mercoledì 8 maggio 2013

Nemmeno il tempo di sognare - Pierluigi Porazzi (Marsilio 2013)



Un arco temporale di poco più di tre anni separa l’uscita di “Nemmeno il tempo di sognare”, il nuovo atteso secondo lavoro di Pierluigi Porazzi, dal suo debutto, l’apprezzatissimo e chiacchierato “L’ombra del falco”, che ha raggiunto, non mi sembra esagerato affermarlo, lo status di opera da culto tra i grandi amanti della narrativa poliziesca.
Ricordo come fosse ieri quali sensazioni scatenò in me questo romanzo all’epoca. Ne ricordo la straordinaria cover dal suo colore dominante viola malato, che catturava l’occhio grazie al suo disegno rappresentante un falco nell’ombra e il serial killer con la maschera di teschio, responsabile dei delitti seriali narrati nell’ispirata vicenda. Ma soprattutto ricordo una storia capace di tenermi incollato alla poltrona come poche, un thriller teso, morboso, veramente agghiacciante. Gli americani li chiamano i “page turner”, letteralmente tradotto i “volta pagina”, i libri che spingono ad una lettura autonomo compulsiva.
L’ombra del falco” ha rappresentato l’esempio lampante di quanto importante sia il lavoro disinteressato di gruppi come corpi freddi, nella forza viscerale del passaparola, capace di propagarsi quasi come un morbo dilagante e contagioso. Marsilio, il lungimirante e acuto editore che ha deciso di pubblicare i romanzi di Pierluigi Porazzi nella sua prestigiosa collana Le Farfalle, quella di Stiegg Larsson e Roberto Costantini, tanto per fare i nomi di due primi della classe, ha compreso, sin da tempi non sospetti, l’efficacia nella generazione dell’hype, non tramite l’ausilio di faraoniche campagne di marketing, spesso spudoratamente finte e artificiose, quanto dallo stesso underground ribollente, proprio li dove si annidano i grandi cultori amanti del giallo.
Tanto clamore per l’esordio ha evidentemente creato grande aspettativa tra i lettori, che giustamente se viziati bene prentendono sempre di più. Pertanto era inevitabile il rischio si generasse una forte pressione. Dalla lettura del testo posso ora affermare con tranquillità che Pierluigi non si è fatto schiacciare da questo peso psicologico ma, anzi, lo ha usato come stimolo per migliorare e cercare di definire e rafforzare una più marcata e specifica personalità, meno derivativa e succube della mano dei maestri della crime novel d’oltreoceano, senza comunque rinnegarla, tributando sempre il giusto e doveroso omaggio. Porazzi paga addirittura un delizioso dazio ai grandi scrittori della detecive novel della scuola classica, evidente nella geniale soluzione finale, di Vandiniana memoria, dove la complessa matassa viene sgarbugliata.
Chiarisco subito che “Nemmeno il tempo di sognare” non è un sequel diretto di “L’ombra del falco”, anzi in un certo senso assistiamo ad una evoluzione che si concretizza quasi in una sorta di processo camaleontico, dove l’influenza thriller di partenza si trasforma e muta in maniera progressiva nel corso della vicenda, un thriller che assume sempre più i connotati di romanzo noir vicino alla triste e impietosa realtà politica e sociale che ci circonda.
Tornano però i personaggi più significativi che abbiamo amato nel debutto, di cui chiedevamo a gran voce di sapere le sorti. Torna il magistrato Erri Martello, torna il profeta, torna la grigia e ambigua macchina investigativa e giudiziaria rappresentata da Giuffrida e Santoruvo ma, soprattutto, ritorna il mitico Alex Nero e il suo dramma umano nato tra le pagine di “L’ombra del falco”, in “Nemmeno il tempo di sognare” più che mai protagonista.
Ho colto l’occasione dalla recente visita mantovana di Pierluigi Porazzi, per l’intensa e sentita presentazione c/o la libreria IBS del romanzo in esame, per fare due chiacchiere con lui e cercare di sviscerare in profondità i concetti trasmessi in “Nemmeno il tempo di sognare”.

CorpiFreddi: Caro Pierluigi, era grande l’attesa per il tuo ritorno sulla scena letteraria. Tre anni ci separano dall’uscita del debutto. Sappiamo quanto in questo mondo letterario, dove spesso tutto è così veloce e ci si dimentica in fretta, ci sia la necessità di battere il ferro fin che è caldo. Tu hai deciso di seguire una strada diversa, più accorta e riflessiva, hai deciso di aspettare una storia forte. Quanto è stato difficile gestire le aspettative e le pressioni che, inevitabilmente quando un’opera risulta molto apprezzata come è stato con “L’ombra del falco”, vengono generate?

Pierluigi Porazzi: Quando è uscito “L’ombra del falco” non avevo nulla di pronto, non avevo un altro romanzo “nel cassetto”. Avevo un’idea, ma ancora allo stato embrionale. Quindi, poiché non ho la fortuna di fare lo scrittore come unica professione, ci è voluto un po’ di tempo, prima per concepire una nuova trama, e poi per la stesura. Nel 2010, inoltre, ho fatto molte presentazioni, e un po’ di tempo ho dovuto utilizzarlo per la promozione del libro. 
So che l’ideale sarebbe stato uscire con un nuovo romanzo poco tempo dopo “L’ombra del falco”, ma non è mai stata mia intenzione sfornare un altro romanzo in fretta, solo per sfruttare l’onda del successo del primo. Per quanto riguarda aspettative e pressioni, ho avuto molte richieste da parte di lettori, che aspettavano un seguito.

CF: Sino dai primi periodi di gestazione di “Nemmeno il tempo di sognare” ricordo la tua ferrea volontà di accantonare la scelta narrativa degli omicidi seriali, nello specifico della figura del serial killer, che aveva, ad esempio, caratterizzato “l’ombra del falco”. Come mai? E’ il timore di ricadere in una storia stereotipata o poco italiana?

PP: No, nessun timore di una storia poco italiana, in quanto la realtà (vedi il Mostro di Firenze o Donato Bilancia) ha dimostrato che i serial killer non sono una prerogativa americana, così come eccellenti autori italiani (da Lucarelli con Almost Blue a Carrisi) hanno raccontato magnifiche storie che si basavano su omicidi seriali ambientate in Italia. È stata una mia scelta, un desiderio di cambiare rispetto al primo romanzo, di esplorare strade nuove (pur rimanendo nel “giallo” come genere). Ciò non toglie che il finale aperto de “L’ombra del falco” verrà sicuramente ripreso.

CF: Giochi con i meccanismi del thriller ma la storia porta in se inquietanti analogie con la nostra realtà italiana. E’ impossibile non andare con la memoria ad un fatto della nostra recente cronaca nera italiana. Il riferimento è allo scandalo Marrazzo, dove un personaggio influente della politica italiana, ha intrattenuto rapporti di natura sessuale con un trans, e il conseguente sporco gioco di ricatti ad opera di tutori delle forze dell’ordine corrotti. Nella realtà qualcuno ci ha rimesso pure la pelle, forse proprio perché a conoscenza di segreti che dovevano rimanere sepolti per sempre. Questo riferimento nasce come pura coincidenza o, effettivamente, “Nemmeno il tempo di sognare” è stato influenzato nella sua creazione da questi episodi?

PP: No, il romanzo non è stato influenzato da episodi di cronaca. L’idea di base c’era già da parecchi anni, prima dello scandalo Marrazzo, che ha portato sotto i riflettori vicende che comunque erano già note. Corruzione, ricatti e potere coesistono da sempre, e se un personaggio influente o di potere ha un vizio, questo viene spesso utilizzato da chi vuole manovrarlo come arma.

CF: Sono tantissimi i personaggi che descrivi nel romanzo e che entrano con ruoli più o meno importanti nelle pieghe della storia. Uno dei complimenti che mi sento di farti sta proprio in questa abilità di gestire questo intreccio corale che poteva, se non ben amalgamato e strutturato,generare confusione nel lettore. Quali sono le motivazioni che ti spingono a privilegiare questa impostazione basata su gruppo di protagonisti, più nello specifico ad un team investigativo, e non accentrare i riflettori su un eroe in solitario?

PP: È un tipo di struttura che mi sembrava particolarmente funzionale alle storie da raccontare, sia in questo romanzo che nel precedente. Anche perché in questo modo si mettono forse più in evidenza i vari attori del racconto, che non agiscono sempre in relazione a un protagonista singolo, ma in modo indipendente. Mi sembrava inoltre un approccio più realistico, perché in una vicenda giudiziaria, solitamente, intervengono tanti attori, che contribuiscono a risolvere il caso oppure operano per insabbiarlo. 

CF: Seppure “Nemmeno il tempo di sognare” sia un thriller che svolge sapientemente bene il suo compito primario di romanzo di genere, ossia quello di intrattenere e divertire, non mancano le riflessioni amare dovute alle forte intrusioni nel sociale e nella realtà che ci circonda. Tra le pagine esce in maniera quasi ossessiva una forte critica verso le Istituzioni che invece di salvaguardare la collettività, si concentrano sui loro interessi personali. Ne esce un materiale umano veramente bieco e squallido, dove chi sta al potere inevitabilmente si fa travolgere dal pantano della corruzione. Una collusione con la criminalità che non è l’eccezione ma, ahimè, diventa la regola. Questo pensiero rimane un’esigenza di carattere narrativo o vuole rispecchiare la tua totale sfiducia verso i poteri forti?

PP: Rispecchia, secondo me, una realtà. Dovendo ambientare, appunto, un romanzo thriller/noir in Italia, è quasi d’obbligo descrivere ciò che ognuno di noi può vedere ogni giorno, una realtà che è spesso fatta di corruzione e malaffare, soprattutto in certi ambienti e a certi livelli. Credo che “L’ombra del falco” e “Nemmeno il tempo di sognare” si possano definire, come ha fatto lo scrittore Massimiliano Santarossa, in una bellissima recensione al mio secondo romanzo, “social thriller”.

CF: Fa riflettere ed è significativo il fatto che nel quadro di un’umanità così gretta e meschina, gli unici personaggi che possono fregiarsi dell’appellativo di eroi siano Alex Nero e il profeta, due figure che vivono ai margini della società, dove appare ancora più evidente e paradossale il contrasto tra la persona onesta, non inserita e quasi al bando e il potente uomo di successo, nel suo castello dorato dove si annida la corruzione. E’ corretta questa sensazione?

PP: Questa è una riflessione molto acuta e profonda, oltre che corretta. A una recente presentazione mi è stato chiesto perché descrivo sempre personaggi corrotti tra le forze dell’ordine o la magistratura, quando ci sono anche tantissime persone oneste. È sicuramente vero che le persone oneste, per fortuna, ci sono ancora, ma purtroppo, anche se operano in ambiti istituzionali, spesso vengono emarginate proprio per la loro onestà, che diventa una “diversità”. È più difficile che facciano carriera, che riescano ad arrivare a ricoprire posizioni importanti. Le posizioni di potere sono troppo spesso, invece, riservate a chi è già corrotto o corruttibile, perché serve o potrà servire, in quella posizione, o anche, più semplicemente, assegnate a parenti o amici, in uno scambio di favori che ormai è la regola, nel mondo lavorativo italiano. 

CF: Le recenti elezioni politiche hanno inequivocabilmente dimostrato un malcontento che ha portato nuove chiacchierate figure nelle stanze dei bottoni. Credi ci possa essere una possibilità di salvare le cose, un modo di cambiare questo perverso codice di condotta?

PP: Sì, ma bisognerebbe cambiare tutto, in modo radicale. La mentalità di corruzione e di scambio di favori è entrata troppo in profondità nella cultura e nel modo di pensare italiano perché possa bastare un semplice ricambio generazionale (a livello politico), che comunque è positivo. La cosa principale e indispensabile è educare, partendo dal basso, dalla famiglia, al rispetto di valori e principi, per fondare una nuova morale. In questo, anche la letteratura e l’arte possono avere un ruolo fondamentale.

CF: Roberto Costantini, tuo collega di “scuderia”, scrive nel suo romanzo “Alle radici del male” che i cittadini italiani hanno imparato la convenienza personale dall’operato della dirigenza politica, da una casta politica che ha tradito in prima persona il proprio paese. Un messaggio di denuncia che si avvicina al tuo, quasi un urlo assordante di cui anche la narrativa di genere si fa portavoce. Quali sono le motivazioni per le quali questo genere di romanzi risulta così efficace e incisivo per trasmettere questo genere di concetti?

PP: Da sempre la narrativa noir costituisce un osservatorio privilegiato della realtà, mettendo alla luce ciò che nemmeno la cronaca osa scrivere o immaginare. Gli scrittori, attraverso la fantasia, guardano la società con occhio spesso più lucido e realistico degli stessi cronisti, anticipando la cronaca. Poi il noir e il thriller devono raccontare il male, e a volte (anzi, forse più spesso) il male si annida nei salotti o nelle stanze del potere più che nelle strade. L’animo degli artisti, di solito, è votato alla giustizia, a un desiderio di “bene”, ed è quindi normale che gli aspetti marci e virulenti della società stridano con la loro visione del mondo e vogliano denunciarli, nell’unico modo che conoscono, ovvero attraverso le loro opere e la loro fantasia. 

CF: Un aspetto che distingue e rende più esclusive le tue storie è la location che fa da sfondo alla vicenda, la realtà del nord – est, più nello specifico Udine, la città dove vivi? Se in “L’ombra del falco” descrivevi una città grigia, piovosa e fredda, qui troviamo un’Udine sotto la morsa dell’afa, dove si boccheggia e risulta difficile respirare. Trovi che Udine sia una città nera e se si perchè? Quale è rapporto e i sentimenti che ti legano a questa città ?

PP: La scelta di ambientare il primo romanzo a Udine è stata piuttosto naturale, essendo una città che conosco bene, vivendoci. Udine, come molte altre città del Nord-Est, sotto l’apparente tranquillità, operosità e onestà nasconde lati oscuri che sono presenti in ogni realtà, e che per uno scrittore è stimolante portare alla luce. Personalmente, non ho sempre vissuto in Friuli. Ho trascorso la mia infanzia e adolescenza in Lombardia, ma quando venivo in Friuli per le vacanze mi sono sempre sentito a casa. A questi posti mi legano affetti e ricordi, e momenti importanti della mia vita. I miei nonni hanno sempre vissuto in Friuli e mi hanno trasmesso sia la conoscenza della lingua friulana che i racconti della vita di un tempo.

CF: Il thriller è una materia complessa da costruire, perché deve garantire al lettore quel ritmo che tenga l’attenzione e la tensione sempre alta, quel rigore per il dettaglio che sia in grado di donare credibilità e quell’attenta e pianificata composizione della trama che sappia sempre sorprendere. Quali sono, a tuo avviso, le difficoltà più evidenti nella creazione di un romanzo e quali le debolezze nei quali il genere cade più frequentemente?

PP: Le difficoltà più evidenti sono proprio quelle di creare un meccanismo narrativo capace di tenere sempre desta l’attenzione del lettore, dare vita a personaggi credibili e originali e tenere sotto controllo trame e sottotrame. Ogni dettaglio deve “quadrare”, in un thriller, e questo, anche dal punto di vista della stesura, a volte complica la vita allo scrittore: basta cambiare un particolare (relativo a un personaggio o a una vicenda) che bisogna rivedere tutto ciò che è accaduto in precedenza, per evitare contraddizioni o incongruenze.

CF: Dove pensi di essere cresciuto dall’epoca del tuo esordio e di cosa vai particolarmente fiero per questo lavoro. Dove allo stesso tempo, facendo se vuoi anche autocritica, ritieni ci siano margini di miglioramento e pertanto concentrare le tue forze in futuro?

PP: Ho imparato molto lavorando a stretto contatto con lo staff Marsilio e soprattutto con Jacopo De Michelis, editor di straordinaria bravura e con cui mi sono trovato benissimo fin da subito. Credo di essere cresciuto nella scrittura e nella gestione di trame e personaggi. Margini di miglioramento, per quanto mi riguarda, esisteranno sempre. 

CF: Inevitabile, in chiusura, chiederti i progetti futuri e di rincuorarci sugli ipotetici tempi di attesa. Ancora tre lunghi anni sarebbero insostenibili.. Hai già iniziato a scrivere una nuova storia?

PP: Sì, ho già iniziato a scrivere una storia, a dire la verità ho più di una traccia, e spero proprio che i tempi di attesa siano meno lunghi. Grazie di cuore per questa intervista, per l’attenzione con cui mi seguite e per la splendida presentazione mantovana a Marco Piva e ai Corpi Freddi!

Intervista di Marco "killer mantovano" Piva
Foto di Grazia La Notte



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