percepire loro il lato più interessante della storia: che tutta la società d’oggi deriva dalle azioni di quegli uomini, nel bene e nel male.

CF: Parliamo un po’ del Giallo Mondadori. Qualche mese fa il web si scatenò contro la decisione della Casa di Segrate, di eleggere come Direttore Responsabile del Giallo Mondadori, Maurizio Costanzo. Dopo qualche mese Sergio Altieri lascia il suo incarico e subentra lei. Sono fatti concatenati o è stato un cercare di rinnovare partendo dall’ alto uno dei simboli della crime novel italiana? Ci racconti qualche retroscena, tanto ci leggono in pochi :P

FF: Nessun retroscena, in realtà. Sergio Altieri ha deciso, dopo diversi anni passati sulla tolda di comando dei Gialli e delle altre collane edicola Mondadori, di tornare a dedicarsi a ciò che ama di più, cioè la scrittura e le traduzioni (non bisogna dimenticare che è il traduttore ufficiale di George R.R. Martin, il che significa tonnellate di pagine da tradurre ogni anno). Io arrivo al suo posto perché è stato ritenuto dai vertici Mondadori che fossi in grado di proseguire il suo lavoro e magari, come avviene sempre quando si parte con qualche nuovo incarico, sulla spinta dell’entusiasmo, che potessi proporre nuove iniziative e nuovo fermento per queste collane e i generi trattati, cosa che sto cercando di fare.

CF: Altro progetto a lei molto caro è la rivista Writers Magazine Italia. Ci parli di questo progetto.

FF: Il fine ultimo della WMI è uno solo: dare più consapevolezza agli autori alle prime armi di che cosa significhi scrivere e di come sia il mondo editoriale, per andare a caccia di talenti da pubblicare. Non solo sulla Writers Magazine, ma anche presso editori importanti, come testimonia l’iniziativa che abbiamo varato per valutare racconti da pubblicare sulle testate Mondadori. Un’opportunità senza precedenti per gli esordienti di questo Paese, purché in grado di esprimersi al massimo livello. Se qualcuno è interessato all’iniziativa, può leggere il regolamento qui: http://www.writersmagazine.it/forum/viewtopic.php?t=10414

CF: Quindi scrittori ci si diventa, non necessariamente si nasce?

FF: Io credo che ognuno di noi abbia del talento. Il problema è come farlo emergere, come indirizzarlo nel modo giusto per ottenere un prodotto (racconto o romanzo) che soddisfi prima l’attenzione degli editori, e poi del pubblico. Troppo spesso, si scrive sull’onda dell’entusiasmo, senza avere idea delle tecniche della scrittura e di come fare a proporsi al meglio, e questo impedisce a molti talenti di emergere. Grazie alla WMI e al lavoro incessante che facciamo con gli esordienti, soprattutto sul forum online, molti autori hanno imparato a guidare il proprio talento lungo percorsi che hanno portato loro molte soddisfazioni. E a me di trovare bravi autori da pubblicare, che poi è il mio mestiere.

CF: Ci parli quindi dei suoi esordi e del suo primo contratto editoriale.

FF: Avevo 17 anni, figurarsi, e riuscii a vendere un racconto a una rivista di automobili, che me lo pagò una piccola fortuna. Poi cominciai a scrivere per giornali, riviste, fanzine e qualsiasi altro sbocco mi si presentasse. E si trattò di una scuola formidabile, che a furia di bastonate sulla testa mi fece comprendere come la fretta di arrivare fosse la peggiore consigliera, per un aspirante scrittore.

CF: Chi è Claretta Bellisari?

FF: Una scrittrice di racconti e romanzi brevi rosa, mi pare. Pubblicava negli anni 80 e 90, ma poi… se ne è persa traccia. Si dice che in realtà fosse lo pseudonimo di un giovane scrittore milanese, ma non posso confermare…

CF: Torniamo al presente parlando del futuro. So che Niccolò tornerà di nuovo sugli scaffali. Ci accenni qualcosa del secondo romanzo che lo vedrà protagonista.

FF: Un accenno corposo è pubblicato alla fine di “Il segno dell’untore”, nell’epilogo del romanzo, che in realtà è il preludio alla prossima avventura di Niccolò Taverna. C’è un assassino che uccide in modo apparentemente casuale, usando una balestra con la quale effettua colpi di alta precisione. E poi, Milano entra in subbuglio quando i figli di un nobile spagnolo di grande rilievo vengono rapiti da dei banditi, e Niccolò Taverna deve farsi garante del riscatto, anche se scoprirà presto che…

CF: Un caro saluto dai Corpi Freddi e grazie per la disponibilità :)

FF: Grazie a voi.


Intervista di Enzo "BodyCold" Carcello

martedì 31 gennaio 2012

Il silenzio dell'onda – Gianrico Carofiglio (Rizzoli 2011)


Càpita. A volte càpita di entrare in libreria e posare l'occhio su un titolo o una copertina che cattura la tua attenzione, a prescindere dall'autore che è bravo e chè già conosci, è proprio quel titolo che ti colpisce. Poi però si rimanda l'acquisto perchè sono già tanti i libri in lista d'attesa da leggere. Ma quel titolo ti gira in testa, il libro lo vedi continuamente e alla fine lo compri, vai alla cassa con quel luccichio di soddisfazione negli occhi, come un bimbo che ha appena comprato il più bello dei giocattoli. E inizi a leggerlo. 50, 100, 150 pagine e ti rendi conto di non riuscire a fermarti, l'eleganza dello stile, la scrittura scorrevole, il ritmo teso e drammatico ti impediscono di chiudere quel libro, e vai avanti inesorabilmente con le parole che ti entrano dentro e ci rimangono, un occhio alle pagine e uno a quella maledetta sveglia che di li a poche ore suonerà. Lo chiudi ma la mattina quelle parole sono ancora li e ti chiamano come le sirene di Ulisse. Riprendi in mano il romanzo, quella storia così emozionante e coinvolgente, quei personaggi vivi e vividi, importanti, e riprendi la lettura, avidamente, fino a poche pagine dalla fine, quando rallenti, vai avanti piano piano, fai delle pause, non vuoi più finirlo, vuoi trattenere quell'emozione ancora per un pò. E poi finisce, lo chiudi e pensi che a volte capita di vivere un'esperienza del genere. Capita, e stavolta è capitato a me. Fate in modo che capiti anche a voi, Il silenzio dell'onda è un libro da non perdere.

Le settimane di Roberto sono scandite dagli appuntamenti dallo psichiatra, il lunedi e il giovedi pomeriggio. Le giornate invece sono scandite da quelle lunghe passeggiate che gli servono come l'aria, per rilassarsi e per distrarsi, per fare andare via i pensieri …... Ma come si fa a lasciarli andare via i pensieri? Quando quelli sono piantati nella tua testa come chiodi che più cerchi di tirarli fuori e più ti lacerano l'anima? Quando camminava e si concentrava su un passo dopo l'altro, gli pareva che quei grumi adesivi di sofferenza diventassero meno tenaci e per qualche momento addirittura si sciogliessero e la testa diventasse deliziosamente libera. Succedeva quello che diceva il dottore e i pensieri, quelle entità concrete fatte di ricordi, recriminazioni e sogni sbriciolati, scivolavano via, anche se solo per poco. Bastava, per capire che era possibile. Ma prima non era così. Roberto era un agente sotto copertura, alle spalle una vita come infiltrato tra i comuni delinquenti prima e tra i narcotrafficanti colombiani poi, i continui viaggi in sudamerica tanto da sentirsi più a casa sua a Bogotà o Candelaria che a Roma, la città in cui vive ma che non ha mai vissuto, osservato. Nelle due ore settimanali dallo psichiatra, Roberto torna indietro nel tempo fino a rivivere le violenze a cui ha dovuto assistere senza muovere un dito per non compromettere la riuscita dell'operazione, una vita fatta di menzogne, a incamerare rabbia e dolore, una vita che lo ha distrutto fino a che qualcosa si è incrinato nella sua mente, è crollato sotto il peso delle proprie responsabilità e il peso di dover sopportare e vivere due vite completamente diverse e non riuscire più a capire chi fosse e perchè, e in un attimo si è trasformato da agente coraggioso e impavido a un uomo solo, in congedo per malattie mentali, sconfitto e impaurito. La richiesta di aiuto dell'adolescente Giacomo, figlio di Emma conosciuta per caso fuori dallo studio, gli farà capire che quel Roberto forse non tornerà mai più ma almeno quel che resta di lui non è perduto per sempre, una speranza di rinascita, perchè un conto è aspettare l'onda, un conto è alzarsi sulla tavola quando arriva.


Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro

  • Formato: Rilegato
  • Editore: Rizzoli
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Scala italiani
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 300
  • Codice EAN: 9788817052085
  • Prezzo di copertina: € 19,00

domenica 29 gennaio 2012

Gioco segreto - Gaetano Amato (TestePiene 2011)


Di Gaetano Amato ho letto tre libri; mi risulta ne abbia scritti quattro, quindi sono al 75% dello studio della sua produzione letteraria. Il primo è stato un giallo “Il testimone”, un giallo atipico, molto partenopeo, il secondo libro “Il Paradiso può attendere a volte”. Dal registro del giallo si passa a tre racconti, favoleggiando con ironia, un filo di disincanto e di umorismo nero.
Dopo il primo temevo con il secondo di rimanere deluso. Sono stato fortunato, non è andata così. D’altra parte i toni erano così diversi che i due libri erano inconfrontabili. Però sapevo che il terzo libro “Gioco segreto”, era, è, un romanzo giallo. Ho pensato: “... e adesso, cosa mi aspetta?”
Sapevo che il protagonista di questo, Terenzio, era un personaggio diverso, un nome diverso, una vita, un vissuto opposti rispetto a Gennaro, il protagonista de’ “Il testimone”. Però, in un mondo letterario di stereotipi e personaggi fabbricati con lo stampino, poteva Gaetano Amato riuscire a differenziarsi? Oddio, magari rimanere sulla falsariga del primo sarebbe stata una garanzia di continuità, un personaggio, uno stile, un modus narrativo non si consumano con due romanzi. Insomma, non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo cosa augurarmi.
Ci ha pensato Gaetano. Adesso io voglio che qualcuno, chiunque, mi sappia fare l’esempio di uno scrittore italiano che riesce a scrivere tre libri diversi tra loro, di cui due per di più dello stesso “genere” (e chi mi conosce sa che aborro ed odio la divisione in “generi” della narrativa). Perchè Gaetano ci è riuscito, e ci è riuscito pure bene, mannaggia a lui.
Dimenticatevi “Il testimone”, dimenticatevi “Il Paradiso...”, fate conto che sulla copertina ci siano tre nomi di autori diversi e non avrete sbagliato e forse sarà il modo migliore di farsi poche pippe mentali e iniziare a leggere uno qualsiasi di questi tre libri senza stare a smenarvi su come sarà, se sarà uguale, diverso, migliore, peggiore degli altri.
Se non conoscessi Gaetano penserei che ha un gost writer; ma lo conosco e so che non ce l’ha. Allora inizio a pensare che Gaetano Amato soffra, anzi, GODA di personalità scrittorie multiple, a seconda di quella che lo possiede in quel momento tira fuori quello che gli viene.
Questo “Gioco segreto” (edito da TestePiene) è un gioiellino, un incastro adorabile di enigmistica, un’alchimia di citazioni e rimandi, un gioco di pazienza e di scatole cinesi. E’ un giallo classico, e con classico non voglio rendermi complice di una di quelle categorizzazioni che odio, ma voglio indicare che omicidi, prove, indizi, tracce, investigatori ed investigazioni sono descritte proprio come si faceva una volta, nei gialli di tanto tempo fa, quelli che non passano mai di moda, perchè una Agata Christie, un Rex Stout o un Ellery Queen (ahò, io so’ vecchio, con quelli so’ cresciuto!) avevano i morti ammazzati, magari pure tanti – pensate ai “Dieci piccoli indiani” della vecchia nonna Agata – ma non avevano bisogno di descriverti la forma ed il colore delle loro budella per affascinarti, per tenerti incollato alle pagine.
E poi Gaetano è pure un gran paraculo, se l’ha fatto apposta, oppure è un genio se le cose gli sono venute così da sole. Perchè se nessuno riconoscerà Jules Maigret in Terenzio Lazzarelli, con annessa signora MaigretLazzarelli, se nessuno riconoscerà Torrence e Lucas, anzi, facciamo il “giovane Lapointe” in Franceschi e Milone, allora lo rimando a settembre e che venga preparato sulle storie del commissario Maigret. E senti a me, Gaeta’, solo per averti scritto che i tuoi personaggi richiamano quelli di Simenon ‘sta recensione dovresti incorniciarla.
Ma visto che mi si accusa di buonismo, una critica a Gaetano gliela muovo, ma è una cosa mia, un gusto personalissimo. Io ci voglio più Napoli nelle tue storie, Gaetano. In "Gioco segreto" Napoli non c’è, non la sento, non la vedo e non la respiro; potrebbe essere ambientata ovunque; ci sono i nomi delle vie, delle località, ma rimangono freddi, manca il chiasso ed il colore d’ambiente.
E’ un bel romanzo, questo “Gioco segreto”, merita, lo suggerisco. Per essere un piccolo capolavoro avrei voluto trovarci Napoli ed i napoletani. Ma ripeto, ognuno è masochista a modo suo, ed uno che ama Napoli, come me, masochista lo è di sicuro.


Articolo di Marco Proietti Mancini

Dettagli del libro
  • Formato: Brossura
  • Editore: Testepiene
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 230
  • Codice EAN: 9788896774069
  • Prezzo di copertina: € 14,90

sabato 28 gennaio 2012

Cerco me stesso - Patrick Quentin (Giallo Mondadori 2011)


Cerco me stesso. Ma chi sono?...

A volte la quarta di copertina fa proprio comodo, perché rappresenta un valido stimolo alla lettura del libro. E il recensore pigrone ne approfitta “Metti di salire un giorno in macchina, di dare un passaggio a un autostoppista e…basta. Metti poi di riaprire gli occhi e di ritrovarti in un letto che non è il tuo. Vedi un braccio ingessato, una gamba: sì, sono la tua gamba e il tuo braccio. Dunque hai avuto un incidente? E metti che al tuo capezzale ci sia una donna che continua a ripeterti :”Sono tua madre, Gordy, non mi riconosci?”. E poi ecco tua sorella, e tua moglie. Ma tu, proprio non le riconosci…”.
Una situazione davvero angosciosa che costringe il lettore ad andare sino in fondo come spinto da una curiosità invincibile. Intanto diciamo che il protagonista, lo sfortunato Peter Duluth (che diventerà Gordy Friend), ha lasciato la moglie all’aeroporto, ha fatto salire sulla sua macchina un anonimo autostoppista e si è ritrovato, senza memoria (eccetto qualche breve lampo) in una casa non sua. Poi diamo un nome ad alcuni personaggi principali di questo bel libro: Marta Friend la supposta madre, ricca vedova; Marny la sorella che cerca di aiutarlo e Selena la bella e affascinante mogliettina.
Il problema sta tutto nel disorientamento di Peter in balia degli altri e costretto a muoversi su una carrozzella (ci ricorda, in parte, un indimenticabile film con James Stewart), un percorso difficile della sua mente, gli assilli, gli incubi, i dubbi, le incertezze, l’affiorare a poco a poco della memoria e della verità. Alcuni fatti, raccontati dai “familiari”, che lo lasciano stupito: il marito morto e subito via tutta la servitù e lui Gordy, il figlio sbevazzone, partito improvvisamente. Perché?
Un carico di notevole suspense graduata con alti e bassi e intrisa di una certa aria sensuale con la bella moglie che lascia dietro di sé una scia di fascino e oscuro mistero. Bionda, capelli lunghi, pelle dorata “Si muoveva con una grazia squisita, liquida, morbida, come il fluire del latte fresco”.
C’è pure di mezzo un testamento particolare e una lega del Vivere Virtuoso (obiettivo purificare l’America) con a capo un certo Muffat, alla quale si era unito il marito defunto, che è parte importante del testamento stesso. E poi questo benedetto marito che soffriva di cuore se ne sarà dipartito in modo naturale o sarà stato in qualche modo forzato contro la sua volontà? Perché, insomma, arriva pure un ispettore di polizia…

Alla fine del dramma psicologico il sentirsi circondato da un pericolo incombente, la paura per la propria vita, il mettere insieme tutte le forze psicofisiche e tutta la sua astuzia per salvarsi in una condizione di estrema difficoltà. E noi lettori tesi e pronti a fare il tifo per lui. Ce la farà a restare vivo e a riabbracciare la vera moglie?

Per “I segreti del giallo” ecco “Tanz in fiamme” di Massimo Pietroselli, praticamente l’analisi del film “La notte dei generali” con il grande Peter O’Toole, un “nocciolo giallo” all’interno di una storia reale svoltasi durante i giorni dell’attentato a Hitler. E tale nocciolo è costituito da un libro di James Hadley Chase del nostro inossidabile Giallo Mondadori.

Articolo di Fabio Lotti

venerdì 27 gennaio 2012

Gli anagrammi di Varsavia - Richard Zimler (Piemme 2012)


Ho camminato tra i sentieri di una delle pagine più tristi e drammatiche della storia dell’umanità, la persecuzione ebrea da parte del popolo nazista, grazie all’indiscusso capolavoro di Richard Zimler “Gli anagrammi di Varsavia”, Piemme editore.
Forse tutti i morti devono tornare a casa prima di andarsene per sempre” o, per lo meno, dovrebbero per lasciare ai posteri la testimonianza di quanto l’animo umano possa giungere a commettere atti di violenza inimmaginabili. Siamo nel settembre del 1940, molte zone di Varsavia sono già state rese inaccessibili agli ebrei ed Erik Cohen, psichiatra ebreo, decide di trasferirsi nel vecchio quartiere ebraico dove vive sua nipote Stefa con il figlio Adam. Sabato 12 ottobre i nazisti limitano ulteriormente la vita della popolazione ebraica ordinando loro di ritirarsi nel ghetto fino a quando il 16 novembre furono, letteralmente, rinchiusi nel loro quadrilatero di esistenze attraverso la realizzazione di un muro che li isolò dal resto della città. In un clima in cui il terrore e il genocidio diventano protagonisti assoluti della Storia, credo, che la paura più grande sia quella di non lasciare traccia della propria esistenza ed Erik abbandona il suo proposito di rileggere le opere di Freud e scrivere un lavoro su alcuni casi clinici, che lo avrebbe condotto al successo europeo, per guidare Adam sulla strada della sopravvivenza.
Disteso a letto con mio nipote cercavo di rimanere sveglio…restando vigile volevo innescare un processo più elaborato. Per lui e anche per me. Così morire sarebbe stato molto più difficile per entrambi”. Il sogno di Erik si dissolve come neve che cade sul bagnato quando in una gelida mattina del 17 febbraio 1941 Adam esce di casa per non farvi più ritorno. Il suo corpo sarà ritrovato all’alba della mattina seguente su quel filo spinato che recinta le angosce speranzose di un popolo relegato e trucidato. Il momento del riconoscimento del corpicino di Adam da parte di Erik è un bagno di dolore. Adam ha la testa chinata verso sinistra. Non c’è morte per i sentimenti.
Non c’è sconfitta per il cuore. Erik è invaso dal senso di colpa per aver lasciato uscire Adam la sera in cui è scomparso ed il senso di colpa è, per Erik, un travaglio interiore acuito ancora di più dal suicidio di Stefa “morta di sete per un’infinità di ragioni”. Erik ci insegna che il dolore, se incanalato nella giusta direzione, può essere catartico poiché egli stesso riesce ad emergere da quella sensazione di colpa ed infrangere le accuse della sua coscienza per riscattare e vendicare l’atto più drammatico che la mente umana possa concepire: la morte di un bambino.
Un particolare sconvolgente induce Erik a ricercare le ragioni profonde della morte di Adam e proprio quel particolare si rivelerà denominatore comune con la morte di un’altra creatura, segnata dallo stesso destino, Anna 15 anni e figlia di un sarto ebreo. Le indagini condurranno Erik nei vicoli sotterranei che regolano il traffico clandestino e che collegano il ghetto ebraico al resto del mondo. Attraverso l’analisi di chi è abituato a scandagliare i percorsi della psiche umana, Erik riesce a giungere alle ragioni e all’artefice di questa triste carneficina per scoprire che le pulsioni di vita e di morte sono facce della stessa medaglia e che ognuno di noi, in alcune circostanze può essere il riflesso di un’immagine fangosa. La straordinarietà di Zimler sta, dunque, nell’amalgamare un’infinità di sentimenti spesso divergenti tra loro, in un clima di angosce, contrasti e paure che soccombono alla stessa natura umana.
L’immagine di Stefa che culla il corpo morto di Adam rievoca sentimenti di amore, protezione, calore ed allo stesso tempo di dolore e drammaticità che si manifestano nell’atto stesso del dondolare. Dondola chi culla, dondola chi esorcizza il dolore della morte. Ma l’intento dello scrittore, attraverso un thriller che esula un po’ dalle righe della narrativa di genere, è quello di guidarci, attraverso, una narrazione nitida e malinconica dei fatti e una descrizione introspettiva dei personaggi, verso riflessioni profonde che investono temi di natura etico-storico-sociale.
Tramandare ai posteri che al di sotto dei territori polacchi sono sepolti i corpi, le polveri ma soprattutto le voci di tutte le vittime che i nazisti hanno ucciso durante l’Olocausto, nell’intento di distruggere il futuro degli ebrei, è l’unico modo che ci resta per rendere giustizia e “sentirci partecipi di una cultura che i nazisti non hanno potuto uccidere”.

Articolo di Marco "Killer Mantovano" Piva

Dettagli del libro

  • Formato: Brossura
  • Editore: Piemme
  • Anno di pubblicazione 2012
  • Collana: Piemme linea rossa
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 405
  • Traduttore: M. Crepax
  • Codice EAN: 9788856614909

giovedì 26 gennaio 2012

In difesa di Jacob – William Landay (TimeCrime 2012)


Non importa quanto siano deboli i tuoi argomenti. Attieniti al sistema. Sta alle regole del gioco come negli ultimi cinquecento e passa anni, usa la stessa, infima tattica che ha sempre contraddistinto i controinterrogatori: blandisci, incastra, fotti.

Andy, Laurie e Jacob sono una famiglia felice, una famiglia qualunque, con le proprie abitudini e gli alti e bassi di chi da anni condivide il solito tran tran. Andy Barber è il primo vice procuratore distrettuale nella contea di Middlesex, è rispettato, bravo, preparato, il migliore, Laurie ex insegnante ora casalinga e mamma a tempo pieno e Jacob è il figlio adolescente che amano incondizionatamente. La mattina di un maledetto giovedi 12 Aprile 2007 viene ritrovato il corpo senza vita di Ben Rifkin, compagno di scuola di Jacob, accoltellato nel bosco che la maggior parte dei ragazzi attraversa per raggiungere la scuola. Un fatto di sangue inaudito in un piccolo centro come Newton. L'opinione pubblica è profondamente scossa, un terremoto ha fatto crollare irrimediabilmente le fondamenta della vita tranquilla e serena del piccolo centro di Newton, ma un terremoto ancora più devastante scardinerà le certezze della famiglia Barber. Jacob, l'adorato Jacob, viene accusato dell'omicidio di Ben.
Come reagireste se vostro figlio fosse accusato di un crimine così efferato? Lottereste come leoni per difenderlo? Accettereste l'idea, la probabilità, che possa essere colpevole? Continuereste ad amarlo comunque e qualunque sia il verdetto della giuria? Quali ripercussioni avrebbe un'accusa così pesante nell'ambito di una rispettabile famiglia? Ci si unirebbe per combattere o si inzierebbe a puntare il dito uno contro l'altro, scagliandosi addosso colpe, chiedendosi “dove e cosa abbiamo sbagliato”?
L'impianto narrativo di questo bel romanzo di William Landay, marchio timeCRIME, è notevole, la trama è notevole, i personaggi sono notevoli. Landay scandaglia il rapporto genitori figli, seziona i rapporti famigliari, fa vivere sulla propria pelle la tensione che può nascere quando un fatto imprevedibile arriva a sconvolgere le vite di persone oneste e normali. Ma questo è l'effetto; la causa, l'omicidio, il processo sono affrontati con grande maestrìa, non dimentichiamoci che Landay si è laureato in giurisprudenza a Yale ed è stato a lungo procuratore distrettuale e il modo in cui descrive l'istruttoria del processo, le tattiche dell'accusa e delle difesa, le strategie negli interrogatori dimostrano che Landay sa di che cosa scrive e lo fa in modo preciso e coinvolgente.
Per come vengono presentati i fatti, la minuziosità con cui vengono descritti i particolari, a volte mi ha fatto avere il dubbio che si trattasse di un fatto vero e che Andy, il protagonista, raccontandocelo in prima persona, cercasse di spiegare gli eventi, intervallandoli da stralci di interrogatorio a cui è sottoposto davanti al gran giurì, quasi a chiedere all'interlocutore una conferma di essere nel giusto. Ora, vi starete chiedendo, va bene il coinvolgimento, il ritmo serrato, i personaggi, la tensione che rimane alta per tutta la lettura, ma alla fine si tratta solo di stabilire se Jacob è innocente o colpevole? No signori, un finale mozzafiato e inaspettato, come un terremoto scardinerà anche le VOSTRE più assolute certezze.

Il leopardo che si spinge fino al margine del suo recinto allo zoo ti guarda con disprezzo attraverso le sbarre o al di là di un fossato invalicabile per la tua inferiorità e perchè hai bisogno di quella barriera tra di voi. In quel momento, vi comprendete a vicenda, in modo non verbale ma non meno reale: il leopardo è il predatore e la preda, ed è solo quella barriera a permettere agli umani di sentirsi superiori e al sicuro. La sensazione che si prova davanti alla gabbia del leopardo è accompagnata da una punta di vergogna, per la forza superiore dell'animale, per la sua altezzosità e per la sua scarsa stima nei nostri confronti.

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro

  • Formato: Rilegato
  • Editore: Time Crime
  • Anno di pubblicazione 2012
  • Collana: Narrativa
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 540
  • Traduttore: S. Brambilla
  • Codice EAN: 9788866880103