lunedì 31 ottobre 2011

Angel and Devil: Il Carnefice - Francesca Bertuzzi (Newton Compton 2011)


Angel and Devil - coppia di recensori nel corpo di un solo lettore
(lettore che scrive, quindi più devil, dato il conflitto di interessi).

Francesca Bertuzzi: IL CARNEFICE
Newton Compton Editori, 2011
Romanzo; 279 pagine; 9,90 euro

- L’autore
Romana, del 1981. Scrive per il cinema, qualche esperienza nella regia. A 22 anni ha conseguito il master biennale in “Teoria e Tecnica della Narrazione” alla Scuola Holden di Torino. Questo è il suo primo romanzo.

- Bandella
http://blog.newtoncompton.com/il-carnefice


Angel

Una ragazza di colore, Danny, integrata in un paesino dell’Abruzzo. Una sorella di questa ragazza di colore, creduta morta: non lo è. Qualcuno, una donna, una specie di femme fatale ambigua, entra nella vita di Danny e le dice che è ancora viva. Vuole dei soldi per rivelare il luogo dove è tenuta la ragazza creduta morta.
C’è un amico di Danny, Drug Machine, che è anche il suo capo, e che la aiuta nella ricerca. Personaggi grotteschi, esagerati qua è là, mentre la storia si dipana con sapiente lentezza e colpi di scena da manuale, inseriti anche con maestria da manuale.
La scrittura della Bertuzzi prende in prestito dal cinema, una scrittura montata con elementi pulp ‘ispirati’ da maestri del genere. Sul finale una sequenza di fotogrammi alla Rodriguez-Tarantino. Romanzo fluido, action movie in certi momenti, strappa anche qualche sorriso, ha il merito di appoggiarsi all’immaginario collettivo, non si sottrae al cliché né del genere (anzi, lo cerca continuamente) né della scrittura tour court, raggiungendo – credo – soprattutto quei lettori under 20 che non hanno dimestichezza con certe atmosfere.


Devil

Questo romanzo mi ha tolto la punta dai cornetti che ho sulla fronte. Se frequentare una qualsivoglia scuola di scrittura creativa vuol dire imparare a frullare le intuizioni di un Lansdale o di un Ellroy nella periferia di uno sperduto paesello dell’Abruzzo, strafottendosene di contestualizzare i personaggi nell’ambiente in cui li si cala, allora è meglio andare a cogliere i citrullus lanatus a Latina (sì, le angurie) e smettere di scrivere.
Se uno stupratore senza denti, in attesa della sua vittima, in un parcheggio a San Buono in provincia di Chieti, fratello mongoloide e bidimensionale di Freddy Krueger che non scorgi al buio mentre “un brivido ti sale lungo la schiena”, ti afferra da dietro e ti dice “Da’ un bacio a paparino” e ti conferma che sei negra quindi a lui piaci di più – anche se non sa ancora che sei una negra lesbica venuta dall’Africa con tua sorella che sembrava morta 16 anni fa però non era vero e la devi cercare per altre 278 pagine – ma ti ribelli con tutte le forze e allora lui incazzato come un mutante di Le colline hanno gli occhi non si accontenta più della tua “fighetta del cazzo” e vuole ucciderti però arriva il tuo amico Drug Machine che gli punta un fucile alla nuca e ti salva dallo stupro e lo riempie di mazzate, beh, allora, ti viene voglia di correre più in fretta verso i campi di cocomeri. Poi insopportabile, infinitamente insopportabile, il tentativo di rendere erotiche scene lesbo tra la protagonista Danny e Bonnie, la tizia che la porterà da sua sorella scomparsa, al limite della prouderie di maschi arrapati davanti a un film vintage di Selen. Fastidiosa, da dilettanti, l’apertura di molti capitoli con informazioni meteorologiche. Ce ne sarebbe da dire.
Il Carnefice è un romanzo scandaloso. Ci trovo poco rispetto per il lettore. Come a dire: “tanto voi vi leggete tutto, purché ci sia l’indicazione di ‘thriller inquietante’ scritto da qualche parte sulla copertina”.
Forse la Newton ha fatto la scelta giusta, considerato che questo romanzo sta vendendo parecchio e piace a tanti di quelli che lo hanno letto. Quindi mi dico, diavoletto che non sei altro, sta’ zitto e impara da chi è più capace di te: tornatene all’inferno!

- La citazione:
“Mi minacci? Attenta, ti assicuro che anch’io so essere una stronza bastarda”.

- La chiosa:
“Un esordio potente. Un nuovo talento letterario”, recita la fascetta che accompagna il libro scritta dalla stessa Newton. Qualche mese dopo, su Il mercante dei libri maledetti di Simoni, sempre la Newton scrive: “Enigmatico come Il nome della rosa. Avvincente come I pilastri della terra. Un esordio che rimarrà nella storia”.
Ora, due sono le cose:
1. Che culo che tiene questa Newton, li scova tutti lei gli esordienti di grande talento.
2. Ci stanno prendendo per i fondelli, come sempre.
Al di là del giudizio di merito (assolutamente soggettivo) è chiaro perché a queste fascette – visto l’uso che se ne fa: a sproposito – non ci crede ormai più nessuno.

- Il giudizio sintetico
Tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni (p.s: come biasimarla?)

Articolo di Luigi R. Carrino

sabato 29 ottobre 2011

Nel buio della galleria - Miles Burton (Polillo Ed. 2010)


Nel buio della galleria con l’ispettore Henry Arnold e l’amico geniale Desmond Merrion…

C’è stato un periodo nella storia del romanzo poliziesco in cui si faceva di tutto per infilare i morti ammazzati in un ambiente chiuso che più chiuso non si può. I più fortunati (si fa per dire) finivano i loro giorni su un’isola o dentro una splendida villa, ovvero dentro una splendida villa su un’isola, o su una bella nave da crociera. Alcuni dovevano accontentarsi di un misero battello o di una baita sperduta tra la neve, altri si ritrovavano stecchiti dentro un vagone ferroviario e perfino in ascensore. I più nella famosa camera chiusa da tutte le parti dove non ci sarebbe passato nemmeno un ago (e se fosse stato possibile anche in un cassetto del comodino) tanto che a volte la stessa camera chiusa è sospettata di essere essa stessa l’assassino (leggere, per credere, “I delitti della vedova rossa” di Carter Dickson, Polillo 2011). Sul treno, per esempio, sono avvenute una marea di morti violente. Basta sfogliare “Delitti in treno” di A.A.V.V., Polillo 2010, per rendercene conto. Tredici racconti di autori sorprendenti, tredici pezzi da novanta (Christie, Cole, Doyle, Crofts ecc…), tredici piccoli capolavori e più di tredici morti, a cui si aggiunge “Nel buio della galleria” di Miles Burton, Polillo 2010.
Miles Burton (1884-1964) è lo pseudonimo di Cecil John Charles Street che ha scritto una serie incredibile di romanzi polizieschi (anche quattro all’anno!), noti soprattutto per il personaggio di Lancelot Priestely, ex professore di matematica applicata che risolve i casi più difficili postigli all’attenzione dall’ispettore Hanslet.
Il personaggio che troviamo in questo romanzo è, invece, Desmond Merrion, collaboratore di Scotland Yard e, come tutti (o quasi) i romanzi del nostro, è costituito da una trama rompicapo dove i vari attori sono come “pezzi degli scacchi mossi da un abile stratega” (gli scacchi li cito sempre).
Giovedì 14 novembre il treno delle cinque di Cannon Street sta imboccando il Blackdown Tunnel, una galleria di circa due miglia e mezzo. A metà i freni vengono azionati con forza, il capotreno William Turner, per controllare eventuali inconvenienti, risale i corridoi fino ad arrivare all’ultima carrozza di prima classe, occupata da un solo signore che sembra stia sonnecchiando. All’arrivo alla stazione lo scuote gentilmente ma cade di lato. E’ morto. Morto ammazzato con il cuore trapassato da un proiettile di una pistola che porta le sue iniziali. Si tratta di Sir Wilfred Saxonby di Helverden “ricco uomo d’affari della City”.
Il treno ha rallentato per via di luci rosse viste dal macchinista nella galleria e ha ripreso la sua marcia dopo l’apparizione di una luce verde. Ad occuparsi del caso l’ispettore di Scotland Yard Henry Arnold, “una persona decisamente metodica”, che sarà poi coadiuvato dall’amico Desmond Merrion, criminologo dilettante (e dunque più furbo di lui).
Dapprima si pensa al suicidio, poi anche ad un possibile assassinio attraverso alcuni elementi che possono portare a questa pista, tra cui uno strano ed equivoco signore con barbetta osservato sul treno. Merrion “Quello che mi piace di questo caso è l’equilibrio delicato degli indizi” a favore o a sfavore dell’una o dell’altra possibilità.
Vari sospettati, un continuo sviscerare, analizzare, interrogare, dubbi (il portafoglio è o non è della vittima? Perché manca il biglietto ? ecc…), uno scambio di opinioni serrato tra i due amici, il pensare e ripensare, il controllare e ricontrollare. Praticamente un viaggio nella elucubrazione di dati e teorie, poco spazio dato alla caratterizzazione dei personaggi appena sbozzati. Ciò che conta è l’indagine in sé e per sé, il mistero da risolvere. Oltremodo difficile se Merrion ad un certo punto afferma che “siamo di fronte alla più incredibile cospirazione di cui abbia mai sentito parlare in vita mia, E diabolicamente ingegnosa, oltre tutto”.
Una storia fascinosa e nello stesso tempo fin troppo complicata soprattutto nella preparazione ed esecuzione del delitto che, per voler meravigliare a tutti i costi, a volte lascia perplesso anche il lettore stagionato (leggi sottoscritto e mi sono fatto un complimento).

Domani devo andare da mia sorella che abita ad Alessandria. Con l’espresso delle…delle…no, prendo la macchina. Non si sa mai…

Articolo di Fabio Lotti

Dettagli del libro

  • Formato: Brossura
  • Editore: Polillo
  • Anno di pubblicazione 2010
  • Collana: I bassotti
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 268
  • Traduttore: D. Pratesi
  • Codice EAN: 9788881543670

venerdì 28 ottobre 2011

Ghost - Richard Matheson (Fanucci 2011)


Quando si è abituati a uno standard qualitativo alto, come nel caso di Richard Matheson, autore di capolavori che hanno fatto la storia della narrativa di genere mondiale, imbattersi in un romanzo poco convincente lascia delusi. È il caso di Ghost, vecchia fatica dell’autore americano scritta nel 1982 e tradotta nuovamente dalla Fanucci in cui si racconta l’avventura soprannaturale di una coppia in crisi che, durante una seconda luna di miele organizzata per superare il momento difficile, si imbatte in una casa in cui aleggia il fantasma di una bellissima ragazza.

Al contrario di altre opere di Matheson, Ghost è un romanzo che di horror ha poco, come se l’autore oggi ottantacinquenne volesse un po’ distaccarsi dal genere che lo ha reso famoso per affrontare una storia molto più intimista e drammatica, con molti momenti di erotismo spinto, ma senza tralasciare quegli elementi soprannaturali che stavolta fanno solo da contorno e non spaventano più di tanto.

Il tema della casa stregata è stato affrontato innumerevoli volte dagli autori horror mondiali e in questo Matheson ancora una volta si distingue dalla massa perché ne fa soltanto un elemento disturbante, concentrandosi sul tentativo dei due coniugi di ricostruire un matrimonio andato in pezzi dopo il tradimento di lui. Il luogo in cui si svolge la storia, una vecchia casa sulla spiaggia di Logan Beach tormentata dalla risacca notturna e dal freddo invernale, è una prigione dove involontariamente i due protagonisti si vanno a rinchiudere, dovendo affrontare un pericolo ben superiore a quello per cui si trovano lì.

Se da un lato il voler relegare l’elemento horror ai margini della storia rappresenta una distinzione rispetto ai classici canoni di genere, dall’altro è anche il limite di Ghost. La scelta bizzarra di Matheson di preferire una deriva erotica, rende fragile la storia, abbastanza prevedibile anche nel finale. Lo stile, diversamente dal solito, risulta lento e privo di quella tensione che ha da sempre caratterizzato le opere di Matheson. La sensazione è che Ghost sia nato come un racconto e che poi sia stato adattato a romanzo, quasi fosse un esperimento che però non lascia pienamente soddisfatti, forse perché come detto all’inizio, da lui ci si aspetta sempre qualcosa in più.

Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro

  • Formato: Brossura
  • Editore: Fanucci
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Collezione ventesima
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Hearthbound
  • Lingua originale: Inglese
  • Pagine: 240
  • Traduttore: M. Nati
  • Codice EAN: 9788834717493

mercoledì 26 ottobre 2011

Chiamami Buio - Massimo Rainer (Todare Editore 2011)


Dopo aver sorpreso i lettori con Rosso Italiano, suo libro d’esordio pubblicato da Barbera Edizioni nel 2007, Massimo Rainer (pseudonimo di un avvocato penalista milanese) torna in libreria con un altro romanzo dalle tinte forti: Chiamami Buio, edito da Todaro, casa editrice da sempre attenta alle evoluzioni narrative del nostro Paese.
Buio è un agente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Milano assegnato al Centro di Permanenza Temporaneo di via Corelli che una mattina si veglia con accanto un cadavere. La droga e l’alcool gli hanno annebbiato la memoria e nulla ricorda di quanto successo la notte precedente. La morte della prostituta nel suo letto è l’ennesima cazzata di cui si rende protagonista o c’è un preciso disegno contro di lui?

«Prima regola dello sbirro che vuole arrivare alla pensione: fatti i cazzi tuoi. Seconda regola: non ti distrarre e continua a farteli, ché stai andando bene. Terza regola: se non hai seguito le prime due, la terza non ti serve più a una madonna perché sei già crepato da un pezzo.
È parola di Buio.»

È questa in sintesi la trama del nuovo noir di Rainer, incentrato sulla figura nera di Buio, un poliziotto corrotto, cinico, drogato, alcolizzato, omofobo, razzista e chi più ne ha più ne metta: un’autentica pecora nera della società moderna. La storia si sviluppa attraverso l’io narrante del protagonista che ci delizia pagina dopo pagina con le sue peggiori efferatezze, ma che, nonostante questo carattere da bad boy, alla fine fa inevitabilmente breccia nelle simpatie del lettore. Forse sarà per il suo atteggiamento anticonformista o più probabilmente per la disarmante semplicità e sincerità del suo comportamento, ma sta di fatto che alla fine diventa quasi un eroe memorabile. Certo, il suo concetto di giustizia è alquanto singolare, ma il percorso che ci fa fare nelle circa duecento pagine del romanzo ci porta a riflettere, cercando di capire dove sta il lato sbagliato della cosa: dalla parte di Buio, spietato giustiziere privato, capace di calpestare anche il cadavere di sua madre (o di fare sfracellare sul pavimento di una chiesa una povera vecchietta invalida) pur di arrivare all’obiettivo o in quello della violenta e perversa società che ci circonda? Meglio il suo essere un onesto figlio di puttana o il nascondersi dietro un falso perbenismo ?
Sembra questa una delle possibili chiavi di lettura di Chiamami Buio: una veloce incursione in un genere che Rainer ama contaminare con scene talmente gore da essere degne del miglior Hostel cinematografico. L’autore ci mette di fronte a una Milano marcia, più simile alla New York de I Giustizieri della Notte o di Serpico piuttosto che alla metropoli attuale, in cui bisogna districarsi in qualche modo, esattamente come fa il protagonista, cosciente di quali conseguenze abbia il suo comportamento. Nel mondo raineriano non sembra ci siano spiragli di redenzione, ma soltanto chance di limitare di danni e di togliersi qualche piccola soddisfazione che possa in qualche modo alleggerirci dal peso di vivere in una società allo sbando, in cui i valori morali vengono ormai confusi con gli interessi personali.
Chiamami Buio è scritto in modo adrenalinico, con uno stile asciutto ed essenziale: il linguaggio crudo e volgare ma pieno di sfumature ironico rende la lettura piacevole e mai noiosa. I personaggi sono degni di un film di Tarantino o di Kusturica o di un Abel Ferrara dei bei tempi andati, autentici miti narrativo-cinematografici, ognuno alle prese coi propri limiti di essere umano.


Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro
  • Editore: Todaro
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Impronte
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 208
  • Codice EAN: 9788886981996

lunedì 24 ottobre 2011

Per mano mia - Maurizio De Giovanni (Einaudi 2011)


«E invece eccomi qui, rifletté. Di nuovo sulla breccia, come se nulla fosse accaduto.
Come se non fossi morto un altro po', come ogni volta che scopro quanto nera può essere un'anima. Come se fossi ancora vivo»

Questo romanzo inizia come un film; sembra di essere dietro alla macchina da presa mentre vengono inquadrate le mani, i loro movimenti, il loro agire; si percepisce la mente che le guida, i suoi pensieri, le sue sensazioni.
Se la prima frase de “Il giorno dei morti” faceva immaginare una scena senza vita all’inizio di un giorno di pioggia, nel primo capitolo di questo libro l’attenzione del lettore è attirata dal frenetico muoversi delle due mani che hanno commesso un atroce delitto. E’ un prologo in cui facilmente si riescono a “vedere” i dettagli così ben descritti dall’autore: il modo di scrivere di de Giovanni infatti, seppur preciso e descrittivo, lascia sempre ampio spazio all’immaginazione del lettore.
Poi la storia entra nel vivo: manca una settimana al Natale del 1931 e la città di Napoli vive in attesa dell’evento.
Non tutti però si sentono più buoni a Natale, perché le condizioni sociali, familiari e personali influiscono sulla vita di tutti gli abitanti; un duplice omicidio è avvenuto in una casa della zona di Mergellina, dove un ufficiale della Milizia e sua moglie sono stati assassinati con numerose coltellate.
Durante il lavoro di indagine l’inseparabile compagno di Ricciardi (qui un po’ più defilato rispetto ai romanzi precedenti), il brigadiere Maione, dovrà affrontare un dilemma da cui sarà difficile uscire; un fatto personale che lo porterà a confermare o a negare il suo profondo senso della giustizia, ma che metterà a rischio anche il legame vitale che ha con la sua famiglia.
Pur non toccando la forte intensità emotiva del precedente romanzo, “Il giorno dei morti”, questa storia ha molti momenti in cui si sente la sensibilità dell’autore, la sua capacità di descrivere le emozioni provate dai personaggi e di esprimere nei particolari la Napoli del 1931, con i diversi ambienti sociali dove si svolgono i fatti: il mondo dei pescatori e quello della Milizia Portuaria, “quella che ha competenza sul traffico di merci e sulla pesca.”
Una Napoli indaffarata nei preparativi per la festa ormai imminente, dove non manca il racconto dell’atmosfera del Natale, perché “Il Natale è un’emozione.”
Sembra di essere in un cinema prima dell’epoca del sonoro: si vedono le immagini ma non si sentono le parole; come fa Ricciardi seduto al suo solito tavolino d’angolo del Gambrinus, da dove, dietro “lo spesso vetro”, guarda verso la strada “un fiume di gente andare e venire, carica di involti e pacchi”: la vigilia di Natale è arrivata.
Il finale, come lo sono le prime pagine del romanzo, è cinematografico: le due ultime scene sembrano essere quelle delle pellicole in bianco e nero (quando ancora si poteva leggere la parola “Fine” al termine della proiezione) e, ancora una volta, l’elemento atmosferico è presente.
E’ difficile raccontare un film ad una persona che non l’ha visto. Si può narrare la storia, descrivere l’accuratezza dei costumi, menzionare i dialoghi, tratteggiare i personaggi; sentire parlare di un film però non è mai come vederlo, perché non si riesce a coglierne l’essenza che sono, soprattutto, le immagini e la recitazione degli attori.
Io ho cercato di descrivere il film, ora tocca a voi andare a vederlo… recandovi in libreria.

Articolo di Paolo "carrfinder" Umbriano 


Brillantissimo sul lavoro, nessuna amicizia con i colleghi segnalata, non vi vogliono molto bene, a quanto risulta qui, tranne il qui presente brigadiere Maione. Nessuna aspirazione di carriera, per la gioia del vostro superiore, il vicequestore Garzo, che è un incapace. [...] E l’amicizia – devozione, dovrei dire – della signora Lucani Vezzi, amica della famiglia Mussolini, addirittura, già cantante d’opera. La cosa vi aiuta; come non vi aiuta, invece (è segnalata in rosso, addirittura), l’amicizia col dottor Modo Bruno, sospettato di antifascismo militante, ma valido medico dell’Ospedale dei Pellegrini. All’attivo la risoluzione di casi celebri, come appunto l’omicidio del tenore Vezzi, marito della suddetta signora, della duchessa Musso di Camparino eccetera eccetera. Tutto giusto, immagino.”


Nonostante l’indiscusso talento, la sempre più considerevole mole di riconoscimenti ottenuti e l’amore incondizionato dei suoi lettori, credo che per Maurizio De Giovanni, scrivere “Per mano mia” non sia stato un lavoro gestito a cuor leggero.
Da un lato il cambio di casa editrice, dalla meritevole Fandango ad Einaudi, uno dei principali colossi editoriali italiani, un cruciale punto di svolta con tutto il carico di aspettative e pressioni inevitabilmente generate. Un vecchio pubblico di lettori fedeli ma anche un nuovo potenziale esigente bacino di utenza da conquistare per il catalogo “Stile Libero”, vera e propria collana ammiraglia Einaudi.
Da un altro cercare di eguagliare, se non di più, il suo precedente picco compositivo “Il giorno dei morti”, un’opera sentita dal profondo dell’animo, capace di toccare vette emotive fino ad ora insuperate.
Come se non bastasse era necessario dare un nuovo punto di partenza alla serialità con protagonista il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, visto che con “Il giorno dei morti” si chiudeva il progetto della cosiddetta “tetralogia delle stagioni”. Era fondamentale instillare nuova linfa e idee alla concezione originaria.
Ma si sa, i grandi scrittori hanno infinite risorse, sono sempre in grado di stupirti e lasciarti a bocca aperta. Maurizio De Giovanni con “Per mano mia” firma il suo quinto capolavoro.
Ci riesce grazie al principale ingrediente che deve essere essenziale dispensare a grandi dosi, fuori dal calcolo e dalle sirene del marketing: il cuore. In “Per mano mia” esce prepotente il grande amore di Maurizio, come scrittore ma anche come lettore, verso il giallo, questo nobile genere troppo spesso in passato retrocesso a narrativa di serie B dalla critica ottusa e bacchettona. “Per mano mia” URLA A GRAN VOCE il suo essere romanzo poliziesco, con grande dignità, con il rispetto per il passato e i suoi mostri sacri, ma con un occhio attento e acuto nel presente e nel futuro.
Tornano i personaggi che abbiamo imparato ad amare e fatto amici, dopo i drammatici eventi accorsi nel piovoso autunno di “Il giorno dei morti”.
E’ il Natale del 1931, Napoli si prepara a festeggiare la ricorrenza in un clima che il regime fascista vuole fare apparire felice e festoso, ma dove in realtà nelle sue zone più degradate e povere, nasconde fame e disperazione. In un ricco appartamento nella zona di Mergellina vengono trovati assassinati i corpi di un funzionario della milizia e della moglie. Ricciardi, come al solito accompagnato dall’inseparabile Brigadiere Maione, avverte il fatto, ossia quella sottile percezione dell’ultimo pensiero del morto con violenza, nell’immagine di Costanza, la moglie, che sorridente chiede “Cappello e guanti?” e del militare accoltellato sul letto che ripete “Non ti devo proprio niente”.
Sotto il tavolo del presepe viene trovata, probabilmente come atto di spregio, la statuina rotta di San Giuseppe, il patrono dei lavoratori.
Ed effettivamente, dalle prime indagini, emerge del funzionario un quadro professionale non proprio immacolato. Tante potrebbero essere le persone con un conto scoperto da saldare, troppi i possibili moventi.
Come se non bastasse una confessione rivelata al Brigadiere Maione, sulla morte del figlio Luca, riapre una dolorosa ferita sul suo passato che lo condurrà in una tragica e sofferta indagine parallela, in pratica un romanzo nel romanzo. E qua De Giovanni è bravo nel bilanciare le due storie in maniera omogenea, sapendo gestire il forte dramma psicologico di Maione ma senza mai perdere di vista o lasciare in sotto tono il caso principale (caratteristica non perfettamente riuscita, ad esempio, in “La condanna del sangue).

Lo scrittore napoletano ci conduce in un’indagine senza sosta, caratterizzata da un ritmo serrato, a tratti addirittura convulso, e da abile giocoliere della materia, mischia le carte e semina sapientemente falsi indizi (in particolare un dettaglio capace di sviare le indagini è semplicemente geniale), ma senza mai barare nei confronti del lettore.

Intenso come al solito il quadro e l’immagine che esce di Napoli, una città, qui come non mai, che vive dei suoi forti contrasti, dalla luce dei festoni di Natale e dei presepi addobbati al buio delle sue case più decrepite, da chi può permettersi tutto a chi non possiede neppure la speranza di un domani.

Non resta altro che lasciarci teletrasportare per magia nella Napoli degli anni 30, “per mano” di uno scrittore che è diventato con i suoi romanzi, almeno per il sottoscritto, una certezza, un bisogno e una tradizione. Un po’, assieme al Natale, la più grande festa dell’anno.

Articolo di Marco "KillerMantovano" Piva



"Lungo la strada, la folla dei vivi era punteggiata di morti. Un ragazzo caduto da un’impalcatura, dal collo spezzato, che chiamava la madre; un uomo vittima di un pestaggio, che inveiva dalla mandibola fratturata contro un certo Michele; una donna messa sotto da un’automobile al centro della strada, che recitava come una preghiera la lista delle cose che stava andando a comprare, mentre dalla gamba tranciata di netto l’arteria pompava sangue nel vuoto."

Bentornato Ricciardi!
Sensazione curiosa e strana, fuori è caldo un autunno anomolo, si va ancora al mare, eppure sto leggendo l'ultima fatica di Maurizio de Giovanni, "Per mano mia" Il Natale del Commissario Ricciardi e come da titolo sono immersa nel pieno di dicembre, il vento sembra sferzarmi il viso, sono lì e passeggio con il commissario e Maione nelle viuzze del porto, fra i pescatori intenti a ripiegare o riparare le reti, l'aria salmastra mi accarezza il viso, l'odore pungente del posto pare essere qui nella mia stanza.
Forse in questa premessa c'è anche il perché aspetto con ansia di leggere De Giovanni, l'aspetto perché sa trasportami in un altro luogo, in un altro tempo, in un'altra vita.

...Le mani assassine si muovono nella penombra, tranquille.
Non hanno memoria del sangue sparso...
....Le mani assassine si aggrappano al tavolo, e sbiancano per la stretta.
Nell’acuta memoria del sangue...

Mani. Mani che 'fanno', ma fanno cosa?
Mescolano, incollano, collocano, ma prima, dimenticano ricordando.... ricordano il dolore portato, il piacere di infondere la morte, il coltello che affonda, la lama che dilania, il sangue che sgorga, l'alito di vita che abbandona i corpi...
Sono proprio le mani che danno il via alla nuova indagine del Commissario Ricciardi, l'assassinio, la morte violenta di una coppia 'bene'; lei madre affettuosa e donna avvenente, lui uomo integerrimo il 'Centurione portuale' Emanuele Garofalo temuto dai pescatori e temuto dai colleghi.
Sullo sfondo una Napoli antica ma uguale a sé stessa, alla vigilia del Natale del 1931, un Natale senza crimini o inconvenienti così come grida e si vanta il governo fascista dell'epoca.
A Ricciardi aiutato da Maione l'ardua impresa di venire a capo della vicenda, oltre all'assassino il commissario deve far i conti con 'le convenienze politiche' dell'epoca, infatti l'uomo esponente del regime si scoprirà nel corso dell'indagine che aveva danneggiato un suo collega rovinandolo e si mormora che forse non è così integerrimo come si vuol far credere, ma questi mormorii ai 'capi' non stanno bene, e quindi bisogna muoversi con le molle per far luce, non bisogna pestare i piedi a nessuno ma bisogna fare in modo che tutto quadri e che l'assassino venga consegnato alla giustizia, forse...
Accanto alla vicenda principale si muovono altre storie, altre vicende, altre emozioni e ritroviamo così gli altri personaggi dell'universo di Ricciardi, Bambinella con il suo ritratto commovente e triste e pieno di forza, il dottor Modo e la sua ruvida gentilezza ma in particolar modo il brigadiere Maione e la sua famiglia e poi l'onore e la vendetta, e il perdono e l'orgoglio, potranno convivere tutte queste emozioni nel generoso cuore di Maione?
Per saperlo toccherà leggere questo libro, farsi riempire dalle emozioni, farsi carezzare dalle parole, essere lì, assistere alle urla dei venditori di pesce alla vigilia del Natale, camminare per il porto e visitare le case dei pescatori con il loro carico di sofferenza, miseria, umanità. Immaginare e vedere il presepe simbolo di vita e di speranza, carpire i suoi segreti per 'farlo' parlare per indicarci la strada giusta e accompagnare Luigi Alfredo, Raffaele, Enrica, Livia lungo la strada del Natale del 1931, il IX dell'era fascista....

"Il Natale, caldo o freddo, mette i brividi"

Articolo di Marta Naddeo 


Dettagli del libro
  • Titolo: Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi
  • Autore: Maurizio De Giovanni
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Einaudi. Stile libero big
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN: 8806203428
  • ISBN-13: 9788806203429
  • Pagine: 313
  • Formato: brossura
  • Reparto: Gialli > Giallo storico

mercoledì 19 ottobre 2011

Il negoziatore – James Patterson & Michael Ledwidge (Longanesi 2011)


Il corpo scivolò sullo spiazzo di pietra e atterrò a faccia in giù su una corona di fiori avvizzita. Maschio, registrai. Abito scuro. Chi era?

Qualcuno fermi James Patterson! Impeditegli cortesemente di rovinarsi la carriera e la reputazione con queste storielle inutili, prevedibili e che si dimenticano dopo mezz'ora dall'averle lette. Siamo ben lontani dalle piacevoli avventure di Alex Cross o quelli delle Donne del club degli omicidi. Romanzi leggeri anche quelli ma con un po' più di stile.
E' Natale a New York, e come si sa durante le feste qui si respira una delle atmosfere più belle e ricercate del mondo. Questo Natale però, almeno per due famiglie non sarà magico. La moglie del Presidente degli Stati Uniti muore improvvisamente per una reazione allergica a qualcosa che ha mangiato mentre stava cenando con suo marito in uno dei ristoranti più importanti della città. La moglie del detective Michael Bennet, Maeve, sta morendo di tumore in un ospedale della città. Michael e i loro dodici figli adottivi fanno di tutto per alleviare la sofferenza della donna, ma per lei purtroppo non c'è più niente da fare.
Il destino avvicinerà ancora di più Michael e il Presidente Hopkins, perchè durante i funerali della First Lady un gruppo di presunti terroristi irrompe nella chiesa e la sequestra, trattenendo come ostaggi oltre all'ormai ex Presidente degli Stati Uniti i più importanti volti sportivi, dello spettacolo e politici della città. Cosa vogliono? Perché questo sequestro? Minacciano di uccidere gli ostaggi. Lo faranno o è un bluff?
Michael viene chiamato come negoziatore, ed inizierà così un'estenuante trattativa con i sequestratori anche se l'unico posto dove vorrebbe essere è il capezzale di sua moglie Maeve.
Questa è la trama de Il negoziatore, di James Patterson and Michael Ledwidge pubblicato da Longanesi. L'unico lato positivo di questo romanzo è che si legge velocemente e con estrema facilità. Per il resto i personaggi sono privi di spessore, le indagini ridicole e Michael Bennet poco credibile nel ruolo del marito affranto per la sorte della moglie. In alcuni casi è più normale prendersi un'aspettativa e stare con la propria famiglia, ma si sa che agli americani piace fare gli eroi. Le poche emozioni che ho provato le hanno suscitate i figli adottivi della coppia, ma anche quello è un dolore calcolato a tavolino da James Patterson che ormai è lanciatissimo a sfornare libri e nuovi personaggi. “Un istinto innato per arpionare il lettore” così Il Venerdì di Repubblica tuona in quarta di copertina. Io posso solo consigliarvi di non abboccare!

Articolo di Marianna "Mari" De Rossi

Dettagli del libro

  • Formato: Rilegato
  • Editore: Longanesi
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: La Gaja scienza
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Step on aCrack
  • Lingua originale: Inglese
  • Pagine: 290
  • Traduttore: A. Raffo
  • Codice EAN: 9788830425248

domenica 16 ottobre 2011

Svanito nel nulla - Horatio Winslow & Leslie Quirk (Polillo 2011)


“Esiste una zona tra il possibile e l'impossibile, fra il conosciuto e l'ignoto, tra il normale e il paranormale. Una zona......... ai confini della realtà”. Era il famosissimo incipit che lanciava negli anni 50 -60 una mitica serie televisiva di telefilm. In questa zona crepuscolare, in cui la notte pare non aver mai fine, all’interno di una ampia biblioteca con gli scaffali stracolmi di volumi che arrivano fino al soffitto, illuminata solo a metà dalla tremula fiamma dell’enorme camino vittoriano, un gruppo di indefessi, appassionati, lettori di gialli racconta, a voce bassa, quasi con reverenza, di libri e autori leggendari, alcuni perduti, altri riemersi a poco a poco dalle sabbie del tempo. Si narra di Joel Townsley Rogers con il suo “La rossa mano destra” pubblicato solo dopo 60 anni in Italia nel 2005 grazie alla Polillo (Bassotto n. 31), “La ragazza tagliata nel montaggio” di Cameron McCabb, Hake Talbot con i suoi due capolavori (“L’orlo dell’abisso” e “Terrore sull’isola”) romanzi - mito rimasti inediti in lingua italiana per decenni fino agli anni ’90 del secolo scorso. Si racconta di Norman Berrow (“Le orme di Satana”) le cui opere, introvabili per troppo tempo anche in lingua originale, pare abbiano scatenato all’estero vere e proprie faide tra i collezionisti.
Michel Herbert e Eugene Wyl, francesi, che con lo pseudonimo di Michael Wally pubblicarono nel 1932 “La casa vietata” a tutt’oggi praticamente introvabile, nonostante si tratti di una camera chiusa eccezionale. Di giapponesi di culto quali Akimitsu Takagi “The tattoo murder case” e Soji Shimada “The Tokyo Zodiac Murders” mai pubblicati in lingua italiana. Del rarissimo “L’ombra sul giardino” di Gaston Boca, mai più ripubblicato dagli anni ’30. Di un Philip MacDonald (“The polferry mistery”) tutt’ora inedito, delitto impossibile di cui si dice meraviglie. Di E. R Punshon, degnissimo rivale di John Dickson Carr. Di Peter Antony, di Max Afford, di Anthony Wynne (“Il coltello nella schiena”- Bassotto n. 45) estrosi ideatori di rompicapi fantasiosi. Ancora. Di Noel Vindry, la risposta francese a John Dickson Carr e Pierre Very, immaginifico al limite del visionario. Autori e romanzi che si differenziano per l’inventiva, la costruzione della trama e la brillantezza delle trovate. ( e spesso, diciamocela tutta, anche per la complessità della soluzione). Autori e romanzi gialli, insomma, veramente “ai confini della realtà”, delitti irrisolvibili anzi impossibili, nei quali l’unica soluzione razionale parrebbe essere, senza alcuna ombra di dubbio, quella di un intervento sovrannaturale, con il colpevole letteralmente volatilizzatosi nell’aria o addirittura tornato o venuto, giusto per l’occasione, dall’aldilà. Tra questi, si vagheggiava pure di tali Horatio Winslow e Leslie Quirk che nel 1928 misero a segno nel campo della letteratura gialla un colpo solo dal titolo “Into thin air”, che compare in quasi tutte le classifiche dei migliori “delitti impossibili”. A ben 83 anni dalla sua pubblicazione in lingua originale, la casa editrice Polillo colma questo vuoto abissale.
La polizia lo conosce come un ladro e un assassino, ma la gente lo crede un essere soprannaturale. E’ lo “Spettro di Salem”. Può scomparire in un battito d’ali, scappare attraverso muri di cemento armato o porte chiuse o “semplicemente” svanire nell’aria. Fino a che anche per lui arriva inevitabilmente la resa dei conti. La notizia giunge come una bomba. “Lo “Spettro di Salem” è morto…..è scomparso per l’ultima volta, ma questa volta sotto due metri di terra nel cimitero comune.” Il suo acerrimo nemico, il criminologo Klotz, può finalmente tirare un sospiro di sollievo, fino a che nel corso di un esperimento di spiritismo lo Spettro non gli invia un messaggio sibillino e una sfida. Occorre controllare una volta per tutte che il criminale sia effettivamente morto. Altrimenti l’unica spiegazione possibile è che l’essere chiamato lo “Spettro” possa entrare e uscire indisturbato dalla propria tomba. E uccidere.
Un libro pervaso da un’atmosfera gotica in cui si perde assolutamente il senso di ciò che è reale e ciò che è apparenza e che per questo richiede al lettore pure un’ attenzione e predisposizione sicuramente superiori alla norma. In quest’ottica, deve essere sicuramente riconosciuto un plauso particolare al traduttore, Dario Pratesi, confermatosi anche in questa occasione bravissimo nel ricreare l’atmosfera e rendere evidenti certi “tic” dei personaggi. Chi dovesse aver già letto il romanzo si sarà sicuramente reso conto che la traduzione deve aver comportato uno sforzo superiore alla media, soprattutto nella prima parte.
Gli autori giocano (barando spudoratamente, sia ben chiaro) su due fronti: quello del giallo e quello dell’orrore. Intorno ai protagonisti si moltiplicano fenomeni paranormali che affondano le radici nella migliore tradizione anglosassone del genere in stile M. R. James, Sheridan Le Fanu e Ann Radcliffe solo per citare alcuni, e che finiscono per prevalere, fino quasi ad oscurarla, sulla trama prettamente “gialla” comprimendo e limitando fortemente lo spazio concesso al classico “plot” omicidio-indagine-soluzione. Gli autori non lesinano sul materiale fantastico e meraviglioso e alla fine la logica non è certo così implacabile e ferrea come, almeno in apparenza, quella svelata da Hercule Poirot, Gideon Fell, o Philo Vance e company. Una cosa deve essere chiara apprestandoci a leggere questo specifico genere (o sottogenere) di romanzi. Non sono una cosa “seria”. Ma è puro gioco intellettuale, puro divertimento e intrattenimento portato agli estremi. C’è una totale e assoluta distanza da qualsiasi forma di realismo e verosimiglianza.
La nostra attenzione viene costantemente sviata (e impegnata) da continui colpi di scena spettacolari. Fantasmi, visite notturne (of course) al cimitero con tanto di riesumazione, sedute spiritiche e apparizioni fluorescenti, notti che paiono non terminare mai, messaggi che compaiono all’improvviso, mani che fluttuano nell’aria e orme che cessano di colpo di fronte ad ostacoli in apparenza insuperabili. Storie credibili quanto una moneta da 3 euro. Alla fine naturalmente tutto quadra o quasi e viene spiegato in maniera “razionale”, anche se sicuramente in maniera un po’ forzata e accettato dai lettori grazie ad una dose elefantiaca di credito a fondo perduto che bisogna concedere a questo tipo di romanzi. In confronto le trame imbastite da Agatha Christie appaiono assolutamente attendibili, quasi realistiche e soprattutto realizzabili nella realtà, tanto che paradossalmente alla fine siamo, a volte, più portati ad analizzare con maggior puntiglio e rigore le soluzioni, in apparenza ineccepibili, esibite per bocca di Hercule Poirot o Miss Marple, piuttosto che quelle che concludono questo tipo di storie. Qui siamo nel campo della prestidigitazione pura in cui l’interesse per il “come ha fatto” prevale di gran lunga sul “chi l’ha fatto”. A volte la conclusione pare proprio venire fuori grazie a un colpo di bacchetta magica. Non a caso uno dei protagonisti principali del romanzo è proprio un prestigiatore.
E del resto il confine tra il mago di professione e l’autore di romanzi gialli è molto labile, quasi impalpabile, come confessa lo stesso personaggio nel corso di una interessantissima dissertazione nel capitolo 12 del romanzo: “Differisco dai narratori solo perché nascondo le soluzioni e lascio che gli spettatori arrivino alla risposta senza aiuto…Tutta la partita si riduce a nient’altro che una competizione di intelligenza tra gli scrittori, i criminali e i maghi da un lato e i lettori, i detective e gli spettatori dall’altro.
Con le prime categorie che cercano costantemente di fregare gli altri, anche perché i “loro mezzi di sostentamento dipendono da questo” come ammette candidamente il “mago”. “Impiego tecniche di depistaggio proprio come lo scrittore di gialli, gli indizi sono sempre visibili per chi ha occhi per vedere
In realtà, vi confesso che in questo romanzo non bastano occhiali, binocolo o microscopio per scoprire gli indizi. Non è assolutamente una gara leale e c’è una assoluta mancanza di “fair-play”: Ellery Queen è ancora là da venire con la sua famosa “sfida al lettore” (siamo nel 1928). Ma questa storia deve essere presa per quello che è: svago e divertimento portati all’eccesso. “E’ una specie di magia” ci sussurra all’orecchio lo scrittore/mago.…puffffff…..prima di svanire nel nulla……

Articolo di Alberto "allanon" Cottini

Dettagli del libro

  • Titolo: Svanito nel nulla
  • Autori: Horatio Winslow & Leslie Quirk
  • Traduttore: Dario Pratesi
  • Editore: Polillo Editore
  • Collana I Bassotti n. 96
  • Pagine 256
  • Data pubblicazione: marzo 2011
  • Prezzo: euro 13,90

giovedì 13 ottobre 2011

Semina il vento – Alessandro Perissinotto (Piemme 2011)


Alla fine, da quell’angolo del corridoio, il mio cliente spunta all’improvviso, accompagnato da due guardie che lo serrano ai fianchi. A vederlo così, non pare pericoloso. Ha l’aria della brava persona, ma i secondini sembrano avere molta paura di lui. Aprono la stanza dei colloqui e fanno entrare il detenuto, poi mi invitano ad accomodarmi.

Giacomo Musso, trentacinque anni, maestro elementare, si trova rinchiuso in un carcere di massima sicurezza del Nord Italia. Il suo difensore d’ufficio, l’avvocato Di Stefano, gli propone di scrivere un memoriale degli eventi che, alla fine, l’hanno condotto in cella.
Tutto ha inizio a Parigi, dove Musso è un collaboratore a contratto della Cité des Sciences come curatore di esposizioni scientifiche per ragazzi: per mantenersi, lavora contemporaneamente come cameriere in un locale.
Qui incontra Shirin e, lentamente, ha inizio una storia d’amore che sembra non dover avere mai fine. Dopo un anno, il matrimonio, poi il ritorno in Italia, in un piccolo paese del Piemonte, l’integrazione con gli abitanti del luogo e l’incontro con i vecchi amici d’infanzia.
Tutto sembra andare per il meglio, ma poi qualcosa cambia e, in poco tempo, gli avvenimenti portano ad una situazione profondamente diversa, inaspettata e non prevedibile.

Due voci in prima persona: il protagonista, che si trova in isolamento in carcere, e l’avvocato difensore d’ufficio.
Due facce per raccontare l’origine di una vicenda che poi ha generato i fatti descritti all’inizio del libro.
Perissinotto usa il romanzo d’indagine per raccontare la nostra società, le sue paure e i pericoli che possono venire da una situazione apparentemente limitata a due persone che all’inizio si amano, ma che si troveranno ad affrontare una situazione che avrà un epilogo drammatico.
Un romanzo che chiede al lettore di non chiudere gli occhi ma di pensare alle possibili conseguenze che possono nascere da un “clima” sociale che segue le errate convinzioni di una minoranza di persone; anche i giornali hanno la loro parte nel “sentire” comune dei lettori, perché troppo spesso l’apparenza non è la realtà e le persone non si conoscono mai fino in fondo.
Una storia che per tutto il romanzo tiene in tensione chi legge, ma anche il racconto di un amore che forse non riesce (o non vuole) ad affrontare le inevitabili difficoltà della vita.
Una scrittura attenta e calibrata che non sempre, a mio parere, coinvolge il lettore; rimane però l’indiscussa capacità dell’autore di creare una storia inconsueta e di saperla condurre fino alla fine con maestria.
Un libro anche politico che fa pensare, arrabbiare, prendere posizione, criticare, condividere, inquietare e, infine, rimanere sorpresi.

Si ha la sensazione che a volte l’autore rimanga un po’ distaccato dalla vicenda dei due protagonisti per sottolineare che Giacomo e Shirin vanno presi come esempio per raccontare la nostra società attuale.
La trama stessa non vuole solo essere il racconto di un evento che potrebbe accadere, ma vuole essere un segnale di allarme sui pericoli che può generare una società chiusa in difesa di se stessa e troppo gelosa delle sue tradizioni.
Chi scrive lancia un forte monito ad opporsi ad una società che rischia di far nascere conflitti dove ci sarebbe invece bisogno di dialogo, di capire le persone, di essere più aperti alle culture diverse: quel dialogo che è, o dovrebbe essere, alla base di ogni società.

Ho aspettato l’alba come, in ospedale, si aspetta che accendano le luci e che gli infermieri passino per il primo giro. Sai che il dolore che ti tiene sveglio non sparirà col chiarore dei neon, ma hai l’impressione che, col riprendere della vita intorno a te, tutto andrà meglio. Non ho dormito e non c’era alcuna ragione per cui dovessi dormire; sono mesi che non dormo, da quando Shirin se n’è andata.

Articolo di Paolo "carrfinder" Umbriano

Dettaglio del libro
  • Titolo: Semina il vento
  • Autore: Alessandro Perissinotto
  • Editore: Piemme
  • Pagine: 275
  • ISBN: 9788856615111
  • Anno: 2011

martedì 11 ottobre 2011

Concorso Corpi Freddi


Il sito Corpi Freddi, in collaborazione con l’agenzia letteraria tedesca "Chichili Agency Italia", invita scrittori e scrittrici ad inviare storie brevi e mai pubblicate (ovviamente rigorosamente giallo/noir/thriller/horror), minimo 30.000 battute s.i. max 50.000 battute s.i., al seguente indirizzo email: concorsocorpifreddi@gmail.com entro e non oltre il 11 Dicembre 2011.

Selezioneremo tra i racconti inviatici, 10 autori che verranno distribuiti in formato ebook-serial prevalentemente sul mercato tedesco, svizzero e austriaco e avranno il 20% netto sulle proprie vendite.
I migliori 3, dei dieci selezionati, riceveranno in premio, oltre la pubblicazione sul mercato in ebook, anche numerosi romanzi di genere selezionati dai cataloghi dei nostri sponsor.
I dieci autori verranno letti e vagliati dalla Redazione e il nostro parere sarà insindacabile. Ai vincitori verrà inviato in seguito il contratto per la messa in distribuzione dell' ebook e per regolarizzare le percentuali di vendita.

Insomma, mentre gli altri concorsi, vi chiedono soldi per partecipare o vi garantiscono pubblicazioni gratuite, noi vi garantiamo degli introiti in dindini e taaaaaaaaaaaaantissimi libri.

Gli sponsor saranno


In difesa della libera informazione

In difesa della libera informazione
Nuovo appello degli Editori


Riprendiamo la nostra iniziativa relativa alla legge sulle intercettazioni. Anche questa volta abbiamo bisogno del sostegno di tutti gli editori, ai quali abbiamo chiesto di aderire all'appello che qui pubblichiamo.

APPELLO DEGLI EDITORI IN DIFESA DELLA LIBERA INFORMAZIONE

L'attuale maggioranza di governo sta per approvare in Parlamento una  legge che vieta la pubblicazione delle intercettazioni disposte dai magistrati (anche dopo la loro divulgazione alle parti del processo). Una legge – tanto per fare un esempio - secondo cui un'intercettazione potrebbe essere letta in pubblico dall'avvocato della persona intercettata ma non potrebbe essere pubblicata su un giornale. Una legge – per fare un altro esempio – secondo cui la replica di parte prevale sulla ricostruzione di giornalisti e autori neutrali, inquinando proprio l'informazione più responsabile e professionale.

Negli ultimi anni i tentativi di restringere in maniera drastica il diritto di informazione dei cittadini ha suscitato una vasta opposizione nel nostro paese che ha attraversato le più diverse categorie sociali e professionali. Significativamente, anche a livello internazionale, i provvedimenti proposti in Italia dall'attuale maggioranza sulle intercettazioni hanno sollevato forti perplessità perfino da parte di qualificati rappresentanti di istituzioni quali l'Osce, l'Onu e l'Unione Europea.

Nel maggio 2010, in occasione del Salone del libro di Torino, quasi 200 editori italiani di ogni categoria, dimensione e orientamento culturale (insieme a decine di librai in tutta Italia), pur riconoscendo la necessità di tutelare la privacy dei privati cittadini, promossero un appello a difesa della libera informazione e dell'esercizio della critica dei cittadini. Un bene prezioso a cui gli editori tengono particolarmente visto che la libertà di conoscenza è sempre stata strettamente legata alla diffusione dei libri e alla realizzazione di una piena democrazia.
Alla vigilia della Fiera internazionale del libro di Francoforte - dove potremo condividere la nostra preoccupazione con i colleghi editori di tutto il mondo - chiediamo al Governo e al Parlamento di recedere da questo nuovo tentativo di bloccare la diffusione di conoscenze rilevanti e significative sugli atti processuali.
Chiediamo ai colleghi editori e ai librai di firmare questo appello.




Marco Cassini e Daniele di Gennaro
Giuseppe e Alessandro Laterza
Stefano Mauri e Luigi Spagnol


* * *
Invitiamo tutti i cittadini a partecipare alla 
Assemblea pubblica
In difesa della libera informazione
Domenica 16 ottobre 2001 alle ore 11.00
Teatro Valle occupato
Via del Teatro Valle, Roma

Offerta: Rock. I delitti dell' uomo nero - Danilo Arona (EdS 2011)


Siamo lieti di annunciare che, con accordi presi con la casa editrice Edizioni della Sera, tutti i Corpi Freddi potranno acquistare il libro di Danilo Arona “Rock. I delitti dell’ uomo nero” della collana Calliphora, inviando una mail a thriller@edizionidellasera.com, al prezzo di 13 euro anzicchè 15 !!

Mi raccomando, precisate nella mail l’ indirizzo di spedizione!!

lunedì 10 ottobre 2011

Angel and Devil: InferNapoli - Peppe Lanzetta (Garzanti 2011)


Angel&Devil - coppia di recensori nel corpo di un solo lettore
(lettore che scrive, quindi più devil, dato il conflitto di interessi).

  • Peppe Lanzetta: InferNapoli
  • Garzanti, 2011
  • Romanzo; 261 pagine; 16,60 euro

- L’autore
Napoletano, del ’56. Scrive per il teatro, il cinema, la tv. Anche attore. Ha pubblicato un po’ di cose, soprattutto con Feltrinelli. Con Incendiami la vita (racconti, Feltrinelli 2007) consolida definitivamente il suo ritmo NapRapSound. Con "Un Messico napoletano" (romanzo, Feltrinelli 1994) mette in scena – creativamente – le “atmosfere” di quello che ci dirà Saviano anni dopo in forma di docudrama (o, se volete, anche quello che Marrazzo ci disse nel 1985 con Il Camorrista). Peppe Lanzetta è una voce grande, uno scrittore al quale molti noi che facciamo il suo stesso mestiere (e non solo napoletani) dobbiamo molto, uno scrittore al quale più di un lettore deve la conoscenza di atmosfere partenopee.

- Bandella
(link del sito Garzanti)


ANGEL

Non si sente il mare, poi si sente.
Lanzetta decide di raccontare un pezzetto del ‘nero napoletano’ con gli angoli della bocca all’insù. Sembrerebbe un sorriso sornione, a volte beffardo, altre volte sembrerebbe una mimica del disprezzo, del disgusto, come se avesse bevuto acqua di mare. Ma poi, perché uno dovrebbe bere acqua di mare?
I luogotenenti di Profumo hanno il nick dei personaggi di opere liriche. Falstaff, Figaro, Rigoletto, Parsifal, Lohengrin, Andrea Chénier. Peppe Lanzetta canta in questo romanzo, canta come un napoletano degli anni Cinquanta cantava le sue rimostranze alla vita (la fame, la sete, la nobiltà, la miseria) seduto davanti al suo basso sgarrupato, ovvero con un po’ di spensieratezza, nonostante le pene, con un po’ di consapevolezza in più, nonostante l’ignoranza, con amarezza melodrammatica ma simpatica, aspettando un sangue che presto o tardi si scioglie ma solo per un giorno.
Si sente la notte, poi non si sente più.
Piena di svolte drammaturgiche l’epica del boss Profumo. Le vicissitudini criminali si succedono con verosimile velocità da videoclip: in effetti, nel giro di un giorno (anche meno) a Napoli si decidono destini, si consumano tradimenti, si stringono alleanze di comodo (più alleanze!), si implementano bisinìss, si costruiscono bunker, ci si vendica di sgarri, si uccide e si ride nello stesso momento. E poi ci si va a mangiare un’impepata di cozze. Una vorticosa giostra impazzita di cocaina e di degrado, di leggerezza assassina, di soldi facili, di gente malamente – a volte maledetto cliché – che fa di Napoli la location (certe volte proprio lunapark) noir per eccellenza.
Si sentono i soldi, non si vedono in giro.
La storia viene ogni tanto interrotta da corsivi (fosse anche solo per queste pagine, InferNapoli merita di essere letto), poetici in alcune istanze, che mi fanno pensare alla città che si barrica dietro la sua stessa Storia, col suo respiro coraggioso e affannato simile all’ex fumo del Vesuvio che, da anni, non sporca più il cielo. Ma il Vesuvio è vivo, è là. A guardarsi con il mare, di sottecchi.


DEVIL

Un altro libro su Napoli all’inferno (qui negli inferi si direbbe: “viva l’originalità!”). La trama di citazioni (cinematografiche, fiction, colleghi napoletani) è una gran furbata e Vincent Profumo, tarantinismi a parte, come camorrista risulta persino più simpatico di Tony Soprano. Lanzetta lo spennella con tutto quello che c’è in testa a ogni italiano quando pensa a un mafioso, a un camorrista, a uno della ’ndrangheta. La fede, le fisime (ettolitri di ‘profumo Vetiver’ per ‘Vincent Profumo’ e quintali di mozzarella di bufala), l’opera lirica, la mafia cinese, la moglie che tradisce, le figlie che non accettano il padre, fedelissimi che cantano, pisello piccolo e grassità, coca e prostitute con la pala. Il tutto a paragrafi veloci, brevi, come impongono i maestri delle fiction in onda su Fox Crime, a fotogrammi. A poco più della metà del romanzo arrivano le tragedie, arriva quello che metti in scaletta a un punto preciso della storia che racconti. Grande mestiere: ineccepibile. Inchino.
La storia arriva senza ‘dar fastidio’. Anche nei momenti più efferati, non sprofondi “nel fango e nell’inferno del cuore nero d’Italia”. Dà piuttosto l’idea di essere entrati nella casa degli spettri a Gardaland: sai che alla fine ne esci, e quindi non ti spaventi più di tanto. Non dico che doveva terrorizzare, ma quanto meno farci capire che può essere tutto vero…
Il romanzo poteva – doveva – fermarsi a pagina 233. Ci sono 27 pagine in più. Chissà se Garzanti ha imposto un limite minimo di battute... Sapete, serve per acchiappare quel tipo di lettore (secondo le strategie di marketing di molte case editrici) che non spenderebbe mai 16 e passa euri per meno di 250 pagine.

La citazione:
Nel tuppo nero di Donna Concetta c’è un refolo di vento che viene da Salvador de Bahia, che passa per Marsiglia, dopo essersi fermato allo Sri Lanka, e poi ancora l’eco delle Ramblas di Barcellona, dei suoi musici, i suoi pittori, le sue puttane, i corpi mozzafiato delle colombiane e delle venezuelane che spompinano bavosi signori in vecchie Peugeot o in squallidi appartamentini.


La chiosa:
In fatto di storie nere, possibile non ci sia modo di sfuggire all’assetto dettato dal mezzo televisivo? La letteratura, a questo punto della storia dell’editoria italiana, dove sta? Sta così radicalmente cambiando il modo di ‘scrivere’ che alla fine è assolutamente questa – anche questa di Peppe Lanzetta –, la Letteratura?


Il giudizio sintetico
Vamos a bailar esta vida nueva

Articolo di L.R. Carrino


domenica 9 ottobre 2011

Il regno del sangue - Simon Clarke (Newton Compton 2006)


Ho aperto IL REGNO DEL SANGUE senza avere idea di cosa potermi aspettare da questo Simon Clark. Il suo viaggio post apocalittico in un’Inghilterra ormai distrutta ha molti pregi e molti difetti, molte ripetizioni e scene “già viste” ma anche molti spunti originali. Per questi motivi e queste mille contraddizioni non so se definire il romanzo come la solita rava e la solita fava che gira da anni nei libri di questo genere, o se fargli conquistare un gradino in più sopraelevandolo ad altri.
Non lo so e forse neanche ho voglia di generalizzare così tanto.
L’idea iniziale dell’autore credo fosse quella di raccontare la storia sotto forma di diario, se non che a volte se ne dimenticava.
Il tutto inizia con una festa nel giardino di Ben Cavallero, in una cittadina chiamata Fairburn, non tanto lontana da Leeds. Si festeggia la fine dell’anno scolastico e l’inizio dell’estate e centinaia di giovani si trovano a bere birra, chiacchierando come se niente fosse.
Per Simon Clark questa festa da inizio all’apocalisse.
Uno del gruppo, Stenno, ricompare dopo del tempo al campo con escoriazioni in ogni parte del corpo, sangue a coprirgli la pelle e negli occhi la pazzia. Grida come se avesse appena visto il diavolo e rifiuta le cure degli amici, per paura che in mezzo a loro ci fosse ancora qualcuno a fargli del male.
Si muovono tutti alla ricerca dei colpevoli, inoltrandosi nel bosco e dividendosi per avere più raggio d’azione.
La narrazione è vista principalmente con gli occhi di Rick, un aspirante chitarrista che sogna di girare il mondo con la sua band. Anche lui cammina tra gli alberi a cercare chi ha ridotto Stenno in quel modo ma un qualcosa o un qualcuno con una forza aliena lo fa finire faccia a terra e lo schiaccia al suolo come fosse una pressa. Vermi escono dal terreno intorno a lui, ritti sul corpicino come fossero dita di milioni di cadaveri.
Rick sviene, perde momentaneamente la memoria e torna come se niente fosse al parco davanti alla casa di Ben Cavallero, dove tutti sembrano aver perso interesse per il pestaggio e tornano a godersi la festa.
Dal giorno successivo un gas irritante sembra conquistare la cittadina, costringendo gli abitanti a uscire di casa e scappare verso la collina.
Di tanto in tanto qualcuno sussurra la presenza di uomini grigi, con la pelle spessa come il cuoio e occhi a mandorla rossi come il sangue.
Intanto Londra viene distrutta da un’inondazione e l’America distrutta da terremoti ed eruzioni vulcaniche. Tutto il mondo sembra implodere, le riserve di cibo incominciano a scarseggiare e compaiono i primi casi di cannibalismo.
Per Rick e il suo gruppo inizia una fuga da tutto e da tutti. Devono difendersi da altri rifugiati pronti ad uccidere per una scatola di fagioli, dai geyser di acqua bollente che esplodono dal terreno, dalle fiammate di gas metano che bruciano nel sottosuolo fino in superficie, dai maremoti e chi più ne ha più ne metta, e per ultimo dai grigi che compaiono all’improvviso e sembrano studiare quella strana razza che fino al giorno prima abitava la Terra.
IL REGNO DEL SANGUE quindi è in tutto e per tutto un romanzo post apocalittico, raccontato da un autore senza ottime doti narrative ma con indubbia bravura nel saper raccontare.
Un punto a favore per Simon Clark è il suo talento nel creare l’aspettativa nel lettore. Sa come premettere un avvenimento, anticipandolo e accompagnare chi legge fino al momento clou (che in realtà non è nulla di straordinario, ma più e più volte ha fatto in modo che io non staccassi il naso dalle pagine, mangiato vivo dalla curiosità).
A mio parere è stato anche bravo a inventarsi una storia, descrivendo bene tutti i personaggi e dando loro un ruolo. Rick per esempio è l’attore principale e quello nel quale il lettore si dovrebbe immedesimare. Ha vent’anni e fa fatica a credere che la sua adolescenza possa finita in quel modo, che l’esistenza come era abituato a viverla e la normale routine non esistessero più.
Commette sbagli, pentendosi di molte azioni dettate dalla paura. Non è quindi il classico ragazzo modello presente nei libri, è una persona qualunque e apprezzo la scelta di Clark nel raccontarlo così come se al suo posto ci fossi stato io.
Se questi aspetti danno un tono al libro, altri ne abbassano a mio avviso la qualità.
Prima di tutto non si vede un fine. Clark mette tanta carne al fuoco, fa accadere mille cose ma il lettore non vede una meta da raggiungere. Può essere la salvezza dall’apocalisse ma solo a scriverlo mi sembra una cosa un po’ troppo vasta e generale.
Caratteristica che non ho proprio sopportato di questo romanzo sono le continue scene di sesso, che io reputo in questo genere di libri il jolly da giocare quando lo scrittore ha perso la fantasia.
Che in uno scenario di distruzione e paura come può essere IL REGNO DEL SANGUE si usi il sesso come scappatoia, come isola felice per gli attori, come la smoking area in un aeroporto nella zona degli imbarchi (ci tengo molto a precisare quanto per me quegli angolini siano importanti), sono più che d’accordo. Ma quando si parla di pagine e pagine per spiegare un rapporto, a volte anche di un capitolo interamente dedicato a una scopata tra i boschi, con descrizioni più vicine a un romanzo porno, allora mi chiedo se non si potessero evitare o quantomeno, riassumere.
La fine mi ha abbastanza deluso, sia per quanto riguarda la questione “salvezza” che per la lotta contro gli uomini grigi. Deluso non perché me l’aspettassi, anzi… ma forse ci avrei messo qualcosa in più.

Articolo di Alessandro "dampy" Farese

Dettagli del libro
  • Autore: Simon Clark
  • Casa Editrice: Newton & Compton
  • Anno Edizione: 2006
  • Codice ISBN: 9788854106574
  • Pagine: 560
  • Prezzo: 9.90€

venerdì 7 ottobre 2011

La valigia sarda - Aritzeta Margarida (Il Maestrale 2011)


Da piccolo, affascinato da ciò che ancora non capiva, Manu Uriarte aveva cominciato ad amare i libri sotto il tavolo della biblioteca, perché racchiudevano il mistero, la chiave per capire tutto ciò che non gli volevano spiegare. Li apriva. Li sfogliava. Li leccava, i libri. Cosa significava leggere? Che rapporto c’èra tra quelle file di formiche nere ben allineate sulle pagine, e le parole vive che coglieva dentro di sé per nominare i desideri? Ho fame, ho sete, mi scappa la pipì… ho paura. Parole. Immagini. I libri parlano di quello? Li guardava, li girava, i libri. Sgranava gli occhi e un filo di bava gli colava agli angoli della bocca. Esplorava senza essere visto. Di nascosto. Nelle sue mani grassottelle, un libro diventava un oggetto meraviglioso.

Il vero protagonista di questo romanzo è il libro. Libri antichi, libri vecchi, manoscritti, romanzi. Tutto ruota intorno alle parole scritte su un foglio di carta.
La storia è ambientata prevalentemente in Sardegna, nella zona di Orgosolo, ma prende avvio nella città di Perpignan, dove Manu Uriarte, libraio antiquario di Barcellona, si reca inviato dall’anziano collezionista di libri antichi, Ferdinand Torrentà. Quest’ultimo insegue da anni il Rosenbach, vocabolario del 1502, per dimostrarne la vera esistenza. Manu Uriarte giunto a casa di Torrentà che non si era presentato all’appuntamento lo trova morto, riverso su una poltrona con il requiem di Mozart sparato a tutto volume dalle casse. Prima di fuggire raccoglie qualche testo antico buttato a terra dall’assassino. Lo scopo non era trafugarli ma salvarli dalla possibile danneggiamento e consegnarli successivamente alla famiglia.
Nei giorni successivi Manu Uriarte riceve una strana telefonata dell’avvocato di Torrentà che gli chiede dei manoscritti, a lui consegnati proprio da Torrentà, in una valigia molto tempo prima.
Da questo momento l’indagine si trasferisce in Sardegna ad Orgosolo, dove il libraio aveva portato la valigia, e dove trova l’amico Giacomino Calamida, esperto bibliotecario, che lo aiuta a seguire le strane richieste dell’avvocato che, a sua insaputa, li porta su una pista di manoscritti antichi, strani morti che in qualche modo si collegano a quella del collezionista.
Se vi aspettate di leggere un libro con serial killer, poliziotti arguti e trame complesse non è il romanzo che fa per voi. La verità è che, come dicevo al’inizio, i protagonisti sono i libri. Il cadavere è un collezionista di libri antichi, chi svolge le indagini è un libraio antiquario, quindi non esiste la figura del poliziotto, dell’ispettore e di qualsiasi stereotipo legato alle divise, il suo braccio destro è un esperto bibliotecario, e come se non bastasse le indagini sono più rivolte alla ricerca dell’unica copia del vocabolario del 1502 che dell’assassino di Torrentà.
La storia tarda un poco a dipanarsi ed a tratti risulta un po’ debole, priva di anima. Interessante la trovata e lo sviluppo. Come si può criticare un romanzo quando al centro della storia ci sono i libri, che tanto amiamo, che ci fanno compagnia in diversi momenti della nostra giornata ed animano la nostra vita.

Articolo di Fabrizio "Carpisa" Zaino

Dettagli del libro
  • Editore: Il Maestrale
  • Autore: Aritzeta Margarida
  • Argomento: Gialli, Horror, Thriller, Noir
  • Anno: 2011
  • Collana: Narrativa
  • Informazioni: pg. 478
  • Codice EAN: 9788864290294

giovedì 6 ottobre 2011

Le belve - Don Winslow (Einaudi Stile Libero 2011)


Con Ben, Chon e Ophelia.

Il primo capitolo promettente con un “Vaffanculo!” che è tutto un programma. Una lotta per il controllo della droga, un cartello, quello di Baja, contro due “lavoratori” in proprio: Ben e Chon. Nel mezzo, tra i maschietti, Ophelia, o meglio O, con orgasmi da tutte le parti, padre inesistente, madre incasinata (loro rapporto in chiave umoristica) in mille attività (anche istruttrice esistenziale per finire nelle braccia di Cristo).
Vediamoli un po’ questi due tipi. Naturalmente diversi, che Don sa come far fruttare i personaggi. Chon il violento (siamo violenti per natura), Ben il pacifista (siamo socialmente condizionati alla violenza). Il primo entrato nell’esercito nelle forze speciali della marina e poi finito in Afghanistan, nessun legame d’affetto con i genitori. Il prototipo della forza fisica e del Vaffa. Il secondo un modello di ragazzo, invece, ha due genitori psicoanalisti che ama, Università a Berkeley e poi l’incontro con Chon e via la vita su binari diversi. Spaccio di droga, sì, ma anche sempre in giro in varie parti del mondo per opere di beneficenza. Un Catthista, ovvero un cattivo Buddista (dice lui), obiettivo fare del bene alle popolazioni più sfortunate, un po’ nauseato per l’inutilità della sua opera.
Insieme producono la migliore marijuana idroponica che attira l’attenzione del summenzionato cartello in lotta, tra l’altro, con altri cartelli ( breve storia di questa vera e propria guerra). I due sono costretti a venire a patti per amore di O, rapita e minacciata di morte (taglio della testa). Il capo del cartello di Baja è Elena Lauter, marito morto ammazzato, con tre figlie (mi pare), suo braccio destro Lado (freddo sin da ragazzo e rapporto duro con la moglie Delores), ex poliziotto antidroga, subito in azione a stendere un avvocato che non ha fatto il suo dovere.
Per liberare Ophelia Chon e Ben decidono di pagare venti milioni e di rubarne una parte proprio al cartello stesso attraverso spericolate e pericolose rapine, aiutati da Dennis “un pezzo grosso della task-force antidroga” e da un paio di esperti informatici.
Velocità, ritmo, diverse paginette a malapena intinte nell’inchiostro, ironia e umorismo che si mescolano a scene forti, amore, sesso e violenza con il desiderio, vano, di uscire da un modo di vita che pare senza sbocco: “Sono una passera inutile…Quando uscirò di qui…Userò la mia vita per fare qualcosa… Cosa?... Non ne ho la più pallida idea, cazzo” si sfoga Ophelia con il carceriere Esteban. Qualche frecciatina politica, il marcio nelle forze antidroga commiste con gli stessi cartelli, movimento, lotta, sparatorie, teste mozzate. Un libro che si legge volentieri, fila via liscio che è un piacere e lascia dietro di sé tracce sinuose di buona scrittura insieme a qualche battuta facile facile. Il finale bello e struggente (ma perché mi pare nello stesso tempo quasi scontato?) con i tre che si ritrovano uniti in un’altra dimensione (quella vera?). Come belli, bellissimi selvaggi.
Un libro che mi ha incuriosito, attirato, invogliato a continuare la lettura (e non è poco) ma non colpito nel profondo. Dovrò rileggerlo.

Articolo di Fabio Lotti

Dettagli del libro
  • Formato: Brossura
  • Editore: Einaudi
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Einaudi. Stile libero big
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Savages
  • Lingua originale: Inglese
  • Pagine: 453
  • Traduttore: A. Colitto
  • Codice EAN: 9788806207700 

mercoledì 5 ottobre 2011

La ballata di Mila – Matteo Strukul (E/O Edizioni 2011)


Sarebbero venuti a chiedermi pietà in ginocchio. Un giorno li avrei colpiti con una violenza che li avrebbe fatti tremare. Loro e tutti quelli come loro. Larve.

A Padova la rivalità tra mafia cinese e criminalità organizzata si fa sempre più aspra, oggetto del contendere è il predominio sul territorio Veneto. Protagonisti di questa faida sono la banda dei Pugnali Parlanti e una cosca locale guidata da Rossano Pagnan. Il sangue comincia a scorrere copioso, tradimenti e sparatorie sono ormai all'ordine del giorno. In tutto questo caos irrompe sulla scena Mila Zago. Un killer tanto spietato quanto affascinante, con dei dreadlock rossi che non passano inosservati e un corpo da capogiro ma che è una vera e propria arma da guerra costruita con anni e anni di estenuante allenamento. Sembra programmata per uccidere Mila e quando si presenta a Rossano Pagnan offrendosi come unica soluzione per sconfiggere Guo Xiaoping e i suoi Pugni Parlanti il boss crede di aver trovato la soluzione ai suoi problemi. Ma le cose non andranno proprio così, perché Mila ha ben altri progetti in testa per se per tutti gli altri, e non si fermerà fino a quando non avrà ottenuto quello vuole: vendetta.
Questo primo romanzo di Matteo Strukul “La ballata di Mila” edito da e/o nella collana Sabot/age non mi ha convinta molto. La Collana, secondo quanto dichiarato da Massimo Carlotto che ne è il curatore è “dedicata alle storie che il nostro Paese non ha più il coraggio di raccontare”; e questo potrebbe essere vero, visto che il tema principale del romanzo è il dilagare della criminalità organizzata in Veneto. Quello che mi ha fatto un po’ storcere il naso è che non ci sono forze dell’ordine a contrastare i delinquenti, ma uno schianto di ragazza con dei dreadlock rossi, occhi verdi, bella da togliere il fiato che si muove come una gazzella e fa carneficina di uomini con troppa facilità!
La storia non è male, le pagine scorrono veloci perché piene di azione, personalmente avrei fatto a meno di inserire la parte del “diario di Mila” che un po’ rallenta lo stile narrativo. Quello che non mi ha convinta e anzi mi ha accompagnata per tutto il tempo della lettura è una sensazione di dejà vu. Mila è una via di mezzo tra La Sposa di Kill Bill e Lisbeth Salander di Larsson, dice frasi che forse in bocca a McLane di Die Hard potrebbero risultare simpatiche ma immaginando come sfondo quello di Badia Polesine un po’ stonano. I dialoghi lasciano un po' a desiderare, sono molto d'effetto ma in alcuni casi suonano un po' troppo assurdi. Ci tengo a precisare che a me i romanzi pulp piacciono, e perciò la mia critica non è rivolta al genere, ma alla poca originalità nel dar vita a un personaggio già visto o letto altrove.

Articolo di Marianna "mari" De Rossi

Dettaglio del libro
  • La ballata di Mila
  • Matteo Strukul
  • Edizioni E/O
  • Collana: Sabot/age
  • ISBN: 978-88-6632-016-6
  • Pagine: 224
  • Data di pubblicazione: 24 agosto 2011
  • Prezzo di copertina € 17,00