giovedì 31 marzo 2011

Un delitto argentino – Reynaldo Sietecase (Baldini Castoldi Dalai 2011)


Non tutte le cose cambiano semplicemente aspetto. Ci sono cose che spariscono senza lasciare traccia. Corpi cancellati per sempre. L'acido solforico, nelle giuste dosi, produce questo effetto. Poche ore e la pelle assume la consistenza della pergamena. In quattro giorni i tessuti e i muscoli si dissolvono, lasciando solo una marionetta ridotta all'osso. Dopo una settimana le ossa si cristallizzano. Il processo continua finchè non rimane che un umore nerastro, torbido, con una patina superficiale che lo rende simile al petrolio.

Mariano Màrquez è un brillante avvocato senza scrupoli, dopo una serie di piccole truffe viene arrestato e condannato per frode immobiliare. Qui diventa la star indiscussa, ci sa fare con tutti, guardie e carcerati, è un punto di riferimento, uno su cui si può contare. Ma in carcere la sua mente, già deviata, entra in contatto con la peggiore feccia ed è qui che partorisce l'idea di mettere in atto l'omicidio perfetto, uccidere un uomo, scioglierlo nell'acido e farla franca. Se il cadavere non c'è, la certezza dell'omicidio non esiste. Siamo a Rosario, in Argentina negli anni 80, quelli della dittatura, della strategia del terrore, dei desaparecidos, sono in molti a sparire dalla faccia della terra senza lasciare traccia senza che qualcuno indaghi sulle sparizioni, tanto meno le forze dell'ordine, spesso responsabili. Forte di questo, Mariano punta l'uomo, Gabriel Samid, figlio di un facoltoso imprenditore arabo, ne diventa amico e decide di rapirlo, chiedere un riscatto, sciogliere il suo corpo e sparire a sua volta per godersi il frutto del suo “ingegno”. Ma non ha fatto i conti con l'imprevisto, con il paradosso, in un paese in cui nessuno si chiede dove siano finite migliaia di persone per paura di scomparire a loro volta, la polizia e l'esercito si incaponiscono nelle indagini per scoprire che fine abbia fatto Samid.

Un romanzo ben scritto con uno stile asciutto e diretto che no lascia tregua, interessante sia per la storia che ci viene raccontata da Sietecase sia per le continue incursioni nel politico e sociale argentino di quegli anni, un vero e proprio genocidio di civili: 30.000 desaparecidos, l'appropriazione di 500 figli scomparsi, 2 milioni di persone esiliate. Il personaggio di Mariano è incredibile, affascina tutti, uomini, donne, giovani e vecchi, la sua mente è diabolica, circuisce, crea e disfa storie a suo piacimento; a seconda della persona che si trova davanti, uomo o donna, il suo passato può diventare ricco di avventure fantastiche o triste e da dimenticare, e ci credono tutti, è un incantatore. Corre voce sul web che Jhonny Deep abbia acquistato i diritti del libro e interpreterà la parte di Mariano Marquez, ed è perfetto.

Reynaldo Sietecase (Rosario 1961) è un giornalista e scrittore molto noto nel mondo ispanico. Un delitto argentino è il suo primo romanzo in cui compare l'eroe negativo Mariano Màrquez.

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 199
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Un crimen argentino
  • Lingua originale: Spagnolo
  • Editore: Dalai Editore
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788860730008
  • Traduttore: E. Aspesi
  • Prezzo: 15,00€

mercoledì 30 marzo 2011

Letterature - il Festival Internazionale di Roma 2011 - X Ed.


Riparte anche quest' anno uno dei festival letterari più suggestivi della Capitale, "Letterature - il Festival Internazionale della Letteratura di Roma" e con l' edizione di quest' anno siamo alla X edizione.
Suggestivo, perché tutti gli incontri si terranno presso uno dei lughi più belli di Roma, la Basilica di Massenzio, in mezzo ai Fori Imperiali.

Il programma di quest' anno prevede (In rosso gli incontri da CF :P)

19 MAGGIO - Sandro Veronesi e Don De Lillo

24 MAGGIO - Gianrico Carofiglio e Gay Talese

26 MAGGIO - Stefano Benni e David Sedaris

31 MAGGIO - Margaret Mazzantini e David Benioff

07 GIUGNO - Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli e Jo Nesbø

09 GIUGNO - Gary Shteyngart, Pavel Sanaev e l' attrice Ksenija Rappoport

14 GIUGNO - Michela Murgia, Clara Sánchez e Xinran

16 GIUGNO - Antonio Skarmeta e I cinque autori finalisti del Premio Strega 2011

21 GIUGNO - Michele Mari e Wilbur Smith

23 GIUGNO - Serata Elsa Morante, Laura Morante e Carlo Cecchi

Il tuo cuore mi appartiene - Dean Koontz (Sperling and Kupfer 2011)


Il cuore.
Tutto il romanzo ruota intorno a questo elemento, inteso ovviamente come organo vitale per ogni essere vivente, ma anche come simbolo di una storia d'amore, così come fulcro, nucleo di ogni storia che si racconta.

Ryan Perry ha avuto tutto dalla vita: successo nel lavoro, ricchezza, fama, ma non è ancora riuscito ad ottenere la cosa a cui tiene di più: il cuore della sua amata.
Tutto il suo mondo comincia a traballare quando si manifestano i primi anomali segnali del suo problema cardiologico; manie di persecuzione, sospetti, strani rumori ed altrettanto inconsuete visioni cominciano a materializzarsi nella vita di Ryan, ma tutto sembra andare per il meglio quando, costretto dall'evoluzione della patologia a sottoporsi ad un trapianto di cuore per risolvere definitivamente il suo grave problema, tutte questi sintomi spariscono.
Appunto, sembra....
Da quel momento in avanti inizia una serie ancora più strana di situazioni misteriose culminanti con il drammatico incontro con una giovane orientale che reclama “ciò che le appartiene”.

Malgrado il titolo sveli molto sulla trama, è un buon romanzo, classico stile Koontz, con un protagonista perseguitato e un corollario di personaggi di contorno ben delineati, anche se molti fanno solo una fugace apparizione e l'autore li abbandona senza svilupparne ulteriori implicazioni. A differenza degli ultimi lavori, il finale è più sensato, in quanto questa volta l'autore dà un senso logico agli avvenimenti senza chiudere la storia in maniera scadente, frettolosa e poco originale. Anche in questo racconto le situazioni umoristiche e ai confini del paranormale che da sempre contraddistinguono i racconti di Koontz non mancano e ne fanno uno dei punti di forza.

Una nota a margine: leggendo questo racconto mi è salito un senso di irrequietudine e di ansia legato alla patologia del protagonista, ci si sente in qualche maniera coinvolti nel suo problema e mi è venuto naturale, mano a mano che il racconto procedeva, continuare a portare la mano sulla parte sinistra del petto per assicurarsi che il tutto funzionasse regolarmente...

Articolo di picchio

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 337
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Your Heart Belongs to Me
  • Lingua originale: Inglese
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788820049782
  • Traduttore: T. Dobner 
  • prezzo: 19,90€

martedì 29 marzo 2011

Le mani sugli occhi - Ugo Barbàra (Piemme 2011)


"Barbàra scrive come un detective e pensa come un assassino" Donato Carrisi

Ore 20.00 appuntamento presso un winepub del centro. L' incontro servirà a capire che fine hanno fatto 30 miliardi di dollari. Avete capito bene, 30 miliardi di dollari in bond. La tensione è alta, e arrivato all' appuntamento trovo seduti ad un tavolo, Alessandra "Bonnie" Buccheri sulla sinistra, Ugo "Syergyej" Barbàra e la sua collaboratrice che non smetteva di far foto, Arianna "Арианна льда".
Dopo i primi convenevoli, decidiamo di aspettare l' ultima invitata, Lara, prima di dar via alle danze. L' attesa è estenuante, 30 miliardi di dollari non svaniscono nel nulla come per magia. Nemmeno il tempo di fare la prima domanda a Barbàra, che compare sulla porta, Lara. Altro giro di presentazioni, altri convenevoli ma nessuno ha ancora detto nulla dei 30miliardi.
Ordiniamo da bere, del resto siamo in un wine pub e naturalmente io prendo una birra. La Buccheri ordina circa due tonnellate di caponata con la scusa "se ci lavora ancora la mamma del proprietario fa una caponata buonissima", ma nessuno ha detto alla Buccheri che se gli fai fare due tonnellate di caponata quella signora muore sui fornelli! :D
Ok, ci siamo tutti e apriamo le danze. Di cosa si parla? Ma naturalmente dell' ultimo romanzo di Ugo Barbàra edito da Piemme, "Le mani sugli occhi".
Anche in questo caso, Barbàra parte da una storia di cronaca realmente accaduta nel 2008 che vede come protagonisti dei giapponesi bloccati alla dogana svizzera con l' equivalente dell' 1% del PIL Americano (che detta così sembrano bruscolini, ma che vi assicuro rappresenta una cifra che l' autore ha dovuto "abbassare" a 30 miliardi di dollari per "far sì che la storia potesse essere credibile, anche perché scrivere un romanzo e parlare di 135 miliardi di Bond americani sarebbe sembrato più un fantasy che un thriller") che gli americani hanno subito etichettati come falsi.
Un ottimo incipit per costruirci sopra un romanzo.
Torna di scena Vittorio Tanlongo, avvocato conosciuto nel primo romanzo di Barbàra, "Il Corruttore", che questa volta si trova, suo malgrado, costretto a dover lavorare per degli spietatissimi russi che hanno posto sulla bilancia: accettare l' incarico o veder fatto del male alla famiglia nel frattempo rapita.
Un Vittorio Talongo diverso da come l' avevamo conosciuto ne "Il Corruttore" (romanzo che comunque invito a leggere), un personaggio che, per sua ammissione, l'autore sente molto vicino anche per alcuni aspetti vissuti in comune col suo personaggio (pur se in modi differenti), come ad esempio la collusione col potere, - per Vittorio perché nel male c'è cresciuto ed è quasi intrinseco alla sua esistenza, per Ugo perché lavorando come giornalista di cronaca ha avuto a che fare con fatti di cui il nostro Paese va poco fiero.
Un ottimo romanzo che, malgrado le sue oltre 500 pagine, scorre senza problemi, portando il lettore all' interno di un intrigo internazionale che nulla ha da invidiare ai maestri del thriller e del financial procedural americani.
Ugo Barbàra negli anni ci ha sempre abituati a ottimi romanzi d' inchiesta che intrecciano una base di fatti di cronaca realmente accaduti e una capacità, fuori dal normale, di riuscire a crearci attorno romanzi che tengono il lettore inchiodati alla lettura, e "Le mani sugli occhi" non è da meno, anche nelle parti in cui si parla dei meccanismi economini che non sono di certo temi di discussioni da tenere davanti a un tagliere di formaggi e salumi.
La serata prosegue tra agenti della CIA travestiti da venditori di rose (io son sicuro che fossero della CIA!!), calici di vini rossi e kili di caponata che la nostra amica Alessandra continua a ordinare anche quando, alla quarta volta, la cameriera dice è finita. :D
Tra disquisizioni di varia natura, la non-presentazione prosegue con la spiegazione del perché di questo titolo: "In realtà questo titolo è molto incentrato su Elisa (moglie di Talongo, ndr), perchè mentre ne "Il Corruttore" lei capisce l' origine della loro mostruosa ricchezza, in questo romanzo, l' origine di quella ricchezza viene a reclamare il conto e quindi le mani sugli occhi non le può più tenere."
Prima che i fumi dell' alcool ci accechino, Lara Facondi pone una domanda, che si rivela chiave per la serata, sulla caratterizzazione del Talongo e chiede all' autore il perché di tanta negatività intorno alla visione della natura umana considerando che Vittorio Talongo cerca di ricostruirsi una vita ma alla fine non ci riesce e la domanda pare arrivare da un trattato esistenzialistico siciliano: "Perchè chi nasci tunnu nun pò moriri quatratu (Chi nasce rotondo non può morire quadrato) e se fin adesso hai vissuto in una determinata maniera, ponendo la tua esistenza al centro di un unica filosofia che tutti hanno un prezzo e solo dopo aver maturato che sia possibile cambiare e ti rendi conto dell' inesattezza di questa ragione di vita, il tuo passato torna con più arroganza e viene a reclamare il conto, perché tu puoi cambiare ma ciò che è stato tornerà sempre a ricordarti quale sia la tua vera natura".
Davanti agli sguardi agghiaccianti di questa (giustissima) affermazione, i commensali al mio fianco cominciano a pensare al proprio passato, compreso il sottoscritto, e l' angoscia inizia a salire (o forse era la peperonata!?).
Ugo ci regala una chicca prima della pausa nicotina e dei saluti finali: ci sarà anche un terzo romanzo con Talongo come protagonista, che avrà un respiro ancora più internazionale con un colpo di scena eclatante riguardante il figlio di Vittorio Talongo, Alessio, e che di certo non vi anticipo!
In chiusura, un libro davvero accattivante da leggere assolutamente.


Quarta di copertina
Vittorio Tanlongo sa cosa si prova. Conosce il senso di onnipotenza di chi legge dentro i sogni, le avidità, le frustrazioni degli altri. Titolare di un avviato studio legale per i più, abilissimo faccendiere per i pochi che hanno potuto permettersi i suoi servigi, ha assaporato il sottile piacere del burattinaio che tira i fili ed è maestro nel condurre gli affari, ora allettando e corrompendo, ora invece truffando, minacciando, ricattando. Ma dopo un grosso colpo per il quale ha rischiato di perdere tutto, Tanlongo con quella vita ha chiuso ed è sparito per qualche anno. Ora che è tornato, sua moglie Elisa, i suoi tre bambini e la villa seminascosta sul lago di Bracciano sono il suo unico orizzonte. Ma il passato non dimentica. Alcuni russi che aveva saputo servire bene lo hanno rintracciato e pretendono che lavori di nuovo per loro. Non c’è spazio per un rifiuto: hanno eliminato Teo, il suo braccio destro, e prendono in ostaggio la sua famiglia. Ci sono di mezzo trenta miliardi in bond americani sequestrati alla frontiera con la Svizzera e un’inchiesta condotta da un magistrato, Federica Assioli, che è anche l’unica donna che Vittorio abbia mai amato prima di sua moglie. L’unica che, come sua moglie, non vorrebbe ingannare. Ma la posta in gioco non sono più il denaro, il successo, il potere: la posta in gioco ora è la vita. Senza possibilità di scelta, Vittorio comincia a imbastire la sua commedia. Solo che questa volta anche lui è un burattino, e la commedia rischia di farsi tragedia già al secondo atto.


Ricordiamo inoltre che l' autore sarà disponibile presso la FanPage di Facebook giovedì 31 marzo dalle 15.30 alle 16.30 per una chiaccherata intervista coi sui fans

Articolo di Enzo "BodyCold" Carcello

Dettagli del libro
  • Editore Piemme
  • Collana Narrativa
  • Rilegatura brossura con sovraccoperta
  • Formato 13x21 cm
  • Pagine 518
  • Prezzo: 18,50€
  • Data di pubblicazione marzo 2011
  • ISBN 978-88-566-1588-3


lunedì 28 marzo 2011

Notte di sangue a Coyote Crossing – Victor Gischler (Meridiano Zero 2011)


Mi accesi una sigaretta e aspirai a fondo, soffiando poi nella notte una lunga scia di fumo che restò immobile aspettando di scroccare un passaggio a una folata di vento.

Toby Sawyer è un vice sceriffo part-time. Il suo sogno è di fare il musicista, andare a Londra e suonare in una band di successo. E invece sua madre muore, lui torna a Coyote Crossing “nel buco del culo dell'Oklahoma” per i funerali e senza neanche accorgersene ci resta. Doris, una ragazza con cui è uscito un paio di volte resta incinta e così Toby si ritrova senza neanche accorgersene padre e marito di una donna che “aveva la stessa energia del coniglietto delle pile, solo che la usava per rompere”.
La vita a Coyote Crossing è lenta e monotona. Una città in mezzo al nulla, dove non succede mai niente, dove anche i cellulari si rifiutano di funzionare. Tanto per non annoiarsi troppo Toby ha anche un'amante, Molly,una minorenne che non vede l'ora di iniziare il college per andarsene. Ma tutto questo è solo il contorno della storia che Victor Gischler ci racconta in Notte di sangue a Coyote Crossing uscito il 23 marzo per Meridiano Zero, ottimamente tradotto da Luca Conti.
Toby Sawyer vivrà una notte lunga e movimentata. Una notte in cui dovrà fare la guardia al cadavere di Luke Jordan, il bell'imbusto del paese ucciso a revolverate in mezzo alla strada. Si allontana per poco tempo e al suo ritorno il cadavere è scomparso. Come è possibile? Dove può essere andato? Morto era morto.... “Battei di corsa le strade, guardando in tutte le ombre. Forse allora non era morto sul serio, ed era strisciato via. Vengono in mente cose del genere, dei miracoli che possano in qualche modo rimettere a posto le catastrofi.” Una notte che sembra non avere mai fine e in cui Toby dovrà dire addio per sempre ai suoi sogni e ai suoi atteggiamenti infantili se vuole sopravvivere e diventare un uomo.
Western e noir si fondono in questo splendido romanzo di Victor Gischler dando vita ad una miscela altamente esplosiva e di forte impatto. E' un romanzo che non da tregua. Sarà perché si svolge tutto in una notte, sarà perché la scrittura di Gischler non consente pause ma vi assicuro che una volta iniziato non riuscirete ad abbandonarlo se non alla fine.
Verrete rapiti e trascinati in Oklahoma e vi ritroverete a correre sulla Main Street insieme a Toby. Ironico, sfacciato, diretto, questo è il linguaggio a cui Gischler ci ha abituato e in appena 207 pagine ritroviamo tutto il suo stile e il suo talento. Dialoghi avvincenti, humor nero e una schiera di personaggi fantasticamente caratterizzati da uno degli autori secondo me più geniali degli ultimi anni.

Articolo di Marianna "mari" de Rossi

Dettagli del libro
  • Listino € 14,00
  • Editore Meridiano Zero
  • Collana Meridianonero
  • Data uscita 23/03/2011
  • Pagine 256, brossura
  • Lingua Italiano
  • EAN 9788882372330

domenica 27 marzo 2011

Spirali - Jeffery Deaver (BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2008)


Ormai ho già scritto decine di volte quanto mi piace Deaver e quasi altrettante quanto ritenga difficile per un autore saper scrivere bene sia romanzi che racconti, per cui soprassiedo.
Ero molto curioso di avvicinarmi a questa raccolta del buon Jeffery, proprio per valutare le sue capacità e perché ero intrigato dal suo stesso annuncio, ovvero che mentre nei romanzi si sente costretto a non “tradire” il lettore, nei racconti si sente molto più libero di spiazzare portando la narrazione su binari imprevedibili.
Che dire? Sulla carta la soluzione è assolutamente intrigante e degna di un autore del genere e senza ombra di dubbio viene messa in pratica bene fino in fondo…
Eppure…
Eppure non sono entusiasta come avrei sperato.
Sì, i racconti sono originali, senza dubbio e sono scritti con le capacità ben note di Deaver, il problema è che sono spesso e volentieri “prevedibili nell’imprevedibilità”.
Mi spiego meglio: in buona parte dei racconti la vicenda prende una piega piuttosto evidente, fin troppo evidente oserei dire, tanto che ad un certo punto ci si trova a dire “beh, visto che l’autore ha detto di voler stupire, la cosa più particolare sarebbe questa”, col risultato che spesso si indovina togliendo il gusto di essere realmente stupiti.
In sostanza, proprio per la voglia di stupire e spiazzare, Deaver ha fatto l’autogol di annunciare le sue intenzioni, un po’ come un mago che racconta al pubblico cosa sta per succedere: provateci e vedrete che vi toglierà buona parte del gusto Occhiolino
Quindi in sostanza abbiamo dei racconti sicuramente ben scritti, sicuramente divertenti da leggere e mediamente appassionanti: sarebbe una gran conquista per molti autori, ma da Deaver mi aspetto di più.
Piccola chicca: tra i vari pezzi trovate anche un racconto inedito con protagonisti Lincoln Rhyme ed Amelia Sachs, nel caso vogliate leggere tutto (ma proprio tutto) dei due protagonisti.

Articolo di Sergio "Aries" Ferragina

Dettagli del libro
  • # Brossura: 408 pagine
  • # Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (10 settembre 2008)
  • # Collana: Narrativa
  • # Lingua: Italiano
  • # ISBN-10: 8817026298
  • # ISBN-13: 978-8817026291

sabato 26 marzo 2011

Le due verità - Agatha Christie


Se i romanzi con protagonista il Belga Hercule Poirot sono, a conti fatti, una garanzia quasi totale di qualità o, comunque, di un testo avvincente (non parlo di Miss Marple, non avendola ancora mai letta), devo dire che i pochi romanzi della Christie popolati da personaggi diversi finiscono sempre per rappresentare, almeno per me, una piacevolissima sorpresa.
Libera da un certo tipo di schema che, con personaggi ricorrenti, spesso e volentieri diventa obbligato, l’autrice si lancia in scelte più originali sia nell’imbastire la trama che nella graduale scoperta della verità finale.
Le due verità (triste traduzione di “Ordeal by Innocence”) è un caso lampante di quanto scritto: ben imbastito, molto introspettivo, assolutamente fresco negli intrecci e nelle idee, è un romanzo che si lascia divorare in breve tempo, caricando il lettore di quella meravigliosa voglia di “saperne di più”.
Belli i personaggi, azzeccato il ruolo dello “scopritore”, affascinante la scoperta a strati dei segreti nascosti.
Un breve sunto della trama: il dottor Calgary, di ritorno da una spedizione al Polo Sud che l’ha tenuto fuori dal Paese per sei mesi, scopre che una persona è stata condannata per omicidio ed è morta in carcere pur essendo innocente; l’innocenza è certa, dato che l’alibi di questa persona era propriio il dottore.
E’ così che, per senso del dovere, decide di contattare la famiglia del giovane ingiustamente accusato e di farne riabilitare il nome… peccato che le reazioni al suo gesto da parte dei familiari saranno molto diverse da quel che si aspettava.
Da leggere.

Personaggi:
  • Arthur Calgary, narratore
  • Leo Argyle, padre di Jacko e vedovo di Rachel Argyle
  • Gwenda Vaughan, segretaria di Leo e sua fidanzata
  • Christina Argyle, figlia adottiva
  • Hester Argyle, figlia adottiva
  • Mary Durrant, figlia adottiva
  • Philip Durrant, marito di Mary
  • Michael Argyle, figlio adottivo
  • Maureen Clegg, vedova di Jacko Argyle
  • Joe Clegg, attuale marito di Maureen
  • Donald Craig, medico e fidanzato di Hester
  • Kirsten Lindstrom, governante e infermiera
  • Finney, Commissario di Contea
  • Huish, sovrintendente di Polizia
  • Andrew Marshall, avvocato degli Argyle
Articolo di Sergio "Aries" Ferragina

Dettagli del libro
  • Autore: Christie Agatha
  • Editore: Mondadori
  • Genere: letteratura straniera
  • Edizione: 13
  • Collana: Oscar scrittori del Novecento
  • ISBN: 8804397446
  • ISBN-13: 9788804397441
  • Data pubbl.: 01 gennaio '94

    venerdì 25 marzo 2011

    Il mio primo omicidio – Leena K. Lehtolainen (Fanucci 2010)


    Avevo preso un certo numero di decisioni che riguardavano la mia vita, ma anche quelle era improbabile che fossero definitive. Chissà se, nel giro di qualche anno, non avrei voluto di nuovo cambiare rotta.

    A furor di popolo Fanucci pubblica il primo libro incentrato sulle avventure dell’investigatrice Maria Kallio, Il mio primo omicidio di Leena K. Lehtolainen. Il libro è uscito in Finlandia nel 1993, è stato tradotto in sedici lingue e ne è stata tratta anche una serie tv. Ad oggi sono undici i libri della serie che hanno reso l’autrice una delle scrittrici più lette in Finlandia.
    Maria Kallio dopo aver superato con successo il concorso per entrare in polizia e passato l’esame di ammissione alla facoltà di giurisprudenza decide di prendersi una pausa dagli studi e tornare per sei mesi alla centrale di Helsinki. Aveva bisogno di ritrovare un po’ d’azione, di certo non poteva immaginare che avrebbe dovuto sostituire il suo capo sempre troppo sbornio per poter lavorare.
    Così un bel giorno toccò a lei recarsi sulla scena di un delitto. Il cadavere di Jukka Peltronen giace in acqua, intorno a lui increduli ci sono gli amici con cui stava trascorrendo qualche giorno nella sua villa. Facevano tutti parte di un coro, l’ASPROFF e si trovavano li per fare delle prove in vista di un impegno. Per Maria non sono degli sconosciuti. Conosce parecchi di loro, e conosceva anche Jukka il bello. Ai tempi del college Jukka frequentava la ragazza con cui Maria divideva l’appartamento. Ma adesso le cose erano cambiate, adesso lei era una poliziotta e non voleva e non poteva farsi coinvolgere troppo da queste persone.
    Questo è il preludio. Il resto lo lascio a voi. Personalmente ho trovato questa storia molto scialba. La scrittura è buona e anche i risvolti psicologici dell’indagine non sono male, ma è tutto il contorno che non ha saputo suscitare in me il minimo coinvolgimento.
    Le turbe di Maria Kallio sul fatto di sentirsi più a suo agio con la divisa piuttosto che con i jeans o essere a conoscenza del suo piccolo segreto riguardante il colore dei suoi capelli. E poi i nomi dei protagonisti: Jyri, Tullia, Mirja, Piia, Jukka, Antii, Rane…ogni due righe dovevo fermarmi per fare mente locale e cercare di ricordami quali erano gli uomini e quali le donne.
    Probabilmente sono io che non vado molto d’accordo con la letteratura nordica o forse c’è troppo sovraffollamento di capolavori da quella parte d’Europa. E’ sicuramente un libro che si lascia leggere in pochissimo tempo, anche se un grande aiuto me lo ha dato il guasto alla Metro B di Roma di qualche giorno fa, però è anche una di quelle storie che ti scivola addosso senza lasciarti niente.

    Articolo di Marianna "Mari" de Rossi

    Dettagli del libro
    • Autore: LEHTOLAINEN LEENA K.
    • Titolo: IL MIO PRIMO OMICIDIO
    • Genere: Libri
    • Editore: FANUCCI
    • Prezzo: € 14,90
    • Pubblicazione: 10/2010
    • Numero di pagine: 247
    • Lingua: Italiano
    • ISBN-13: 9788834716687
    • ISBN: 883471668X 

    giovedì 24 marzo 2011

    Il segreto del Grace College – Krystyna Kuhn (Ed. Nord 2011)


    Benvenuti al Grace College e benvenuti alla fiera delle banalità e dei luoghi comuni! Iniziamo con il dire che il Grace è un college per pochi eletti, per menti eccelse, ed è situato nel bel mezzo del nulla, sulle Montagne Rocciose, con tanto di ghiacciaio e di lago pericolosissimo, difficile da raggiungere e lontano ore di macchina dal paesello più vicino. Ambientazione originale, non c'è che dire. I fratelli Julia e Robert Frost, con un oscuro passato arrivano con una settimana di ritardo e da subito capiscono che c'è qualcosa che non va, che qualcosa di minaccioso incombe nell'aria e beati loro perchè io non ho trovato nessun particolare che mi mettesse un briciolino di ansia, ma io a differenza loro non ho una mente eccelsa!
    Nelle prime 110 pagine o giù di li, non succede assolutamente nulla a parte la presentazione degli altri personaggi, i loro compagni di college talmente scontati e scemi che sembra gli abbiano centrifugato il cervello con il braun minipimer. I dialoghi tra di loro sono snervanti e le pippe mentali di Julia (la ragazza deve fare pace con il cervello) così assurde che più di una volta ho pensato che tirasse fuori un mazzo di tarocchi per interrogarli sul futuro dell'universo! Intorno alla metà del libro c'è, ovviamente, la festa di iniziazione, in mezzo al bosco in un luogo proibito, nella rimessa della barche (chissà perchè proibito, mah!) manco a dirlo vicino al lago e qui finalmente accade qualcosa, Robert vede una ragazza tuffarsi nel lago e lui si butta per salvarla e che succede? il tempo cambia repentinamente, si incazza come una belva e inzia il temporale, anzi una bufera, e il lago? Signori miei il lago si anima di vita propria e tira su delle onde pazzesche che a momenti Robert e il suo salvatore David ci restano secchi.
    Ma non preoccupatevi perchè ce la faranno a salvarsi per poi scoprire che era tutto uno scherzo. Ma una ragazza è davvero scomparsa si tratta di Angela la caporedattrice e i nostri super eroi decideranno di indagare da soli perchè i poliziotti locali non hanno menti eccelse, ma loro si! Tutto il romanzo è incentrato nel tentativo di seminare, forzatamente, angoscia e ansia con tanto di finestre che sbattono, passeggiate solitarie nei boschi, voli di rapaci, fulmini saette e temporali, black out improvvisi, un po' come nei film horror di serie B ma l'effettto è tutt'altro che coinvolgente.
    Ci sono un altro paio di cose che mi hanno infastidita in questo libro la prima è quanto si legge in copertina “tutti hanno qualcosa da nascondere” e sarà anche vero ma il passato dei fratelli Frost salta fuori solo alla fine nonostante durante il romanzo vengano seminati indizi in maniera fastidiosa mentre degli altri non si sa nulla (è vero che questo è il primo libro di una saga, ma visto l'enorme sforzo fatto per finirlo, magari un contentino ce lo potevano dare!) e poi la genialata della quarta di copertina “se stai leggendo queste righe, vuol dire che sei la mia unica speranza. Non mi fido più di nessuno. E qualcuno mi spia. Lo sento. Non posso dirti dove siamo esattamente: non so perchè, ma il Grace College non compare sulle cartine. E' come se non esistesse. Ho paura. Molta paura. Temo che nessuno uscirà vivo di qui. Ti prego, aiutami! Julia Frost” .
    Non lasciatevi ingannare, è totalmente fuorviante. Per quanto mi riguarda la parte più bella è stata la fine. Attenzione, non ho detto il finale...

    Articolo di Cristina "cristing" di Bonaventura

    Dettagli del libro
    • Il segreto del Grace College
    • Krystyna Kuhn
    • Traduzione di Roberta Zuppet
    • Collana: Narrativa
    • Editore: Nord
    • Pagine: 304
    • Prezzo: € 16.00
    • In libreria dal: 27 Gennaio 2011

      mercoledì 23 marzo 2011

      La visione cieca - Ilaria Milandri (Foschi Ed. 2011)


      Siamo tristemente prede ignare di noi stessi e il nostro corpo, sempre più spesso, parla, anzi urla al posto nostro.

      Cosa si può dire di un libro che riesce a catturarti dalla prima pagina? Che è bello? Mi sembra un po’ troppo ovvio. Che è coinvolgente? Scontato anche questo. Posso solo dirvi che raramente mi capita di finire un libro e avere la sensazione di aver letto qualcosa di più di un giallo. E’ proprio questo che ho provato ieri quando in treno ho chiuso La visione cieca di Ilaria Milandri edito da Foschi.
      C’è un serial killer in questo libro e come è logico che sia c’è anche un commissario di polizia impegnato nella sua ricerca. Brando è il nome del commissario, Ugo quello del serial killer. Non vi scandalizzate, non vi sto anticipando nulla. L’identità dell'assassino infatti è sconosciuta solo al suo inseguitore. Noi non dovremmo ingegnarci insieme a lui nella soluzione del caso, perché il suo nome ci sarà noto fin da subito e anche quello che fa. Ugo rapisce le sue vittime, le strangola, gli cava gli occhi e poi quando ormai sono morte le violenta. Perché lo fa? Anche questo ci è chiaro da subito, ma non ve lo dirò. Lascerò a voi il gusto di scoprirlo perché il bello di questo libro sta in quello che apparentemente non è scritto ma che si lascia sentire e annusare, perché dove non possono arrivare gli occhi entrano in gioco i sensi.
      “Con il tempo tutto questo andrà al proprio posto, quello giusto, parole, segni, sogni, suoni, tutto. Piegherò i panni, sistemerò la stanza, ordinerò i pensieri, finirò di scrivere... comporrò il puzzle. Le cose mi guideranno, si lasceranno vedere, è sempre stato così, io sono sempre stato così, ho solo smesso di ascoltarle per un po', o forse per ascoltare loro ho smesso di ascoltare le persone.”
      I due protagonisti di questa storia ci portano nei loro mondi, apparentemente opposti ma in realtà molto vicini e simili. Quello che Ilaria Milandri ci racconta non è la semplice caccia all'assassino ma la storia di due uomini vittime del loro passato e bloccati in un presente che ha il sopravvento su di loro. Uno è convinto di dominarlo, l'altro si lascia dominare. Splendida è anche la figura di Lucia, la mamma di Ugo, una donna che non ha avuto niente dalla vita se non suo figlio.
      L'unica critica che mi sento di fare al libro è che sono troppe le intuizioni e i colpi di fortuna che portano Brando sulla strada di Ugo. La sua è sicuramente una dote, però nella vita reale difficilmente si arriva ad un serial killer solo attraverso i sensi. Diciamo che la “struttura” del giallo qualche difetto ce l'ha ma è comunque una lettura che mi ha regalato molte emozioni e spunti di riflessione rispetto a quello che riusciamo veramente a vedere quando guardiamo qualcosa o qualcuno.

      Articolo di Marianna " mari" de Rossi

      Dettagli del libro
      • Autore/i: Ilaria Milandri
      • Editore: Foschi
      • Collana: Romanzi
      • Prezzo € 16.00
      • Formato: Libro in brossura
      • Data di pubblicazione: 2010
      • Pagine: 304
      • ISBN 13: 9788866010005

      martedì 22 marzo 2011

      L’esordiente - Raul Montanari (BaldiniCastoldiDalai 2011)


      «Io sto malissimo, quando scrivo [...] perché questo lavoro diventa pervasivo. Divora. Tracima al di là delle ore che gli dedico, trabocca e cola sul resto della giornata. [...] Vivo in uno stato di tensione, un’asma, una corrente elettrica continua, estenuante, che giorno dopo giorno mi riduce a uno straccio. Divento il vampiro di me stesso: il libro che sto scrivendo succhia tutto quello che mi accade, mi prosciuga la vita presente e passata».

      Livio Aragona è uno scrittore noir cinquantenne, anche se molti lo definiscono erroneamente giallista. La sua vita è scandita dalla scrittura e dalle sue diramazioni: apparizioni televisive, incursioni in casa editrice, presentazioni, corsi di scrittura, momenti di distacco dal mondo. Ha una moglie, Silvia, dolcissima ed eterea, con cui non sta più assieme ma con cui mantiene un rapporto strettissimo d’affetto. Ha anche un’amante cui si sente sempre più legato, un’allieva conosciuta a uno dei suoi corsi: Veronica. Come quasi tutti coloro che partecipano a un corso di scrittura, anche Veronica ha un manoscritto nel cassetto e velleità artistiche, nonostante Livio la consideri, all’inizio, un’autrice non talentuosa. Queste aspirazioni sovvertiranno il succedersi degli eventi e la storia, grazie a una narrazione sapiente e alla suspense apportata dalle manovre losche di un inquietante personaggio, toccherà picchi notevoli di imprevedibilità. E i libri? I libri tirano i fili dell’opera: con l’uscita del suo ultimo romanzo, Livio Aragona tenta di vincere un importantissimo premio letterario e il percorso verso il verdetto finale è un interessante excursus nei retroscena solitamente taciuti di questi concorsi. La dannazione per la scrittura – di cui sono approfonditi baratri ed altezze, con la lucidità che possiede chi conosce bene la materia trattata e vuole riportarla intatta, senza edulcorazioni – come categoria esistenziale viene scandagliata attraverso stati d’animo, esplorazioni introspettive, racconti di vita, perfino barzellette:

      «Un uomo muore. Nella sua vita quest’uomo ha combinato così poco, occupandosi solo di sciocchezze, che le autorità celesti non sanno che fare di lui. Decidono che un angelo lo porterà a visitare Inferno e Paradiso e lascerà scegliere a lui.
      L’angelo scende con l’uomo, un po’ tremante, all’Inferno.
      L’Inferno è questo: un tavolo lunghissimo e stretto, che si perde all’infinito. Seduti ai due lati del tavolo, i dannati battono i tasti di vecchie macchine per scrivere. Ma i tasti non sono tasti: sono spine, vetri aguzzi, lamette da barba... E i diavoli, ghignando, li frustano e li incitano a scrivere lunghissimi romanzi.
      “No, no, che orrore!” scuote la testa l’uomo, vedendo le dita dei disgraziati sanguinare.
      “Allora saliamo in Paradiso” sbuffa l’angelo, annoiato.
      Il Paradiso è questo: un tavolo lunghissimo e stretto, che si perde all’infinito. Seduti ai due lati del tavolo, i beati battono i tasti di vecchie macchine per scrivere. Ma i tasti non sono tasti: sono spine, vetri aguzzi, lamette da barba... E gli angeli, ghignando, li frustano e li incitano a scrivere romanzi interminabili.
      L’uomo si gratta la testa, perplesso. “Scusa” chiede all’angelo “Forse ho perso un passaggio ma... insomma, che differenza c’è fra questi e i dannati?”
      “Ma caro signore... questi pubblicano!”».

      Gli intrecci sono coloriti dalla fauna variegata che compone questo mondo: dal critico letterario viscido, all’Editore che gestisce i suoi intrallazzi, all’editor giovane e competente. Senza pretese di giudizio, Montanari anche in questo si dimostra uno scrittore nel senso lato del termine: lui narra di mondi, conflitti, controsensi. E i giudizi, semmai, li fa dare ai suoi personaggi. Senza pretese assolutistiche, come dimostra la parabola di pensiero di Livio nei confronti dell’esordiente, una parabola che si evolve, matura, si contamina attraverso delusioni e passi falsi.
      Riguardo allo stile ho poco da dire: Montanari ha scritto – e bene – parecchi romanzi, oltre racconti e sceneggiature. La totale padronanza sulla struttura e una forma che si scioglie spontaneamente sulla pagina, gli consentono di concentrarsi sugli aspetti introspettivi e inaspettati della storia. Terminato il romanzo, ne saprete di più sul mondo della scrittura. Vi metterete l’animo in pace e capirete che c’è poco da sondare, le cose stanno così: alle dannazioni non ci sono spiegazioni.


      Articolo di Marilù Oliva

      Dettagli del libro
      • Titolo: L’esordiente
      • Genere: Gialli, Horror, Thriller, Noir
      • Autore: Raul Montanari
      • Editore: B.C. Dalai Editore
      • Anno di Pubblicazione: 2011
      • Collana: Romanzi e racconti
      • Informazioni: pg. 320
      • Codice EAN: 9788860738363
      • Prezzo di copertina: € 18,00

      lunedì 21 marzo 2011

      L' odore acido di quei giorni - Paolo Grugni (Laurana Editore 2011)


      Lo sollevai con fatica, la gamba difettata lo reggeva a malapena. Poi Leo mi indicò qualcosa alle mie spalle, nel suo sguardo lo stupore, l’incredulità, la paura, l’impotenza. Mi voltai e vidi provenire da via D’Azeglio i carri armati. Sullo sfondo le due torri, come ciminiere di una fabbrica, come muse inquietanti, intorno solo nebbia e voci senza volto.

      Tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977 l’Italia attraversò uno dei periodi più bui dal dopoguerra a oggi. I cosiddetti “anni di piombo” rappresentarono la logica conseguenza di una instabilità politica che all’indomani della caduta del fascismo impedì al nostro Paese di rimanere al passo con lo sviluppo economico e sociale che caratterizzò la maggio parte delle nazioni. Raffigurazione concreta delle difficoltà figlie di compromessi provvisori e mai chiariti furono le elezioni politiche del 1976 in cui, nonostante la sinistra avesse ottenuto il 46,7% dei voti (di cui il 34% il solo PCI), i leader non furono capaci di formare un governo, lasciando così mano libera alla DC, divenendone quasi un prolungamento. Nacque, quindi, il cosiddetto “compromesso politico” che scatenò la reazione di quei ceti sociali medio bassi che per primi furono vittima della politica dell’austerità voluta proprio dalla Democrazia Cristiana: operai, studenti e classi subalterne si trovarono letteralmente schiacciate e tradite da quella parte politica (la sinistra) che fino ad allora aveva rappresentato il loro punto di riferimento. Conseguenza di ciò fu la nascita di gruppi antagonisti che scatenarono una vera e propria guerra civile simboleggiata qualche anno più tardi dall’immagine del corpo senza vita di Aldo Moro abbandonato nel portabagagli di una Renault 4.

      Questo è il contesto storico dentro cui lo scrittore Paolo Grugni inserisce il suo romanzo L’odore acido di quei giorni, un giallo con sfumature di action-thriller il cui protagonista (un veterinario ex chirurgo militante) viene coinvolto in una serie di omicidi che sembrerebbero legati proprio ai fatti che stavano sconvolgendo l’Italia in quei giorni difficili. Alessandro Bellezza è un perfetto figlio di quegli anni: un chirurgo con una moglie e due figli che a causa della vicinanza a gruppi armati combattenti, si ritrova improvvisamente radiato dall’albo, privato dei due figli da una moglie che vorrebbe per loro un futuro diverso e lontano da un padre alcolizzato e compromesso politicamente, costretto a trasformarsi in un “raccatta carcasse” di animali feriti o morti lungo la strada che collega Persiceto con San Giacomo del Martignone. Una notte, però, durante uno dei suoi giri, Bellezza si imbatte in una donna apparentemente morta abbandonata ai bordi della strada. Un ritrovamento che gli stravolgerà la vita.
      La narrazione di Grugni è spesso esaltante, già all’inizio, quando descrive magistralmente la bufera di neve che incombe sul piccolo paese, isolando case, staccando luce e telefono, quasi come nel più classico film horror, e dandoci subito quella sensazione di assedio che permarrà fino alla fine del romanzo. Ha poi una straordinaria capacità di farci “sentire” la tensione che si respirava in quel periodo in ogni angolo di strada e in qualsiasi paesino di provincia, come appunto Persiceto che da anonimo agglomerato di poche anime, si trasforma in un covo di traditori, assassini e doppiogiochisti. Le vicende dei personaggi vengono poi accompagnate, quasi scandite, dalle trasmissioni di Radio Alice, una delle tante radio “pirata” nate in quel periodo per contrastare l’ormai obsoleto controllo statale delle comunicazioni.
      In modo analogo a quanto sarebbe accaduto in uno dei capolavori del cinema che da lì a poco sarebbe arrivato nelle sale italiane, I Guerrieri della Notte (Walter Hill, 1979) in cui la voce di una speaker accompagnava la fuga dei guerrieri per le strade di New York, nel romanzo di Grugni veniamo costantemente aggiornati sugli sviluppi della crisi sociale e politica dell’Italia di quegli anni, quando poliziotti e carabinieri sparavano ad altezza d’uomo e dove i dimostranti andavano in giro con passamontagna e tasche piene di armi convenzionali e non.

      L’odore acido di quei giorni è un romanzo a metà tra la fiction e la storia, interessantissimo da leggere soprattutto se quel periodo non lo si è vissuto di persona, ma lo si è studiato soltanto sui libri, uno strumento essenziale per approfondire e capire la storia del nostro Paese, perché, come diceva Indro Montanelli, è indispensabile “conoscere il passato per capire il presente”.

      Articolo di Marcello Gagliani Caputo

      Dettagli del libro
      • Titolo L'odore acido di quei giorni
      • Autore Grugni Paolo
      • Dati 284 p., brossura
      • Prezzo € 16,50
      • Editore Laurana Editore
      • Collana Rimmel narrativa italiana
      • EAN 9788896999059

      domenica 20 marzo 2011

      Il prezzo della scelta - Richard North Patterson (Longanesi 2009)


      Negli ultimi due romanzi usciti in Italia Richard North Patterson ha cambiato una delle regole che l'avevano accompagnato nel corso di praticamente tutta la sua produzione, ovvero la “continuity”, la continuità narrativa che in modo più o meno evidente legava tutti le sue opere.
      Il motivo di questa scelta, oltre ad una possibile voglia di “cambiare” più che legittima in qualunque autore, sta sicuramente nel desiderio di affrontare alcuni argomenti nuovi oppure sotto una nuova angolazione non permessa dal carico di “vicende” già messe in gioco in precedenza.
      Sarebbe stato piuttosto improponibile, infatti, far combaciare i volumi incentrati su Kerry Kilcannon con le citazioni riferite a Bush e Clinton presenti già nell'”Indiziata” e centrali nel “Prezzo della scelta”: messo quindi da parte l'”universo” creato in passato, North Patterson si dedica ad approfondire nuovi aspetti di argomenti che gli stanno evidentemente a cuore.
      “Il prezzo della scelta” è un romanzo coraggioso, per molti versi: in primis perché ad un'analisi superficiale potrebbe sembrare la versione “repubblicana” di “Nessun luogo è sicuro”, ove seguivamo le primarie di un candidato Democratico alla Casa Bianca; in secondo luogo perché l'autore, come aveva già dimostrato più e più volte, non ha timore di trattare argomenti scottanti e “fastidiosi” senza girarci intorno e riuscendo a generare nel lettore reazioni contrastanti, che a volte riescono a toccare il vero e proprio fastidio.
      Come dicevo, “Il prezzo della scelta” condivide con “Nessun luogo è sicuro” l'argomento di base, ovvero le primarie americane nella corsa alla Casa Bianca; ma le similitudini si fermano qui: in questo caso seguiamo le vicende di Corey Grace, candidato repubblicano ed eroe della guerra in Iraq, nel suo tentativo di raggiungere la candidatura ufficiale del partito cercando di non scendere a patti “scomodi”.
      Già, perché Corey Grace è un repubblicano “moderato”, che cerca di concentrarsi sui problemi reali del paese e non su tutti gli aspetti moralistici (per non dire razzisti ed omofobi) che in campagna elettorale vengono sfruttati da molti suoi colleghi di partito e non solo: ed è così che si trova attaccato per la sua storia con un'attrice di colore schierata apertamente coi democratici, è così che deve lottare a caro prezzo per conservare la sua coscienza in un ambiente dove averne una è spesso un handicap, dove sono l'odio e la paura per il prossimo a guidare le scelte più che la logica ed il buon senso.
      Sia chiaro: Grace non è un santo e Patterson non lo dipinge come tale; la sua posizione politica lo rende certe volte indigesto (almeno al sottoscritto, ovviamente) e certi discorsi rimangono “scomodi”, ma l'abilità dell'autore sta proprio nel riuscire a tratteggiare un personaggio di questo tipo in modo realistico e non stereotipato, dando anche uno specchio (temo) fedele dell'america di oggi.
      Un gran bel romanzo, non semplice (ma nessuno scritto da questo autore lo è) e forse meno avvincente dei precedenti, ma da leggere sia per passione che per “capire”.

      Articolo di Sergio "Aries" Ferragina

      Dettagli del libro
      • IL PREZZO DELLA SCELTA
      • Richard North Patterson
      • Traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani
      • Thriller
      • Collana: La Gaja scienza
      • Pagine: 432
      • Prezzo: € 18.60
      • In libreria dal: 19 Marzo 2009

      sabato 19 marzo 2011

      Una parola di otto lettere – Herbert Adams (Polillo 2011 - Bassotto 94)


      E’ cosa nota e universalmente riconosciuta che quella del burbero, sgradevole e scorbutico patriarca, ricco sfondato, circondato da una pletora di parenti serpenti, nullafacenti e “nulla – volenti – fare”, in trepida attesa che passi a miglior vita per darsi alla pazza gioia sperperando i suoi averi, sia una delle figure più a rischio dell’intera letteratura gialla. In particolare gli zii ricchi vivono assai pericolosamente. Il tasso di mortalità della categoria è sicuramente superiore alla media. Le probabilità che qualche congiunto, particolarmente impaziente, dia una manina al destino, contribuendo ad agevolarne la dipartita anzitempo con mezzi non proprio ortodossi, sono statisticamente elevatissime. Quindi quando lo “squire” Bartholomew Blount, in occasione del suo settantesimo compleanno, invita presso la propria tenuta i suoi numerosi, ma non troppo affettuosi, nipoti, diciamo che ci mette parecchio di suo nel creare le condizioni ideali per rientrare ben presto pure lui nel novero della casistica in questione.
      Il suo trapasso prematuro quindi non stupisce più di tanto. Meraviglia piuttosto il fatto, che avvenga in seguito ad una banale caduta da cavallo, essendo lui un provetto cavaliere. Un normale incidente? Parrebbe proprio di si. E come tale verrebbe archiviato, se il giovane dottor Bruce Dickson, non desse corso ai propri sospetti insistendo per eseguire ulteriori e più approfondite analisi, che permettono di svelare la presenza nel sangue del signorotto di una quantità pressoché industriale di un potente veleno ad azione ritardata, assunta (o meglio somministrata) prima di uscire di casa per la sua solita cavalcata quotidiana.. Nella mente del dottore si fa largo quindi una parola terribile. O-m-i-c-i-d-i-o.
      Chi tra tutti i nipoti, ha avuto il coraggio di mettere in atto e portare fino in fondo, quello che tutti gli altri sognavano di fare da una vita ? Naturalmente c’è solo l’imbarazzo della scelta tra il parentado trattato solitamente a pesci in faccia dal trapassato. E che dire poi della vicina, l’imprescindibile “femme fatale”, Miss Mary Hannaford ? In che tipo di rapporti era con Blount, visto che prima dell’”incidente”, si era fermato pure da lei a festeggiare il proprio compleanno ? La lettura del testamento, poi, come spesso accade in questi casi, non fa altro che esasperare l’atmosfera di gelosia, sospetto e inquietudine che si respira nella casa, esacerbando i dissapori tra i vari eredi parzialmente delusi, e innescando la miccia di una serie di strani “infortuni” sulla cui effettiva casualità il dottore ben presto comincia a dubitare fortemente. Toccherà allo stesso giovane medico, alla fine, dipanare l’intricata matassa portando alla luce la verità, inaspettata, che cova sotto la cenere.
      Fin dall’inizio la proposta della collana “I Bassotti” è chiara e trasparente, esposta in calce alla prima pagina di ogni volume. Gialli da salvare, appartenenti possibilmente all’epoca d’oro del mistery, a volte misconosciuti, altre volte inediti ovvero riscoperte di autori caduti nel dimenticatoio. A quest’ultima categoria appartiene sicuramente Herbert Adams che ha avuto il suo momento di gloria in Italia soprattutto negli anni ‘30 protagonista della collana “I Romanzi della Sfinge” edita da Salani (che ha riproposto poi alcuni titoli a cavallo tra gli anni 60 e 70 nella collana “I Romanzi della Rosa”) nonché grazie ad alcuni romanzi pubblicati negli anni 40 nella collana “Il Romanzo per Tutti” del Corriere della Sera, alla pubblicazione da parte delle Edizioni E.D.I.T.A.L. (Edizioni Italiane) di Milano de “La scimmia d’oro” agli inizi degli anni 40, e alla collana “Romanzi Gialli e dell’Enigma” della Sanzogno che ha pubblicato “Il mistero di Porta della Regina” a nome di A. Herbert. Marco Polillo, patron della casa editrice, conosce bene il suo mestiere in forza della sua esperienza decennale ma soprattutto del suo amore per questo genere di romanzi. Quindi quando si tratta di scegliere un titolo da proporre, probabilmente non fa altro che mettere in pratica quanto dichiarato dall’io narrante del precedente “Bassotto” di Don Betteridge “L’alibi di Scotland Yard” (I Bassotti n. 92).“A noi piace qualcosa che conosciamo e che possiamo capire. In fondo mentalmente, siamo tutti bambini; e quando devi intrattenere dei bambini, se sei furbo, non inventi storie nuove e fantasiose, ma vai sul sicuro con “Cenerentola” e “I Tre Orsi”. E si comporta di conseguenza. Non ci pensa minimamente a propinarci assassini cHannibali, o peggio ancora qualche genere di “contaminazione” che pare essere la parola d’ordine oggigiorno.
      Per accontentare i suoi Fedeli Lettori, si limita a far leva su fattori che compongono una formula sperimentata e collaudata ormai da più di 100 anni. Anche questo romanzo non fa eccezione. Noi appassionati, al pari dei bambini che adorano essere intrattenuti all’infinito con le stesse storie, vorremmo sempre leggere la descrizione di tante altre Wintle Harford Manor che “…risaliva ai tempi della Regina Anna. …La costruzione era molto vasta ma non superava mai i due piani d’altezza.. I mattoni rossi erano addolciti dal tempo e gli angoli esposti al sole erano coperti di glicine, magnolie e di altre piante fiorite”. O del suo salone “con le pareti rivestite di quercia e il grande camino …I mobili erano chiaramente di pregio e se anche il tappeto turco e la tappezzeria erano consunti, , questo non era indice di povertà ma di appagamento” Ecco “appagamento” è quello che deriva dalla lettura di questo romanzo. Nessun delirio o estasi o esaltazione particolare. Piuttosto una sana, contegnosa, misurata, soddisfazione temperata da un imperturbabile “self control” anglosassone, per un romanzo comunque non destinato a entrare nella storia del genere, scritto per di più da un autore il cui nome e cognome nel suo momento di massima popolarità in Italia venivano addirittura confusi l’un l’altro, ma innegabilmente piacevole e scorrevole. Uno scrittore che ritengo possa venire, senza offesa, classificato come “minore” rispetto a molti altri, ma comunque meritevole di essere ricordato dagli appassionati come un “buon artigiano”, di quelli che magari non sono mai riusciti a scrivere un capolavoro ma sicuramente da stimare in modo particolare proprio per quelle doti, richiamate nella quarta copertina, di “freschezza e leggerezza“. E con tale spirito deve essere letto e giudicato questo romanzo.
      Una lettura lieve e semplice, da gradire al pari di una buona tazza di the. Adams ci prende per mano e ci accompagna attraverso una storia che sarà particolarmente apprezzata da coloro che preferiscono abbandonarsi tranquillamente alla trama in sé e per sé piuttosto che perdersi nei contorti labirinti di mille e più indizi, false piste, alibi fasulli, travestimenti, eventi sovrannaturali, spettri, messaggi dagli spiriti e ipotesi disparate quanto fantasiose. Senza pretese ma con l’unico scopo di farci trascorrere in maniera rilassata qualche ora del nostro tempo. E scusate se è poco. Una vicenda che ha il sapore di qualcosa d’altri tempi, con un giusto tocco di rosa (ma non più di tante altre storie) e qualche “effetto speciale” di genere sovrannaturale dal sapore un po’ ingenuo, e a cui in realtà probabilmente non crede realmente nessuno, in quanto completamente avulso dall’atmosfera che pervade la storia per niente gotica. Nel complesso però un insieme che denota un discreto mestiere, con un mistero che forse si comincia a dipanare un po’ troppo prima del tempo, ma che si svelerà nella sua completezza, complessità, interezza e pure nella sua brutalità e malvagità estrema, solo nelle ultimissime pagine.
      Manca forse il plot classico con il segugio a caccia di indizi e la spiegazione finale preferibilmente intorno al caminetto ma c’è comunque molto di quello che i lettori affezionati a questo genere di romanzi si aspettano e giustamente pretendono. Una lettura da fine giornata particolarmente pesante, con funzioni di c-a-l-m-a-n-t-e, in attesa di tuffarsi nella tortuosi labirinti costituiti da enigmi più spettacolari e inestricabili, percorrendo i corridoi, i saloni e le biblioteche di tante altre Styles Court o Villa Rose o Corte Rossa, nel ruolo di spalla di rinomati quanto infallibili investigatori che inchiodano il colpevole con l’ausilio della lente d’ingrandimento o delle proprie “cellule grigie”. Ma queste, che bello, sono altre storie…………..

      Articolo di Alberto "Allanon" Cottini

      Dettagli del libro
      • Titolo: Una parola di otto lettere
      • Autore: Herbert Adams
      • Titolo originale: A word of six letters (Murder without risk! edizione USA)
      • Traduttore Marisa Castino Bado
      • Editore: Polillo
      • Collana I Bassotti n. 94
      • Pagine 248
      • Anno 2011
      • Prezzo euro 13,90

      venerdì 18 marzo 2011

      La Memoria del Destino - Pierpaolo Turitto (Absolutely Free 2010)

      Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice "Mi ricordo". ( F. Nietzsche )

      La memoria. Difficile spiegarne scientificamente i meccanismi. Il come, il quando, il perchè parole ed immagini, suoni e colori vengano scelti, codificati, talvolta resi inaccessibili se non a distanza di anni, a volte incombenti ed imperituri. Una cosa, sicuramente, è universalmente valida, che, finchè un morbo degenerativo non faccia tabula rasa di ogni briciola nei nostri gangli, ciò che siamo nel presente è basato e filtrato da ciò che quei "cassetti" contengono. Che sia il passato di uno o quello di un'intera nazione, è e rimane ciò che definisce lo spazio e la strada su cui stiamo andando. E se la memoria è bussola e nord magnetico , la destinazione o meglio ancora il destino ne è l'ago. Semplicemente. Parlo di destino e non di fato, non di un "inevitabile" per il quale non abbiamo mai avuto scelta, ma del prodotto della somma di ogni deviazione, di ogni scelta, di ogni stradina e di ogni passo compiuto. Passi come quelli che portano un "ignoto" visitatore a depositare un segreto sulle fragili spalle di Padre Kohler, o quelli che sospingono il professor Gius a consegnare un criptico indizio a due suoi allievi, Tommaso e Marta, poco prima di riannodare i fili del passato ad un destinato presente, sull'asfalto di via Rasella.
      E' il 23 Marzo del 2004, Tommaso e Marta neolaureandi hanno appuntamento con il loro relatore, il professor Gius , nella sua casa di Via Rasella, per quello, che loro pensano sia, una semplice valutazione accademica sulla stesura della loro doppia tesi su Pio XII.
      In realtà il ruolo scelto per loro dallo stesso Gius è tutt'altro che semplice e non ha nulla a che vedere con l'esercizio scolastico .
      Chiusi nello studio del professore per l'arrivo di uno sconosciuto visitatore, assistono, testimoni ciechi perchè impossibilitati dal loro punto di osservazione, ad un dialogo serrato e dai toni accesi. Giochi di luce ed ombre di una lotta tra i due quindi un tonfo sordo ed il rovistare dello sconosciuto sulla scrivania del professore prima di andar via in tutta fretta. Scappano a loro volta, Tommaso e Marta con ancora la busta consegnatagli dal loro mentore, che ora giace riverso ed inanime sul selciato appena sotto la sua finestra. L'ispettore Cangemi, accorso sul posto per gli accertamenti del caso ancora non lo sà e nemmeno i due ragazzi ora impegnati a trovare un senso alla figura stessa di Gius oltre che alla sua morte. Pietro de Simone , giornalista fine e di grande memoria lo sà. Quella è via Rasella ed esattamente sessant'anni prima era stata teatro di un assalto partigiano al reparto tedesco-altoatesino Bozen sfociato poi nell'eccidio di ritorsione delle Fosse Ardeatine. Quello che nessuno di loro, però, può immaginare è che è il passato di Gius, la sua memoria, che sta tracciando il loro destino. Che sono le scelte fatte, prima per creare un'organizzazione dai tratti del culto mitralico e rosacrociano, ed i passi successivi per fermare uno spaventoso evento dettato dalla sofferenza a tessere ed incrociare nell'ordito i fili delle loro vite.
      Ventiquattr'ore, non una di più, è il termine per questa "caccia al tesoro" e per sfuggire allo sconosciuto ora sulle loro tracce. Indizio su indizio i due studenti e l'ispettore troveranno non solo la soluzione dell'enigma della morte del professore, ma della sua stessa vita, occulta e non, e il valore ed il peso della memoria.
      Un giallo sapientemente costruito, quello di Pierpaolo Turitto. Una Roma, che non è solo location, ma viva e palpitante, colma di storie, molte delle quali nascoste solo agli occhi di chi guarda questa vetusta Urbe senza mai afferrarne completamente la magnificenza. Senza chiedersi mai, nell'indifferente noiosità del tran tran quotidiano, quali e quante scelte e quali respiri hanno fatto di questa città quello che scorre ogni giorno sotto le nostre ruote e nei nostri occhi.
      L 'ho letto con voracità, correndo all'unisono con Tommaso e Marta. Raggiunto l'epilogo ho avuto la tentazione di andar fuori, guardare la città con occhi diversi, sentirla sussurrare un'altra storia, darmi un altro dove per comprendere meglio e appieno ciò che sarò.


      Articolo di Daniela "eccozucca" Contini

      Dettagli del libro
      • * Autore/i: Pierpaolo Turitto
      • * Editore: Absolutely Free
      • * Collana: Giallo.doc
      • * Prezzo € 18.00
      • * Formato: Libro in brossura
      • * Data di pubblicazione: 2010
      • * ISBN: 8890414650
      • * ISBN 13: 9788890414657

      mercoledì 16 marzo 2011

      La contessa nera - Rebecca Johns (Garzanti 2011)


      Se è vero che Satana si aggira per il mondo indossando il più umano e seducente dei travestimenti, non poteva che scegliere la Contessa Bathory. Mi rattristo per lei e per le povere ragazze che ha ucciso, note e ignote, umili o illustri che fossero, e per la vita di tutti coloro che ha macchiato con la sua perfida esistenza(R.Johns)

      Risulta davvero strano che a tutt’oggi, escluse le ricostruzioni storiche di qualche gigantesco tomo di saggistica contemporanea, non sia mai stata scritta una degna storia romanzata della Contessa Ungherese Elizabeth Bathory, soprannominata “La contessa sanguinaria”, per avere torturato e sgozzato circa 650 giovani ragazze, allo scopo di farsi il bagno nel loro sangue, ritenendolo pieno di proprietà rigeneranti per la pelle.
      Tenta di colmare questa lacuna l’americana Rebecca Johns, con “La contessa nera” alla seconda prova narrativa dopo l’esordio “Icebergs”, ancora inedito in Italia. Prova riuscita, a mio avviso, solo parzialmente.
      Mi preme subito mettere in evidenza che questo romanzo non ha l’obiettivo di shockare, soffermandosi e indugiando nei particolari più morbosi e cruenti delle attività delittuose della contessa; chi è alla ricerca di una macabra descrizione delle sue pratiche sadiche e perverse rimarrà a bocca asciutta. Solo in rarissimi casi si accenna a qualche episodio violento, ma sempre in maniera molto sfumata e sfuggevole.
      Il romanzo si apre dagli ultimi anni di vita della Bathory, intorno al 1610, nel periodo della sua prigionia, una condanna che sconta murata viva nella torre del suo Castello di Cachtice. La scrittura delle sue memorie al figlio minore prediletto Pal rappresenta il pretesto per la Jonhs di ripercorrere la vita della contessa, dall’infanzia sino alla fine dei suoi giorni. Narrazione che scorre in maniera fluida e veloce, grazie a una prosa elegante e di piacevole fruizione.
      Dietro questo romanzo ci sta un notevole e faticoso lavoro di documentazione, ho sempre provato grande curiosità per questo personaggio e ritengo questa lettura, a conti fatti, una bella esperienza e un motivo di arricchimento formativo personale. Scopo primario della scrittrice è focalizzare un quadro profondo ed accurato della figura della Contessa. Viene presentato il ritratto di una nobile donna intelligente, colta, forte, autoritaria, amorevole madre, avveduta amministratrice delle innumerevoli proprietà di famiglia e lungimirante stratega politica. Promessa in matrimonio fino in giovanissima età all’erede di una famiglia ricchissima, Ferenc Nadasdy, Elizabeth si sposa a soli quindici anni. Le continue assenze del marito, impegnato sia in campagne militari contro i turchi, sia in vili tradimenti amorosi con le giovani servette, aumentano il senso di forte solitudine e disagio della Contessa che sviluppa, probabilmente anche a causa di ciò, le sue devianze criminali.
      E’ mia impressione però che il tratteggio della figura della contessa delineato dalla Johns ne esca, a tratti, ambiguo e confuso.
      Ciò che manca maggiormente sono proprio la motivazioni che ne hanno scatenato la formazione del suo lato oscuro, il germe che ne ha generato la crudeltà. Solo verso la fine del romanzo è intuibile un progressivo squilibrio psichico della Bathory, ma risulta elemento marginale e gestito in maniera troppo frettolosa. Rimane incomprensibile il tentativo della scrittrice di giustificare con ogni mezzo la Contessa. Addirittura nella (saltuaria) descrizione degli assassinii delle giovani serve, queste ultime vengono tratteggiate in modo così spregevole che in un certo senso il lettore è portato a patteggiare per la carnefice. Forse la scelta narrativa di utilizzare la forma dell’epistola al figlio minore, può in un certo senso rappresentare lo sforzo della stessa Bathory di discolparsi agli occhi del figlio. Sarebbe interessante chiarire, magari in una intervista approfondita, l’esatto punto di vista della scrittrice a tal proposito.
      D’altronde una educazione rigida, un marito incostante e fedifrago e una supposta congiura politica ai danni della Contessa da parte del neo eletto conte Palatino Gyorgy Thurzò, non possono da soli motivare le centinaia e centinaia di brutali omicidi DOCUMENTATI, di quella che è considerata la più efferata e prolifica serial killer della storia.

      Articolo di Marco "Killer Mantovano" Piva

      Dettagli del libro
      • Formato: Rilegato
      • Pagine: 323
      • Lingua: Italiano
      • Titolo originale: The Countess
      • Lingua originale: Inglese
      • Editore: Garzanti Libri
      • Anno di pubblicazione 2011
      • Codice EAN: 9788811670346
      • Traduttore: C. Marseguerra 

      martedì 15 marzo 2011

      Detectives! 2 - Fabio Lotti


      Vista la buona accoglienza del primo articolo (non ho ricevuto lettere minatorie) ecco il secondo scritto sempre a braccio, raccogliendo alcuni pezzi sparsi in qua e là e facendo perno su una lucidissima (autoironia) memoria. Una cosetta semplice per rendere la lettura più scorrevole. Da ringraziare, soprattutto, l’editore Polillo che ci ha fatto riscoprire tanti piccoli tesori.
      “La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore americano Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato creato dalla penna di Erle Stanley Gardner”. L’ho scritto talmente tante volte che non mi pare nemmeno vero (ora ho addirittura qualche dubbio). Comunque più che dal personaggio libresco sono stato colpito da quello televisivo, interpretato proprio dall’attore sopraccitato. E anche dall’ambiente. Per un ragazzotto ignorantotto abituato ai vicoli di paese e alle case modeste (magari senza il water) le aule dei tribunali e gli uffici degli avvocati esercitavano un fascino irresistibile, quasi una morbosa curiosità unita ad una sorta di timida soggezione. A bocca spalancata insieme ad altri delinquentelli per seguire i dibattiti accesi fra l’accusa e la difesa e gli scontri con il procuratore distrettuale Hamilton Burger, al bar del prete o al bar “Italia” (Don Camillo e Peppone), tra il fumo e qualche rutto improvviso che si spandeva fragrante nell’aria. Presi pure, diciamolo, dalle grazie rotonde di Della Street verso cui non mancavano risatine varie, fischi di apprezzamento e perfino proposte da bunga bunga (senza sborsamento di sghei, però). Diversi anni più tardi gli attori, tutti imbolsiti sciuparono un po’ il mito…(peccato).
      Se sono rimasto ammaliato dalle incredibili deduzioni di Holmes con l’occhietto attento e vispo, figuriamoci di fronte a quelle di un investigatore cieco come Duncan Maclain di Baynard Kendrik, che deve sfruttare al massimo gli altri sensi. Qualche spunto personale. Cieco da più di vent’anni per un incidente mentre era in servizio durante la prima guerra mondiale, passo sicuro e scattante come la mente ma malinconico dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e la perdita dell’amico più intimo. Capelli neri e crespi, personalità magnetica senza compromessi, qualche buona tirata di sigaro. Abile con le mani “Sybilla rimase a osservarlo affascinata quando lui prese da un cassetto un puzzle di cinquanta pezzi e lo posò sulla scrivania. Le dita affusolate del capitano si muovevano più velocemente dello sguardo di lei, tastando e scartando i vari pezzi”. Ha un servitore di nome Cappo ed un cane femmina di nome Schnucke (mi ricordo anche di un cane piuttosto feroce). E’ metereopatico dato che “i capricci del tempo esercitavano una forte influenza” su di lui (non solo su di lui…). La ricompensa per un uomo che non può vedere sono le semplici cose della vita “E il pericolo. La sfida. L’incessante battaglia combattuta col cervello contro uomini in possesso di occhi perfettamente funzionanti. E la vittoria. Ogni tanto si arrabbia ma gli passa subito”. In un libro, ripubblicato di recente da cui ho tratto qualche frase sopraccitata, tira fuori una serie di deduzioni alla Sherlock Holmes, per spiegare perché il sig. Courtney ha un braccio rotto o slegato.
      Seguitelo ”Io non ci vedo ma tutti gli altri sensi sono stati costretti a lavorare il doppio. Lei ha tirato fuori dal cappotto solo un braccio quando la signorina Sprague l’ha aiutato a sfilarselo nell’ingresso. Il suo passo era irregolare quando è entrato qui dentro-indicazione infallibile di una contrazione muscolare, anche nei casi in cui la lesione è a una spalla o a un braccio. Poi si è voltato di lato per darmi una man, un movimento istintivo allo scopo di proteggere il braccio infortunato. Infine c’è la questione dei dolori, signor Courteney. Le sue bende hanno un odore ben preciso. Quanto all’udito, il rumore della seta che sfregava contro il tessuto di lana del suo abito, ogni volta che lei si muoveva, era un altro chiaro indizio, e gli uomini di solito non portano camicia di seta”. La mi’ nonna! Figuriamoci se ci avesse visto…
      Parto dall’autore, anzi dall’autrice. Da Elizabeth Daly. E non perché sia stata la scrittrice americana (1879-1967) preferita da Agatha Christie, e già questo, comunque, costituirebbe un discreto viatico, ma perché solo nel 1940, a sessanta anni suonati, pubblica il suo primo romanzo. Come a dire che c’è speranza per tutti (oggi c’è speranza anche per gli ultra novantenni). Elizabeth nasce a New York da una ricca e potente famiglia, il padre è addirittura giudice alla corte suprema della città e lo zio commediografo, regista e produttore teatrale. Si laurea alla Columbia University, insegna per alcuni anni nello stesso College che ha frequentato da studentessa, si dedica al teatro ed infine, come ho detto, si butta sul giallo dopo essersi esaltata alla lettura di Wilkie Collins.
      In poco tempo sforna un bel po’ di romanzi che hanno come protagonista principale Henry Gamadge, giovane sui trent’anni, grande esperto di libri e manoscritti antichi e, a tempo perso, investigatore dilettante. Pochi accenni. Fuma (abbastanza), beve all’occasione (whisky con soda), allegro, divertente, “Gamadge si sforzò di vivacizzare un po’ la festicciola…Versò cocktail, distribuì tartine e tentò di introdurre una nota di frivolezza nell’intero procedimento”. Consapevole delle sue capacità “Il mio è un tipo di cervello estremamente seccante, sa, continua a rimuginare su una questione quando menti meno importune sono pronte a lasciar perdere già da tempo”. Con un pizzico di vanità. Rivolto ad un personaggio “Ne sai quanto me, quindi puoi trarre le mie stesse conclusioni…se il tuo cervello funziona come il mio”. Forse, più che un pizzico…
      Ogni tanto la sua mente vaga per conto suo “Gamadge era appoggiato allo schienale della poltrona, le gambe accavallate, e dalla sua sigaretta si alzava una tremula spirale azzurrina che poi si trasformava in un fungo grigio. Sembrava non badare alle parole dell’interlocutore, aveva gli occhi semichiusi e un’espressione assorta”. Non vuole denaro perché gli piace risolvere gli enigmi senza bisogno di un compenso. Nel complesso una figura piuttosto scialba (seppure con il sorriso stampato sulle labbra).
      Non so se sia successo anche a voi. Qualche volta attira più il nome dell’autore che il titolo del libro. La vita di Edgar Wallace mi ha sempre incuriosito. Soprattutto per un fatto. Scriveva, scriveva, scriveva. Guadagnava, guadagnava, guadagnava. Sperperava, sperperava, sperperava. Ancora oggi non si sa di preciso il numero di commedie, romanzi e racconti che abbia scritto. All’apice del successo gli fruttavano grosso modo sui 250.000 (duecentocinquantamila!) dollari all’anno. Una bella cifretta anche al momento. Nonostante questo ai suoi eredi lasciò un debito di centoquarantamila sterline! Immaginatevi per un attimo la loro faccia davanti al notaio…Ma si ripresero ben presto con i diritti di autore che arrivavano a valanga.
      Come ho scritto recentemente “Una delle ragioni che mi spingono ad acquistare un libro è, talvolta, la “lotta” disperata con un autore di successo. Soprattutto se si tratta di un classico, cioè di uno scrittore che ha avuto una parte più o meno rilevante nella storia del romanzo poliziesco. Per qualche motivo non mi piace ed io continuo a leggerlo, cocciuto, per vedere se riesco in qualche modo a farmelo piacere. E’ un po’ quello che mi succede con Edgar Wallace. Non mi vuole andar giù ma io non demordo” (testone!).
      Sua creatura Mason, l’ispettore capo di Scotland Yard “ un uomo calvo, dagli occhi vivacissimi e dalla voce profonda, melliflua”, volto rotondo, pesante e assorto. Quando rimugina sembra dimenticarsi di ciò che gli sta intorno. Abile negli interrogatori “Un alone di leggenda circondava Mason. Era davvero un uomo cordiale e sotto l’influsso della sua aria bonaria e comprensiva molti criminali, per una malintesa fiducia, gli avevano detto più di quanto avrebbero voluto, cosa di cui si erano amaramente pentiti quando si erano trovati di fronte ai giurati e avevano udito le loro confidenze sfruttate con effetti per loro disastrosi”. Insomma non c’è da fidarsi troppo. Se si passa il segno sa essere diretto, deciso e anche offensivo. Buon conoscitore di romanzi polizieschi se la prende con le storie costruite in ambienti del tutto inverosimili (troppo lusso!), “Il signor Mason scosse il capo, si grattò una guancia e chiuse il libro per ritornare al suo delitto della serata, allo squallore di Tidal Basin, con i suoi vicoli fangosi, le catapecchie di un piano, dove tre famiglie vivevano in uno spazio che sarebbe stato addirittura inadeguato per la stanza da bagno di un appartamento di Park Lane”. Duro con i sottoposti che commettono un errore e che non resistono alle fatiche lavoro “Lei è un poliziotto. Non sono ancora ventiquattr’ore che è sveglio e lo rimarrà di certo per altre ventiquattro”. Ma sa anche aiutarli quando se lo meritano. Non ha problemi di sonno, dorme dappertutto e a qualsiasi ora (beato lui). Conosce a memoria i regolamenti, per eluderli in caso di necessità. Stimato “Mason non è cattivo. E’ uno degli uomini migliori della polizia e uno dei più intelligenti”.
      Spesso sembra quasi fare da specchio a ciò che sta avvenendo. In breve sorride, annuisce, annuisce più volte, annuisce energicamente, oppure fischietta, grugnisce, sospira, non risponde, spalanca gli occhi, guarda divertito, scuote il capo, fa un gesto di impazienza, ha il volto grave, è nervoso e irritato, si alza in fretta, balza in piedi, mette le mani nelle tasche, fa tentennare le monete, infila il mignolo nell’orecchio e lo agita violentemente oppure i pollici nel panciotto, misura la stanza a lunghi passi e così via.
      Tutto ruota intorno alla sua persona ma la sensazione che mi è rimasta è quella di qualcosa di sbozzato, di non finito. Come succede spesso per questo (troppo) prolifico scrittore (fissato!).
      Veniamo a Thomas Kyd. In realtà l’autore si chiamava Alfred Bennett Harbage, uno dei più importanti studiosi di Shakespeare (almeno ai suoi tempi), che scelse come pseudonimo in omaggio ad un famoso drammaturgo inglese della seconda metà del cinquecento.
      Con lui incontriamo il tenente Phelan. Bravo e fortunato, ex pugile un po’ rozzo, a disagio negli ambienti colti e intellettuali. Fuma sigarette e all’occorrenza anche il sigaro. Affascinato dalle belle signorine (da giovincello si era innamorato di una cavallerizza) con un caratterino che te lo raccomando: sbuffa, digrigna i denti, impreca, si irrita, esplode, non ha voglia di scherzare, risponde bruscamente. Talvolta passa anche alle vie di fatto con qualche ceffone ben assestato.
      Le prime fasi di un caso gli ricordano la pesca d’altura praticata con canne lunghissime. Lanciare la lenza è un po’ come incontrare gente, fare domande in giro, leggere lettere ecc…, però occorre sapere interpretare bene i segnali della lenza stessa. Sa giocare a scacchi ma lo considera un gioco “pretenzioso” (O Ciccio!). Ha imparato dal suo capo Cleveland Jones più preparato di lui. Phelan comunque gioca d’istinto e sa metterlo in difficoltà. Ancora una volta, come in altri libri, i pedoni sono chiamati pedine (orrore!). Gioca anche a biliardo. In un momento di crisi “Perché diavolo ho abbandonato il ring!”. L’arguzia non è il suo forte e quando fa una battuta brillante si riempie di orgoglio. Senza infamia e senza lode (più senza lode).
      Christianna Brand ( in realtà il cognome vero è Milne ) ne ha provati di lavori! “Governante, commessa, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista e decoratrice d’interni”. Nata nel 1907 in Malesia, poi trasferita in India e infine in Inghilterra. Mentre è commessa in un negozio scrive un giallo in cui fa uccidere una compagna di lavoro che la tormenta. La vicenda viene ripresa dopo il matrimonio del 1939 e pubblicata nel 1941 con il titolo Death in High Heels (La morte ha i tacchi alti), seguita da un altro romanzo in cui compare per la prima volta l’ispettore Cockrill della polizia del Kent. Di questa autrice si ricorda soprattutto Delitto in bianco del 1944 dove la vittima viene uccisa sul tavolo di una sala operatoria davanti agli occhi di tutti. Interessante anche la trilogia di Tata Matilda, una tata, appunto, che si serve della magia per tenere buoni i bambini che le sono affidati. Muore a Londra nel 1988. Un pezzo grosso del mystery se il famoso critico Anthony Boucher la inserisce tra scrittori come la Christie, Carr ed Ellery Queen. Era una donna “interessante ed arguta”, piena di spirito e di umorismo, capace di “battute fulminee ed apologhi spiritosissimi”.
      Dunque Cockrill “piccolo, bruno e con gli occhi acuti, un piccolo vecchio passero insignificante adorno di un panama bianco dal sorprendente candore, si trovò ben presto, come un passero, al centro dell’interesse e dell’attività generale, saltellando e sfrecciando qua e là, alla ricerca di briciole d’informazione”. Piccolo e con i capelli “biondi e ricciuti”, un passerotto che, però, sa farsi valere “Le supposizioni le faccio io”, dice bruscamente. Inarca Il sopracciglio, risponde burbero o acido. Acuto ed intelligente, fuma in continuazione sigarette che si prepara da solo. Conseguenza dita gialle di nicotina. E non evita di gettare mozziconi e cenere per terra (un po’ di educazione eh…). Tiene sempre una scatola di tabacco ammaccata nelle tasche sformate della giacca di flanella grigia. Dotato di una bella dialettica e di una “lingua caustica della quale non esitava a servirsene”. Cerca di far parlare i sospettati per cogliere qualche passo falso “L’ispettore Cockrill era un vecchio maestro nell’arte di alimentare le fiamme dei tizzoni dell’irritazione nervosa, di dare nuovo vigore alle braci delle forti emozioni, della tensione e del riserbo”. Pone brusche domande e ascolta gli altri di nascosto (così non si fa…). Insomma si intrufola dappertutto con una velocità ed agilità proprie di un passerotto. Anche se i passerotti non fumano. Simpatico.
      Di Anthony Wynne, pseudonimo di Robert McNair Wilson, ricordo il dottor Eustace Hailey, medico psichiatra e investigatore per hobby che vive a Londra al n°22 di Harley Street . Primo particolare fiuta prese di tabacco e fuma la pipa. Viso largo, gentile, corporatura robusta. Soprannominato “il gigante di Harley Streeet” per la sua stazza sembra distratto ed invece è un acuto osservatore . Porta gli occhiali ma più spesso il monocolo, ama la musica di Bach e i dipinti di Holbein . Per lui è soprattutto la società che crea il criminale (allora oggi…). Temperamento tranquillo “Il dottor Hailey si addormentò nell’angolo della carrozza e non si svegliò fino a quando il convoglio non raggiunse Newcastle”. Spesso rimugina sui problemi di un delitto “Ma allora come si spiegava la sabbia uniforme , senza la minima orma? Come aveva fatto l’uomo a raggiungere il posto in cui era morto? Come lo aveva avvicinato il suo assassino? Com’era riuscito a fuggire dopo averlo ucciso?”, tanto per portare un esempio. Ha trascorso gran parte della sua gioventù sulle barche e conosce i segreti della navigazione, inoltre ha anche appreso l’arte di soccorrere in mare le persone da studente. Forte e robusto talvolta si lascia prendere dal panico “Un terrore improvviso e devastante lo sopraffece. Il suo nemico non gli avrebbe permesso di sfuggire, questa volta”, oppure “Il silenzio lo atterrì persino più di quanto non lo avesse spaventato lo spruzzo” e “Non aveva paura, ma la totale solitudine dell’isola gli gelava l’animo e rendeva quasi bruciante il bisogno di compagnia”. Al momento giusto sa lottare e rischiare la vita per gli amici. Suo gesto caratteristico passarsi la mano sulla fronte. Alcuni suoi giudizi di varia natura: chi crede nella stregoneria non è pazzo, parte solo da una premessa sbagliata; la gente che è ossessionata dalla vendetta vuole vivere per poterne essere testimone; perfino sulle banche “Le banche mi spaventano sempre- disse- i banchieri sono come i poliziotti: ci si sente al sicuro solo quando si parla con loro”. Io parlo, talvolta, con i bancari (che è un’altra cosa) ma mica mi sento tanto sicuro…
      Di Rufus King presento il tenente Valcour, un signore di mezza età di origini franco-canadesi, distinto, raffinato, colto, quello che oggi chiameremmo un intellettuale (ci ricorda Philo Vance). “Valcour era un uomo di mezz’età con lineamenti non particolarmente attraenti ma non privi di distinzione. Indossava un elegante vestito di tweed e non fumava un sigaro”. Ha studiato alla McGill University, acuto osservatore ( occhi che al momento topico si trasformano come quelli di un predatore) accumula gli indizi in un compartimento della memoria, per tirarli fuori al momento opportuno. Tormentato dalle “assurdità” viene considerato un po’ “matto” dai suoi compagni di lavoro. Il perché della scelta di questo mestiere lo dice lui stesso “Un caso di nascita, o di influenza dell’ambiente. Solo gli uomini di genio sfuggono a queste due fatalità. I miei genitori emigrati dalla Francia, andarono a stabilirsi in Canada dove mio padre si fece un nome nella mia stessa professione”. Critico verso i metodi di indagine degli uomini della centrale perché lavorano “ in modo troppo metodico per concedersi di seguire interessanti prospettive o prendere sentieri secondari che potevano portare a fertilissimi campi”. Rileva inoltre una certa trascuratezza nelle indagini. Autocontrollo eccezionale, sia nel rispondere che nel reagire a eventuali aggressioni. Qualche volta invidia quei “colleghi più rigorosi che limitavano le loro ricerche al confortevole campo dei crudi, freddi fatti…”. E si dà pure dell’imbecille per le sue interminabili indagini sull’animo delle persone. Ogni tanto avverte intorno a sé un oscuro pericolo, una minaccia incombente. Un uomo tranquillo e sereno senza tanti grilli per la testa, provvisto di una certa ironia, in un momento della storia del romanzo poliziesco in cui ci si dà parecchie arie. Interessante.
      Margery Allingham e dunque Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con “Crime at Black Dudley”. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham. Ho detto per certi versi che Campion non ha niente di carismatico, né affascina con l’eloquio come il pupillo della più matura scrittrice inglese.
      Con il passare degli anni (cioè dei romanzi a lui dedicati) il nostro Campion perde “quel fascino burlesco degli esordi” (Luca Conti), mette la testa a posto e vive con questo Lugg (il nome per intero è troppo difficile) “un magnifico miscuglio di ingegnosità e di coraggio fuori luogo” con “l’aspetto di un soldataccio travestito da borghese”. Anche lui con trascorsi poco nobili (ex scassinatore), piazzandosi proprio sopra ad una stazione di polizia nei pressi di Piccadilly Lane, in modo da offrire i suoi servigi come consulente a Scotland Yard. E ci riesce piuttosto bene (il furbetto).

      Articolo di Fabio Lotti