martedì 28 settembre 2010

Intervista a Victor Gischler (Anche i poeti uccidono - Meridiano Zero)


Victor Gischler vive a Baton Rouge, in Louisiana. Ha lavorato come docente di Scrittura creativa alla Rogers State University, in Oklahoma, ha scritto sette romanzi tradotti in varie lingue ed è sceneggiatore di fumetti per la Marvel, per The Punisher, Wolverine e la serie regolare di Deadpool. In Italia è uscito con Meridiano Zero Anche i poeti uccidono, un giallo imprevedibile, costruito con pittoreschi personaggi molto verosimili, un libro che scorre fluido e che lascia senza respiro, ambientato nel mondo accademico della poesia. Di lui Joe Lansdale ha detto: «I suoi libri e le sue storie sono devastanti: fredde come il ghiaccio secco, piene di intrighi e di divertimento allo stato puro. Ragazzi, questo scrittore continua a stupire!»

Marilù Oliva: In Anche i poeti uccidono, la poesia è descritta come branca della scrittura, degli usi ed abusi che se ne fanno: «Tutti scrivevano poesie. Maestri di scuola e ragazzine e foruncolosi adolescenti che non si filava nessuno. Fanatici religiosi che affidavano il loro messaggio cristiano a liriche astratte, vecchietti che mettevano in rima la nascita dell’ultimo nipotino. Casalinghe che sublimavano le loro vite banali e infelici in scarabocchi buoni solo per qualche biglietto di auguri e rifiutavano di credere che al mondo potesse esistere qualcun altro che se la passava di merda come loro. Anzi, si rinforzavano nelle loro opinioni, con la mente annebbiata dall’illusione che quei tormenti fossero (non è dato sapere in che modo) di qualche originalità o interesse, e pertanto degni di essere spartiti con il mondo intero.» In riferimento a questo passo, c’è un leggero messaggio di insofferenza verso la caterva di aspiranti scrittori e scribacchini vari?

Victor Gischler: Non so se parlerei esattamente di insofferenza, però quando ho cominciato a insegnare sono rimasto scioccato e sorpreso nel constatare quanto errato fosse il concetto che i miei allievi avevano di ciò che si supponeva fosse la poesia. Ricordo di aver chiesto a una classe di studenti chi di loro scrivesse poesie e una parte di loro ha alzato la mano. Quando poi ho domandato se c’era qualcuno che leggeva poesie tutte le mani si sono abbassate. Ecco, credo che quest’immagine valga più di mille parole e riflessioni.

MO: Perché la scelta del genere poetico come elemento trasversale al romanzo?

VG: Per due ragioni: la prima perché volevo sfruttare la mia esperienza accademica che mi pareva materiale perfetto per essere analizzato con gli strumenti narrativi della satira e dell’ironia. In secondo luogo perché non avevo mai letto di poesia presa come elemento chiave di una storia noir e perciò mi sembrava interessante provare a portare un elemento originale al genere.

MO: In merito al tuo curriculum e alla tua attività di insegnamento all’Università e presso alcuni college, di quali materie ti occupavi?

VG: Per la maggior parte di scrittura. In particolare: workshop di poesia e narrativa. Sceneggiatura. Letteratura.

MO: Sei considerato la nuova onda del noir americano, tanto che Joe Lansdale parla di “delirio di scrittura” portato ai massimi livelli, sull’orlo di un abisso da cui non precipiti mai. Come convivono delirio e controllo?

VG: Guarda, non lo so. Credo che a volte pensare troppo al controllo mandi a puttane la magia. Penso sia un po’ come chiedere a un giocatore di golf se prima di uno swing fa esercizi respiratori particolari. Pensare troppo rischia di bloccare tutto. Meglio lasciare che, semplicemente, le cose accadano. Per quanto riguarda il delirio e le stranezze, dico che penso siano strettamente collegate al divertimento. Che poi è l’elemento chiave per catturare il mio interesse. Se quello che sto scrivendo non cattura il mio interesse come posso pretendere che riesca a coinvolgere il lettore?

MO: E tu cosa dichiari sulla sua scrittura?

VG: Joe non è solo un bravissimo scrittore, ma anche una persona splendida. Quando ha scritto per me un commento al mio primo libro è stato bellissimo e non osavo chiedergli di fare altrettanto per il secondo, ma lui lo ha fatto. Quello che ammiro in lui non è solo l’incredibile abilità di scrittura, ma anche l’eclettismo, che mi ha convinto delle mie scelte. Di solito passare da un genere all’altro non è una bella mossa sul piano commerciale, ma aver visto che l’ha fatto lui mi ha dato forza e convinzione.

MO: L’ironia nella narrazione e l’ironia nella vita. Quanto porti avanti le due cose?

Penso che l’ironia sia fondamentale. Nella vita e nella narrazione. Aggiungo che ho l’impressione che i lettori si stancherebbero presto di uno scrittore troppo autoreferenziale o che si prende troppo sul serio.

MO: L’andamento filmico è una costante dei tuoi romanzi da “La gabbia delle scimmie”. Quali sono i tuoi registi di riferimento e quali quelli che non contamineranno mai la tua arte? 

VG: Amo i film. Ti cito una minima parte dei miei registi preferiti. Quentin Tarantino, Sam Peckinpah, John Ford, Sergio Leone, David Lean, Anthony Mann, Otto Preminger.

MO: Come si sta evolvendo la nuova generazione letteraria americana di cui tu fai parte?

Penso che sia una generazione cresciuta in un determinato periodo e quindi, per forza di cose, con un’educazione e gusti molto simili e influenze che pescano inevitabilmente dal cinema, dalla musica, dai fumetti, in una parola dalle stesse radici culturali. Credo che siamo il prodotto di un medesimo humus culturale, insomma.

MO: Noti differenze nell’approccio al romanzo e all’autore tra i lettori italiani e quelli statunitensi?

VG: Non saprei, vediamo. Non ho incontrato tutti i miei lettori italiani e di certo non rappresento tutti i lettori americani ma ho sempre avvertito un senso di affinità fra coloro che amano il pulp e penso che i lettori italiani si siano fatti coinvolgere da questo fatto e che conoscano perfettamente quel tipo di sensazione, penso di poter dire lo stesso per alcuni gruppi di lettori americani.


MO: I personaggi dei tuoi romanzi sono pittoreschi ma molto verosimili. Penso a Annie Walsh, al professor Morgan, a Harold Jenks. Quanto ti ispiri alla realtà e quanto la rivisiti?

VG: La realtà non è mai abbastanza. Mi spiego: mi trovavo ad un workshop di poesia con Maxine Kumin e lei disse qualcosa del tipo “I poeti non compongono le parole … le scompongono”. Questo è quello che cerco di fare io con la realtà: per me rappresenta a volte un buon punto di partenza, ma la mia immaginazione ha poi bisogno di prendere il volo proprio da lì. Posso conoscere la realtà ogni giorno aprendo la porta di casa. Ma non mi basta affatto.

MO: Progetti? 

VG: Sto lavorando a molte storie degli X – Men per la Marvel, poi ho una sceneggiatura in forno e sto raccogliendo le idee per cominciare il mio prossimo romanzo.

MO: In ottemperanza al titolo del tuo romanzo, ci fai un saluto micidiale e molto poetico?

VG: Ehm, non lo posso fare. Per la semplice ragione che io sono uno di quei terribili poeti di cui scrivo nel mio libro. Preferisco le storie…e poi non voglio salutarvi dicendo “arrivederci”, preferisco che ci lasciamo con un “alla prossima”.



Intervista di Marilù Oliva
Traduzione di Matteo Strukul

1 commento:

Stefania ha detto...

Molto interessante! Non ne avevo mai sentito parlare e ora un pensierino ce lo farò!
Complimenti per l'accattivante intervista!!!