sabato 5 novembre 2011

I tre corni da caccia – Mary Fitt (Polillo Ed. 2011)


Il corno da caccia viene suonato dalla morte.

Il giorno del primo delitto, presso lo “Chateau de Beaumois”, in Alta Savoia, si raccoglie un gruppo di persone per prendere il tè. Espletato questo rito tipicamente anglosassone, la stessa compagnia si reca allo “Chateau de la Frelonnerie” per far conoscenza col Marchese proprietario e il di lui fratello. Ad una parete, in sonnolenta attesa ( o in guardingo agguato?), sono appesi tre superbi corni da caccia risalenti al 17° secolo.
Il Marchese, nonostante la non più verdissima età, e contrariamente al parere del proprio medico, ha deciso (o “è stato spinto” a decidere?) di offrire all’ospite inglese, come intrattenimento del dopocena, un saggio delle proprie indubbie capacità concertistiche, dando fiato ad uno degli strumenti.
Alla sera tutto è pronto, ma al momento di dare inizio alla “performance” si scopre che sono rimasti solo 2 corni appesi. Il Marchese comincia la sua esibizione. Dai meandri del castello giunge, inaspettatamente in risposta, il suono del corno mancante.
Due “morti naturali”, come gran parte dei familiari pare voler a tutti i costi e frettolosamente liquidare gli episodi, si susseguono come un’eco. E non è finita qui. Perché ben presto, pure il terzo corno reclamerà il suo tributo di sangue intonando la propria messa da requiem.
“Mesdames et messieurs: bienvenue en France !” patria, del resto, di grandissimi autori di gialli appartenenti all’epoca classica (ma anche moderni) che purtroppo e immeritatamente, non godono di altrettanta fama e fortuna dei colleghi di lingua inglese. Il “gioco più bello del mondo” va in “tournée” oltralpe, sulle orme di tal Colonnello Anderson, “gentleman” inglesissimo nei modi e mentalità, in viaggio oltremanica. Tranquilli. Nella trasferta, lo accompagnano tutti gli accessori e gli ammennicoli necessari e indispensabili per fare di questo romanzo un caratteristico gioiellino del periodo d’oro del genere.
Ataviche magioni immerse nel verde di parchi immensi, ottimamente descritte grazie alle opportune planimetrie, (quanto mi piacciono i romanzi con la piantina del teatro del delitto !), da tenere bene a mente perché si riveleranno indispensabili per districarsi al momento dello scioglimento finale della storia, biblioteche traboccanti di volumi da perdersi dentro, anzi da non volerne più uscire, sale d’armi, grandiosi doppi scaloni da utilizzare alla luce del sole e defilate scalette di servizio utilissime per chi volesse fare qualcosa di soppiatto all’insaputa degli altri, gallerie in penombra dalle quali accedere alle camere degli ospiti, alcune aperte, altre ermeticamente chiuse o almeno non utilizzate da decenni e quindi, spesso, provvidenzialmente a disposizione di questo e quell’altro personaggio per gli usi più disparati, a volte leciti, altre volte discutibili. Dalle pareti, polverosi ritratti di illustri antenati seguono impettiti e attoniti le vicende, involontari e muti testimoni di tre delitti spettacolari o per lo meno sicuramente bizzarri, che avrebbero facilmente suscitato l’applauso del grande John Dickson Carr.
Un gruppo eterogeneo di persone, tutte ugualmente sospettabili, maggiordomo compreso (ohibò, che sia la volta buona?), false identità, comportamenti eccentrici e identità camuffate, repentini cambi di direzione e torsioni nella trama, colpi di scena che non sarebbero dispiaciuti per niente all’esperto Edgar Wallace.
La stragrande maggioranza dei romanzi di Mary Fitt, al pari del Colonnello Anderson, inglesissima pure lei, (vero nome Kathleen Freeman), pur appartenendo dal punto di vista cronologico all’epoca d’oro del giallo classico, per stile e la predominanza di trame più vicine al mystery psicologico, sono maggiormente affini alle opere che saranno in voga a partire dalla seconda metà degli anni ’40.
Viceversa, questo “I tre corni da caccia” è un libro assolutamente da leggere da parte dei lettori più affezionati al tradizionale schema “omicidio-indagine-soluzione” tanto in auge negli anni 20-30. Non solo per la storia, ma anche perché scritto con brio e sicurezza fino al tradizionale approdo finale, con la rivelazione del colpevole smascherato dal Colonnello Anderson, “deus ex machina” del romanzo, di fronte alla tradizionale assise di figuranti al gran completo.
Uno delle centinaia di esempi di bel giallo di altri tempi che, mistero nel mistero, non è mai stato pubblicato in precedenza in lingua italiana. Cambia quindi il palcoscenico, ma il risultato conclusivo no. “Mesdames et messieurs: et voilà !” Il “gioco più bello del mondo” è riuscito anche questa volta.

Articolo di Alberto "allanon" Cottini

Dettaglio del libro

  • Titolo: I tre corni da caccia
  • Autore: Mary Fitt
  • Traduttore . Marisa Castino Bado
  • Editore: Polillo Editore
  • Collana I Bassotti n. 99
  • Pagine 288
  • Data pubblicazione: giugno 2011
  • Prezzo: euro 13,90

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Albertone
questo mi era sfuggito e me lo becco.
Fabio

Martina_PL ha detto...

Ce l'ho e mi chiedo perchè ancora non l'ho letto. Mi ci metto presto!!!

Luca Conti ha detto...

Comunque il romanzo era già stato pubblicato in Italia nel 1940, dalla Mondadori, e si intitolava "Le tre fanfare."