venerdì 19 marzo 2010

Vi mostrerò la paura - Nikolaj Frobenius



"Per vent'anni suo padre aveva lavorato ai testi e alle lettere di Edgar Allan Poe, il genio ignobile, e per tutto il tempo aveva fatto quanto in suo potere per screditare l'uomo che ora fissava da terra. Benchè nessuno volesse dare alle stampe i suoi scritti su Poe, lui continuava a scrive su Poe, leggere Poe, perseguitare Poe. Aveva sentito dire che Rufus aveva distrutto il proprio nome e la propria reputazione per distruggere quelli di Poe."

Edgar Allan Poe (1809-1849), padre del romanzo poliziesco e del giallo, genio della letteratura americana, nasce a Boston nel 1809, i suoi genitori, entrambi attori, muoiono di tubercolosi, e lui viene adottato dalla ricca famiglia Allan. All'età di 25 anni sposa sua cugina di appena 14 anni. Alla prematura morte di lei, in preda alla più totale disperazione, rientra nel tunnel dell'alcoolismo da cui non uscirà più. Nel 1849, quarantenne, viene trovato fuori da una locanda di Baltimora, delirante e con abiti non suoi. Ricoverato al Washington Hospital, muore dopo quattro giorni, di delirium tremens, è l'ipotesi più accreditata, senza riuscire a spiegare l'accaduto. Questa è la storia che conosciamo, quello che non sappiamo, o che almeno io ignoravo, è come abbia vissuto veramente la sua vita. I debiti contratti al gioco, uno dei motivi per cui il patrigno morendo non gli lascerà nulla, l'alcolismo, le sue aspirazioni, la disperazione, la lotta contro il tempo e la fame, nell'attesa, sospirata, del successo. Molti all'epoca definirono le sue opere spaventose, perverse, oltraggiose, orripilanti ma “tutti noi siamo legati all'albero di maestra di una nave. Mentre i gabbiani ci beccano senza tregua, cerchiamo di comportarci con educazione e civiltà. Prima perdiamo il naso e gli occhi, poi il sole sprofonda in mare. Mentre le onde percuotono il ponte, aneliamo alla fine. L'umanità è paurosa e autodistruttiva: i personaggi dei suoi racconti non possono comportarsi in altro modo. Lui non è una macchina per far ridere, non è un mulino a vento. E' una bara infuriata che affonda in mare. Ma è nel momento in cui una serie di efferati omicidi, ispirati ai racconti di Poe, scuote l'opinione pubblica, che la sua vita si intreccia tragicamente ed inesorabilmente con gli altri due personaggi della storia. L'albino Samuel, figlio di una serva di casa Allan e suo amico d'infanzia, che ossessionato da lui lo elegge a suo maestro di vita, e Rufus Griswold (1815-1857), critico letterario americano noto per aver pubblicato l'antologia "I poeti e la poesia d'America" che comprendeva quanto di meglio prodotto dagli autori americani comprese anche tre (solo tre!) sue poesie. Poe e Griswold sono come due foglie in uno stagno, si girano intorno ma quando si avvicinano si sfiorano e si allontanano, sono morbosamente ossessionati l'uno dall'altro e per Griswold diventarà una ragione di vita diffamare screditare ed affondare il nome di Poe, parlandone male ad ogni occasione, affossandolo con le sue critiche. Fortunatamente non ci è riuscito, Poe è e sarà sempre "il genio" mentre Griswold........ Griswold chi???

Ho dovuto documentarmi sulla vita di Poe ancor più su quella di Griswold per capire quale fosse la parte biografica e quale fosse invece quella romanzata, perché Frobenius è talmente bravo nel fondere le due cose, che la linea di demarcazione è praticamente inesistente. Forse la componente “gialla” dei delitti sa di deja vu ma il contesto è geniale. Frobenius con grande maestrìa mette a nudo i tre protagonisti, focalizzando l'attenzione sul loro disagio di vivere, Samuel e le sue agghiaccianti lettere, Griswold e il suo odio inarrestabile, Poe e la sua disperazione, ci porta direttamente nella loro mente e le loro paure e i loro tormenti e le loro ossessioni le viviamo in prima persona. Il titolo “Vi mostrerò la paura”, suona come una minaccia o una promessa, in emtrambe i casi Frobenius ha centrato l'obiettivo.

Vengono citate molte poesie e molti racconti di Poe, mi sento di riportarne una in particolare perchè, quando lui ne legge alcuni versi incantando gli astanti, ha incantato anche me.


Il Corvo di Edgar Allan Poe

C’era una notte, in cui meditavo, debole e stanco,
su più di un tomo strano e bizzarro di una storia dimenticata;
mentre chinavo il capo, quasi per addormentarmi, improvvisamente ecco si sentì bussare,
come se qualcuno dolcemente battesse, battesse alla porta di camera mia.
“E’ qualche visitatore” mormorai, “che batte alla porta di camera mia;
solo questo e nulla più”.
Ah, distintamente ricordo fu in un bieco dicembre;
ed ogni singolo tizzone morendo presentava la sua ombra sul pavimento;
con ansia desideravo il mattino; invano avevo cercato di prendere in prestito
dai miei libri sollievo al dolore, dolore per la perduta Lenora,
per la rara e radiosa fanciulla che Lenora chiamano gli angeli,
ma che nome qui non ha più.
E lo strisciare di seta, triste, incerto della purpurea tenda
mi faceva trasalire, mi riempiva di paure fantasiose mai provate prima;
cosicché adesso, per placare il battito del mio cuore, in piedi ripetevo
“E’ qualche visitatore che mi prega d’entrare alla porta di camera mia;
un qualche ritardatario visitatore che mi prega d’entrare alla porta di camera mia.
Questo è, e nulla più”.
Subito la mia anima si fece più forte; esitando quindi non più:
“Signore”, dissi “o signora, davvero imploro il vostro perdono;
ma il fatto è che mi stavo appisolando, e così voi dolcemente siete venuti a battere,
e così piano siete venuti a bussare, bussare alla porta di camera mia,
che io a stento vi ho sentito”. Ed ecco che spalancai la porta.
Buio lì e nulla più.
In fondo al quel buio sbirciando, a lungo rimasi lì a guardare, ad aver paura,
a dubitare, a sognare sogni che nessun mortale avrebbe mai osato sognare prima;
ma il silenzio era intatto, e la quiete non ebbe intralcio,
e la sola parola lì detta fu la sussurrata parola “Lenora!”
Questo sussurrai, e un’eco mormorò in risposta alla parola “Lenora!”
Solo questo e nulla più.
Ritornando in camera, tutta la mia anima ardeva;
subito di nuovo sentii bussare in qualche modo più forte di prima.
“Sicuramente”, dissi, “sicuramente si tratta di qualcosa alla grata della mia finestra;
vediamo, dunque, quale minaccia è, ed esploriamo questo mistero.
Che il mio cuore si calmi un attimo ed esplori questo mistero.
E’ il vento e nulla più”.
Ecco spalancai le imposte, quando, con civetteria ed agitando le ali
Entrò un maestoso corvo dei Santi giorni dei tempi che furono.
Non il minimo cenno di saluto fece; ne’ un minuto si fermò o stette;
ma, con l’ aria da signore o signora, si appollaiò sulla porta di camera mia;
si appollaiò sul busto di Pallade proprio sulla porta di camera mia;
si appollaiò, e si sedette, e nulla più.
Allora, questo eburneo Uccello inducendo la mia triste fantasia a sorridere,
con il grave e severo decoro del suo portamento,
“Anche se la tua cresta è tagliata e rasa, tu “, dissi, “di sicuro non sei un vile,
spettrale, sinistro ed antico uccello che vaghi dalla riva della Notte.
Dimmi quale è il tuo signorile nome sulla riva della notte plutoniana!”
Disse il corvo “Mai più”.
Molto mi meravigliai a sentir parlare così chiaramente questo sgraziato volatile,
sebbene la sua risposta significasse poco; e poca rilevanza avesse;
perché è innegabile che nessun essere umano vivente
abbia mai avuto la fortuna di vedere un uccello sopra la porta di camera sua,
uccello o bestia sopra il busto scultoreo sulla porta di camera sua,
con un nome come “Mai più”.
Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, disse soltanto
quella sola parola, come se la sua anima in quell’unica parola straripasse.
Niente oltre allora disse; non una piuma allora agitò
finché io un po’ più forte mormorai “Altri amici sono volati qui.
Al mattino mi lascerà, come le mie speranze sono volate prima”.
Allora disse l’uccello “Mai più”
Sussultai alla quiete spezzata da una risposta così adeguatamente proferita,
“Senza dubbio”, dissi “ciò che dice sarà la sua unica frase ripetuta
attinta da un qualche padrone infelice che un’ impietosa Disgrazia
ha seguito veloce e inseguito più veloce finché le sue canzoni avevano un solo ritornello,
finché i funerei canti della sua speranza quel malinconico ritornello avevano
di un “Mai, mai più”.
Ma mentre il Corvo ancora induceva la mia triste anima al sorriso,
forte spinsi dritto una poltrona davanti all’uccello, e al busto e alla porta;
allora, affondando nel velluto, mi ritrovai a collegare
fantasia con fantasia, a pensare a che cosa quel malaugurioso uccello dei tempi che furono
a che cosa quel sinistro, sgraziato, spettrale, secco, e malaugurioso uccello dei tempi che furono
intendesse gracchiando “Mai più”
Così ero seduto impegnato a congetturare questo, ma senza dire sillaba alcuna
al volatile i cui occhi feroci adesso ardevano nel profondo del mio petto;
così ero seduto a cercare di indovinare questo e quant’altro, con la testa comodamente reclina
sulla fodera di velluto del cuscino che la luce della lampada fissava malignamente,
ma sulla cui fodera di velluto viola con la luce della lampada che la fissava malignamente
lei non si appoggerà, ah, mai più.
Allora, mi sembrò, l’aria si fece più densa, profumata come da un invisibile incensiere
agitato da un serafino i cui passi tintinnavano sul pavimento ovattato.
“Maledetto!”, dissi, “Il tuo Dio ti ha prestato, attraverso questi angeli ti ha mandato
il sollievo, il sollievo e il nepente dai ricordi di Lenora,
tracanna, oh tracanna questo tipo di nepente e dimentica questa perduta Lenora!”
Disse il Corvo “Mai più”
“Profeta!” dissi, “Cosa malefica! Profeta ancora, se uccello o demonio!
Qualunque sia il Tentatore che ti ha mandato, o qualunque tempesta ti abbia sbattuto in questi lidi,
desolati eppure così pieni di presenze, su questa terra deserta eppure incantata,
c’è, c’è un balsamo in Gilead? Dimmi, dimmi, ti imploro!”
Disse il Corvo “Mai più”
“Profeta!” dissi, “Cosa malefica! Profeta ancora, se uccello o demonio!
Per il Cielo che si piega su di noi, per quel Dio che entrambi adoriamo,
Dì se quest’anima pesante di dolore se, nel lontano Eden,
stringerà un santa fanciulla che gli angeli chiamano Lenora
stringerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenora”.
Disse il Corvo “Mai più”
“Sia la tua parola il segno del nostro addio, uccello o demonio!” urlai balzando in piedi.
Ritornatene alla tempesta e alla riva plutoniana!
Non lasciare piuma nera come segno di quella bugia che la tua anima ha proferito!
Lasciami alla mia intatta solitudine! Vattene dal busto sopra la mia porta!
Togli il tuo becco dal mio cuore, e togli la tua forma via dalla mia porta!”
Disse il Corvo “Mai più!”
Ed il Corvo, mai svolazzando, ancora é seduto, ancora é seduto
sul pallido busto di Pallade proprio sopra la porta di camera mia;
ed i suoi occhi hanno le sembianze di un demone che sogna,
e la luce della lampada che su di lui si allunga, getta la sua ombra sul pavimento;
e la mia anima da quell’ombra che fluttua sul pavimento
non si solleverà mai più.

Articolo di Cristing

Dettagli del libro
  • Autore: Frobenius Nikolaj
  • Editore: Ponte alle Grazie
  • Genere: letterature straniere: testi
  • Collana: Romanzi
  • Pagine: 304
  • ISBN: 8862200854
  • ISBN-13: 9788862200851

5 commenti:

gc ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
IL KILLER MANTOVANO ha detto...

Fantastica analisi, lavoro con i fiocchi.

Cristing ha detto...

Grazie!

gc ha detto...

Bel lavoro di documentazione che hai fatto. E' proprio vero, di alcune cose non siamo a conoscenza o dopo anni ci sfuggono, cadendo nell'oblio. Lavori come questo richiamano alla memoria alcune conoscenze, che è bene riportare alla luce ogni tanto :)

Cristing ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.