mercoledì 9 gennaio 2013

Invictus. Costantino, l'imperatore guerriero - Simone Sarasso (Rizzoli 2012)


Costantino è un giovane affezionato alla madre. Costantino è dolce e buono. Costantino è il figlio illegittimo di Costanzo, suo padre fa parte della tetrarchia, uno dei quattro che reggono l’impero romano. Costantino è un bel ragazzo, privo di malizia, che sprizza energia e voglia di vivere da tutti i pori. Ma Costantino è destinato a diventare imperatore (l’imperatore che ha riunito l’impero romano), e per farlo il suo battesimo sarà fatto nel sangue, e la sua vita sarà segnata dal ferro.
Sin qui, Sarasso (che quì trovate con una recensione, una videointervista e un articolo scritto di suo pugno per corpifreddi) sembra ci voglia regalare un romanzo storico.
Ha un personaggio affascinante di cui narrare, c’è l’eroismo, la guerra, la conquista e i diversi avversari da abbattere. Quasi scontato.
Però c’è di più. Già a pagina 150 si legge “la città di Roma, come un pernio attorno a cui girava la ruota dell’impero, era una meraviglia di civiltà e dissolutezza, di efficienza affaristica e di bassa politica, di enorme potenza e di artifici meschini. Anche nel campo del diritto, i Romani riuscivano a creare una mescolanza di idee progressiste con cose ridicole”.
Qui si fa interessante, ho pensato, e così è stato. Perché va bene il virgulto d’Illiria, vanno bene i vari personaggi, ma la storia reale è fatta di materia che puzza, che si corrompe, fetida e putrida, “la ragion di stato” diventa qualcosa che pesa, opprime, distrugge animi, prima che vite e sogni.
Tramite Costantino si può leggere di cosa è fatta la politica (ieri e oggi), cos’è una guerra e uno stato di pace (ieri ed oggi), cos’è una religione e il fanatismo religioso (ieri ed oggi), e i parallelismi non sono così campati in aria. Siamo davvero negli anni duemila, o la storia è una spirale che ripassa sempre sugli stessi eventi?
Ancora una volta devo dar merito a Sarasso, è riuscito a narrare la vita di Costantino con lo spirito di uno storico e la potenza narrativa di un thriller politico.


CorpiFreddi: Pensa che prima di leggere "Invictus" la prima domanda che ti avrei chiesto sarebbe stata: "Quando torni a parlare di attualità come ci hai abituato con i precedenti romanzi?". A fine lettura mi sono reso conto di avere un libro che, sì, ok è impostato storicamente durante le guerre romane, ma che è attualissimo, politicamente, socialmente, ecc.

Simone Sarasso: L’idea era proprio quella: non interrompere la mia riflessione sul lato oscuro del potere, semplicemente trasferire il campo da gioco altrove, per tentare di capire se alcuni meccanismi siano propri di un’epoca sola o invece endemici all’occidente. La risposta è piuttosto scontata: il potere assoluto logora assolutamente. A qualunque latitudine spazio temporale.

CF: Perché proprio il romanzo storico?

SS: Credo sia la dimensione naturale della mia narrativa. Che si tratti di storia antica o contemporanea, quando inizio a concepire una trama, la prima cosa che faccio è documentarmi sul contesto: smussare gli angoli dell’ambientazione, reperire informazioni riguardo a stili di vita lontani nel tempo e nello spazio, contesti politici ed economici del passato, è parte integrante del mio modo di raccontare storie.

CF: Genere letterario per altro coltivato da pochi in Italia ma che negli ultimi 5/10 anni ha avuto una rinascita incredibile con l'acquisizione negli scaffali di numerosi nuovi autori.

SS: In Italia esiste una lunga tradizione legata al romanzo storico: talvolta “puro” e talaltra indissolubilmente intrecciato al genere. Sul fronte “giallo” si pensi all’Eco de Il nome della rosa o al più recente, talentuosissimo Marcello Simoni. Su quello più tradizionale ci sono giganti come Evangelisti, Manfredi, Altieri (la sua trilogia di Magdeburg è un autentico caposaldo). Nell’ultimo decennio c’è stata un’evoluzione della consapevolezza autoriale. Il passato è stato reinterpretato senza sensi di colpa, fornendo chiavi di lettura preziose allo studio del presente. Un romanzo come I Traditori di Giancarlo De Cataldo, che racconta i retroscena criminali e sotterranei del Risorgimento , ad esempio, sarebbe stato impensabile dieci anni fa.

CF: Spazi dal romanzo di denuncia al romanzo storico alla graphic novel al saggio mascherato da romanzo grottesco. Secondo te, l'essere così difforme nello stile quanto nel supporto narrativo, anche se fondamentalmente i tuoi libri sono accomunati da un senso di denuncia civile di fondo (anche gli storici), non potrebbe secondo te, confondere i tuoi lettori? Insomma "chi ti mi ama ti segue" o hai lettori per i singoli stili narrativi?

SS: Il mio pubblico è piuttosto eterogeneo. La narrativa storica mi ha permesso di allargare il cosiddetto “bacino d’utenza”: molti lettori che, per un motivo o per l’altro (gusti letterari, preferenze di genere) non avrebbero mai affrontato uno dei miei noir (e tanto meno la graphic novel o le narrazioni sperimentali come J.A.S.T. o Slittamenti), si sono trovati ad apprezzare il mio modo di raccontare seguendo le gesta di antichi condottieri in lorica scintillante. Insieme alle gesta imperiali, però, è passato anche il mio approccio alla Storia. Quella con la S maiuscola. Narrare epoche diverse utilizzando linguaggi diversi significa rivolgersi a pubblici diversi. Esiste comunque uno zoccolo duro che “si fida” e mi legge a prescindere.
La parte più interessante di tutta la faccenda è non dimenticarsi di comunicare, attraverso la dimensione letteraria, ciò che sta alla base della propria narrativa. Si dice che ogni autore, in fin dei conti, non faccia altro che raccontare sempre la stessa storia, per tutta la vita. E la mia, di storia, ha a che vedere con questo malandato, assurdo Paese. Il Paese che amo.

CF: Una particolarità che trovo in tutti i tuoi libri è la capacità di rendere tutto molto accattivante per la TV. Ogni romanzo, sembra quasi essere la sceneggiatura di se stesso. Quali sono le influenze mediatiche che hanno accompagnato i tuoi libri?

SS: La dimensione visuale, nel mio modo di raccontare, è quella privilegiata. Vengo dal cinema, dalla televisione, dal fumetto. Pensare per immagini mi è naturale come respirare. I meccanismi narrativi con cui costruisco le storie li ho imparati guardando tonnellate di serial e film. Ho alcuni grandissimi registi di riferimento, autentici maestri che mi hanno insegnato il mestiere: Umberto Lenzi, Quentin Tarantino, Robert Rodriguez. Ci sono serie TV che mi hanno cambiato la vita: Lost, 24, Boardwalk Empire. E libri che hanno spremuto l’immaginario visivo di cui mi nutro fino all’osso, cavandone un concentrato di stile da leggere e rileggere, da cui imparare giorno dopo giorno: Le belve e I re del mondo di Winslow, per esempio. Ma anche L’ultimo lupo mannaro di Glen Duncan.

CF: Ricapitolando: da Confine di Stato a Settanta, passando per JAST e U.W.S., fino ad arrivare a Invictus ieri e Colosseum oggi. Non tralasciando per altro, piccoli esperimenti narrativi con la piccola editoria. Hai già all'attivo numerosi romanzi. Cosa dovremmo aspettarci dal Sarasso del 2013?

SS: Il terzo volume della mia “Trilogia Sporca”, che narrerà le oscure vicende dello Stivale dal 1981 al 1994, s’intitolerà IL PAESE CHE AMO e uscirà entro l’anno.
È prevista, sempre entro l’anno anche un’altra sorpresa (o forse due), ma al momento è davvero troppo presto per parlarne.
Vi prometto, però, che rimarrete a bocca aperta.

Recensione di Massimiliano MaXxXxXxXxX
Intervista di Enzo "BodyCold" Carcello


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