mercoledì 15 settembre 2010

Intervista a Francisco Pérez Gandul (Cella 211 - Marsilio 2010)


Gentile Sig. Gandul, la ringraziamo per l’opportunità concessa. Passiamo subito al fuoco di fila delle domande:

Corpi Freddi: “Cella 211” rappresenta il suo debutto letterario. Come è nata l’idea per questa storia?

Francisco Pérez Gandul: La riva del mare, un orizzonte senza nubi, una domanda stupida: Cosa succederebbe se una guardia carceraria alle prime armi si ritrovasse in mezzo a una rivolta dei carcerati più pericolosi al suo primo giorno di lavoro? Tre anni dopo, quella domanda si è trasformata in un libro e il suo autore aveva pagato così un debito con il romanzo e il cinema noir americano che tanto l’avevano fatto divertire.

CF: Tantissimi romanzi, soprattutto nella narrativa di genere, trattano il tema carcerario. In cosa ritiene che “Cella 211” possa distinguersi rispetto agli altri?

FPG: In realtà io avevo solo bisogno di un luogo chiuso per raccontare la storia della caduta nell’abisso di Juan Oliver. Era irrilevante che la storia avesse luogo in un carcere o in un ospedale psichiatrico o in una miniera con l’uscita sigillata. Questo è ciò che la rende diversa, non ha bisogno né degli archetipi né degli stereotipi carcerari per svilupparsi, ancora meno dei topoi. Non tutto era stato inventato nel mondo del cinema carcarario.

CF: Il romanzo sfrutta uno stile narrativo atipico. E’ infatti raccontato in prima persona sotto tre diverse prospettive: Juan il protagonista che si trova giocoforza in cella con i detenuti, la guardia carceraria Armando e il criminale Malamadre. Quale è stata delle tre figure la più complessa da delineare?

FPG: Forse Juan Oliver, perché subisce un’enorme trasformzione della personalità spinto dalle circostanze. Era difficile riuscire a far sì che quel personaggio si muovesse all’interno della storia senza cadere nell’istrionismo. Poi, la costruzione del personaggio di Malamadre esigeva tatto, sia per sviluppare il linguaggio basso, dei sobborghi, di un analfabeta che aveva consumato la sua vita fra le sbarre, sia per far sì che il lettore si sentisse empatico con lui, un delinquente con un cuore e un rigido senso dell’onore. Armando serviva come filo conduttore: lo sguardo neutro, indipendente, la sua costruzione è stata la meno complicata.

CF: Ci sono protagonisti del romanzo che prendono ispirazione da personaggi reali?

FPG: No, al meno non volontariamente.

CF: Per la preparazione del romanzo c’è stato un lavoro di ricerca e documentazione della realtà carceraria del suo paese? Ha avuto esperienze dirette con alcuni detenuti o addetti alle carceri?

FPG: Ho avuto l’aiuto di una guardia carceraria, ma in realtà mi sono documentato poco; tutto ciò che c’è nel romanzo è frutto della mia immaginazione. In realtà io stavo fuggendo dal mio lavoro, il giornalismo, che mi sequestrava ogni giorno legandomi alla realtà, e io avevo bisogno di finzione. Se mi fossi documentato a fondo avrei fatto un lavoro giornalistico e non ero disposto a farlo. In più, quello che volevo raccontare non aveva bisogno di descrizioni esaustive. Il film sì, ma il romanzo ci guadagnava se non distraeva l’attenzione del lettore soffermandosi in cose non fondamentali per lo sviluppo della trama. Odio i romanzi che hanno troppe pagine perchè puzzano di marketing editoriale.

CF: E’ evidente in “Cella 211” il messaggio che non sempre il bene e il male siano così nettamente distinti. C’è un personaggio in particolare nel romanzo per cui lei patteggia?

FPG: In Celda non ci sono messaggi. Ci sono fatti. E dai fatti la gente tra le sue conclusioni, perché è adulta, ha capacità di giudizio e anche se non vogliamo crederlo, pensa. Sono molti i temi che si affrontano nel romanzo: il bene e il male, l’amicizia, l’ipocrisia del potere, l’amore, il Destino… Si mostrano e si chiede al lettore che ci si bagni. La storia comanda sempre. Malamadre, nella sua dualità, è come un incubatore di tutto questo.

CF: Nel romanzo si entra anche in territori politici e sociali, in particolare ci stiamo riferendo all’organizzazione terroristica dell’ETA. E’ evidente pure un senso di sfiducia verso le Istituzioni. Quanto ritiene il noir uno strumento efficace per veicolare un messaggio di denuncia sociale?

FPG: Da sempre il genere noir è quello che meglio ha saputo illustrare le miserie delle socità, descrivere la sordidezza di determinate istituzioni, mafie, fatti e condotte. Allo stesso tempo non so fino a che punto sia uno strumento efficace di denuncia sociale. Credo che ce ne siano di migliori e più efficaci nel superpoliticcizzato mondo nel quale viviamo. Autori? Tutti quelli che mi raccontano bene una buona storia.

CF: In Italia raramente vengono pubblicati scrittori spagnoli relativamente alla narrativa di genere. Ci può indicare qualche autore valido e, più in generale, come è lo stato di salute attuale della letteratura e dell’editoria in Spagna?

FPG: In Italia probabilmente piacciono le buone storie. In Spagna, altre cose. Abbiamo autori molto bravi, ma troppi messaggi e poche trame che facciano emozionare, arrabbiare, ci facciano ridere, piangere, pensare. Importa molto il come e il perché e molto poco il cosa.

CF: “Cella 211” è stato pubblicato in Spagna nel 2004. Con il senno di poi e analizzandolo in maniera più fredda e critica, c’è qualcosa che vorrebbe eliminare o rivedere?

FPG: Ah! Bè, probabilmente lo riscriverei tutto. Sono di quelli che cancellano più che scrivere. Ma a suo tempo feci il romanzo che volevo scrivere e questo è quello che conta. Non guardo mai indietro.

CF: “Cella 211” è caratterizzato da un linguaggio spesso crudo e volgare e non si lesina in descrizioni violente e di sesso. Come si pone nei confronti della violenza nei romanzi, crede ci si debba porre un limite o nella fiction tutto è comunque concesso?

FPG: Non credo ai limiti nella creazione. Se in un libro qualcosa mi ripugna, lo lascio; se è un film, esco dal cinema; se è in televisione, cambio canale. La società e la politica ci impongono già abbastanza restrizioni senza che ci imbavagliamo da soli.

CF: Dal romanzo è stata effettuata una trasposizione cinematografica, ad opera di Daniel Monzon, che ha vinto ben 8 premi Goya. E’ stato coinvolto direttamente nella creazione del film? Quale è il suo giudizio personale sulla qualità della pellicola?

FPG: No, io sono per contratto soggettista del film e di fatto nella sceneggiatura ci sono solo un paio di cambiamenti rispetto alla trama originale. Quella “unità” del romanzo è quella che ha decretato il successo del film in Spagna. È straordinario. Daniel Monzón e Jorge Guerricaechevarría hanno firmato una sceneggiatura solida e brillante, e Luis Tozar ha ricreato Malamadre in modo memorabile. Il film si è meritato tutti i premi che gli hanno dato.

CF: Sappiamo che è già in preparazione il suo secondo romanzo. E’ possibile avere qualche anticipazione in merito e quale sarà, più specificatamente, il tema trattato.

FPG: Sto finendo un nuovo soggetto cinematografico, che non ha nulla a che vedere col mondo delle carceri, e lavoro al mio secondo romanzo, ambientato nell’ambiente della finanza. Però, amico, sono imprevedibile e magari lascio tutto e me ne vado a girare la Toscana a piedi. Da dove mi consiglia di iniziare a quale santo non raccomandato dal Vaticano mi devo affidare?

CF: Ancora grazie per la sua grande disponibilità e gentilezza.



Intervista di Marco "Killer Mantovano" Piva
Traduzione di Paola Soriga (Grazie 1000000)

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