sabato 24 dicembre 2011

Doppia indagine - Marzia Musneci (Giallo Mondadori 2011)


Un paio di pantofole scure buttate fra il letto e il comò. Hanno qualcosa di strano. Pantofole così sottili non stanno dritte da sole di taglio. Guardo di nuovo. Sono piene di piedi

Dovrei avercela con Marzia Musneci. Non proprio essere arrabbiato, ma, insomma, un filo indispettito si. L’ultima volta che sono rimasto sveglio fino alle due di notte per leggere un romanzo era stato qualche anno fa, per il primo tomo della trilogia Millenium (per la cronaca, non mi è successo con il secondo, che pure mi piacque, il terzo l’ho mollato prima di finirlo). La cosa peggiore però non è stare svegli fino alle due a leggere. La cosa che mi indispettisce è stare svegli per un’altra ora a ripensarci, anzi, più che ripensarci, a risentire le voci ed i caratteri, continuare ad immedesimarmi nella storia; cose che succedono ai malati di lettura come me.
Dovrei avercela, con Marzia Musneci, ha scritto un romanzo così bello, così “ben scritto”, che non ho trovato neanche una correzione da fargli, una critica da muovergli.
Oltretutto è un giallo, un giallo “Vero”, di quelli classici, solidi, essenziali. Un giallo di quelli che si scrivevano una volta, prima che uscissero fuori tutte ‘ste sigle che a me personalmente stanno sulle palle; noir, pulp, hard boiled, e via cantando di generi e sottogeneri. Un libro bello è un libro bello (si, lo so, sono ripetitivo. Ma ho più di cinquant’anni, me lo posso permettere. Tra una decina d’anni probabilmente mi verrà anche la lacrimuccia facile).
Nel parallelo tra letteratura e gastronomia il romanzo di Marzia è una meravigliosa carbonara. Che c’entra? C’entra. Tutti credono che fare una carbonara sia semplice. Che ci vuole? Pancetta, uova, pasta, parmigiano. Ed io già mi incazzo. Non ci vuole la pancetta, ci vuole il guanciale. Quello buono, non solo grasso, con il peperoncino e non con il pepe. Non ci vuole il parmigiano, ci vuole il pecorino. Tutti, vabbè, molti, credono ancora che scrivere un giallo sia facile, che il giallo sia un genere “minore”. Bestie. Come nella carbonara, ci vogliono gli ingredienti giusti, e solo quelli. Bisogna saperli cucinare bene, al punto giusto, il guanciale deve essere croccante e il grasso che caccia deve essere scolato. L’uovo deve rimanere morbido, ma non crudo. Aborro chi aggiunge la panna, odio chi ci mette la cipolla.
Marzia ha talento di grande chef della letteratura. Riconosce gli ingredienti giusti in una storia. Li aggiunge alla cottura al punto giusto, li fa cuocere con la fiamma corretta. Nasconde gli indizi, come si elimina un sapore sbagliato, il grasso in eccesso. Nel suo romanzo non c’è una sola parola di troppo, non una sola. Non c’è una sola parola sbagliata, non una sola. Ogni avvenimento, ogni personaggio, che sia un protagonista, una spalla o semplicemente una figura di sfondo, è perfettamente funzionale alla storia, non distrae, ma è indispensabile all’equilibrio, agli aromi, ai profumi. Perfino i cattivi sono indispensabili, d’altra parte non si può cucinare una carbonara, non si può mangiare, se si pensa al colesterolo e ai trigliceridi.
Recensire un romanzo di narrativa è relativamente facile; puoi dire di più. Recensire un giallo è difficile, soprattutto se è strutturato bene come “Doppia indagine”. I personaggi li deve scoprire chi legge, se ne deve vestire, bisogna entrargli nella pelle e riconoscerli da dentro. Nessuna sovrapposizione, ruoli definiti ma non scontati, credibili ma affascinanti. Matteo Montesi potrebbe diventare nell’immaginario collettivo un Archie Goodwin finalmente protagonista e non più solo spalla. Felice Santarelli è il poliziotto alter ego perfetto. Cristiana Perla l’essenziale donna dell’eroe, l’Eva Kant dei buoni. Eppure questa miscela di personaggi/ingredienti, descritti/cucinati alla perfezione, questo romanzo giallo, esattamente come se fosse “la carbonara perfetta”, non solo non stanca, ma affascina, seduce, direi che induce alla dipendenza. Crea l’attesa di una nuova storia, di un’altra ricetta, un nuovo piatto cucinato con la stessa maestria. In fondo con il guanciale si può fare anche l’amatriciana.
Una critica ce l’ho, ma non è per la cuoca/scrittrice, semmai per il padrone del ristorante. Senza nulla togliere alla nobiltà della collana “Il giallo Mondadori”, in un mondo in cui le librerie sono soverchiate da tonnellate di carta spesso inutile, possibile che in Mondadori nessuno si sia accorto che questo romanzo poteva diventare un best seller da libreria, invece che diventare un prodotto da edicola? Meglio per noi che possiamo godercelo a meno di 5 Euro, ma questo significa che dovrete affrettarvi a correre dal giornalaio a cercarlo, e se non ci fosse ad ordinarlo. Altrimenti a partire da gennaio 2012 vi toccherà ordinarlo come arretrato.

Articolo di Marco Proietti Mancini

7 commenti:

Anonimo ha detto...

La mi' nonna! Non c'è una parola di troppo, non c'è una parola sbagliata. Tutto perfetto e ben cucinato.
Rispetto l'opininone del censore. A me pare un lavoro discreto nel solco del giallo simpatico (a volte anche troppo) scritto in maniera decente come dovrebbe essere qualsiasi libro pubblicato che si rispetti.
Fabio Lotti

Arditoeufemismo ha detto...

Chi ha detto che scrivere gialli sia facile? Pazzo, quello è proprio pazzo perché forse non sa... delle rigide regole del giallista e di quanta dosata sapienza logica costruttiva e descrittiva ci voglia. Molto più easy scrivere un noir... un pulp... un hard boiled! Ho visto doppia indagine in edicola ma letto questo articolo sarà senz'altro mio

TIM ha detto...

sicuramente passerò anch'io oggi stesso in edicola! è già difficile scrivere un giallo passabile, immaginiamo un "buon giallo", come spero sia questo!

Gio ha detto...

Complimenti per la recensione. Mi sono precipitato in edicola ad acquistarlo.

Max Ferdinand ha detto...

Non ho la competenza critica per individuare citazioni e riferimenti stilistici a cui Marzia si ispira.
Io stesso, non mi ero mai avvicinato al giallo, fatta eccezione per un vecchio volume di Ed McBain "Allarme: arriva la Madama"; atmosfere decisamente diverse, da film americano, dal sapore di whisky e sigari.
Avevo 15 (?) anni, e non ho più letto nulla di quel genere.
Mi sono riavvicinato al giallo grazie alla Musneci, per fortuite coincidenze.
Semplicemente, mi ha intrigato il suo modo di scrivere, la sua ironia, la scorrevolezza della trama, che per un giallo penso sia conditio sine qua non, la cura dei dettagli che denota uno scrupoloso lavoro di ricerca, ed, a mio modo di vedere, un incantevole modo di descrivere la natura dei paesaggi in cui si svolge l'azione.
Si capisce che ama la natura...
E poi, quel suo modo tutto al femminile di descrivere i dettagli più cruenti, se così posso dire,con grazia...
Marzia Musneci, indubbiamente, possiede una "penna fortunata"...
Per chi non lo sapesse, "Doppia indagine" è un sequel, per cui consiglio, a chi non lo conosce, di leggere anche il prequel,"Nessuno al suo posto".
Ora vi saluto, vado a finire la carbonara...

Stellina ha detto...

inesperta, non posso lasciare alcun commento tecnico, ma posso dire che, come il primo libro, è un mix giusto tra ironia, ragionamenti ben congegnati e serietà che si richiede ad un libro giallo. Il risultato è un libro leggero che scorre, grazie alle parole armoniose scelte dalla scrittrice.

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo con la recensione: Doppia Indagine, merita tutto il Premio Tedeschi e anche di più! L'ho letto in un fiato, inchiodato alle pagine dall'ottima scrittura e dalla splendida struttura del romanzo. Non commenterò la trama, per non togliere il gusto di scoprirla a chi ancora lo deve leggere, ma sono certo che Marzia è una giallista di serie A, di quelle che sanno che il giallo vero è una sorta di gioco fra scrittore e lettore, dove il primo deve mettere il secondo in condizione di arrivare alla soluzione, ma di avere la certezza di esserci arrivato solo alla fine, con magari qualche colpo di scena ovviamente plausibile. Brava Marzia!
Marco Ischia