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mercoledì 28 settembre 2011

L' Affaire Simenon - Maurizio Testa PT.2


Il metodo Maigret… e quello Simenon

Abbiamo prima accennato che il commissario, quando viene chiamato per un caso, quasi mai parte di gran carriera. Lo vediamo aggirarsi per i luoghi del delitto o del reato. Se è un palazzo con portineria, spesso fa comunella con la portiera, non di rado stimolato da un odore, va in cucina a vedere cosa cuoce sui fornelli, ma così facendo entra in confidenza con la donna che prima o poi si rivelerà utile. Poi osserva, ascolta, a volte, come dice lui stesso, s’installa in un milieu e sta lì sembra a far niente. E invece s’impregna dell’ambiente, della mentalità e delle abitudini delle persone, cerca di entrare nel modo di ragionare e di vivere di quella gente e di entrare nell’atmosfera.
Quando tutto questo matura, allora inzia gli interrogatori, ordina gli appostamenti ai suoi ispettori, chiede ricerche sui sospettati, insomma mette in moto la macchina investigativa che non è quasi mai chiassosa e plateale. Maigret preferisce tenere un basso profilo, impiegare pochi uomini, non fare troppo rumore. Se ci sarà bisogno, verrà il momento giusto per farlo.
La fase diciamo così preliminare dell’inchiesta mette Maigret in uno stato particolare. Come ha detto Simenon, il commissario è un intuitivo e ha bisogno di seguire i suoi percorsi mentali, gli serve a volte non pensare a niente. Fare vuoto affinché ci sia spazio per l’intuizione. I suoi ispettori conoscono bene questa fase e, dandosi di gomito, dicono “Ecco il capo è en trance , ci siamo…”.
Questa fase di trance somiglia tanto a quella simenoniana dell’état de roman.
Facciamo un passo indietro. Quando nel dicembre del ’22 un non ancora ventenne Simenon scese a Parigi alla Gare du Nord, il giovane aspirante scrittore aveva già in mente bella e pianificata quella che sarebbe stata la sua avventura nel mondo della letteratura. In un primo momento avrebbe dovuto imparare i meccanismi della narrazione, lo stile, il funzionamento del mondo editoriale, era la fase dell’apprendistato e della letteratura-alimentare, come la definiva lui stesso, perché davvero era quella che gli permetteva di sopravvivere. Dopo nemmeno un decina d’anni ecco che si prepara ad alzare il livello. Non più letteratura popolare, scritta su ordinazione, ma una semi-letteratura (o letteratura semi alimentare, entrambe ancora definizioni di Simenon) dove la creazione era suo esclusivo appannaggio ed era lui a proporre all’editore cosa pubblicare e non viceversa.
Finita la prima serie delle inchieste di Maigret (diciannove titoli, come recitava il contratto con Fayard), Simenon si sente pronto al grande salto quello che lo porterà a quella che lui stesso chiamava i romans-durs, o i romans-romans, insomma la letteratura tout court, quella per cui potrà ritenersi davvero un romanziere, tanto da far cambiare la dicitura sulla sua carta d’indentità alla voce professione.
E, in questa fase, la genesi dei romanzi simenoniani è caratterizzata da qualcosa che faceva scattare in lui uno stato particolare che lui chiamava l’ètat de roman. Una fase analoga a quella che faceva passare al suo commissario prima dell’indagine. L’importanza di questo ètat de roman sta nel fatto, almeno così la spiegava Simenon, che in quella condizione riusciva a entrare nella pelle degli altri, e quasi automaticamente iniziava a pensare come loro. Questi altri erano i personaggi dei suoi romanzi i quali gli prendevano letteralmente la mano e lo portavano in breve alla conclusione della vicenda. E questo spiegherebbe due caratteristiche. La pretesa di Simenon di non sapere come il romanzo sarebbe andato a finire quando all’inizio si sedeva alla macchina per scriverev. L’altro fatto è costituito dalla celerità con la quale scriveva un romanzo di 150/200 pagine. Una settimana ed era pronto.
E la spiegazione che dava l’autore rigurdava proprio l’ètat de romance che appunto durava sette/otto giorni e lui doveva sbrigarsi a finire, altrimenti non avrebbe saputo come fare. E a riprova raccontava come una volta aveva dovuto interrompere la stesura di un romanzo per una malattia abbastanza grave. Ebbene, dopo quindici giorni si ritrovò davanti qualcosa che non riconosceva, che non sapeva portare avanti e che dovette abbandonare..


Il lancio dei Maigret

Nelle discussioni tra Simenon e Fayard che precedettero l'uscita delle inchieste di Maigret, uno degli argomenti di contrasto fu cosa fare per lanciare la serie. Simenon a questo proposito aveva le idee ben chiare. Nessuna conferenza stampa per gli addetti ai lavori, nessuna presentazione ordinaria... non voleva che un personaggio, e quella nuova fase della sua vita letteraria, esordissero con una colonnina di recensione nella pagina culturale dei quotidiani, letta da pochi e ignorata da molti e che già il giorno dopo veniva coperta da altre notizie. No, lui voleva realizzare qualcosa di cui si occupasse anche anche la stampa mondana e di cui se ne parlasse per almeno per una settimana.
Per raggiungere questo obiettivo, pensò di organizzare una grande festa.

Si trattò del Bal Anthropométrique (letteralmente antropometrico, come le misure del corpo che la polizia prende prima di incarcerare qualcuno), un rendez-vous in uno dei più eccentrici locali di Montparnasse, il dancing la Boule Blanche, solitamente frequentata dagli antillesi di Parigi e dove solitamente si ballava la beguine. Lì avrebbe invitato il meglio e il peggio della società cittadina per la serata "più carceraria" di Parigi.
Ovviamente Fayard non era affatto d'accordo, anche e soprattutto per le spese, visto che Simenon gli aveva detto di aver già contattato per l'allestimento e la creatività della serata artisti come Paul Colin, Marcel Vertés e Don. Tre nomi che da soli già facevano pensare all'editore al fiume di soldi che sarebbe potuto scorrere.
Ma Simenon era irremovibile. Non aveva nessuna intenzione di sprecare quell'occasione. E infatti alla fine, pur di spuntarla, acconsentì di pagare una buona metà delle spese della serata.
E così spedì un gran numero d'inviti per il 20 marzo 1931, inviti che altro non erano che dei "mandati di comparizione".
Davanti all'entrata de la Boule Blanche, al 33 di rue Vanvin, quella sera dalle dieci in poi ci fu una gran fila all'ingresso. All'esterno c'erano dei figuranti per rendere tutto ancor più stravagante: una finta prostituta e il suo protettore e dei poliziotti che prendevano le impronte digitali prima di far entrare gli invitati. Non tutti stettero al gioco, alcuni protestarono, non volendo farsi trattare da delinquenti, come una vecchia conoscenza di Simenon, l'editore di Paris Soir, Eugene Merle, che aveva subito analoghi trattamenti durante la sua gioventù da estremista di sinistra. Circa trecento persone si accalcarono nella sala decorata dagli artisti con uno stile definito molto... “Quai des Orfèvres”, manette, corpi sanguinanti, ma anche grandi punti interrogativi... Non solo una gran folla quindi con molti rappresentanti della Parigi che conta, ma anche artisti, scrittori, gente qualsiasi e forse anche dei poliziotti in incognito.
Si poteva incontrare Philippe de Rothschild, ma anche la cantante Suzie Solidor, la scrittrice Colette e pittori come Derain, il critico d'arte Florent Fels e Raymonde Machard, femminista e redattrice-capo de Le Journal de Femmes. L'orchestra antillese faceva scatenare gli invitati e un'aria di follia sembra impadronirsi della festa. Alle quattro la sala era ancora piena e la baldoria la suo culmine, spogliarelli, più o meno integrali, docce allo champagne, promiscuità, divertimento e trasgressione. Era quello che voleva Simenon affinchè la stampa ne parlasse a lungo. Lui nel frattempo non aveva smesso un attimo di scrivere dediche, su nella galleria, per i primi due Maigret lì presentati, Monsieur Gallet décédé e Le Pendu de Saint Pholien. E ne fece talmente tante che non smetteva mai di scrivere. Qualcuno lo prendeva in giro dicendo che stesse già scrivendo il prossimo Maigret.
Verso le sette di mattina la festa andò morendo, ma lasciò un'eco proprio come voleva il suo ideatore. Oltre ad una buona critica per quello che riguardava i romanzi, l'evento tenne banco sui giornali parigini come l'avvenimento mondano più divertente e trasgressivo, come da molto tempo non se ne organizzavano più.
Lanciati i Maigret, lanciato anche Simenon, per la prima volta con il suo vero nome, quella sera diverrà una data storica nella sua vita non solo letteraria.

Maurizio Testa:
Giornalista e scrittore, Maurizio Testa (Roma 27 settembre 1954) è stato il direttore responsabile de Il Falcone Maltese, il primo magazine consacrato al noir & al mystery. Durante i suoi trent’anni di carriera giornalistica, ha lavorato nella carta stampata, è stato autore di testi per la radio, ha diretto diversi magazine e periodici specializzati ed è stato direttore editoriale del web-network d’informazione Axnet oltre che direttore del quotidiano on-line News Ore 13. Ideatore e direttore per il Comune di Roma della mostra Giallo Estate per sei edizioni (1997/2002) nell’ambito dell’Estate Romana.

Articolo di Maurizio Testa

I libri di Testa su Simenon:
  • Maigret e il caso Simenon
  • Maigret et l'affaire Simenon
  • Maigret und der fall Simenon
  • L'uomo che voleva essere Maigret
  • Adieu Simenon
  • Omaggio a Simenon
  • Maigret & Simenon in "Poker d'assi"
  • Chez Maigret

martedì 27 settembre 2011

L' Affaire Simenon - Maurizio Testa PT.1


Per due giorni su CorpiFreddi pubblicheremo uno speciale su uno degli autori che ha fatto la storia della letteratura di genere, al mondo, Georges Simenon. La stesura dell' articolo è affidata al maggiore esperto dell' autore belga in Europa, Maurizio Testa. Giornalista, responsabile del Falcone Maltese (che in molti ricorderanno come primo magazine di noir e giallo in Italia) e autore di moltissime biografie proprio del grande Simenon. Il motivo per cui questo speciale non viene pubblicato, come al solito per i cf, di sabato, è che oggi il nostro amico Maurizio compie gli anni e noi CF vorremmo onorare il rapporto che ci lega e la stima nei suoi riguardi, mettendo online questo mega-speciale scritto in esclusiva per noi e per i lettori del nostro blog. Per altro, chi volesse avere notizie/curiosità/approfondimenti su Georges Simenon, ricordiamo che Maurizio Testa ha creato un sito culto proprio sull' autore belga e che invitiamo tutti a visitare: 

Nel 2011 si festeggiano gli ottanta anni dal lancio dei Maigret. E’ il momento giusto per fare una riflessione sul suo autore e sul personaggio, due “tipi” davvero orginali nel panorama letterario di genere e mainstream.

Forse non vi è capitato mai di rifletterci. Adesso, però, provate a farlo. Quanti sono stati gli scrittori al mondo in grado di inventare un personaggio di popolarità mondiale, vendendone centinaia di milioni di libri e allo stesso tempo capaci di essere autori di una ricchissima produzione di romanzi mainstream, che hanno goduto, e godono, non solo di altrettanto successo, ma sono tenuti in gran considerazione dalla critica (da quella di oggi forse più di quella di ieri), romanzi tra l’altro che hanno portato l’autore ad un passo dal Nobel per la letteratura?
La risposta, se non avete omesso di leggere il titolo, è facile.
O meglio è la nostra risposta.

Si tratta di Georges Simenon, romanziere di lingua francese, ma di nazionalità belga.
Il personaggio a cui abbiamo accennato è ovviamente il commissario Maigret, non solo tradotto e venduto in oltre trenta paesi, ma da cui sono stati tratti una decina film e circa altrettante serie di sceneggiati televisivi in nazioni diversi.
Per la qualità dei suoi romanzi, invece basta scomodare un personaggio come André Gide che riteneva Simenon “il Balzac del ‘900”.
Per quanto ci sforziamo di cercare, nel panorama della letteratura di genere non esiste uno scrittore così versatile e prolifico, capace di creare un personaggio che, quanto a popolarità, non ha nulla da invidiare a Sherlock Holmes, a Sam Spade, ad Hercule Poirot, a Philip Marlowe , a Perry Mason o a Nero Wolfe e che, nello stesso tempo, sia diventato un classico ai livelli di Hemingway, Dickens, Dumas, Gorki, Conrad, Maupassant….
Questo non era riuscito a Conan Doyle, che non coronò il suo sogno di diventare famoso per i propri romanzi storici. Oppure a Rex Stout che aveva iniziato addirittura con una letteratura sperimentale che aveva incontrato il plauso dei critici, ma non del pubblico. E’ vero che i personaggi e i romanzi hard-boiled di Hammett e Marlowe sono ormai considerati letteratura “tout cout” , ma non possono competere con l’opera complessiva di Simenon, considerando anche i numeri.
Il nostro, tra romanzi e racconti, ha pubblicato oltre un centinaio di inchieste del commissario Maigret.
Se passiamo alla contabilità di quelli che l’autore chiamava i romans-romans (o i romans-durs) dobbiamo mettere nel conto almeno altri duecento titoli ( cui andrebbero aggiunti altrettanti tra romanzi popolari, racconti e feuilletons, insomma quelli scritti per “apprendistato” tra il ‘22 e il ’31 usando una ventina di pseudonimi). Come vedete c’è da rimanere interdetti dalla qualità, dalla quantità e dalla versatilità . E le vendite? Si parla a tutt’oggi di circa cinquecento milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Ma ritorniamo alla domanda iniziale. Quale altro scrittore è riuscito in una tale impresa?
Credo che, come me, non abbiate trovato un analogo esempio. Se fosse il contrario fatemelo sapere.


Il periodo dei Maigret

In questa sede quello che ci interessa di più è soffermarci sull’analisi e i meccanismi che hanno reso così celebre il commissario Maigret.
Ma partiamo come ogni buona indagine dall’inizio. Perché dopo circa dieci anni di letteratura popolare scritta su ordinazione, quando Simenon decide di passare a quella che lui chiama semi-letteratura lo fa scegliendo proprio il genere poliziesco? La risposta sembrerebbe facile: allora, come oggi, andava di moda ed era un filone abbastanza popolare. Siamo negli anni 30, sia in Francia che negli Stati Uniti uno scrittore che intende fare un salto di livello quale genere migliore poteva scegliere? Tra l’altro nella sua produzione passata aveva già avuto modo di cimentarsi con dei polizieschi.

Ma, c’è un ma che inceppa il ragionamento. Le premesse sono esatte, il problema però è che il polar di Simenon andava contro tutte le regole che sul mercato avevano fatto il successo di diversi eroi di genere.
Tanto per iniziare mancava il protagonista. Meglio non aveva i connotati per sfondare. Questo Maigret intanto era il primo tra i grandi detective ad essere un funzionario di polizia. Gli altri per iniziare dal Daupin di Edgard Allan Poe, a Sherlock Holmes, a Sam Spade, a Poirot, a Marlowe, erano tutti detective privati o investigatori per…diletto. Quindi nessuna regola, nessun protocollo da seguire, niente rapporti, burocrazia e scartoffie che fanno tanto ufficio e fanno sognare poco il lettore.
Poi l’aspetto fisico. Abbiamo davanti un omone di circa 45 anni, non grasso, ma pesante, che non porta la pistola, non guida, non fa scazzottate, non è un tombeur de femmes. Insomma non è, come si dice, un personaggio che affascina il pubblico con il suo aspetto e nelle su inchieste manca l’azione avventurosa. In più, come ebbe spesso ad affermare Simenon, Maigret non è intelligente, è intuitivo. Ma questo comporta che spesso lo vediamo lì con lo sguardo spento, ad annusare l’aria, senza darsi il minimo da fare. Per di più è anche sposato. E non con una fascinosa e conturbante parigina. No, sua moglie viene dall’Alsazia è una casalinga di mezz’età, senza grilli per la testa, brava cuoca, tranquilla e normale. Niente figli. Una coppia borghese che la domenica pomeriggio fa una passeggiatina, qualche volta va al cinema, dove il commissario regolarmente si addormenta che una vota al mese si scambiauna cena con i propri amici i Pardon. E poi Maigret fuma la pipa… d’accordo siamo in Francia negli anni trenta, molti fumavano la pipa, ma ci sono molti uomini attraenti e “moderni” che accendevano sigarette, magari quelle americane. La pipa in definitiva fa un po’ vecchio.
Insomma non va. Il primo a dirglielo è proprio il suo editore, Arthéme Fayard, con cui Simenon lavora da anni.
Con questa roba rischiamo il fallimento. Un personaggio così non lo vuole nessuno, non ha charme, non c’è azione, sembra un impiegato, un uomo comune… A chi vuole interessi!…Guardi gli altri, Lupin, Rouletabille, e non parliamo di quelli stranieri… ”.


In effetti presentando il suo Maigret all’editore, Simenon sapeva bene di essere andato contro le regole del genere. Ma intanto, se aveva iniziato quella seconda fase dopo l’apprendistato, era perché voleva scrivere quello che sentiva. E inoltre era convinto che Maigret, proprio per quel suo essere normale, avrebbe stimolato più facilmente una certa identificazione con il lettore, più di altri super-detective, che per far capire qualcosa dei propri sofisticati ragionamenti hanno bisogno di una spalla (che come il lettore non deve capire cosa stia combinando il proprio amico-eroe) e che serve all’autore per spiegare le altrimenti incomprensibili elucubrazioni mentali del proprio eroe.
E poi Maigret, di poche parole, un po’ burbero, famoso per le sue rare ma indimenticabili sfuriate, è un personaggio molto ben connotato.
Grande appassionato di cucina, buon bevitore (calvados, birra, ma anche rum e cognac), questo omone incute sempre un certo rispetto, indossa un pesante cappotto con il collo di velluto e un cappello a bombetta. La pipa in bocca o sempre a portata di mano diventa un suo segno distintivo. Famose le nottate d’interrogatori passate a Palazzo di Giustizia, all’indirizzo anch’esso divenuto famoso, 36 Quai des Orfévres. La brasserie Dauphine, altra icona, che, in quelle occasioni, gli porta in ufficio i vassoi con panini e birre. Il suo studio con la stufa a carbone con la quale ogni tanto armeggia. I suoi inseparabili ispettori Lucas, Janvier, Torrence e Lapointe. Tipiche anche le sue litigate con il suo superiore, il giudice Comelieu, che vorrebbe azioni invesigative più plateali, più visibili all’opinione pubblica,come retate, pattugliamenti, posto di blocco. E invece Maigret ha un altro metodo d’investigazione che ora andremo a illustrare e che, come vedremo, non è poi così lontano dal modo in cui Simenon creava i suoi romanzi.
Insomma Simenon, che a trattare con gli editori era bravo, convinse Fayard che quello era il personaggio giusto e che avrebbe avuto successo. Alla fine l’editore cedette ad un patto. Simenon doveva prima di iniziare le pubblicazioni, portargli almeno sei titoli già scritti. Con il suo ritmo di scrittura e con l’entusiasmo della nuova avventura letteraria, questa condizione era addirittura trascurabile.
Per la cronaca (ma più avanti ci torneremo su), Maigret fu un successo di pubblico e oi anche di critica, ma soprattutto fu la dimostrazione che Simeno aveva un certo fiuto per quello che il pubblico voleva e che si potevano sovvertire gli allora correnti canoni del polar.



Maurizio Testa:
Giornalista e scrittore, Maurizio Testa (Roma 27 settembre 1954) è stato il direttore responsabile de Il Falcone Maltese, il primo magazine consacrato al noir & al mystery. Durante i suoi trent’anni di carriera giornalistica, ha lavorato nella carta stampata, è stato autore di testi per la radio, ha diretto diversi magazine e periodici specializzati ed è stato direttore editoriale del web-network d’informazione Axnet oltre che direttore del quotidiano on-line News Ore 13. Ideatore e direttore per il Comune di Roma della mostra Giallo Estate per sei edizioni (1997/2002) nell’ambito dell’Estate Romana.

Articolo di Maurizio Testa 

I libri di Testa su Simenon:
  • Maigret e il caso Simenon
  • Maigret et l'affaire Simenon
  • Maigret und der fall Simenon
  • L'uomo che voleva essere Maigret
  • Adieu Simenon
  • Omaggio a Simenon
  • Maigret & Simenon in "Poker d'assi"
  • Chez Maigret
 

martedì 15 marzo 2011

Detectives! 2 - Fabio Lotti


Vista la buona accoglienza del primo articolo (non ho ricevuto lettere minatorie) ecco il secondo scritto sempre a braccio, raccogliendo alcuni pezzi sparsi in qua e là e facendo perno su una lucidissima (autoironia) memoria. Una cosetta semplice per rendere la lettura più scorrevole. Da ringraziare, soprattutto, l’editore Polillo che ci ha fatto riscoprire tanti piccoli tesori.
“La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore americano Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato creato dalla penna di Erle Stanley Gardner”. L’ho scritto talmente tante volte che non mi pare nemmeno vero (ora ho addirittura qualche dubbio). Comunque più che dal personaggio libresco sono stato colpito da quello televisivo, interpretato proprio dall’attore sopraccitato. E anche dall’ambiente. Per un ragazzotto ignorantotto abituato ai vicoli di paese e alle case modeste (magari senza il water) le aule dei tribunali e gli uffici degli avvocati esercitavano un fascino irresistibile, quasi una morbosa curiosità unita ad una sorta di timida soggezione. A bocca spalancata insieme ad altri delinquentelli per seguire i dibattiti accesi fra l’accusa e la difesa e gli scontri con il procuratore distrettuale Hamilton Burger, al bar del prete o al bar “Italia” (Don Camillo e Peppone), tra il fumo e qualche rutto improvviso che si spandeva fragrante nell’aria. Presi pure, diciamolo, dalle grazie rotonde di Della Street verso cui non mancavano risatine varie, fischi di apprezzamento e perfino proposte da bunga bunga (senza sborsamento di sghei, però). Diversi anni più tardi gli attori, tutti imbolsiti sciuparono un po’ il mito…(peccato).
Se sono rimasto ammaliato dalle incredibili deduzioni di Holmes con l’occhietto attento e vispo, figuriamoci di fronte a quelle di un investigatore cieco come Duncan Maclain di Baynard Kendrik, che deve sfruttare al massimo gli altri sensi. Qualche spunto personale. Cieco da più di vent’anni per un incidente mentre era in servizio durante la prima guerra mondiale, passo sicuro e scattante come la mente ma malinconico dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e la perdita dell’amico più intimo. Capelli neri e crespi, personalità magnetica senza compromessi, qualche buona tirata di sigaro. Abile con le mani “Sybilla rimase a osservarlo affascinata quando lui prese da un cassetto un puzzle di cinquanta pezzi e lo posò sulla scrivania. Le dita affusolate del capitano si muovevano più velocemente dello sguardo di lei, tastando e scartando i vari pezzi”. Ha un servitore di nome Cappo ed un cane femmina di nome Schnucke (mi ricordo anche di un cane piuttosto feroce). E’ metereopatico dato che “i capricci del tempo esercitavano una forte influenza” su di lui (non solo su di lui…). La ricompensa per un uomo che non può vedere sono le semplici cose della vita “E il pericolo. La sfida. L’incessante battaglia combattuta col cervello contro uomini in possesso di occhi perfettamente funzionanti. E la vittoria. Ogni tanto si arrabbia ma gli passa subito”. In un libro, ripubblicato di recente da cui ho tratto qualche frase sopraccitata, tira fuori una serie di deduzioni alla Sherlock Holmes, per spiegare perché il sig. Courtney ha un braccio rotto o slegato.
Seguitelo ”Io non ci vedo ma tutti gli altri sensi sono stati costretti a lavorare il doppio. Lei ha tirato fuori dal cappotto solo un braccio quando la signorina Sprague l’ha aiutato a sfilarselo nell’ingresso. Il suo passo era irregolare quando è entrato qui dentro-indicazione infallibile di una contrazione muscolare, anche nei casi in cui la lesione è a una spalla o a un braccio. Poi si è voltato di lato per darmi una man, un movimento istintivo allo scopo di proteggere il braccio infortunato. Infine c’è la questione dei dolori, signor Courteney. Le sue bende hanno un odore ben preciso. Quanto all’udito, il rumore della seta che sfregava contro il tessuto di lana del suo abito, ogni volta che lei si muoveva, era un altro chiaro indizio, e gli uomini di solito non portano camicia di seta”. La mi’ nonna! Figuriamoci se ci avesse visto…
Parto dall’autore, anzi dall’autrice. Da Elizabeth Daly. E non perché sia stata la scrittrice americana (1879-1967) preferita da Agatha Christie, e già questo, comunque, costituirebbe un discreto viatico, ma perché solo nel 1940, a sessanta anni suonati, pubblica il suo primo romanzo. Come a dire che c’è speranza per tutti (oggi c’è speranza anche per gli ultra novantenni). Elizabeth nasce a New York da una ricca e potente famiglia, il padre è addirittura giudice alla corte suprema della città e lo zio commediografo, regista e produttore teatrale. Si laurea alla Columbia University, insegna per alcuni anni nello stesso College che ha frequentato da studentessa, si dedica al teatro ed infine, come ho detto, si butta sul giallo dopo essersi esaltata alla lettura di Wilkie Collins.
In poco tempo sforna un bel po’ di romanzi che hanno come protagonista principale Henry Gamadge, giovane sui trent’anni, grande esperto di libri e manoscritti antichi e, a tempo perso, investigatore dilettante. Pochi accenni. Fuma (abbastanza), beve all’occasione (whisky con soda), allegro, divertente, “Gamadge si sforzò di vivacizzare un po’ la festicciola…Versò cocktail, distribuì tartine e tentò di introdurre una nota di frivolezza nell’intero procedimento”. Consapevole delle sue capacità “Il mio è un tipo di cervello estremamente seccante, sa, continua a rimuginare su una questione quando menti meno importune sono pronte a lasciar perdere già da tempo”. Con un pizzico di vanità. Rivolto ad un personaggio “Ne sai quanto me, quindi puoi trarre le mie stesse conclusioni…se il tuo cervello funziona come il mio”. Forse, più che un pizzico…
Ogni tanto la sua mente vaga per conto suo “Gamadge era appoggiato allo schienale della poltrona, le gambe accavallate, e dalla sua sigaretta si alzava una tremula spirale azzurrina che poi si trasformava in un fungo grigio. Sembrava non badare alle parole dell’interlocutore, aveva gli occhi semichiusi e un’espressione assorta”. Non vuole denaro perché gli piace risolvere gli enigmi senza bisogno di un compenso. Nel complesso una figura piuttosto scialba (seppure con il sorriso stampato sulle labbra).
Non so se sia successo anche a voi. Qualche volta attira più il nome dell’autore che il titolo del libro. La vita di Edgar Wallace mi ha sempre incuriosito. Soprattutto per un fatto. Scriveva, scriveva, scriveva. Guadagnava, guadagnava, guadagnava. Sperperava, sperperava, sperperava. Ancora oggi non si sa di preciso il numero di commedie, romanzi e racconti che abbia scritto. All’apice del successo gli fruttavano grosso modo sui 250.000 (duecentocinquantamila!) dollari all’anno. Una bella cifretta anche al momento. Nonostante questo ai suoi eredi lasciò un debito di centoquarantamila sterline! Immaginatevi per un attimo la loro faccia davanti al notaio…Ma si ripresero ben presto con i diritti di autore che arrivavano a valanga.
Come ho scritto recentemente “Una delle ragioni che mi spingono ad acquistare un libro è, talvolta, la “lotta” disperata con un autore di successo. Soprattutto se si tratta di un classico, cioè di uno scrittore che ha avuto una parte più o meno rilevante nella storia del romanzo poliziesco. Per qualche motivo non mi piace ed io continuo a leggerlo, cocciuto, per vedere se riesco in qualche modo a farmelo piacere. E’ un po’ quello che mi succede con Edgar Wallace. Non mi vuole andar giù ma io non demordo” (testone!).
Sua creatura Mason, l’ispettore capo di Scotland Yard “ un uomo calvo, dagli occhi vivacissimi e dalla voce profonda, melliflua”, volto rotondo, pesante e assorto. Quando rimugina sembra dimenticarsi di ciò che gli sta intorno. Abile negli interrogatori “Un alone di leggenda circondava Mason. Era davvero un uomo cordiale e sotto l’influsso della sua aria bonaria e comprensiva molti criminali, per una malintesa fiducia, gli avevano detto più di quanto avrebbero voluto, cosa di cui si erano amaramente pentiti quando si erano trovati di fronte ai giurati e avevano udito le loro confidenze sfruttate con effetti per loro disastrosi”. Insomma non c’è da fidarsi troppo. Se si passa il segno sa essere diretto, deciso e anche offensivo. Buon conoscitore di romanzi polizieschi se la prende con le storie costruite in ambienti del tutto inverosimili (troppo lusso!), “Il signor Mason scosse il capo, si grattò una guancia e chiuse il libro per ritornare al suo delitto della serata, allo squallore di Tidal Basin, con i suoi vicoli fangosi, le catapecchie di un piano, dove tre famiglie vivevano in uno spazio che sarebbe stato addirittura inadeguato per la stanza da bagno di un appartamento di Park Lane”. Duro con i sottoposti che commettono un errore e che non resistono alle fatiche lavoro “Lei è un poliziotto. Non sono ancora ventiquattr’ore che è sveglio e lo rimarrà di certo per altre ventiquattro”. Ma sa anche aiutarli quando se lo meritano. Non ha problemi di sonno, dorme dappertutto e a qualsiasi ora (beato lui). Conosce a memoria i regolamenti, per eluderli in caso di necessità. Stimato “Mason non è cattivo. E’ uno degli uomini migliori della polizia e uno dei più intelligenti”.
Spesso sembra quasi fare da specchio a ciò che sta avvenendo. In breve sorride, annuisce, annuisce più volte, annuisce energicamente, oppure fischietta, grugnisce, sospira, non risponde, spalanca gli occhi, guarda divertito, scuote il capo, fa un gesto di impazienza, ha il volto grave, è nervoso e irritato, si alza in fretta, balza in piedi, mette le mani nelle tasche, fa tentennare le monete, infila il mignolo nell’orecchio e lo agita violentemente oppure i pollici nel panciotto, misura la stanza a lunghi passi e così via.
Tutto ruota intorno alla sua persona ma la sensazione che mi è rimasta è quella di qualcosa di sbozzato, di non finito. Come succede spesso per questo (troppo) prolifico scrittore (fissato!).
Veniamo a Thomas Kyd. In realtà l’autore si chiamava Alfred Bennett Harbage, uno dei più importanti studiosi di Shakespeare (almeno ai suoi tempi), che scelse come pseudonimo in omaggio ad un famoso drammaturgo inglese della seconda metà del cinquecento.
Con lui incontriamo il tenente Phelan. Bravo e fortunato, ex pugile un po’ rozzo, a disagio negli ambienti colti e intellettuali. Fuma sigarette e all’occorrenza anche il sigaro. Affascinato dalle belle signorine (da giovincello si era innamorato di una cavallerizza) con un caratterino che te lo raccomando: sbuffa, digrigna i denti, impreca, si irrita, esplode, non ha voglia di scherzare, risponde bruscamente. Talvolta passa anche alle vie di fatto con qualche ceffone ben assestato.
Le prime fasi di un caso gli ricordano la pesca d’altura praticata con canne lunghissime. Lanciare la lenza è un po’ come incontrare gente, fare domande in giro, leggere lettere ecc…, però occorre sapere interpretare bene i segnali della lenza stessa. Sa giocare a scacchi ma lo considera un gioco “pretenzioso” (O Ciccio!). Ha imparato dal suo capo Cleveland Jones più preparato di lui. Phelan comunque gioca d’istinto e sa metterlo in difficoltà. Ancora una volta, come in altri libri, i pedoni sono chiamati pedine (orrore!). Gioca anche a biliardo. In un momento di crisi “Perché diavolo ho abbandonato il ring!”. L’arguzia non è il suo forte e quando fa una battuta brillante si riempie di orgoglio. Senza infamia e senza lode (più senza lode).
Christianna Brand ( in realtà il cognome vero è Milne ) ne ha provati di lavori! “Governante, commessa, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista e decoratrice d’interni”. Nata nel 1907 in Malesia, poi trasferita in India e infine in Inghilterra. Mentre è commessa in un negozio scrive un giallo in cui fa uccidere una compagna di lavoro che la tormenta. La vicenda viene ripresa dopo il matrimonio del 1939 e pubblicata nel 1941 con il titolo Death in High Heels (La morte ha i tacchi alti), seguita da un altro romanzo in cui compare per la prima volta l’ispettore Cockrill della polizia del Kent. Di questa autrice si ricorda soprattutto Delitto in bianco del 1944 dove la vittima viene uccisa sul tavolo di una sala operatoria davanti agli occhi di tutti. Interessante anche la trilogia di Tata Matilda, una tata, appunto, che si serve della magia per tenere buoni i bambini che le sono affidati. Muore a Londra nel 1988. Un pezzo grosso del mystery se il famoso critico Anthony Boucher la inserisce tra scrittori come la Christie, Carr ed Ellery Queen. Era una donna “interessante ed arguta”, piena di spirito e di umorismo, capace di “battute fulminee ed apologhi spiritosissimi”.
Dunque Cockrill “piccolo, bruno e con gli occhi acuti, un piccolo vecchio passero insignificante adorno di un panama bianco dal sorprendente candore, si trovò ben presto, come un passero, al centro dell’interesse e dell’attività generale, saltellando e sfrecciando qua e là, alla ricerca di briciole d’informazione”. Piccolo e con i capelli “biondi e ricciuti”, un passerotto che, però, sa farsi valere “Le supposizioni le faccio io”, dice bruscamente. Inarca Il sopracciglio, risponde burbero o acido. Acuto ed intelligente, fuma in continuazione sigarette che si prepara da solo. Conseguenza dita gialle di nicotina. E non evita di gettare mozziconi e cenere per terra (un po’ di educazione eh…). Tiene sempre una scatola di tabacco ammaccata nelle tasche sformate della giacca di flanella grigia. Dotato di una bella dialettica e di una “lingua caustica della quale non esitava a servirsene”. Cerca di far parlare i sospettati per cogliere qualche passo falso “L’ispettore Cockrill era un vecchio maestro nell’arte di alimentare le fiamme dei tizzoni dell’irritazione nervosa, di dare nuovo vigore alle braci delle forti emozioni, della tensione e del riserbo”. Pone brusche domande e ascolta gli altri di nascosto (così non si fa…). Insomma si intrufola dappertutto con una velocità ed agilità proprie di un passerotto. Anche se i passerotti non fumano. Simpatico.
Di Anthony Wynne, pseudonimo di Robert McNair Wilson, ricordo il dottor Eustace Hailey, medico psichiatra e investigatore per hobby che vive a Londra al n°22 di Harley Street . Primo particolare fiuta prese di tabacco e fuma la pipa. Viso largo, gentile, corporatura robusta. Soprannominato “il gigante di Harley Streeet” per la sua stazza sembra distratto ed invece è un acuto osservatore . Porta gli occhiali ma più spesso il monocolo, ama la musica di Bach e i dipinti di Holbein . Per lui è soprattutto la società che crea il criminale (allora oggi…). Temperamento tranquillo “Il dottor Hailey si addormentò nell’angolo della carrozza e non si svegliò fino a quando il convoglio non raggiunse Newcastle”. Spesso rimugina sui problemi di un delitto “Ma allora come si spiegava la sabbia uniforme , senza la minima orma? Come aveva fatto l’uomo a raggiungere il posto in cui era morto? Come lo aveva avvicinato il suo assassino? Com’era riuscito a fuggire dopo averlo ucciso?”, tanto per portare un esempio. Ha trascorso gran parte della sua gioventù sulle barche e conosce i segreti della navigazione, inoltre ha anche appreso l’arte di soccorrere in mare le persone da studente. Forte e robusto talvolta si lascia prendere dal panico “Un terrore improvviso e devastante lo sopraffece. Il suo nemico non gli avrebbe permesso di sfuggire, questa volta”, oppure “Il silenzio lo atterrì persino più di quanto non lo avesse spaventato lo spruzzo” e “Non aveva paura, ma la totale solitudine dell’isola gli gelava l’animo e rendeva quasi bruciante il bisogno di compagnia”. Al momento giusto sa lottare e rischiare la vita per gli amici. Suo gesto caratteristico passarsi la mano sulla fronte. Alcuni suoi giudizi di varia natura: chi crede nella stregoneria non è pazzo, parte solo da una premessa sbagliata; la gente che è ossessionata dalla vendetta vuole vivere per poterne essere testimone; perfino sulle banche “Le banche mi spaventano sempre- disse- i banchieri sono come i poliziotti: ci si sente al sicuro solo quando si parla con loro”. Io parlo, talvolta, con i bancari (che è un’altra cosa) ma mica mi sento tanto sicuro…
Di Rufus King presento il tenente Valcour, un signore di mezza età di origini franco-canadesi, distinto, raffinato, colto, quello che oggi chiameremmo un intellettuale (ci ricorda Philo Vance). “Valcour era un uomo di mezz’età con lineamenti non particolarmente attraenti ma non privi di distinzione. Indossava un elegante vestito di tweed e non fumava un sigaro”. Ha studiato alla McGill University, acuto osservatore ( occhi che al momento topico si trasformano come quelli di un predatore) accumula gli indizi in un compartimento della memoria, per tirarli fuori al momento opportuno. Tormentato dalle “assurdità” viene considerato un po’ “matto” dai suoi compagni di lavoro. Il perché della scelta di questo mestiere lo dice lui stesso “Un caso di nascita, o di influenza dell’ambiente. Solo gli uomini di genio sfuggono a queste due fatalità. I miei genitori emigrati dalla Francia, andarono a stabilirsi in Canada dove mio padre si fece un nome nella mia stessa professione”. Critico verso i metodi di indagine degli uomini della centrale perché lavorano “ in modo troppo metodico per concedersi di seguire interessanti prospettive o prendere sentieri secondari che potevano portare a fertilissimi campi”. Rileva inoltre una certa trascuratezza nelle indagini. Autocontrollo eccezionale, sia nel rispondere che nel reagire a eventuali aggressioni. Qualche volta invidia quei “colleghi più rigorosi che limitavano le loro ricerche al confortevole campo dei crudi, freddi fatti…”. E si dà pure dell’imbecille per le sue interminabili indagini sull’animo delle persone. Ogni tanto avverte intorno a sé un oscuro pericolo, una minaccia incombente. Un uomo tranquillo e sereno senza tanti grilli per la testa, provvisto di una certa ironia, in un momento della storia del romanzo poliziesco in cui ci si dà parecchie arie. Interessante.
Margery Allingham e dunque Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con “Crime at Black Dudley”. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham. Ho detto per certi versi che Campion non ha niente di carismatico, né affascina con l’eloquio come il pupillo della più matura scrittrice inglese.
Con il passare degli anni (cioè dei romanzi a lui dedicati) il nostro Campion perde “quel fascino burlesco degli esordi” (Luca Conti), mette la testa a posto e vive con questo Lugg (il nome per intero è troppo difficile) “un magnifico miscuglio di ingegnosità e di coraggio fuori luogo” con “l’aspetto di un soldataccio travestito da borghese”. Anche lui con trascorsi poco nobili (ex scassinatore), piazzandosi proprio sopra ad una stazione di polizia nei pressi di Piccadilly Lane, in modo da offrire i suoi servigi come consulente a Scotland Yard. E ci riesce piuttosto bene (il furbetto).

Articolo di Fabio Lotti

domenica 9 gennaio 2011

Un fantasma si aggira per l’Europa… - Fabio Lotti


Un fantasma si aggira per l’Europa: il Malloppone scandinavo. A dir la verità più che un fantasma risulta una entità bene in carne ed ossa. Robusto, impettito, strafottente il Malloppone è sceso giù baldanzoso dai freddi sentieri nordici con la lancia in resta e con una fanfara mediatica stratosferica ha conquistato i paesi più vicini, ha scavalcato, novello Annibale, le Alpi e si è riversato nelle nostre pianure tutto saccheggiando e distruggendo. Ha attirato folle entusiastiche di lettori con i suoi cieli puliti e tersi, il bianco candore della neve, il silenzio immenso dei suoi immensi paesaggi. Una realtà, una società che agli occhi del popolo occidentale-sudista (almeno di una parte) si credeva incontaminata e pura, viene macchiata improvvisamente dal male, dal delitto, dal sangue. Il Malloppone ne rivela impietoso i suoi lati oscuri, entra nel profondo dei personaggi, li sviscera, ne porta alla luce le storture e i terribili segreti. Incuriosisce, attrae, vince e stravince. E allora contro di lui tutto un vociare e un maledire di scrittori e pseudoscrittori che denunciano una letteratura spesso faticosa (anche solo a sfogliarla), ripetitiva e uguale a se stessa riversata in un monotono, sciapito cliché. Diventa il parafulmine di tutte le nostre paure, dei nostri limiti, il capro espiatorio di mille delusioni, frustrazioni e sconfitte.
Il fatto è, signori miei, che oggi la concorrenza si è fatta spietata, tutti pretendono (giustamente, perché ognuno deve avere i propri sogni) di buttar giù romanzi polizieschi, intesi in senso lato, in una realtà già satura di romanzi polizieschi. Ho letto l’articolo di Stefano Di Marino “Siamo tutti scrittori?” dal cui titolo si evince una certa preoccupazione di fronte ad un fenomeno in strabordante crescita. Tanti scrittori, pochissimi lettori. E tanti scrittori che maledicono il Malloppone scandinavo come fosse la causa di tutte le loro avversità.
Sul blog del giallo Mondadori, in un topic, alla fine di una velocissima disanima, rivolgendomi ai nostri giovani facitor di parole, ho gridato un “Arrangiatevi!”, che potrebbe essere interpretato in maniera errata. Quell’”Arrangiatevi!”, a prima vista un po’ superbo e scostante, vuole essere un invito, invece, a non demordere, a non lasciarsi andare, a credere in quello che si fa, testardi e cocciuti nelle proprie convinzioni. Ad essere attivamente pazienti. A ricercare nuove soluzioni che possono attrarre e convincere i pochi lettori rimasti.
Il Malloppone scandinavo va vinto con le nostre armi, con la nostra passione e la nostra intelligenza. Solo così un giorno potremo scrivere che i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti giallistici del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza (la mi’ nonna!). Che un po’ di sorriso fa sempre bene.

Articolo di Fabio Lotti

martedì 7 dicembre 2010

The Killer Inside Me - Jim Thompson (Fanucci 2010)


La terribile semplicità del Male…

Avete mai visto un pazzo? Un pazzo buono, uno che fa il buono, che aiuta il prossimo, che te lo dice subito, diretto, in prima persona “Perfino quando dormo penso a risolvere i problemi”, e tutti lo prendono per buono, lodano la sua pazienza “dove la prendi tutta ‘sta pazienza?”, lo avete mai visto? Lo avete mai incontrato? Uno che deve mandare via una prostituta dalla sua città, mettiamo da Central City degli anni cinquanta, e questo pazzo buono si innamora di lei, insomma si innamora, gli piace, è sicuro, scontato…
E questo pazzo buono, però, ha una certa malattia e cova dentro un qualcosa di poco buono questa volta per via, anche, del fratello adottivo Mike morto per una caduta da un palazzo mentre lavorava e un tale che era con lui, un poveraccio si diceva, partito dopo tre giorni dalla sua morte con una Chevrolet, ma allora c’è qualcuno dietro a questa brutta storia e non sarà mica quel gran pezzo di merda di Chester Conway padrone di merda della città, pensa il pazzo buono che non è buono e dunque gliela deve far pagare e c’è quel bischero di suo figlio Elmer innamorato della prostituta, due piccioni con una fava e tutti e due, appunto, dritti al creatore.
E non è finita qui, perché arrivano i sospetti da tutte le parti ma il pazzo buono poco buono è freddo, sicuro, sa che loro sanno ma non lo possono incastrare e fa sapere che lui sa e se c’è qualcuno che sa troppo…zac e il gioco è fatto, come tirare il collo a una gallina…
E il pazzo buono eccetera è Lou Ford, vicesceriffo di questa dannata Central City con il suo bel cappello Stetson in testa tirato un po’ indietro, la camicia rosa pallido con papillon nero, jeans blu, stivali Justin, magro e asciutto, che ci racconta la sua storia e ride, ride e ride, fuma i suoi sigari e ride…racconta la sua storia che fila via liscia che è una meraviglia, cerca la nostra comprensione, sapete dovevo farlo, o ci prende solo in giro, provate a leggerla e poi ditemi se non ho ragione…
Il finto pazzo buono ha una ragazza, Amy Stanton che vuole sposarlo, è innamorata, conosce il suo terribile segreto e allora deve farlo, per forza, lo capite, sì o no?, lo volete capire?…
“Ho ucciso Amy Stanton sabato sera 5 aprile 1952”, dice di volerlo raccontare per filo e per segno, ma non lo racconta subito, prima due settimane “veramente buone”, soltanto abbracciati molte notti, i due cuori che battono insieme, poi vuole dirlo, non come fanno certi autori che vanno in tilt nel momento cruciale, troppo pigri, e poi c’è la scena terribile ma così tremenda e semplice, così lineare, così scontata, doveva farlo, lo capite, lo volete capire?
Il pazzo buono eccetera si sta lì ad ascoltarlo, siamo invischiati come mosche in una ragnatela , qualche volta riesce quasi a trascinarci dalla sua parte, o forse non gliene frega niente di noi, no, non gliene frega niente e siamo lì che pendiamo dalle sue labbra e guardiamo dove vuole arrivare, ehi dove vuoi arrivare, diciamo, e poi c’è la scena, lo ripeto, di Amy, così fredda, semplice, così brutale, così naturale come terribilmente semplice è…è la fine del povero barbone che non c’entra niente, gli indizi sono troppi via, non la può scampare, il tremendo passato che ritorna e tutti lo lasciano solo, lui che ha aiutato tutti, non è giusto…ma è sempre freddo e lucido questo pazzo buono eccetera, forse la scampa, guarda lì come è tranquillo, se la ride…dico leggete, leggete, ragazzi, e poi ditemi se tutto quanto non è così semplice, così naturale, così scontato, doveva farlo, diavolo, non capite? Non ci arrivate?..O io, o io sono diventato pazzo, un pazzo buono, ma forse anche io ho dei segreti, un qualcosa che mi rode…Leggete, ragazzi, leggete. Il Male è così scontato, così semplice…

P.S.
“Recensione” diversa dalle altre. Di getto, con prosa volutamente sgangherata. Sul film tratto dal libro nada.

Articolo di Fabio Lotti

Dettagli del libro
  • collana CINEMA
  • genere CINEMA
  • anno 2010
  • pagine 224
  • Editore: Fanucci
  • prezzo € 16,00
  • isbn 978-88-347-1657-1
  • traduttore Anna Martini
Leggi un ESTRATTO 

martedì 9 novembre 2010

Il cimitero di Praga - Umberto Eco (Bompiani 2010)


L' analisi contorta e disperata di Fabio Lotti

Non voglio scrivere una recensione (tra l’altro già scritta per T.M. e S. M.) ma buttare giù qualche pensiero su “Il cimitero di Praga” del nostro Umberto Eco, Bompiani 2010, che ha suscitato un casino del diavolo, provocando un casino di vendite (mica scemo). In maniera semiseria come è ormai mia abitudine, per non rendere la lettura pallosetta anzi che no.
Intanto è un malloppone, non in senso negativo, ma proprio come volumone di oltre cinquecento paginone. E questo già dovrebbe mettere sull’avviso il lettore che non si tratta proprio di una lettura leggerina da farsi con l’occhietto distratto. Se l’occhietto è distratto, pure per un millesimo di secondo, Egli è perduto. Irrimediabilmente. Ritrovare il filo del discorso è come cercare di convincere Berlusconi a non essere buono di cuore con le giovani sfortunate.
Seconda notazione. E’ un malloppone storicone rimpinzato di una diavoleria di tutte le creazioni della mente umana con una mole di citazioni e rimandi culturali da far venire un sorrisetto da ebete, non dico al sottoscritto che pure di parole libresche ne ha masticate tante, ma al classico topo da biblioteca nato lì e schiantato lì. Se si aggiunge il tipico stile ottocentesco da feuilleton che segue il ritmo intorcinato degli avvenimenti il gioco è fatto, per schiantare un bue-lettore che rumina dalla mattina alla sera. Un po’ (parecchio) iperbolica ma l’idea è questa.
Terza notazione. Non c’è un solo narratore. Ce ne sono tre a volte qualcuno si perdesse per strada. Il personaggio principale Simone Simonini di cui parleremo fra poco, l’alter ego l’abate Dalla Piccola che si insinua ogni tanto nel suo diario e, infine, il Narratore, quando la situazione degli eventi trascritta da Simonini si fa “arruffata”. E siccome la narrazione degli eventi si fa spesso “arruffata”, al Narratore non pare il vero di intervenire per dire la sua, gli si annebbiasse la vista curioso che non è altro.
Simone Simonini, dicevo, è il personaggio principale che odia tutto e tutti e, proprio per questo, pure simpatico. Insomma, voglio dire, non proprio simpatico, via, ma quando le sbatte sul muso ai tedeschi caconi beoni, ai francesi cattivoni egocentroni, agli italiani infidoni e bugiardoni, un sorrisetto ce lo strappa. Meno sui preti e sui gesuiti se siamo religiosi (altrimenti va bene lo stesso) e men che meno quando se la prende con le donne e gli ebrei che qualche pedata nel culo allora ci starebbe bene. Non importandogli un fico secco delle donne, e dunque del sesso che se lo ricava da solo (o a pagamento), Simonini si butta a babbo morto sulle delizie culinarie della buona tavola, stuzzicando spesso il nostro palato di buongustai. In quanto falsificatore di documenti, spia, truffatore e ricattatore (dunque pure ricattato), sulla sua moralità c’è poco da dire, anche perché in perfetta sintonia con quella dei nostri tempi (non saprei chi ci rimette). Dove è e dove va, che sia Torino, Palermo o Parigi, ne inventa sempre qualcuna e si intrufola dappertutto a rimestare e spiare. A creare storie e documenti falsi. Basta che sia pagato. E qui il Nostro mi pare ancora di una attualità sorprendente…
Eccetto lui tutti gli altri personaggi del libro sono veri ed è un piacere ritrovarli (siamo nella seconda metà dell’Ottocento) come se fossero riemersi dalle nostre ataviche letture, o conoscerne di nuovi: Dumas, Garibaldi, Napoleone, Nievo, Abba, Freud (qui chiamato Fröide) ecc…Un ripasso (e che ripasso!) fa sempre bene. Credo…
Ma c’è un altro protagonista, oltre i già citati. L’autore stesso, non tanto e solo come Narratore, ma proprio come Umberto Eco che si diverte un mondo a costruire storie complesse, aggrovigliate, a rimpinzarle di letture, libri, citazioni, a ricostruire personaggi vissuti, squarci di vita, atmosfere, idee, sentimenti, astuzie, tranelli, lotte, ricatti, tradimenti, passioni, amore e morte. E me lo immagino con gli occhietti furbetti da talpetta a scuriosare tra montagne di libri e documenti per creare, anche lui, un “documento” che faccia discutere (vedi il tema dell’antisemitismo, per esempio) e rimanga nel tempo.
L’uscita del libro ha provocato un coro di alti e bassi, ovverosia sussulti incontenibili di gioia e stroncature impietose. Il libro è “entusiasmante”, oppure “noioso e farraginoso” e pure impoetico (?).
Il sottoscritto, al termine della lettura, con gli occhi sbarrati e fissi nel vuoto, ha lanciato un grido che è rimbombato straziante per tutto il palazzo…
“LI MORTACCI!!!…”

P.S. Consiglio di leggere il libro perché vale la pena, nel bene o nel male. Consiglio di leggerlo con calma, ma con calma calma eh…

Articolo di Fabio Lotti

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 523
  • Lingua: Italiano
  • Editore: Bompiani
  • Anno di pubblicazione 2010
  • Codice EAN: 9788845266225
  • Prezzo: 19,50€

domenica 24 ottobre 2010

La morte del noir e il futuro della narrativa in alta definizione




Marsilio Editori è lieta di presentare il J.A.S.T. Blog Tour, il primo blog tour letterario che abbia luogo in Italia, organizzato per l’uscita di J.A.S.T. - Just Another Spy Tale, un avvincente e innovativo romanzo collettivo scritto da Lorenza Ghinelli (rivelazione italiana alla recente Fiera del Libro di Francoforte), Simone Sarasso (uno dei più talentuosi autori noir della nuova generazione) e Daniele Rudoni (fumettista che lavora per Sergio Bonelli e Marvel America).


La morte del noir e il futuro della narrativa in alta definizione
Ovvero come TV e fumetti salveranno il culo al “genere”
di Simone Sarasso

Periodicamente, sulla stampa specializzata e non, si assiste alla morte prematura del genere. Parliamo del Noir, tanto per capirci, quella macroetichetta che ha fatto la fortuna dei migliori scrittori italiani degli ultimi quindici anni. Che il Noir sia effettivamente morto o meno, è questione piuttosto sterile da dibattere.
Un po’ perché i tempi della letteratura sono generalmente più lunghi di quelli della vita normale (i libri sopravvivono agli autori, si continuano a pubblicare tonnellate di volumi “di genere” anche quando il genere è sepolto da un pezzo) e un po’ perché un epitaffio sulla tomba di chicchessia aggiunge poco alla storia e alla memoria del suddetto chicchessia.
Al “coccodrillo” di situazione (Dopo lunga e penosa agonia si è spento in un lago di sangue il Noir. Ne danno accorato annuncio scrittori e lettori dagli occhi pesti d’inchiostro) preferisco un gesto di speranza. E al banale mazzo di fiori da far appassire accanto alla lapide,la proverbialeopera di bene: un suggerimento, una speranza per il futuro.
Ok, la generazione di autori a cui appartengo (e anche quella precedente, che ci ha insegnato il mestiere) deve tantissimo al poliziesco, al giallo, al nero. I nostri biberon erano zeppi di sangue e i primi passi della nostra vita letteraria li abbiamo mossi sulla scena del crimine. Sempre attenti a non calpestare bossoli, sempre indosso quei dannati puzzolenti guanti di lattice.
I nostri eroi erano poliziotti, magistrati, poliziotte, investigatori per caso, sbirri drogati, drogati che non si sono mai sognati di fare gli sbirri, ex contestatori, ex picchiatori, giornalisti, scrittori, maestre, tate, villani.
Abbiamo indagato dalla Bassa alle Prealpi, dal Tevere al Salento, passando per Napoli e Rovigo.
Ci siamo convinti (a ragione) che Milano, Roma, Bologna o addirittura Cagliari possono essere lugubri e affascinanti quanto Londra, Buenos Aires o New York.
Ci siamo riempiti occhi, bocca e cuore di storie “nostre”, così “nostre” da diventar nostrane.
L’abbiamo fatto per quindici fottuti anni.
Perché l’intuizione era buona. Perché una lente oscurata fa vedere meglio il mondo, permette di guardare il sole dritto negli occhi.
Poi, però, tutto è andato a puttane. Perché è così che vanno le cose. Il sangue è diventato di moda, gli scaffali si sono riempiti di copertine tutte uguali, con quella maledetta pistola sempre in primo piano.
Le storie hanno cominciato a lanciare echi imbarazzanti, da pagina a pagina.
E non parlo di quelle assonanze che facevano venire la pelle d’oca, di quei rimbalzi di frequenza tra libro e libro, tra autore e autore, che c’inorgoglivano come lettori. Ci rendevano fieri delle ore trascorse in mezzo alla carta. Della conoscenza approfondita di ogni singolo personaggio, di ogni sfumatura, ogni rimando.
No, non sto parlando di cortocircuiti, ma di sovraccarichi, gente.
Di fottuti déjà vu ad ogni angolo di strada (di pagina). Di ripetizioni, di cliché, di poche idee vetuste e stiracchiate. Delle gabbie dei dilettanti, spalancate e pronte a vomitare carne da stampa.
Purché sia noir!, gridava l’editore invasato. Basta che ci siano il morto ammazzato e il pulotto alcolizzato!
E i risultati, signori e signore, stanno sotto gli occhi di tutti.
La guerra dei cloni, chiedete a Yoda, non fa bene a nessuno.
L’infinita riproduzione fotostatica sbiadisce l’originale. Non lo ravviva, sentite a me.
È così che finiscono le belle storie: a forza di raccontarle (male).
È così che il Noir (o il tizio che chiamavamo con quel nome) se n’è andato.
Dunque? Piangere a dirotto e scrivere l’epitaffio o guardare avanti?
Per come la vedo io, scrivere è un po’ come camminare: a forza di battere lo stesso sentiero finisce che inciampi, o semplicemente ti rompi le palle.
Se vuoi innovare, se vuoi scoprire qualcosa di diverso sulla strada (e magari anche su te stesso), meglio cambiare itinerario.
È questo, secondo me, che occorre fare (e che molti autori stanno già facendo: penso ai romanzi storici di Lucarelli o De Cataldo, alle poderose, magnifiche inversioni di marcia di Genna, agli assi nella manica di grossi calibri come Fogli, Nino D’Attis, Biondillo) per superare il genere: aprire gli occhi, guardare altrove. Possibilmente avanti.
Il nero, il Noir, con tutte le sue codifiche, i suoi stilemi infinitamente riproducibili, è una via per leggere il reale. Ma, fortunatamente, non la sola via. Per molti anni, la letteratura italiana di genere è stata una lente d’ingrandimento attraverso cui osservare passato, presente e futuro di questo stramaledetto, malandato, magnifico paese. Attraverso quello sguardo oscuro abbiamo capito molte più cose dell’Italia di quante ce ne fossero mai state spiegate da insegnanti, telegiornali, preti e libri di scuola.
Ma, fortunatamente, non c’è solo il marcio. Non esiste solo il lato oscuro della merdosa medaglia.
C’è altro, là fuori, ci sono modi nuovi e diversi di scrutare, di narrare, di sentire. Una grande lezione di svecchiamento degli antichi, sordidi, tarlati costrutti narrativi arriva (guarda caso) da Mamma America.
Si pensi per esempio al rinnovamento che in casa Marvel hanno subito polverose icone supereroistiche col progetto Ultimates o con il ciclo di Captain America (quello della morte e resurrezione di Cap, per intenderci) di Brubaker.
Oppure, se ci si vuole invece tenere alla larga da ambiti affetti da pesante nerdismo e navigare verso la cultura popolare nuda e cruda, si presti attenzione all’innalzamento qualitativo apportato dai serial all’intrattenimento di massa.
C’erano una volta i telefilm: passatempi da pomeriggio, o da prima mattina. Nella migliore delle ipotesi, fogliettoni da giovedì sera (non fate i finti tonti e, soprattutto, le finte tonte: avete trascorso i migliori giovedì della vostra vita a spiare Dylan che metteva le corna a Brenda con quella zoccoletta di Kelly) o macabri e stralunati costrutti metafisci per adepti (ma di Twin Peaks ne nasce uno ogni trent’anni…).
Poi, senza avvisare nessuno, è cambiato il secolo, e d’un botto pure il millennio.
Ed ecco la trasmutazione: il telefilmtrasfigura in serial. E di colpo diventa una cosa “da grandi”. Con spazi narrativi inimmaginabili per il cinema e, a volte, persino per la letteratura. Soluzioni mature, personaggi tridimensionali, scelte di tempo epiche.
Pensate all’impatto di LOST (non al finale, vi prego…) sul pubblico. A come le prime tre serie hanno incollato al televisore un miliardo di spettatori. Ai flashback, ai flashforward. Alla sfida proposta in termini di storytelling. Pensate a Prison Break, alla potenza di un’idea tanto semplice (la fuga) e alla complessità della sua realizzazione puntata dopo puntata (la prima serie è un autentico capolavoro d’orologeria). Per non parlare di Battlestar Galactica, che ha completamente rivoluzionato la fantascienza contemporanea mischiandola al grande cinema di guerra, alle atmosfere claustrofobiche del thriller, alle riflessioni dure e amare del postapocalittico. O a quel capolavoro di Dexter, che ha letteralmente rivitalizzato un personaggio letterario morto e sepolto, estrudendolo oltre gli asfittici confini della pagina.
Le produzioni seriali e i fumetti mainstream d’oltreoceano ci hanno mostrato una pluralità di soluzioni narrative nell’orizzonte di due media che versavano in pessime condizioni di salute.
Quella è la direzione in cui, per come la vedo io, occorrerebbe guardare per fare un passo avanti nell’innovazione del Noir.
Un tentativo in questo senso, un esperimento di ibridazione narrativa, è il nostro J.A.S.T. (che, di fatto, ripropone in pagina plurimi stilemi tipici del serial) ma questo è solo un esempio. Uno dei mille sentieri percorribili.
Immaginate di andare oltre, di espandere l’indagine su scala planetaria, o di usare la morte (il delitto) come metafora della condizione umana (lo ha fatto lo splendido The Walking Dead di Kirkman, fumetto che la notte di Halloween prossima ventura debutterà sul piccolo schermo), di cercare le prove nei meandri dell’esistenza di tutti i sospetti (LOST, Caprica), di scavare così in profondità alla ricerca del colpevole da scorgere, in fondo al pozzo, la propria immagine riflessa (Dexter). Immaginate di narrare (o di leggere narrazioni) che non hanno paura dei sobbalzi temporali, degli incastri descrittivi, della moltiplicazione dei piani narrativi.
Immaginate, signore e signori, di scriveree di leggere in alta definizione.
Quando vi troverete nel bel mezzo della storia e sentirete le parole fischiare come proiettili sopra le vostre teste, vi volterete indietro e scorgerete un puntino nero, sbiadito, a un passo dall’orizzonte.
Quel puntino, signori e signore, sarà il cadavere del caro vecchio Noir.
Ma allora nessuno, ma proprio nessuno, verserà più nemmeno una lacrima per lui.

Articolo di Simone Sarasso

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sabato 9 ottobre 2010

Detectives! - Fabio Lotti

Illustrazione di Jon Keegan

Vado a ruota libera. Una carrellata veloce tra qualche detective che ho conosciuto lungo la mia entusiasmante avventura libresca. Così istintiva, come viene viene, ripescando in qua e là nei miei ricordi e nei miei scritti, per offrire qualche spunto ai lettori meno smaliziati. Senza la pretesa di scrivere qualcosa di nuovo per gli esperti, che tutto è saputo e risaputo.
In principio fu il Verbo, cioè Edgar Allan Poe, cioè Auguste Dupin. Verso gli anni sessanta veniva ogni tanto a fare visita nel mio paese Staggia il cosiddetto pulmino della cultura popolare, provvisto di libri di vario genere da dare in prestito, per cercare di interessare in qualche modo alla lettura noi ragazzacci di strada. Io diverse puntatine ce le facevo (di nascosto per non essere considerato un secchione), anche perché trovavo sempre qualcosa che stuzzicava la mia curiosità. Ed è proprio su questo pulmino polveroso che ho fatto il mio primo incontro con Edgar Allan Poe e “Gli assassinii della Rue Morgue”, pubblicati dalla BUR con una copertina grigiognola che metteva tristezza solo a guardarla. E il primo impatto con Dupin è stato ambivalente. Troppo sofistico, troppo arzigogolato, troppo matematico! E nello stesso tempo così intrigante, così complesso, così inquietante! Mamma mia bella, me lo divorai in quattro e quattr’otto senza capirci un granché. In seguito lo avrei adorato e nello steso tempo strozzato.
Su Sherlock Holmes non la faccio lunga, così come per gli altri più conosciuti: alto, slanciato, occhi acuti, naso un po’ aquilino. Fuma la pipa, suona il violino, porta sempre con sé una lente di ingrandimento, indossa un soprabito scozzese con relativa mantellina e un cappello da cacciatore. E’ metodico e preciso nelle indagini, acuto osservatore, mirabile nelle deduzioni. Con un’occhiata sapeva dirti se eri stato in Giamaica oppure al gabinetto per colpa di un abbacchio andato a male. E questo fatto all’inizio da una parte mi ammaliava e dall’altra mi faceva incazzicchiare, perché io ero e sono talmente distratto da non accorgermi neppure se chi mi saluta è un essere umano o una scimmia (ho esagerato apposta. Se la mano è troppo pelosa me ne accorgo). Quando scoprii per la prima volta che un paladino della giustizia si comportava come un depravato cocainomane, mi venne un colpo. Ma in seguito ne ho viste di così cotte e di crude per cui questa deplorevole abitudine è diventato quasi un fiore all’occhiello. Watson mi parve d’impatto un tontolone di primo pelo pronto a recepire (e me lo immaginavo a bocca spalancata) il regolare “Elementare” che mi faceva andare in bestia (perché farsi prendere sempre in giro?). Con il passare del tempo ho rivalutato il buon dottore ma non tanto da lasciargli un’aria troppo svegliotta.
Anche su Poirot solo una impressione, per non ripetere la stessa zolfa l’ennesima volta. I piccoletti mi stanno simpatici (con l’eccezione di Brunetta che mi sta lì…). Se poi hanno la testa a forma di uovo con esaltanti celluline grigie incorporate, baffi ben curati, vestiti inappuntabili, le ghette, il bastone che si porta dietro come Fido e un ego smisurato allora l’abbraccio è assicurato (non sono stato sincero. All’inizio mi sembrava un fighetto vanesio e altezzoso. Chiedo umilmente perdono). Ho trascurato i guanti (non sopporta il freddo) che mette pure nel deserto africano…
Altro personaggio indimenticabile Maigret. Avevo visto la bella interpretazione che il nostro Gino Cervi aveva fatto alla televisione del commissario transalpino, e così cominciai a fare incetta di gialli del suo autore George Simenon. Mi piacque subito quella sua aria solida, quel suo fare da buon padre di famiglia, quella sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone inerenti al delitto. Quel suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra.
Su Nero Wolfe ho già scritto qualcosa anche sul nostro blog. E allora almeno una parte la riprendo pari pari che il tempo è denaro (mah…). Il suo creatore, Rex Stout, era stato astuto. Perfidamente astuto nella costruzione dei due personaggi principali. Nero Wolfe mostruosamente grasso e pigro, Archie Goodwin agile e scattante. L’uno fermo, inchiodato alla poltrona, l’altro in eterno movimento. Due piccioni con una fava: il giallo classico all’inglese coniugato con “l’hard boiled” americana. Il tutto servito su un piatto d’argento (frase strafatta) dove erano bene amalgamate la passione per le orchidee, per la buona cucina, per le raffinate conversazioni e la diffidenza verso il gentil sesso. Un vero e proprio capolavoro di alchimia “giallistica”.
Il più bello? Il più bello è Thorndyke via, un medico inglese creato dalla penna di Richard Austin Freeman. Bello che più bello non si può. Alto, slanciato, atletico, profilo greco, un dio sceso sulla terra (gli venisse…). Appare per la prima volta nel romanzo “L’impronta scarlatta” del 1907, un anno d’oro per il giallo. Questo medico legale non ha nulla a che vedere con gli investigatori “da tartufo” che seguono il loro intuito ma si occupa, direi quasi esclusivamente, degli oggetti e solo da loro trae quegli indizi che possono essergli utili a smascherare il colpevole. Ha una cultura molto vasta e approfondita che spazia dall’anatomia alla archeologia, dalla botanica alla egittologia alla oftalmologia ecc…Insomma una vera e propria enciclopedia vivente. Tiene sempre a portata di mano una valigetta verde in cui ci sono tutti gli strumenti e le sostanze chimiche che gli servono per i suoi esperimenti scientifici. Ecco la parola giusta “scientifico”. Freeman dà vita al romanzo poliziesco scientifico che oggi va così di moda. Per questo scrittore non importa tanto la scoperta del colpevole ma come, in che modo, con quali mezzi scientifici viene scoperto. D’altra parte lui stesso ce l’aveva con i romanzi polizieschi ricchi di colpi di scena scritti solo per lettori piuttosto ingenui (è vero, ci sono anche io).


Poi…poi potrei ricordare due personaggi creati dalla penna di John Dickson Carr, alias Carter Dickson. Dunque le sue creature sono Gideon Fell e Henry Merrivale. Anzi, a dir la verità, il primo parto fu il giudice istruttore della polizia parigina Henri Bencolin, un personaggio bizzarro dal sorriso ambiguo e crudele che non ebbe il successo degli altri . Il dottor Gideon Fell fa la sua comparsa nel 1933 con “Il cantuccio della strega” e Henry Merrivale l’anno successivo con “La casa stregata” (una strega c’è sempre di mezzo…). Il primo è un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma. Un bandito scoordinato e disordinato. Inciampa, impreca, tossisce rumorosamente, parla a voce alta, ripete più volte le stesse domande tanto da apparire imbranato, geme, si intenerisce. Più che istintivo un concentrato di istintività esterna e un concentrato di razionalità interna. Praticamente un genio nello scoprire i colpevoli.
Anche Henry Merrivale è dotato di una discreta stazza, ma ha un caratterino che te lo raccomando! Arcigno, scontroso, irritabile per un nonnulla, mastica tabacco, è calvo, porta occhiali dalla montatura di tartaruga. E’ un avvocato, sottaniere impenitente sposato con una ex ballerina. La sua specialità è il delitto della camera chiusa che allora andava tanto di moda. Sembra proprio che Carr avesse un debole per lui.
Continuando con i personaggi alla Enzone, ergo fisicamente straripanti (un saluto al Boss!), c’è l’ispettore francese Gabriel Hanaud di Parigi di Alfred Mason (il quale Mason affermava che le caratteristiche fisiche di un grande investigatore dovessero essere del tutto opposte a quelle di Sherlock Holmes!): capelli folti e scuri, occhi chiari, dal temperamento sanguigno ma nello stesso tempo dai modi dolci e suadenti che quasi invitavano i rei a confessarsi. Come dichiara una giovane dama che appare nel romanzo “Delitto a villa Rose” del 1910 avere vicino il suddetto ispettore è come avere accanto “un grosso, caldo Terranova”. Questo personaggio, tuttavia, non avrebbe a mio parere, il giusto rilievo senza la presenza della “spalla” Julius Ricardo, un omiciattolo segaligno con il pince nez sul naso, sofisticato e pignolo all’inverosimile.
Wilkie Collins nasce a Londra nel 1824, figlio di un noto pittore di paesaggio. Sarebbe forse rimasto nell’anonimato se non avesse incontrato nel 1851 Charles Dickens con il quale fa subito amicizia, collaborando spesso insieme con articoli e racconti ad un periodico londinese. Nel 1860 scrive il suo primo romanzo “La signora in bianco”, che ha un notevole successo. Solo otto anni dopo (si fa per dire) scrive “La pietra di luna”, pubblicato a puntate su “All the Year Round” diretto proprio da Dickens. E qui nasce il sergente Cuff: piuttosto anziano, dai capelli brizzolati, magro da far paura, vestito di nero con una fascia bianca intorno al collo, la faccia affilata, gli occhi grigi, passo silenzioso, voce malinconica, dita da artiglio.
Un tipo da brivido che non avrebbe sfigurato nella famiglia Adams ma molto sagace, capace di sfruttare osservazioni e azioni all’occhio comune del tutto enigmatiche. Capace, anche, di una certa autocritica, il che lo rende più umano e in un certo senso più simpatico del grande Holmes.
Il sergente Cuff, dopo che si è ritirato dal servizio, ha un debole per le rose rosse che coltiva con passione (tenta sempre qualche innesto particolare) e questo può essere stato lo spunto per Rex Stout quando ha creato Nero Wolfe innamorato pazzo delle orchidee.
Due aristocratici:Lord Peter Wimsey e Philo Vance. Il primo è una creatura della scrittrice inglese Dorothy Leigh Sayers nata ad Oxford nel 1893. Donna di profondi studi e di grande cultura- ha perfino tradotto in inglese quasi tutta (o tutta? Non ricordo bene) la “Divina commedia”- porterà nel romanzo poliziesco quella abilità letteraria che le era quasi connaturata. Nel 1923 scrive “Peter Wimsey e il cadavere sconosciuto” capostipite di una lunga, lunghissima serie di romanzi e racconti polizieschi che hanno per protagonista questo celebre personaggio. Notizie più particolari sulla sua vita le abbiamo dallo zio Paul Austin Delagardie, richiesto dalla stessa Sayers “di riempire alcune lacune e correggere alcuni errori trascurabili nel suo resoconto sulla carriera di mio nipote Peter” come posso trascrivere da “Lord Wimsey e il mistero del Bellona club”, pubblicato dalla Donzelli nel 2006 con una bella veste grafica. Si sa che nasce nel 1890 e che da piccolo è “esile e pallido, molto inquieto e birichino, sempre troppo sveglio per la sua età”. Ha un coraggio “diabolico” e spesso soffre di incubi. A diciassette anni gli viene affidato e mandato a studiare a Parigi e poi a Oxford. Si innamora di una ragazzetta, parte per la guerra, salta in aria per lo scoppio di una granata e al suo ritorno in patria se la ritrova sposata con un altro (un classico).
Un aristocratico che vanta illustri discendenti nobiliari, raffinatissimo, snob come quasi tutti i nobili e i raffinati, colleziona incunaboli e libri rari (dei quali la Sayers se ne intende, eccome), esperto cavallerizzo, adora la musica, la storia, ma soprattutto la criminologia. Porta un monocolo, in realtà una lente molto potente, un classico bastone da passeggio un po’ particolare, perché dentro contiene una lama di spada e il pomo una bussola. Tiene sempre con sé una scatola portafiammiferi che altro non è se non una pila. Il suo stemma di famiglia, poi, è tutto un programma. Provate un po’ ad indovinare? Scudo in campo nero con tre topi che corrono color argento sormontato da un gatto rampante con il motto “A mio capriccio” (difficile eh?)
Bene, se andiamo a vedere Philo Vance creato da S.S.Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright, possiamo notare diversi lati in comune. Anche lui è uno snob con la puzza sotto il naso (seppure mancante di un titolo nobiliare) e discretamente cinico, ricercato nel vestire, porta anch’egli un monocolo (vero, però), appassionato collezionista di opere d’arte, di stampe cinesi, di tesori egizi. Non ricordo che ami cavalcare ma sono sicuro che si diletta di scherma ed è un eccezionale giocatore di poker e, soprattutto, di scacchi (sono un fissato…). Ecco la presentazione “Vance era quella che molti avrebbero definito una persona frivola e superficiale, ma una simile definizione sarebbe ingiusta. Era un uomo dotato di una straordinaria cultura e di una mente brillante. Aristocratico per nascita e istinto, teneva se stesso rigorosamente distaccato dal mondo in cui vivono le persone comuni. Nel suo modo di fare era presente un'indefinibile forma di disprezzo per l'inferiorità in qualsiasi sua manifestazione”.
Aggiungo John Aswin, professore di sanscrito nell’università di Berkeley creatura di Anthony Boucher, suo vero nome William Anthony Parker White, il critico sapientone che sapeva di tutto e di tutti. Nel 1937 scrive “Il caso del sette del calvario” che ha un notevole successo e in cui si trova il nostro Aswin. Ha una sua spalla in Martin Lamb, studente al terzo anno del suo corso. Primi accenni. Piuttosto imponente e con una voce profonda. Innamorato della poesia, “In tutta la letteratura…ho trovato solo tre versi metrici che posso leggere indefinitivamente senza stancarmi: il verso sciolto inglese, l’esametro greco e latino, e lo sloka sanscrito”. Ma anche appassionato di gialli. Come Martin dopotutto. E come Martin “appassionato” di birra, di whisky (o di altri liquori, vedi il Teacher’s Highland Cream) e di sigarette. Non c’è incontro fra i due che non inizi con una sorsata di liquore e finisca allo stesso modo in una stanza ormai invasa dal fumo ( essendo asmatico, mentre leggevo mi è venuta pure la tosse). Per lui “L’alcol è il più grande amico dell’uomo. Un cane non mi è mai parso paragonabile a una buona bottiglia di scotch” (li mortacci!). Avversione per le donne dai sei anni in su (i misogini, si sa, non mancano nella letteratura poliziesca). Qualche tic alla Holmes quando si ferma a pensare preoccupato. Vanaglorioso e dal temperamento drammatico per cui sa prendere le pause necessarie a rendere più affascinante il suo discorso. Pause riempite (al solito) con whisky o sigaretta. Single o pinzo che dir si voglia. Quando Elizabeth, una sua giovane allieva, gli dice che resta simpatico alla sua mamma e chiede perché non la sposa, lui tira fuori un papero do gomma e si mette a soffiarlo uscendo indenne da una situazione critica (metodo da consigliare a tutti i refrattari al matrimonio). Dal signor Griswold sappiamo che sa giocare al biliardo e a scacchi. E questo, ormai lo sapete, me lo rende più simpatico.

Articolo di Fabio Lotti

mercoledì 21 luglio 2010

Vite difficili di Fabio Lotti


Riprendo in mano e rielaboro un vecchio pezzo messo in naftalina per stuzzicare la curiosità dei miei corpicini freddi. In un precedente articolo abbiamo visto quanto “sfigate” siano molte vite dei personaggi (http://corpifreddi.blogspot.com/2009/11/la-paura-della-sfiga-fabio-lotti.html ) delle amate letture. E le cose da quel momento, mi pare, non sono cambiate (d’altra parte il lasso di tempo trascorso è breve) che le disgrazie pullulano e saltellano giulive ancora come le trans e le escort nel letto dei nostri politici (detta e ridetta ma mi piace l’idea del saltellare).
Oggi puntiamo l’occhio, invece, su alcune vite degli autori per vedere come se la sono passata e come se la stanno passando. Una sbirciatina in maniera veloce tanto per farci un’idea e trascorrere un po’ di tempo fra noi.
Basta partire da quella del capostipite del romanzo poliziesco. Parlo di Edgar Allan Poe. Tutti (o quasi) la conoscono. Non c’è bisogno di farla lunga. Vi troviamo un intermezzo inglese, buoni studi, un matrimonio con una cugina tredicenne il cui aspetto fragile ed etereo gli ricorda la madre morta di tisi e, soprattutto, l’alcol. Una vita tutta genio e sregolatezza dove è difficile assegnare la palma all’uno o all’altra (ricordo in suo onore “Nel cuore del buio”, una raccolta dei più famosi racconti curati amorevolmente da Michael Connolly, Piemme 2009, con l’apporto di venti autori di trhriller “che celebrano qui il bicentenario della nascita del genio americano riconoscendo il loro debito nei suoi confronti”). Qualcosa di simile con quella di Raymond Chandler basata su una educazione vittoriana, la buona scuola, il matrimonio con una “mamma” più vecchia di lui e, ancora una volta, l’alcol.
Ecco, le sbevuzzatone alcoliche sono una costante comune di molti giallisti di razza (anche di letteratoni, a onor del vero e di gente “normale”, se proprio devo dirla tutta), soprattutto della scuola dei duri americani. Ricordo Dashiell Hammett, una vita di lavori precari, la separazione dalla moglie, la tubercolosi, il processo durante il periodo del maccartismo. Conclusione: finisce povero e solo.
L’alcol lega fra loro anche tante vite dedite ai cosiddetti noir e ad altre diramazioni giallistiche. Rallegrate dalla galera per renderle più frizzanti. Vedi quella di Edward Bunker, per esempio, l’autore di “Come una bestia feroce” e “Autobiografia di una canaglia”, per rinfrescare la memoria. Ai gorgogli bruciabudella si aggiungono tutta una serie di collegi, riformatori e, dulcis in fundo, il carcere di San Quentin. Ma lui non se la prende troppo e diventa perfino attore e sceneggiatore dei film tratti dai suoi libri (quando si dice un forte carattere).
Di James Ellroy basta il nome per evocare immani tragedie e lutti personali (tipica frase fatta) come l’assassinio della madre, l’alcol, la droga, la delinquenza, il carcere minorile, la depressione, i ricoveri ospedalieri. Di tutto e di più ed è ancora vivo e vegeto a dimostrazione della testarda resistenza della natura umana (o è lui che non è umano…).
Anche James Lee Burke, quello di “Pioggia al neon”, ha dovuto sopportare sacrifici durissimi. Nessuno voleva pubblicargli i suoi libri fino a quando ha conosciuto l’agente letterario Spitzer (anche gli agenti letterari hanno un’anima). E in galera per rapina a mano armata c’è finito pure Chester Bomar Himes che ha lasciato una serie di polizieschi basati sul problema del razzismo. Si ricordano i due detective neri Coffin Ed Johnson e Grave Digger per il loro soprannomi rispettivamente Ed la Bara e Jones lo Scavafossi che sono tutto un programma e ti mettono un’allegria addosso….
Chi non conosce la storia di Stephen King ? (altra frase fatta). Si sa che in un dato periodo della sua vita ha sniffato tanta coca da dover lavorare con i tamponi al naso e di avere recitato il discorso di addio alla madre completamente ubriaco. Aggiungo un incidente stradale investito da una macchina con conseguenti interminabili operazioni (sfigato è dir poco). E chi non conosce quella di Howard Philips Lovecraft, il padre del genere horror, condannato praticamente all’isolamento completo nella più tenera età? Mal di testa continui, esaurimenti nervosi, difficoltà a trovare lavoro.
Oltre alla sfortuna e all’alcol qualche volta ci si mette di mezzo anche la politica. Così accade per Jim Thompson (si dice che fosse “alcolizzato, vagabondo, donnaiolo”) che ha influenzato l’evoluzione del noir dopo gli anni cinquanta. Ispiratosi a Marx nei suoi libri critica la famiglia, il matrimonio e il lavoro (per lui il male è dappertutto e non c’è nemmeno da dargli torto). Così succede in Francia a Leo Malet. Orfano allevato dal nonno bibliofilo, vaga per il suo paese, soprattutto da una parte all’altra di Parigi, fa mille mestieri, ha amicizie anarchico-surrealiste. I suoi personaggi sono oppressi dalla società, da se stessi, da tutto. Unica alternativa la ribellione (ogni tanto ci sta bene).
In Italia ricordo Scerbanenco. Personalità burrascosa, anche lui mille mestieri e si becca pure la TBC. Al sanatorio una bella scoperta: lo zabaione e unico argomento le donne. La sola infermiera che deve assistere molti malati diventa una specie di Circe. Poi contabile in una grossa ditta ed infine assunto in redazione alla Rizzoli. Il fatto più eclatante è che scriveva, scriveva e scriveva. Se ci fosse stata la possibilità di reincarnarsi in un oggetto sono sicuro che sarebbe diventato una macchina da scrivere.
Fin qui mi sono accorto di avere parlato solo di uomini ( la fila sarebbe ancora lunga). E le donne? Beh, anche su di loro si può dire qualcosa. Ho proprio sotto gli occhi “Undici calze di seta” di Craig Rice, Polillo 2004, il cui destino non è poi così difforme da quello dei maschietti sopra citati. Praticamente abbandonata dai suoi genitori in giro per l’Europa a divorziare e a risposarsi anche lei prende questo vizietto e contrae cinque matrimoni (la mi’ nonna!) da cui vengono fuori due figlie ed un figlio. Sorda da un orecchio e cieca da un occhio (per non far torto all’uno dei due sensi) è attratta dalla bottiglia tanto che deve essere ricoverata al Camarillo State Hospital per alcolismo cronico. Per due volte tenta il suicidio. Viene trovata morta nel suo appartamento di Los Angeles a soli quarantanove anni probabilmente “per un micidiale cocktail di alcol e farmaci”.
Poi c’è Christianna Brand che non beve ma nella vita si dà da fare: “governante, commessa, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista e decoratrice d’interni”. Quando si mette a scrivere per lei è una bazzecola (e me la immagino a tirare un sospiro di sollievo).
Chiudo con Mary Rinheart. Era una scrittrice americana nata a Pittsburg nel 1876 da una famiglia molto povera il cui padre, tra l’altro, muore suicida e la madre rimane paralizzata in conseguenza di una grave ustione (sembra pari pari il personaggio di un libro). Una esistenza tribolata fino a quando riesce a pubblicare, proprio negli anni sopra citati, due romanzi polizieschi “Lo sconosciuto del vagone letto” e “La scala a chiocciola” che cambiano, almeno in parte, il corso tradizionale del giallo.
Non c’è scampo per personaggi e autori. Vite dure, difficili. Sia nella fantasia che nella realtà. E allora un grazie di cuore per tutto quello che ci hanno dato mi viene proprio spontaneo. Magari insieme ad un goccetto per tirarci un po’ su il morale.

Articolo di Fabio Lotti