lunedì 13 giugno 2011

La voce dei morti – Simon Beckett (Bompiani 2011)


Uno. Due. Otto.
I numeri della dissoluzione. È in base a questa ptoporzione che tutti gli organismi – piccoli e grandi – si disgregano. Nell'aria, nell'acqua, nella terra. A parità di clima, la decomposizione di un corpo sommerso richiede il doppio del tempo necessario a un corpo esposto in superficie. Sotto terra, ci vorrà un periodo otto volte maggiore. Uno, due otto. Una formula semplice e una verità ineluttabile.

Sono passati otto anni da quando l'antropologo forense David Hunter si è recato nel Dartmoor, nella brughiera londinese , per esaminare i resti di un corpo ritrovato sepolto nella torba e nel tentivo di cercare i corpi delle gemelle Bennet barbaramente uccise dal mostro Jerome Monk. Insieme a lui ci sono il poliziotto Terry Connors, l'esperta di winthropping Sophie Keller, l'archeologo forense Leonard Wainwright e lo stesso Monk che avrebbe dovuto guidarli sul campo fino al ritrovamento dei cadaveri. Il tentativo di fuga di Monk decreta la fine delle ricerche, tornano tutti a casa con un pungo di mosche in mano e l'amaro in bocca. Ma ora Monk è fuggito davvero dal carcere e Hunter viene avvisato prima da Terry e poi da Sophie che gli chiede di raggiungerla perchè deve comunicargli delle notizie di vitale importanza. La paura dei due è quasi palpabile, forse temono una vendetta ma Hunter non ne capisce il motivo, in fin dei conti loro non hanno fatto nulla per scatenare le ire di Monk. Ma la richiesta di aiuto di Sophie lo spinge a partire nonostante rivedere quei posti per lui rappresenti tornare indietro nel tempo, a quando sua moglie e sua figlia erano ancora vive, a quando la sua vita era completamente diversa.
Aspettavo con ansia l'uscita del quarto capitolo della vita del dottor David Hunter, ho letto avidamente La chimica della morte, Scritto nelle ossa e I sussurri della morte e ne sono rimasta affascinata, dal personaggio, dallo stile dell'autore, dalla capacità che ha Beckett di tirarti dentro la storia e i pensieri dei protagonisti, dalle descrizione accurate degli eventi e dei paesaggi. E proprio qui, almeno in questo libro, sta la pecca. Tante le descrizione e di conseguenza troppe le pagine. Il lungo prologo è bellissimo, ma dal momento della fuga di Monk appare chiaro che non può essere un caso coinvolgente, si sa chi è morto e chi è il colpevole e la storia della vendetta da parte di Monk non è plausibile, percui per buona parte del libro, quella centrale, sono andata avanti sapendo che ci doveva essere qualcos'altro altrimenti avrei dovuto ammette a malincuore che Beckett si fosse bevuto il cervello. Non che non accada nulla ma non è quello che ci si aspetta. E infatti a 150 pagine dalla fine ecco la sorpresa, ecco il brivido lungo la schiena, l'occhio sbarrato e la bocca spalancata. Probabilmente per la smania di sapere e per l'ansia crescente del non capire, mi sono innervosita un po' leggendo pagine che a mio avviso si potevano evitare. Rimane comunque un romanzo bello e avvincente, che consiglio di leggere, ma che avrebbe potuto essere ottimo.

Quanto più profondamente è sepolto un corpo, tanto più a lungo resiste al disfacimento.


Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Editore: Bompiani
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Narratori stranieri Bompiani
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: The Calling of the Grave
  • Lingua originale: Inglese
  • Pagine: 448
  • Traduttore: A. Silvestri
  • Codice EAN: 9788845201127 

4 commenti:

Anonimo ha detto...

A me le descrizioni accurate e approfondite lì per lì non mi hanno infastidito, però ripensandoci ora a freddo forse qualche pagine in meno avrebbe reso la lettura più scorrevole.... Recensione molto attenta

Raffaella

Anonimo ha detto...

A dirla tutta io neanche il brivido ho avuto....

Alessandro

Mari ha detto...

curiosa di leggerlo!

Marta ha detto...

Interessante e ora son curiosa :)