domenica 14 luglio 2013

La stessa sera alla stessa ora - Herbert Adams (Polillo 2013)


Se si sono suicidati indipendentemente l’uno dall’altro sarebbe la più strana coincidenza di cui si sia mai sentito parlare

Il termine “coincidenza” deriva dal latino “com” (con, insieme) e “incidere” (cadere dentro). In senso lato, quindi, può essere tradotto con “cadere insieme”. Vista così, da un punto di vista prettamente lessicale, la parola calza a pennello  al caso dei fratelli Alexander, e Frederick Curtis, avvocato apparentemente benestante il primo, commercialista apparentemente altrettanto agiato il secondo, che pensano bene di suicidarsi (?) “la stessa sera alla stessa ora” (stando ai loro orologi esattamente alle “undici meno due minuti” spaccate) con un proiettile in testa, all’interno dei propri studi nei rispettivi appartamenti. Ora, se proprio si vuole scavare a fondo  nell’etimologia, per parlare tecnicamente di “coincidenza”, occorre la concomitanza di due elementi fondamentali: il fattore “tempo”, gli eventi  in questione  devono verificarsi nel medesimo istante, e il fattore “spazio”, i fatti devono cioè accadere nello stesso luogo.
E quindi già da questo punto di vista si dovrebbe cominciare a sentire puzza di bruciato in quanto, in questa circostanza, verrebbe meno il secondo elemento.  Ma anche senza scomodare dotte e celebrali elucubrazioni scientifiche/ lessicali / filosofiche che dir si voglia, anche al più inetto e addormentato tra i poliziotti dovrebbe risultare difficile mandare giù il fatto  che due persone possano suicidarsi in due posti diversi esattamente nel medesimo attimo, anche se questa eventualità dovesse venire avvalorata, quando si dice a volte  le coincidenze, da due orologi rotti che fissano al minuto secondo, la stessa ora della morte.
Eppure l’ispettore Goff (beh non voglio esagerare con il “latinorum”, ma i coetanei del buon Virgilio, che la sapevano molto più lunga di noi, usavano la locuzione “nomen omen” ovvero “il nome è un presagio”. Quando si dice le coincidenze) tenendo fede appunto al suo non proprio promettente (naturalmente solo nella fonetica italiana) cognome, pare più propenso  a fidarsi delle apparenze e ad archiviare il caso come doppio suicidio avvenuto simultaneamente, ma in luoghi diversi o, nel migliore delle ipotesi,  a seguire la pista di un suicidio e di un omicidio contemporanei.
Per sua fortuna la letteratura gialla d’annata ha introdotto la figura imprescindibile del detective dilettante. Senza questa sorta di “deus ex machina”, la polizia starebbe, in certi casi ancora a distanza di  più di cent’anni, vagando inutilmente, per le stanze ormai cadenti di Baskerville Hall, Style Court, Villa Rose, Corte Rossa, Plague Court o  per i camerini polverosi del Roman Theater o battendo invano le zone di Harley Street, Middle Temple, o Charing Cross, con il naso all’insù, confidando in una fortuita e fortunata “coincidenza” che, cascando dal cielo, sveli l’identità del diabolico assassino.
Molte volte i motivi per cui tale personaggio, che assume pure il ruolo di protagonista assoluto della serie, si trova coinvolto nelle indagini risultano essere tanto inspiegabili quanto il delitto stesso su cui è chiamato ad investigare. In questo caso è la sventurata (leggete e saprete perché) Margot Morant che si  rivolge  a  tal Roger Bennion  (protagonista di altre 26 storie oltre a questa) detective amatoriale e golfista di mestiere, nonché amico e confidente del buon Goff, perché indaghi a sua volta e liberi dai sospetti, che, per tutta  una serie di coincidenze, gravano sul fidanzato Wilfrid in merito ad uno dei due “suicidi”. Secondo voi ci riuscirà? Non credo di poter essere accusato di  “spoiling” o di rovinare  la sorpresa a nessuno,  rivelandovi che Bennion porterà vittoriosamente a termine il proprio incarico, alla fine di un’avventura in cui rischierà seriamente  di rimetterci le penne e la cui soluzione finale, come già successo per l’altro romanzo pubblicato nella collana, a firma Herbert Adams (“Una parola di otto lettere” Bassotto n. 94 http://corpifreddi.blogspot.it/2011/03/una-parola-di-otto-lettere-herbert.html) non sarà svelata dal classico colpo di teatro, ma piuttosto forzando la mano al colpevole (sostantivo di genere neutro) ormai messo alle strette dalle indagini del nostro.  Espediente non meno valido  delle proverbiali “reunion” tra i sospettati allestite nell’ultimo capitolo da famosi istrioni con particolare senso scenico quali Monsieur Hercule Poirot o Mister Ellery Queen.
Anche questo è giallo d’epoca. Il mistero è assolutamente intrigante, i colpi di scena non mancano, la soluzione è impeccabile, ben pochi personaggi sono quello che appaiono, la scrittura è solida, leggera e di mestiere e il nostro detective / golfista è pure più simpatico di tanti altri investigatori a tempo perso .  Il ritmo al solito non è forsennato e sicuramente Adams non ha scritto romanzi indimenticabili, ma storie piacevoli che tutto visto e sommato, a distanza di più di settant’anni reggono ancora il passare del tempo e la concorrenza di tanti autori moderni che tra settant’anni non verranno più letti da nessuno, se non per qualche fortuita “coincidenza”...

Articolo di Alberto "allanon" Cottini

Dettaglio del libro

  • Titolo: La stessa sera alla stessa ora
  • Autore: Herbert Adams
  • Titolooriginale: The chief witness (1939)
  • Traduzione: Marisa Castino Bado
  • Editore: Polillo Editore
  • Collana: I Bassotti n. 127
  • Pubblicazione: febbraio 2013
  • Pagine 256
  • Prezzo: euro 14,90


1 commento:

Lofi ha detto...

Rileggere Alberto su questo blog è un triplo piacere: competenza, passione ed emozione.