venerdì 30 settembre 2011

Il Professore - John Katzenbach (Fazi Editore 2011)


Il lupo perde il pelo ma non il vizio… e così ancora una volta, dopo il fenomeno squallido e discusso di Melissa P. e delle sue avventure erotico-pornografiche, Fazi torna a offrire ai suoi lettori una storia che riporta a quel genere nato al cinema alcuni anni fa e battezzato torture-porn. Se sul grande schermo il capostipite è stato Hostel (anche se già nel primo Saw si delineavano i canoni del genere), la narrativa sembra indirizzata a seguirne la strada, sempre più affascinata dell’estremo: serial killer sadici, maniaci sessuali e criminali senza scrupoli prendono piede, proprio come nel nuovo romanzo di John Katzenbach, Il Professore.

Il Professor Adrian Thomas è un uomo solo e malato e quando, un giorno, il proprio medico gli comunica che la malattia è ormai inarrestabile e che lui andrà inesorabilmente verso la morte (non prima però di aver perso ogni capacità fisica), l’uomo è ormai deciso a farla finita, risoluto a raggiungere moglie e figlio tragicamente scomparsi anni prima. La pistola è con lui, pronta a fare fuoco, ma ecco che la sua vita viene sconvolta una sera, quando, rientrando a casa, l’uomo assiste involontariamente a un presunto rapimento. La vittima è una ragazzina del quartiere, già in passato protagonista di tentate fughe da casa, così quando il professore si rivolge alla polizia, non gli viene dato molto credito. Ma Adrian sa come ha visto, come lo sanno anche i fantasmi che lo circondano…

Se davvero l’obiettivo di Katzenbach era quello di sconvolgere lo spettatore, raccontando una storia di perversione e follia (la ragazzina viene segregata e diviene l’inconsapevole protagonista di reality show su internet), nel libro manca qualcosa, come manca se invece lo scopo era quello di raccontare di un uomo che sul punto di morte trova un nuovo motivo per vivere. Da un lato, infatti, manca il coraggio di andare fino in fondo e di spingersi al di là di ogni limite razionale; dall’altro il romanzo è infarcito di troppa roba, alcuni personaggi sono quasi superflui, altri invece avrebbero meritato maggior spazio, e così Katzenbach impedisce al protagonista di ergersi sopra tutti, finendo per essere “uno dei tanti”.

Il Professore è il classico esempio di libro che vorrebbe dire tanto, ma che alla fine non dice niente: l’autore ha voluto mettere troppa carne al fuoco, finendo per perdersi nei meandri della sua stessa storia. Se i personaggi di Adrian e di Jennifer (la ragazzina rapita) sono ben delineati, soprattutto quello della seconda, vero catalizzatore per il lettore, la detective Collins ad esempio è abbandonata a se stessa e alla sua inettitudine, intrappolata nelle procedure burocratiche del suo lavoro. Si fatica a capire e ad accettare la sua reazione alla denuncia del professore, si prova perfino rabbia per la sua incapacità di capire cosa davvero è successo. E poi ci sono i fantasmi… alquanto bizzarra la scelta dell’autore di farne guide nell’indagine privata del protagonista, togliendo al lettore il gusto di scoprire il puzzle piano piano, seguendo magari un filo logico.

Leggendo Il Professore si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un ibrido tra un episodio de La signora in giallo (dove la polizia non fa mai la cosa giusta, lasciando spazio alle deduzioni della signora Fletcher) e una puntata spinta del Grande Fratello. Conoscendo i lettori italiani, probabilmente anche qui il romanzo di Katzenbach venderà diecimila copie come in Germania (notizia stampata sulla fascetta di turno), ma sta di fatto che ci troviamo di fronte a un genere letterario basato su una banale deriva voyeuristica che potrebbe portare la narrativa sulla stessa strada intrapresa dalla televisione.

Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Editore: Fazi
  • Collana: Le strade
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 522
  • Traduttore: M. Francescon
  • Codice EAN: 9788864112374

mercoledì 28 settembre 2011

L' Affaire Simenon - Maurizio Testa PT.2


Il metodo Maigret… e quello Simenon

Abbiamo prima accennato che il commissario, quando viene chiamato per un caso, quasi mai parte di gran carriera. Lo vediamo aggirarsi per i luoghi del delitto o del reato. Se è un palazzo con portineria, spesso fa comunella con la portiera, non di rado stimolato da un odore, va in cucina a vedere cosa cuoce sui fornelli, ma così facendo entra in confidenza con la donna che prima o poi si rivelerà utile. Poi osserva, ascolta, a volte, come dice lui stesso, s’installa in un milieu e sta lì sembra a far niente. E invece s’impregna dell’ambiente, della mentalità e delle abitudini delle persone, cerca di entrare nel modo di ragionare e di vivere di quella gente e di entrare nell’atmosfera.
Quando tutto questo matura, allora inzia gli interrogatori, ordina gli appostamenti ai suoi ispettori, chiede ricerche sui sospettati, insomma mette in moto la macchina investigativa che non è quasi mai chiassosa e plateale. Maigret preferisce tenere un basso profilo, impiegare pochi uomini, non fare troppo rumore. Se ci sarà bisogno, verrà il momento giusto per farlo.
La fase diciamo così preliminare dell’inchiesta mette Maigret in uno stato particolare. Come ha detto Simenon, il commissario è un intuitivo e ha bisogno di seguire i suoi percorsi mentali, gli serve a volte non pensare a niente. Fare vuoto affinché ci sia spazio per l’intuizione. I suoi ispettori conoscono bene questa fase e, dandosi di gomito, dicono “Ecco il capo è en trance , ci siamo…”.
Questa fase di trance somiglia tanto a quella simenoniana dell’état de roman.
Facciamo un passo indietro. Quando nel dicembre del ’22 un non ancora ventenne Simenon scese a Parigi alla Gare du Nord, il giovane aspirante scrittore aveva già in mente bella e pianificata quella che sarebbe stata la sua avventura nel mondo della letteratura. In un primo momento avrebbe dovuto imparare i meccanismi della narrazione, lo stile, il funzionamento del mondo editoriale, era la fase dell’apprendistato e della letteratura-alimentare, come la definiva lui stesso, perché davvero era quella che gli permetteva di sopravvivere. Dopo nemmeno un decina d’anni ecco che si prepara ad alzare il livello. Non più letteratura popolare, scritta su ordinazione, ma una semi-letteratura (o letteratura semi alimentare, entrambe ancora definizioni di Simenon) dove la creazione era suo esclusivo appannaggio ed era lui a proporre all’editore cosa pubblicare e non viceversa.
Finita la prima serie delle inchieste di Maigret (diciannove titoli, come recitava il contratto con Fayard), Simenon si sente pronto al grande salto quello che lo porterà a quella che lui stesso chiamava i romans-durs, o i romans-romans, insomma la letteratura tout court, quella per cui potrà ritenersi davvero un romanziere, tanto da far cambiare la dicitura sulla sua carta d’indentità alla voce professione.
E, in questa fase, la genesi dei romanzi simenoniani è caratterizzata da qualcosa che faceva scattare in lui uno stato particolare che lui chiamava l’ètat de roman. Una fase analoga a quella che faceva passare al suo commissario prima dell’indagine. L’importanza di questo ètat de roman sta nel fatto, almeno così la spiegava Simenon, che in quella condizione riusciva a entrare nella pelle degli altri, e quasi automaticamente iniziava a pensare come loro. Questi altri erano i personaggi dei suoi romanzi i quali gli prendevano letteralmente la mano e lo portavano in breve alla conclusione della vicenda. E questo spiegherebbe due caratteristiche. La pretesa di Simenon di non sapere come il romanzo sarebbe andato a finire quando all’inizio si sedeva alla macchina per scriverev. L’altro fatto è costituito dalla celerità con la quale scriveva un romanzo di 150/200 pagine. Una settimana ed era pronto.
E la spiegazione che dava l’autore rigurdava proprio l’ètat de romance che appunto durava sette/otto giorni e lui doveva sbrigarsi a finire, altrimenti non avrebbe saputo come fare. E a riprova raccontava come una volta aveva dovuto interrompere la stesura di un romanzo per una malattia abbastanza grave. Ebbene, dopo quindici giorni si ritrovò davanti qualcosa che non riconosceva, che non sapeva portare avanti e che dovette abbandonare..


Il lancio dei Maigret

Nelle discussioni tra Simenon e Fayard che precedettero l'uscita delle inchieste di Maigret, uno degli argomenti di contrasto fu cosa fare per lanciare la serie. Simenon a questo proposito aveva le idee ben chiare. Nessuna conferenza stampa per gli addetti ai lavori, nessuna presentazione ordinaria... non voleva che un personaggio, e quella nuova fase della sua vita letteraria, esordissero con una colonnina di recensione nella pagina culturale dei quotidiani, letta da pochi e ignorata da molti e che già il giorno dopo veniva coperta da altre notizie. No, lui voleva realizzare qualcosa di cui si occupasse anche anche la stampa mondana e di cui se ne parlasse per almeno per una settimana.
Per raggiungere questo obiettivo, pensò di organizzare una grande festa.

Si trattò del Bal Anthropométrique (letteralmente antropometrico, come le misure del corpo che la polizia prende prima di incarcerare qualcuno), un rendez-vous in uno dei più eccentrici locali di Montparnasse, il dancing la Boule Blanche, solitamente frequentata dagli antillesi di Parigi e dove solitamente si ballava la beguine. Lì avrebbe invitato il meglio e il peggio della società cittadina per la serata "più carceraria" di Parigi.
Ovviamente Fayard non era affatto d'accordo, anche e soprattutto per le spese, visto che Simenon gli aveva detto di aver già contattato per l'allestimento e la creatività della serata artisti come Paul Colin, Marcel Vertés e Don. Tre nomi che da soli già facevano pensare all'editore al fiume di soldi che sarebbe potuto scorrere.
Ma Simenon era irremovibile. Non aveva nessuna intenzione di sprecare quell'occasione. E infatti alla fine, pur di spuntarla, acconsentì di pagare una buona metà delle spese della serata.
E così spedì un gran numero d'inviti per il 20 marzo 1931, inviti che altro non erano che dei "mandati di comparizione".
Davanti all'entrata de la Boule Blanche, al 33 di rue Vanvin, quella sera dalle dieci in poi ci fu una gran fila all'ingresso. All'esterno c'erano dei figuranti per rendere tutto ancor più stravagante: una finta prostituta e il suo protettore e dei poliziotti che prendevano le impronte digitali prima di far entrare gli invitati. Non tutti stettero al gioco, alcuni protestarono, non volendo farsi trattare da delinquenti, come una vecchia conoscenza di Simenon, l'editore di Paris Soir, Eugene Merle, che aveva subito analoghi trattamenti durante la sua gioventù da estremista di sinistra. Circa trecento persone si accalcarono nella sala decorata dagli artisti con uno stile definito molto... “Quai des Orfèvres”, manette, corpi sanguinanti, ma anche grandi punti interrogativi... Non solo una gran folla quindi con molti rappresentanti della Parigi che conta, ma anche artisti, scrittori, gente qualsiasi e forse anche dei poliziotti in incognito.
Si poteva incontrare Philippe de Rothschild, ma anche la cantante Suzie Solidor, la scrittrice Colette e pittori come Derain, il critico d'arte Florent Fels e Raymonde Machard, femminista e redattrice-capo de Le Journal de Femmes. L'orchestra antillese faceva scatenare gli invitati e un'aria di follia sembra impadronirsi della festa. Alle quattro la sala era ancora piena e la baldoria la suo culmine, spogliarelli, più o meno integrali, docce allo champagne, promiscuità, divertimento e trasgressione. Era quello che voleva Simenon affinchè la stampa ne parlasse a lungo. Lui nel frattempo non aveva smesso un attimo di scrivere dediche, su nella galleria, per i primi due Maigret lì presentati, Monsieur Gallet décédé e Le Pendu de Saint Pholien. E ne fece talmente tante che non smetteva mai di scrivere. Qualcuno lo prendeva in giro dicendo che stesse già scrivendo il prossimo Maigret.
Verso le sette di mattina la festa andò morendo, ma lasciò un'eco proprio come voleva il suo ideatore. Oltre ad una buona critica per quello che riguardava i romanzi, l'evento tenne banco sui giornali parigini come l'avvenimento mondano più divertente e trasgressivo, come da molto tempo non se ne organizzavano più.
Lanciati i Maigret, lanciato anche Simenon, per la prima volta con il suo vero nome, quella sera diverrà una data storica nella sua vita non solo letteraria.

Maurizio Testa:
Giornalista e scrittore, Maurizio Testa (Roma 27 settembre 1954) è stato il direttore responsabile de Il Falcone Maltese, il primo magazine consacrato al noir & al mystery. Durante i suoi trent’anni di carriera giornalistica, ha lavorato nella carta stampata, è stato autore di testi per la radio, ha diretto diversi magazine e periodici specializzati ed è stato direttore editoriale del web-network d’informazione Axnet oltre che direttore del quotidiano on-line News Ore 13. Ideatore e direttore per il Comune di Roma della mostra Giallo Estate per sei edizioni (1997/2002) nell’ambito dell’Estate Romana.

Articolo di Maurizio Testa

I libri di Testa su Simenon:
  • Maigret e il caso Simenon
  • Maigret et l'affaire Simenon
  • Maigret und der fall Simenon
  • L'uomo che voleva essere Maigret
  • Adieu Simenon
  • Omaggio a Simenon
  • Maigret & Simenon in "Poker d'assi"
  • Chez Maigret

martedì 27 settembre 2011

L' Affaire Simenon - Maurizio Testa PT.1


Per due giorni su CorpiFreddi pubblicheremo uno speciale su uno degli autori che ha fatto la storia della letteratura di genere, al mondo, Georges Simenon. La stesura dell' articolo è affidata al maggiore esperto dell' autore belga in Europa, Maurizio Testa. Giornalista, responsabile del Falcone Maltese (che in molti ricorderanno come primo magazine di noir e giallo in Italia) e autore di moltissime biografie proprio del grande Simenon. Il motivo per cui questo speciale non viene pubblicato, come al solito per i cf, di sabato, è che oggi il nostro amico Maurizio compie gli anni e noi CF vorremmo onorare il rapporto che ci lega e la stima nei suoi riguardi, mettendo online questo mega-speciale scritto in esclusiva per noi e per i lettori del nostro blog. Per altro, chi volesse avere notizie/curiosità/approfondimenti su Georges Simenon, ricordiamo che Maurizio Testa ha creato un sito culto proprio sull' autore belga e che invitiamo tutti a visitare: 

Nel 2011 si festeggiano gli ottanta anni dal lancio dei Maigret. E’ il momento giusto per fare una riflessione sul suo autore e sul personaggio, due “tipi” davvero orginali nel panorama letterario di genere e mainstream.

Forse non vi è capitato mai di rifletterci. Adesso, però, provate a farlo. Quanti sono stati gli scrittori al mondo in grado di inventare un personaggio di popolarità mondiale, vendendone centinaia di milioni di libri e allo stesso tempo capaci di essere autori di una ricchissima produzione di romanzi mainstream, che hanno goduto, e godono, non solo di altrettanto successo, ma sono tenuti in gran considerazione dalla critica (da quella di oggi forse più di quella di ieri), romanzi tra l’altro che hanno portato l’autore ad un passo dal Nobel per la letteratura?
La risposta, se non avete omesso di leggere il titolo, è facile.
O meglio è la nostra risposta.

Si tratta di Georges Simenon, romanziere di lingua francese, ma di nazionalità belga.
Il personaggio a cui abbiamo accennato è ovviamente il commissario Maigret, non solo tradotto e venduto in oltre trenta paesi, ma da cui sono stati tratti una decina film e circa altrettante serie di sceneggiati televisivi in nazioni diversi.
Per la qualità dei suoi romanzi, invece basta scomodare un personaggio come André Gide che riteneva Simenon “il Balzac del ‘900”.
Per quanto ci sforziamo di cercare, nel panorama della letteratura di genere non esiste uno scrittore così versatile e prolifico, capace di creare un personaggio che, quanto a popolarità, non ha nulla da invidiare a Sherlock Holmes, a Sam Spade, ad Hercule Poirot, a Philip Marlowe , a Perry Mason o a Nero Wolfe e che, nello stesso tempo, sia diventato un classico ai livelli di Hemingway, Dickens, Dumas, Gorki, Conrad, Maupassant….
Questo non era riuscito a Conan Doyle, che non coronò il suo sogno di diventare famoso per i propri romanzi storici. Oppure a Rex Stout che aveva iniziato addirittura con una letteratura sperimentale che aveva incontrato il plauso dei critici, ma non del pubblico. E’ vero che i personaggi e i romanzi hard-boiled di Hammett e Marlowe sono ormai considerati letteratura “tout cout” , ma non possono competere con l’opera complessiva di Simenon, considerando anche i numeri.
Il nostro, tra romanzi e racconti, ha pubblicato oltre un centinaio di inchieste del commissario Maigret.
Se passiamo alla contabilità di quelli che l’autore chiamava i romans-romans (o i romans-durs) dobbiamo mettere nel conto almeno altri duecento titoli ( cui andrebbero aggiunti altrettanti tra romanzi popolari, racconti e feuilletons, insomma quelli scritti per “apprendistato” tra il ‘22 e il ’31 usando una ventina di pseudonimi). Come vedete c’è da rimanere interdetti dalla qualità, dalla quantità e dalla versatilità . E le vendite? Si parla a tutt’oggi di circa cinquecento milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Ma ritorniamo alla domanda iniziale. Quale altro scrittore è riuscito in una tale impresa?
Credo che, come me, non abbiate trovato un analogo esempio. Se fosse il contrario fatemelo sapere.


Il periodo dei Maigret

In questa sede quello che ci interessa di più è soffermarci sull’analisi e i meccanismi che hanno reso così celebre il commissario Maigret.
Ma partiamo come ogni buona indagine dall’inizio. Perché dopo circa dieci anni di letteratura popolare scritta su ordinazione, quando Simenon decide di passare a quella che lui chiama semi-letteratura lo fa scegliendo proprio il genere poliziesco? La risposta sembrerebbe facile: allora, come oggi, andava di moda ed era un filone abbastanza popolare. Siamo negli anni 30, sia in Francia che negli Stati Uniti uno scrittore che intende fare un salto di livello quale genere migliore poteva scegliere? Tra l’altro nella sua produzione passata aveva già avuto modo di cimentarsi con dei polizieschi.

Ma, c’è un ma che inceppa il ragionamento. Le premesse sono esatte, il problema però è che il polar di Simenon andava contro tutte le regole che sul mercato avevano fatto il successo di diversi eroi di genere.
Tanto per iniziare mancava il protagonista. Meglio non aveva i connotati per sfondare. Questo Maigret intanto era il primo tra i grandi detective ad essere un funzionario di polizia. Gli altri per iniziare dal Daupin di Edgard Allan Poe, a Sherlock Holmes, a Sam Spade, a Poirot, a Marlowe, erano tutti detective privati o investigatori per…diletto. Quindi nessuna regola, nessun protocollo da seguire, niente rapporti, burocrazia e scartoffie che fanno tanto ufficio e fanno sognare poco il lettore.
Poi l’aspetto fisico. Abbiamo davanti un omone di circa 45 anni, non grasso, ma pesante, che non porta la pistola, non guida, non fa scazzottate, non è un tombeur de femmes. Insomma non è, come si dice, un personaggio che affascina il pubblico con il suo aspetto e nelle su inchieste manca l’azione avventurosa. In più, come ebbe spesso ad affermare Simenon, Maigret non è intelligente, è intuitivo. Ma questo comporta che spesso lo vediamo lì con lo sguardo spento, ad annusare l’aria, senza darsi il minimo da fare. Per di più è anche sposato. E non con una fascinosa e conturbante parigina. No, sua moglie viene dall’Alsazia è una casalinga di mezz’età, senza grilli per la testa, brava cuoca, tranquilla e normale. Niente figli. Una coppia borghese che la domenica pomeriggio fa una passeggiatina, qualche volta va al cinema, dove il commissario regolarmente si addormenta che una vota al mese si scambiauna cena con i propri amici i Pardon. E poi Maigret fuma la pipa… d’accordo siamo in Francia negli anni trenta, molti fumavano la pipa, ma ci sono molti uomini attraenti e “moderni” che accendevano sigarette, magari quelle americane. La pipa in definitiva fa un po’ vecchio.
Insomma non va. Il primo a dirglielo è proprio il suo editore, Arthéme Fayard, con cui Simenon lavora da anni.
Con questa roba rischiamo il fallimento. Un personaggio così non lo vuole nessuno, non ha charme, non c’è azione, sembra un impiegato, un uomo comune… A chi vuole interessi!…Guardi gli altri, Lupin, Rouletabille, e non parliamo di quelli stranieri… ”.


In effetti presentando il suo Maigret all’editore, Simenon sapeva bene di essere andato contro le regole del genere. Ma intanto, se aveva iniziato quella seconda fase dopo l’apprendistato, era perché voleva scrivere quello che sentiva. E inoltre era convinto che Maigret, proprio per quel suo essere normale, avrebbe stimolato più facilmente una certa identificazione con il lettore, più di altri super-detective, che per far capire qualcosa dei propri sofisticati ragionamenti hanno bisogno di una spalla (che come il lettore non deve capire cosa stia combinando il proprio amico-eroe) e che serve all’autore per spiegare le altrimenti incomprensibili elucubrazioni mentali del proprio eroe.
E poi Maigret, di poche parole, un po’ burbero, famoso per le sue rare ma indimenticabili sfuriate, è un personaggio molto ben connotato.
Grande appassionato di cucina, buon bevitore (calvados, birra, ma anche rum e cognac), questo omone incute sempre un certo rispetto, indossa un pesante cappotto con il collo di velluto e un cappello a bombetta. La pipa in bocca o sempre a portata di mano diventa un suo segno distintivo. Famose le nottate d’interrogatori passate a Palazzo di Giustizia, all’indirizzo anch’esso divenuto famoso, 36 Quai des Orfévres. La brasserie Dauphine, altra icona, che, in quelle occasioni, gli porta in ufficio i vassoi con panini e birre. Il suo studio con la stufa a carbone con la quale ogni tanto armeggia. I suoi inseparabili ispettori Lucas, Janvier, Torrence e Lapointe. Tipiche anche le sue litigate con il suo superiore, il giudice Comelieu, che vorrebbe azioni invesigative più plateali, più visibili all’opinione pubblica,come retate, pattugliamenti, posto di blocco. E invece Maigret ha un altro metodo d’investigazione che ora andremo a illustrare e che, come vedremo, non è poi così lontano dal modo in cui Simenon creava i suoi romanzi.
Insomma Simenon, che a trattare con gli editori era bravo, convinse Fayard che quello era il personaggio giusto e che avrebbe avuto successo. Alla fine l’editore cedette ad un patto. Simenon doveva prima di iniziare le pubblicazioni, portargli almeno sei titoli già scritti. Con il suo ritmo di scrittura e con l’entusiasmo della nuova avventura letteraria, questa condizione era addirittura trascurabile.
Per la cronaca (ma più avanti ci torneremo su), Maigret fu un successo di pubblico e oi anche di critica, ma soprattutto fu la dimostrazione che Simeno aveva un certo fiuto per quello che il pubblico voleva e che si potevano sovvertire gli allora correnti canoni del polar.



Maurizio Testa:
Giornalista e scrittore, Maurizio Testa (Roma 27 settembre 1954) è stato il direttore responsabile de Il Falcone Maltese, il primo magazine consacrato al noir & al mystery. Durante i suoi trent’anni di carriera giornalistica, ha lavorato nella carta stampata, è stato autore di testi per la radio, ha diretto diversi magazine e periodici specializzati ed è stato direttore editoriale del web-network d’informazione Axnet oltre che direttore del quotidiano on-line News Ore 13. Ideatore e direttore per il Comune di Roma della mostra Giallo Estate per sei edizioni (1997/2002) nell’ambito dell’Estate Romana.

Articolo di Maurizio Testa 

I libri di Testa su Simenon:
  • Maigret e il caso Simenon
  • Maigret et l'affaire Simenon
  • Maigret und der fall Simenon
  • L'uomo che voleva essere Maigret
  • Adieu Simenon
  • Omaggio a Simenon
  • Maigret & Simenon in "Poker d'assi"
  • Chez Maigret
 

lunedì 26 settembre 2011

Tu sei il male - Roberto Costantini (Marsilio 2011)


«Un vecchio delitto senza soluzione. Un killer che rispunta dal passato. Il perbenismo di ieri e il razzismo di oggi che si saldano nell’ombra. Dietro ogni verità apparente, se ne nasconde sempre un’altra. Questa è l’Italia, commissario Balistreri: e neanche la tua forza malata riuscirà mai a cambiarla.» [Giancarlo De Cataldo]

Qualcuno mi dica da dove è saltato fuori questo Roberto Costantini, classe 1952, nato a Tripoli in Libia, ingegnere, consulente aziendale e Dirigente della Luiss Guido Carli di Roma. E mi spieghi soprattutto come sia possibile esordire a quasi sessant’anni con un romanzo di così tale portata e carattere, uno straordinario giallo di ampio respiro, capace di gareggiare ad armi pari, se non di più, con le più agguerrite proposte internazionali, ma rimanendo fortemente italiano nel profondo DNA. Un thriller da esportazione, una vera e propria bomba a deflagrazione che, è sensazione personale, farà parlare e discutere a lungo. Probabilmente questo atto di avvicinarsi alla scrittura in una età non proprio giovane fornisce quella forte consapevolezza e quel valore aggiunto, frutto anche di un maggiore bagaglio di conoscenze ed esperienze professionali e umane sedimentate nel corso del tempo.

Un plauso sentito allo staff Marsilio per l’occhio rapace di talent-scout e per averci donato finalmente un prodotto rigorosamente made in Italy in grado di cavalcare l’onda e non di seguirla. Normalmente sono molto diffidente al baccano pubblicitario, ma in questo caso tutto l’hype generato è assolutamente giustificato. “Tu sei il male” è il primo atto di una già programmata trilogia, ma vi prego non paragonatela alla Millenium Trilogy di Stiegg Larsson, sarebbe sottovalutare un lavoro che si regge nel panorama letterario sulle sue gambe, con grandissima personalità.

Definire “Tu sei il male” un semplice giallo è fortemente riduttivo. Qua ci troviamo di fronte ad un’opera profonda, accurata, frutto di anni di studio e ricerca, che vuole mostrare uno spaccato veritiero, a tratti cinico e impietoso, dell’Italia degli ultimi 25 anni, che scava nel marcio e nel torbido della società e della politica.

Estate 1982: è il giorno della storica finale dei Mondiali di calcio tra Italia e Germania, quando la quiete di un quartiere della Roma bene viene sconvolto dal brutale omicidio di una bellissima giovane ragazza, Elisa Sordi. Le indagini coordinate dal Commissario Balistreri, personaggio problematico e scomodo con un passato torbido vissuto in prima linea nelle milizie dell’estrema destra e conquistatosi il posto più per raccomandazioni che per meriti sul campo, si concentrano nel prestigioso complesso residenziale dove Elisa lavorava, abitato da un importante esponente politico e da un cardinale appartenente alle alte sfere del Vaticano . Per Balistreri questo caso si rivela una pesante zavorra, troppo preso dalla sua vita viziosa e sregolata, perso nelle irrinunciabili bische serali a poker o nel portarsi a letto l’ennesima ragazza degli abitudinari incontri occasionali. L’inchiesta viene seguita con troppa superficialità, tanto che dopo una prima pista seguita più per non pestare i piedi ai poteri forti che per convinzione, si arena definitivamente.

Salto temporale nel 2005/2006 (guarda un po’ nell’anno in cui l’Italia si gioca la sua quarta vittoria ai mondiali di calcio, ma sarà una coincidenza?) dove ci troviamo un Balistreri promosso a capo della sezione speciale stranieri, un commissario profondamente cambiato, appesantito nel fisico e precario nella salute, più moderato e disilluso. Nella mente il tarlo di un omicidio irrisolto, di un male interiore che deve essere necessariamente espiato. Accadono altri omicidi di ragazze, di condizione sociale diverse ma tutte legate da un inquietante particolare: i cadaveri presentano una lettera marchiata sulla pelle. Quale è il significato di tutto questo? Esistono dei collegamenti al caso irrisolto del 1982? Questa volta Balestrieri, coadiuvato da un vero e proprio team investigativo, dovrà scoprire la verità per tornare in pace con i suoi fantasmi interiori.
Il mio giudizio sull’esordio di Costantini è decisamente soddisfacente. Poco meno di 700 pagine di tomo che si leggono tutte di un fiato, un romanzo estremamente intricato e complesso ma che non risulta mai ingarbugliato e cervellotico; probabilmente un po’ appesantito nella seconda parte centrale, ma tutto sommato questa maggior prolissità è giocoforza funzionale all’intreccio narrativo. Balistreri è un personaggio di una potenza incredibile, fantastico il lavoro di Costantini nel tratteggio della sua evoluzione nel corso degli anni.
Senza respiro la parte finale, una vera e propria accelerazione al cardiopalma che mi ha ricordato nella sua visionarietà, il film capolavoro di David Fincher “Seven”. Un romanzo che chiede a gran voce una trasposizione cinematografica e della quale, giustamente, sono già stati acquistati i diritti a tal proposito.
Forse se mi è concesso un appunto, l’opera è così ambiziosa e ricca di sfaccettature che risulta nella soluzione del mistero un po’ esasperata nel gioco d’incastri e nelle sue stratificazioni della verità. Un piccolo neo che comunque non inficia le qualità di un romanzo assolutamente riuscito ed appagante, una nuova bella scoperta tutta rigorosamente italiana.
Per il sottoscritto, a tutt’oggi, libro dell’anno.

Estratto del libro


Articolo di Marco "Killer Mantovano" Piva

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Editore: Marsilio
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Farfalle
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 669
  • Codice EAN: 9788831709767 

venerdì 23 settembre 2011

Persuasori di morte – Roberta Borsani (OGE Ed. 2011)


Il cuore umano è un abisso di buone intenzioni e di follie

Ogni volta che i sub ripescano un corpo di donna dalla palude, il commissario Realis prova l'impulso di andarsene via e mollare tutto. Quelle donne hanno un passato di abusi, violenze e maltrattamenti alle spalle e nella maggior parte dei casi è suicidandosi che mettono fine alle loro sofferenze. Ma questa volta è diverso, Fiammetta Uslenghi aveva problemi psicologici, è vero, ma non si è tolta la vita, le hanno sparato e poi l'hanno gettata nella palude. Le indagini sono molto accurate ma ad ogni passo avanti si aprono nuovi interrogativi, nuovi orizzonti, un pò come quando si lancia un sasso in uno specchio d'acqua e i cerchi concentrici si allargano all'infinito. Tutti gli indizi portano a Gabrio il prete del paesino con il quale Fiammetta aveva un rapporto di amicizia e di fiducia. Ma Realis è uno di questo mondo e sa che nessuna indagine è così facile, gli indizi gli vengono serviti uno ad uno su un vassoio d'argento e questo non fa altro che accrescere la sua caparbietà. In realtà dietro a questo omicidio si nasconde un gioco crudele messo in piedi da un gruppo di sei personaggi in pieno delirio di onnipotenza e senza scrupoli capitanati dal Principe (delle tenebre, aggiungerei) che consiste nell'infangare un personaggio insospettabile, renderlo vulnerabile togliendogli tutte le certezzze, fargli terra bruciata intorno screditarlo e spingerlo in questo modo al suicidio.
Si sceglie la vittima e si procede con metodo, si scommette e si resta a guardare.
“Quella vicenda, partita dal caso di Fiammetta Uslenghi stava diventando troppo grande per una cittadina apparentemente sonnacchiosa. Forse era fuori misura anche per un mediocre funzionario di polizia come lui. Si sentì all'improvviso molto piccolo, come si era sentito in certe notti d'estate davanti allo spettacolo del cielo stellato. Piccolo rispetto all'immensità del creato, piccolo rispetto al Male, quello vero che si scrive con la maiuscola.
E' ambientato sullo sfondo della provincia piemontese questo bel romanzo di Roberta Borsani, il secondo che leggo dell'autrice dopo il buon esordio con Sangue del suo sangue (recensione sul blog), 180 pagine da cui è difficile staccarsi sia per la trama intrigante e ben congeniata (mi ha colpita soprattutto l'idea del gioco come esperimento e non come passatempo) sia per il tratteggio dei personaggi che è ottimo, hanno spessore e carattere, e non solo i protagonisti ma anche i personaggi secondari come ad esempio Miriam la sorella di Gabrio. Forse il nostro commissario ripecchia un po' il clichè del triste, malinconico e divorziato ma il suo amore per i fiori gli da una nota di colore e di passione. Lo stile della Borsani ha fatto il resto, ha reso Persuasori di morte coinvolgente con una scrittura fluida e scorrevole senza fronzoli capace di catturare da subito il lettore e tenerselo stretto fino alla fine.

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Persuasori di morte
  • di Roberta Borsani
  • OGE editore
  • 208 pagine, 
  • 15 euro
  • ISBN-10: 8889834307
  • ISBN-13: 9788889834305

giovedì 22 settembre 2011

Underworlds – Echi dal lato oscuro - Alan D. Altieri (TEA 2011)


Se al cinema e in televisione l’Italia fa grande fatica ad affermare il genere horror-apocalittico (non per niente lo stesso Alan Altieri ha lavorato per tanti anni come sceneggiatore negli Stati Uniti), nella narrativa continua a mietere successi, grazie ad autori coraggiosi e a veri proprio Maestri come appunto Altieri.
Il suo nuovo libro, la raccolta di racconti Underworlds – Echi dal lato oscuro, ci offre un riassunto di quello che è il mondo narrativo altierano, basato essenzialmente su tre elementi: l’apocalisse, l’orrore e la denuncia socio-politica. Eccezion fatta per due inediti, i racconti che formano l’antologia sono stati pubblicati in versione “riveduta e corretta”, ridando vigore alla poetica narrazione di un autore mai troppo osannato.
Altieri è un poeta dell’apocalisse, un autore che con uno stile musicale, fatto di frasi brevi, flash, fermo immagini e un continuo mescolare di termini italiani e inglesi riesce a focalizzare la sua (e la nostra) attenzione sugli argomenti che di volta in volta va ad affrontare. Leggere le sue storie è come sentirsi raccontare un sogno confuso, fatto di figure indistinte, di immagini astratte e brevissimi viaggi nello spazio e nel tempo, ma che condensa dentro di sé una incredibile forza coinvolgente.
In particolare i due inediti (La morte rossa e Totentanz) hanno una potenza distruttiva unica: nel primo, omaggio all’opera di Edgar Allan Poe, Altieri affronta uno dei suoi temi preferiti, l’Apocalisse, arrivata attraverso un elemento patogeno in grado di polverizzare letteralmente l’essere umano; nel secondo, invece, ci presenta un mondo non ancora arrivato al capolinea, ma che procede spedito verso la sua triste sorte, attraverso l’ennesimo morboso reality show che ha come scopo la reciproca uccisione da parte dei concorrenti in nome del Dio share. Comune denominatore dei due racconti (ma anche degli altri, seppure in maniera ogni volta diversa) è il violento atto d’accusa verso una società devastata dalla scelleratezza dell’essere umano: il violento padre di famiglia di Scarecrow , il Presidente degli Stati Uniti d’America di La morte rossa, il folle skipper di Full Dagon Five, il Demiurgo di platoniana memoria di Totentanz.
Centosessanta monitor in Sala di Controllo, nutriti dalla centosessanta telecamere installate nella Dimora. Centodieci punti di ripresa interni, cinquanta esterni. Tra dentro e fuori, sistemata a schema stocastico, trenta delle centosessanta erano snake-cams a fibra ottica. Occhi a scansione multispettrale, presa diretta, tempo reale, live-feed audio video. Gli onniveggenti occhi rossi.
Le onnipotenti luci pilota di dio.
La straordinaria potenza narrativa di Altieri e del suo stile onirico e per certi versi sperimentale (in pochi sanno giocare con la lingua italiana come lui) centra sempre perfettamente il cuore delle vicende, riuscendo a imprimerle con forza nella mente del lettore che più volte si troverà spiazzato e sconvolto da ciò che l’autore gli racconterà. Accostarsi ad Altieri significa affrontare un’esperienza che va oltre il semplice esercizio di lettura: le sue storie sono difficili, spesso impossibili da digerire o addirittura da accettare (può davvero arrivare così lontano la follia dell’uomo?) e la sua scrittura è un continuo gioco di specchi che potrebbe disorientare un lettore poco avvezzo al genere.

Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro
  • Formato: Tascabile
  • Editore: Tea
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Collana: Narrativa Tea
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 262
  • Codice EAN: 9788850224890

martedì 20 settembre 2011

La confessione - Minato Kanae (Giano Editore 2011)


Occhio per occhio e finisce che il mondo diventa cieco
Mahatma Ghandi

La più grande debolezza della violenza è l’essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica. . . Con la violenza puoi uccidere colui che odia, ma non uccidi l’odio. Infatti la violenza aumenta l’odio e nient’altro. . . Restituire violenza alla violenza moltiplica la violenza, aggiungendo una più profonda oscurità a una notte ch’è già priva di stelle. L’oscurità non può allontanare l’odio; solo l’amore può farlo.
Martin Luther King

Giappone. Tempi nostri. Scuola media.Ultimo giorno di lezione.La giovane professoressa Yuko Moriguchi saluta per sempre la sua classe.
Lascia l'insegnamento dopo che, qualche tempo prima, la sua bambina di tre anni Manami è stata trovata morta annegata nella piscina della scuola dove lavora.
Yuko non ha mai superato il trauma. Anche perché sa per certo che d'incidente non si è trattato e vuole che tutti i suoi alunni sappiano.
Devono sapere che due di loro sono degli assassini spietati e che lei non intende consegnarli alla giustizia perchè in quanto minori di quattordici anni non verrebbero puniti a dovere. Per loro ha escogitato un piano di vendetta che ha come obiettivo che essi comprendano l'impatto delle loro azioni. Una guerra psicologica spietata e crudele che non darà loro tregua.
Di più non si può raccontare della trama di questo stupefacente romanzo senza rischiare spoiler. Nato come racconto, intitolato “La sacerdotessa”, il primo capitolo del libro è uno degli incipit più incredibilmente fulminanti che mi siano mai capitati di leggere. E' un lungo monologo che sembra scritto con un bisturi talmente sa incidere in profondità cuore e testa del lettore.
Un romanzo disturbante in ogni sua pagina che non lascia spazio ad alcuna speranza di redenzione. Un affresco della giovane società giapponese che trasuda amoralità e insensibilità.
Ci si ritrova durante la lettura ad interrogarci spesso sulle nostre convinzioni in fatto di giustizia e compassione e su quanto la vendetta, a volte, possa essere ritenuta, da chi è stato privato degli affetti, per cosi dire “giustificata” quando la Legge sembra non essere in grado di punire in maniera soddisfacente gli orrori. La mente non può non ritornare a famosi casi italiani di omicidio perpetrati da minorenni come quello di Chiavenna nel 2000 o quello di Novi Ligure del 2001 con i relativi esiti giudiziari.
Che cosa da un giorno con l'altro trasforma giovani ragazzini in piccoli mostri sadici dalla crudeltà senza misura? Quanto è giusto che paghino coloro che non hanno raggiunto la maggiore età per i delitti commessi?
Punizione e recupero del criminale possono convivere nel nome della Giustizia? Libro interamente scritto in prima persona ma da più punti di vista, “La confessione” si è rivelato un ottimo thriller/horror con un'attentissima caratterizzazione dei personaggi e con un finale che soddisfa pienamente.

Articolo di Roberto "lofi" Lofino



La legge può anche difendervi, ma io non dimenticherò mai

Nella classe regna il caos. La tipica confusione da “ultimo giorno di scuola” prima delle vacanze. Un groviglio indisciplinato e ingestibile di adolescenti sovraeccitati, intenti a giocare con i loro telefoni cellulari, gridare, muoversi, fare scherzi, lanciare urla o molto più semplicemente, non prestare minimamente attenzione a quello che dice il professore. Ma la voce dell’insegnante calma, equilibrata, pacata, che contrasta in maniera stridente con l’orrore che va raccontando, riesce ad insinuarsi persino in quella bolgia primordiale via via che le inquietanti parole vanno assumendo contenuti sempre più agghiaccianti. Fino a che la classe ammutolisce del tutto. “Mia figlia Manami è morta. La polizia è sicura che si tratti di un incidente. Una fatalità. Ma in realtà non è così. Mia figlia è stata uccisa da 2 studenti di questa classe. Mi riferirò a loro come “studente A” e “studente B”. La legge può anche difendervi, ma io non dimenticherò mai. Questa è la mia confessione. Questa è la mia vendetta…”
Prosegue con questo giallo, che in Giappone ha fatto scalpore e da cui è stato tratto il film “Kokuhaku” candidato all’Oscar quale miglior film straniero, l’ottimo lavoro della casa editrice Giano che con la sua collana “nerogiano” continua a proporre autori e opere sicuramente interessanti e originali. Thriller esclusivamente psicologico, ad “azione zero”, “Confessione” svela il mistero chiave già a partire dal primo capitolo, utilizzando nel proseguo la tecnica del racconto non lineare, che, a conti fatti, funziona a meraviglia. Ogni parte successiva del romanzo, narrata da altri protagonisti attraverso la forma della lettera, del diario o del blog, rappresenta in un certo senso un’ulteriore “confessione”. Ciascuno di loro, come giocatori di mahjong, cala le proprie tessere, fornendo informazioni che chiariscono gli avvenimenti raccontati dalla professoressa, gettano nuova luce su ciò che è accaduto nei mesi successivi o danno una nuova versione di fatti ormai ritenuti certi e assodati, portando in evidenza le ripercussioni che la confessione della professoressa ha avuto sulla vita dei singoli studenti, sulla classe intera e sulle rispettive famiglie. La trama, nel suo intero, si rivela quindi a poco a poco, mano a mano che i pezzi cadono in posizione. Ma a differenza delle regole del gioco cinese, per cui ad ogni calata ciascun giocatore acquisisce ulteriori punti, al contrario, ciascuno dei personaggi nel corso del proprio intervento svela nient’altro che debolezza, meschinità, viltà e spregevolezza. Alla fine del romanzo, alla conclusione spiazzante, il puzzle è completo con un’ultima scioccante confessione. I temi che stanno alla base della storia sono troppo grossi per essere trattati in maniera approfondita in questa sede. La violenza nella scuole, il bullismo, il ruolo dei mass-media, dei genitori o completamente assenti, sia fisicamente che moralmente, o al contrario troppo opprimenti e iperprotettivi, per arrivare ai professori che troppe volte perdono di vista il loro compito di pedagoghi per rivestire i panni di fratello/sorella maggiore. Problematiche che investono non solo la società giapponese ma anche, quasi negli stessi identici termini, il mondo “occidentale”. Senza poi dimenticare il tema, scomodo, difficile e “fastidioso”, già trattato in moltissime altre opere, sulla possibilità che la vittima si trasformi a sua volta in carnefice. Ripeto. Temi troppo complicati da discutere in questa sede. Ognuno tragga le proprie conclusioni e si faccia le proprie opinioni come è giusto che sia. Qui quello che preme maggiormente sottolineare è che “Confessione” è un ottimo thriller, originale, imprevedibile, inquietante, sorprendente e ipnotizzante che riesce a catturare il lettore tenendolo sulle spine fino all’ultima pagina, nonostante una trama per nulla adrenalinica nel senso classico del termine e non vi sia alcun colpevole da smascherare.
L’autrice dimostra un’invidiabile capacità di attivare nel lettore sentimenti positivi (pochi) o negativi (tantissimi) nei confronti di ogni singolo personaggio. Alla fine ne escono tutti o quasi con le ossa rotte. Non c’è consolazione e neppure possibilità di assoluzione. Come gran parte dei thriller psicologici ci viene presentata la natura umana in maniera cupa e pessimistica. Persino i ragazzini vengono, una volta tanto, trattati non esclusivamente come vittime ignare, ma come esseri molto più consapevoli delle proprie azioni negative di quello che forse ci illudiamo che non siano. Nel momento in cui imparano cos’è male (e lo imparano benissimo) per contro conoscono anche cosa sia il “bene”, anche se il più delle volte è meno divertente o meno “figo”. “Il problema è che nella realtà di tutti i giorni per i buoni e i bravi non c’è mai abbastanza spazio”. Per contro, se pure manifestano la volontà di ribellarsi a cosa sono o stanno diventando, dimostrano quanto sia difficile sfuggire totalmente all’influenza di chi li circonda.
Un romanzo parecchio “scomodo” che, presumo anche grazie ad un’ottima traduzione, scorre via che è un piacere.
Si chiude il volume e si torna con la sguardo alla copertina su cui capeggia un banco di scuola vuoto in maniera desolante e assordante, a simboleggiare le difficoltà in cui si dibatte il sistema educativo delle società industriali attuali. E nasce inevitabilmente una considerazione. A dare credito alla storia narrata da Kanae Minato riempirlo nuovamente non sarà per niente semplice……..

Articolo di Alberto "allanon" Cottini

Dettagli del libro
  • Titolo: Confessione
  • Autore: Kanae Minato
  • Traduzione: Gianluca Coci
  • Editore: Giano
  • Collana: Nerogiano
  • Pagine: 270
  • Data pubblicazione: giugno 2011
  • Prezzo: euro 17,50
Ricordiamo inoltre, che in Giappone è stato presentato il film tratto da questo romanzo e sotto potete vedere il trailer originale

    lunedì 19 settembre 2011

    Il silenzio degli occhi - Giovanni ricciardi (Fazi Ed. 2011)


    Tutto a Roma ha una forma visibile, e tutto ritorna, un giorno o l’altro.

    Il commissario Ponzetti, partorito dalla penna di Giovanni Ricciardi, in questo terzo libro ci accompagna in una storia dalle mille sfaccettature.
    Al contrario dei primi due romanzi, il poliziotto si affranca dal ruolo di investigatore di quartiere, per lanciarsi in un’indagine a tutto campo, in cui il fiume Tevere svolge un ruolo di guida.
    Si avvicina il natale del 2008, gli occhi dei romani sono puntati verso il fiume e la piena che ne minaccia gli argini; su uno dei ponti staziona il commissario, che, dopo aver trovato un bambino di pochi anni abbandonato nella sua autovettura, si trova coinvolto in una strana storia.
    L’infanzia rappresenta infatti il secondo collante della storia: la troviamo priva di parole ma ricca di gesti nella presenza del bambino sordomuto, e la viviamo imminente per due parti: la moglie di Iannotta, aiutante fedele e brillante che sfoggia conclusioni argute e proverbiali pillole di saggezza in dialetto, e la figlia del commissario.
    Resta infine la scenografia, una Roma, umida e caotica, di cui Ricciardi racconta ogni angolo, palesando il suo amore viscerale e rendendola inequivocabilmente protagonista del romanzo.
    La trama è di certo più complessa e ambiziosa dei primi due romanzi, ha l’indubbia capacità di ammaliare il lettore con un ritmo lento ma ipnotico. Come in ogni giallo degno di tale nome, offre dei colpi di scena e delle idee originali. Al tempo stesso si legge con il sorriso per le infiltrazioni di un umorismo quotidiano che Iannotta e talvolta anche lo stesso Ponzetti regalano. I primi due romanzi permettevano di certo raffronti e similitudini con Camilleri, Lucarelli o Macchiavelli, questo al contrario è originale per l’apparizione di personaggi e storie al limite del surreale come i ciclisti di Critical Mass, i servizi segreti o i medici clown.
    Come di certo avrete compreso, ci si trova di fronte a un romanzo ricco, in cui ogni particolare ha un suo ruolo. Per questo incontrerete anche dei dipinti del Caravaggio, Peter Pan o Michael Collins, l’astronauta che arrivò sulla luna ma fece scendere gli altri a metterci piede.
    “Il silenzio degli occhi” è un romanzo che merita di essere letto.

    In fondo, era bello essere lì, ed era normale che tanti venissero a viverci, e rischiassero il mare sui barconi, anche solo per questo. Per questa bellezza, che avevo sempre avuto negli occhi, e in quel momento era solo mia, ma in realtà era di tutti

    Articolo di Pierpaolo Turitto

    Dettagli del libro
    • autore: Giovanni Ricciardi
    • titolo: Il silenzio degli occhi
    • collana: le vele
    • pagine: 264
    • codice isbn: 9788864112534
    • data pubblicazione: 16/06/2011
    • prezzo in libreria: € 16,50 

    sabato 17 settembre 2011

    Hotel omicidi - E. Howard Hunt (Polillo 2011)


    Hotel omicidi con il detective Pete Novak…

    Il duro, l’uomo vero (lasciato dalla moglie incontentabile) e la belloccia di turno senza troppi scrupoli ma con sentimento buono di fondo. Pete Novak, detective privato un po’ spaccone e Paula Norton. Luogo: il grande albergo Hotel Tilden di Washington dove Pete è incaricato della sicurezza. Ancora: un metro e ottanta per ottantacinque chili, sigaretta incollata in bocca, alcol che sguazza nello stomaco (whisky irlandese). Allo specchio una faccia piena di guai, mano forte e robusta.
    La storia è su certi gioielli che spariscono e non spariscono (assicurazione da capogiro), un ex marito che ritorna a picchiare l’ex moglie (proprio Paula), un morto ammazzato nella sua stanza che viene trasportato da un’altra parte.
    Poliziotto (anche lui di turno) il tenente Morely, della squadra omicidi, abito marrone, cappello grigio vecchiotto, basso con la faccia da “cane da caccia affamato”, all’antica e “maledettamente ostinato”. E non vede l’ora di andare in pensione, obiettivo massimo di questi eterni segugi. C’è movimento, lotta, spari, la botta in testa, la stanchezza che arriva, un breve sguardo alla società (gangster dappertutto, anche, e soprattutto, nei più importanti studi legali).
    Atmosfera melanconica tipica di certi romanzi, per le strade vagabondi, prostitute, alcolizzati, sbarbatelli timorosi. “Gente solitaria. Washington ne era piena”. L’incontro di due anime forti e sfortunate, ormai ciniche, nessuna ambizione, nessun amore “malattie” superate da tempo. Un caldo abbraccio, uno sguardo al cielo, la luna “ batuffolo di bambagia sporca”. Alla fine Pete e un cane che si incamminano lungo la stessa strada. “Due esseri dimenticati”.
    E’ un discreto romanzo questo di E. Howard Hunt che si trovò invischiato nello scandalo Watergate di Nixon, dallo stile asciutto, senza fronzoli e ambizioni esagerate che ci ripaga di tante storie strampalate e di tanti sbrodolamenti stilistici.

    Articolo di Fabio Lotti

    Dettagli del libro
    • Formato: Brossura
    • Editore: Polillo
    • Collana: I mastini
    • Lingua: Italiano
    • Pagine: 204
    • Traduttore: G. Viganò
    • Codice EAN: 9788881543939 

    venerdì 16 settembre 2011

    Dia de los muertos - Kent Harrington (Meridiano Zero 2011)


    C'erano momenti in cui Calhoun non riusciva a vedere, qualcosa che pensava fosse sudore gli colava negli occhi e gli gocciolava sulle guance. La sera si trasformò in un incubo umido squarciato dai fari delle automobili e dagli sguardi penetranti lanciati dalla gente al loro passaggio.

    Standing ovation per Meridiano Zero, perchè ancora una volta ha fatto centro!

    Tijuana, 1 novembre. E' il dia de los muertos, ossia il giorno dei morti e la città è in fermento per quella che è una delle più importanti feste popolari messicane. Il caldo è opprimente, non da tregua e Vincent Calhoun è solo e perseguitato dalla mala suerte. E' sommerso dai debiti, accumulati scommettendo sulle corse dei cani e per salvare la pelle è costretto a trasportare clandestini oltre il confine. La sua vita non è sempre stata così però. Un tempo insegnava spagnolo in un piccolo paese della California, non una vita esaltante, ma neanche da rimetterci l'osso del collo. Il suo errore fu quello di perdere la testa per una studentessa, Celeste Stone. Fu arrestato e non avrebbe più potuto insegnare. Gli proposero di diventare un agente della DEA, prospettiva di gran lunga migliore della prigione. Così arrivò a Tijuana, luogo di perdizione, vizio e miseria. Difficile rimanere a galla in un posto così, Calhoun sa di essere spacciato, oltre ai debiti scopre di essere malato, ha contratto un virus tropicale che non gli lascia molte possibilità di sopravvivere. Come se tutto ciò non bastasse a movimentare la sua giornata, Celeste riappare nella sua vita, portando con se un mare di guai naturalmente.

    Una storia forte e cattiva questa che Kent Harrington ci racconta e che Meridiano Zero con gran fiuto ha deciso di pubblicare.
    Tijuana è una città al confine tra Stati Uniti e Messico. Clima torrido, asfalto bollente, il deserto a pochi passi, popolata da anime perse in cerca di un riscatto che non troveranno.
    Un linguaggio secco e sprezzante quello di Harrington, doloroso come un pugno al centro dello stomaco. Personaggi disperati, febbricitanti, in preda ad allucinazioni, arrivati alla fine della loro corsa con la consapevolezza di esserlo.
    Ho sudato leggendo questa storia, l'afa di Tijuana è emersa dalle pagine del libro e mi si è attorcigliata intorno alla gola come una sciarpa pesante. Dall'inizio alla fine ho sofferto per Calhoun e per la sua sorte e Harrington è stato bravissimo nel dare alla storia un crescendo di emozioni e velocità.
    Se ancora andate al mare, non leggetelo sotto l'ombrellone o rischierete un colpo di calore!

    Articolo di Marianna "mari" De Rossi

    Dettagli del libro
    • Editore: Meridianozero
    • Anno di pubblicazione 2011
    • Collana: Meridianonero
    • Lingua: Italiano
    • Titolo originale: Dia de los muertos
    • Lingua originale: Inglese
    • Pagine: 208
    • Traduttore: K. Bagnoli, Katia Bagnoli
    • Codice EAN: 9788882370213
    • Generi: Romanzi e Letterature, Romanzi 

    giovedì 15 settembre 2011

    Fuego - Marilù Oliva (Elliot Ed. 2011)


    "Questo mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno degli dèi, né alcuno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco eternamente vivo, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne."(Eraclito)

    Il fuoco non è solo le lingue ed il calore che hanno annerito e reso inservibile lo scooter della Guerrera in una notte troppo uguale alle altre nella sua Bologna. Non è nemmeno quell'eccitazione e quel timore sottile dei lombi e della pelle nel battere veloce dei ricordi al suono del nome di un amante mai del tutto dimenticato.
    Neanche la capoeira eseguita nel pericolo e quasi allo stremo delle forze, o la salsa multicolore sentita fin nella più piccola fibra come una preghiera agli Orisha. Questi sono solo gli effetti, come la cenere e la combustione, il fumo ed i colori. Il fuoco , dei quattro elementi vitali il più "invisibile", è la forza vitale di eraclitea memoria , è il mezzo del cambiamento e il cambiamento stesso.
    Una pulsione che altera e trasforma la trama stessa della realtà modificandola prima che l'occhio ne colga i segni. Che sospinge alla realizzazione di un'opera un'artista o anche paradossalmente un assassino seriale. Qualcosa che "divora" come l'ambizione di un maestro di salsa di scuola antica, o il denaro ed il lusso un pantagruelico burattinaio con le sue donnine, o ancora , la mediocrità che consuma un piccolo deejay ( non solo per statura ). Ma anche un fremito, un suono sillabato che percuote l'animo sette volte , come potrebbe rivelarci l'aruyedica Catalina , fino al raggiungimento dell'armonia di quell'Unica nota. Non solo inferno, dunque, come le fiamme che avvolgono il mistificatore Ulisse, ma anche anticamera del paradiso, come la fiamma viva che riveste l'amor del Vate. Brucia la Guerrera in punta tacco 12 con la sua indomita fierezza , nelle sue passioni, nell'intelligenza pronta con cui aiuta l'ispettore Basilica nelle indagini, nella determinazione con cui segue la strada tutta in salita del giornalismo, nel malessere del ricordo di un'adolescenza costantemente redarguita e senza troppo affetto, in una fiera ruvidezza mentre percorre le vie da pizza-pony cercando di celarsi da chi la conosce. Brucia trasformandosi e trasformandoci mentre la seguiamo in una Bologna che è talmente vivida da sentirla ormai nostra.
    Se in " Tu la pagaras " la Guerrera, pagina dopo pagina si delineava tridimensionalmente , era contornata da altrettanti caratteri che popolano con i loro costumi ed i loro paradossali nomignoli le notti salsere di una provincia insospettabilmente ( per noi abituati al classico paradigma dotta-grassa-rossa ) frivola, sopra le righe, e nel contempo oscura ed esoterica, ora la trasformazione è compiuta. Non è carta è sangue ed ossa, non è inchiostro è cuore e sensualità.
    Fuoco che cammina. Il rischio non è ardere fino a consumarsi, ma una trasformazione della realtà percepita quasi esclusivamente con gli occhi ad una verità reale conosciuta con tutti i sensi. Marilù Oliva brucia come la sua Guerrera, superando se stessa in questo romanzo che ci regala non solo una lettura serrata e a perdifiato, ma un vortice, un infinito respiro, in grado di trasformarci a nostra volta.


    Articolo di Daniela "eccozucca" Contini

    Dettagli del libro
    • Formato: Brossura
    • Editore: Elliot Edizioni
    • Anno di pubblicazione 2011
    • Collana: Scatti
    • Lingua: Italiano
    • Pagine: 253
    • Codice EAN: 9788861922235 

      martedì 13 settembre 2011

      Morte apparente – Thomas Enger (Iperborea 2011)


      I riccioli quasi bianchi sono bagnati, non solo di sangue. La terra si è spalancata e ha cercato di inghiottirla. Solo la testa e il busto sono visibili. Il corpo rigido è circondato da terreno umido, si direbbe un'esile rosa solitaria dal gambo lungo.

      Henriette Hagerup, studentessa, è stata sepolta fino al busto, lapidata, frustata, mutilata ad una mano e con i segni di una stun gun sul collo. Tutto fa pensare alla Shari'a, al delitto d'onore. Ma Henning Juul giornalista della testata web 123news è convinto che sotto ci sia dell'altro. Juul è tornato al lavoro dopo parecchio tempo. Qualche anno prima è stato vittima di un incendio in cui ha perso la vita suo figlio Jonaas di appena sei anni. Il dolore per quella perdita e per non essere riuscito a salvare il suo adorato bambino non lo lascia mai, soprattutto la notte. Non è facile per lui tornare alla normalità. Sul suo viso sono visibili le cicatrici lasciate dalle ustioni, ma le ferite ancora aperte che porta nel cuore non le può vedere nessuno. Neppure Nora, la sua ex moglie che sembra essersi rifatta una vita con Iver Gundersen, collega di Juul. Henning si rimette in pista, riprende contatti con il suo informatore di una volta, si ritrova suo malgrado a collaborare con Bjarne Brogeland suo ex compagno di scuola ed ora investigatore della polizia e in breve tempo è “dentro la notizia”.
      Quando Mahmoud Marhoni, il fidanzato pachistano della vittima, viene arrestato Henning va a parlare con il fratello per capire se sa qualcosa e qui viene quasi ucciso da membri della BBB, Bad Boys Burning, una banda coinvolta in diverse attività criminali, contrabbando, droga, estorsione.
      A questo punto il mistero si infittisce. Inoltre scopre che Henriette stava lavorando ad una sceneggiatura con Annette, sua amica e compagna di corso. La sceneggiatura ha molti punti in comune con la morte della ragazza, ma Henning non riesce a comprendere cosa ci sia dietro questo film. Troppi tasselli fuori posto, troppe sensazioni che non riescono a concretizzarsi in nulla e che ad ogni pagina fanno crescere il livello della tensione al massimo.
      Finalmente uno scrittore nordico che è riuscito ad appassionarmi dalla prima all'ultima pagina. Si, perché Morte apparente di Thomas Enger edito da Iperborea è veramente un bel libro, di quelli che si leggono tutto d'un fiato e che ti fanno fare le ore piccole per finirlo. Scritto bene, scorrevole, nessuna pagina è di troppo, nessuna descrizione eccessiva. I personaggi sono tutti credibili, non ci sono esagerazioni. Henning Juul il protagonista è fin troppo umano. Le sue ferite, il suo dolore e le sue ossessioni sono così dannatamente descritte bene da renderlo quasi un personaggio reale.
      Morte apparente è il primo di una serie composta da sei thriller. Probabilmente ne verrà tratto un film, perché i diritti cinematografici sono già stati acquistati. Aspetterò con ansia la pubblicazione del secondo romanzo!

      Articolo di Marianna "Mari" de Rossi

      Dettagli del libro
      • Editore: Iperborea
      • Anno di pubblicazione 2011
      • Collana: Ombre
      • Lingua: Italiano
      • Pagine: 372
      • Traduttore: Ingrid Basso
      • Codice EAN: 9788870914054 

      lunedì 12 settembre 2011

      La strategia dell'acqua - Lorenzo Silva (Ugo Guanda Ed. 2011)


      Quando un uomo viene ritrovato con due fori nella nuca dentro l'ascensore di casa sua, senza che nessuno dei vicini abbia sentito o visto nulla, possiamo essere certi di una cosa: l'ultima persona che quell'uomo ha incontrato nella sua vita era un professionista. Per un investigatore della Omicidi il dato è rilevante, ma non nel senso che può pensare un profano. A seconda delle circostanze e degli altri elementi del delitto, può essere un invito a mettere il massimo dell'impegno nell'indagine, ma anche un motivo per non avere voglia di occuparsene. D'altra parte, lo sa bene chi, come me, ha accumulato qualche scatto di anzianità, sul fattore entusiasmo pesano molto l'umore del giorno, la novità della sfida e, in definitiva, quale stadio della vita sta attraversando la persona cui viene assegnato il compito. Tenendo conto di tutto ciò, confesso senza orgoglio che quando mi informarono delle circostanze della morte di oscar Santacruz, la mia risposta automatica e insulsa fu: E non si poteva rifilarla a un altro idiota 'sta rottura di palle?"

      Chi parla è Ruben Bevilacqua, detto Vila, brigadiere della Guardia Civil Spagnola ( un po' i nostri carabinieri), protagonista dell'ultimo romanzo dello scrittore madrileno Lorenzo Silva. Personaggio unico nel suo genere, Vila è un amante della filosofia e al tempo stesso dei telefilm polizieschi americani (nello specifico “The wire” serie durissima e realistica) e dei dibattiti politici che a suo parere, la sera davanti alla televisione, conciliano il sonno come niente altro. Uomo ironico ma anche disilluso. Incazzato con la magistratura che gli ha lasciato a piede libero l'assassino che prima di questa vicenda, dopo averlo inseguito per dieci anni, era finalmente riuscito a catturare. Uomo che ha capito che il gruppo è tutto nella conduzione di un indagine e sa quindi come responsabilizzare i propri collaboratori tenendoli d'occhio a distanza ma stuzzicandoli immancabilmente con una vivace vena umoristica. Uomo intelligente che conosce gli uomini con le loro mancanze e sa riconoscere l'odio nei loro occhi.
      Il libro. più imperniato sulla parte procedural e di rivelazione psicologica dei personaggi che sul piano mistery e dell'azione, è scorrevole senza per questo risultare ordinario. Silva scrive dialoghi sferzanti e brillanti che tengono il ritmo della lettura sempre molto alto.
      La storia è reale ma quasi passa in secondo piano di fronte ai sentimenti dei vari personaggi. Un padre separato viene ucciso a Madrid con due pallottole in testa. Chi ha voluto porre termine alla sua esistenza. Quale vita conduceva, quali vizi, quali segreti nascondeva la vittima, perchè sul suo comodino stavano affiancati ed entrambi sottolineati i libri del filosofo stoico Epitteto e “L'arte della guerra” di Sunzi? Piano piano Vila e la sua assistente Chamorro, con un'attenta e meticolosa ricostruzione degli indizi, arriveranno a scoprire le risposte a tutte queste domande.
      Libro molto consigliato.

      Articolo di Roberto "lofi" Lofino

      Dettagli del libro
      • Formato: Brossura
      • Editore: Guanda
      • Anno di pubblicazione 2011
      • Collana: Narratori della Fenice
      • Lingua: Italiano
      • Titolo originale: La estrategia del agua
      • Lingua originale: Spagnolo
      • Pagine: 342
      • Traduttore: S. Sichel
      • Codice EAN: 9788860884718 

      giovedì 8 settembre 2011

      Demoni istruzioni per l'uso - Christopher Moore (Elliot 2011)


      Un’esilarante caccia all’uomo, anzi, al demone divora-uomini che tiene in scacco una sonnacchiosa cittadina turistica della California. 

      Chi volesse leggere Christopher Moore in Italia ha da qualche settimana una possibilità in più.
      Il primo romanzo del geniaccio americano, "Practical Demonkeeping", era infatti da tempo reperibile soltanto in lingua originale o nella versione elettronica di un adattamento italiano ormai introvabile; ci ha pensato la Elliott a riproporlo in una nuova, splendida edizione, intitolata "Demoni: istruzioni per l'uso" e segnalatami dalla casa editrice stessa pochi giorni prima dell'uscita. Per questa recensione devo, però, ammettere di avere un filo barato: amo tanto l'autore che mi sono procurato tutti i suoi inediti in originale, sebbene mi sia comunque recipitato a recuperare anche la nuova traduzione, anche per la curiosità di vedere come certi termini e giochi di parole fossero stati resi.
      Italiano o Inglese, comunque, Christopher Moore non si smentisce, o forse dovrei dire che qui mette le basi del suo futuro successo, dato che, come dicevamo, questo è in assoluto il suo primo romanzo.
      Com’è, quindi, quest’opera prima di Moore? Forse meno esilarante del solito, meno dirompente, ma tutti gli ingredienti che ne faranno il grande autore che ho già più volte esaltato ci sono eccome: Moore prende un tema classico dei film horror (la possessione demoniaca o, meglio ancora, l’evocazione di un demone) e la plasma a sua immagine e somiglianza; ecco quindi che l’autore ci racconta cosa può succedere se un demone, evocato accidentalmente 90 anni prima, giunge al seguito del suo riluttante “padrone” in una tranquilla cittadina come Pine Cove, stravolgendo le vite più o meno originali di chi ci vive.
      Faremo così la conoscenza di un demone dalle sembianze di rettile che si nutre di esseri umani, di un jinn suo avversario piuttosto presuntuoso e codardo, di un fotografo ubriacone, di una strega che scambia un demone per uno spirito della terra, di un contabile che si fa chiamare Roxanne e via dicendo in questo modo. Scenette geniali, battute sarcastiche, scene macabre, il tutto shakerato a-la-Moore.
      Sicuramente il meglio dell’autore doveva ancora venire (qualcuno ha detto “Biff”?), ma è un libro che si legge volentieri, fa sorridere e fa passare bene il tempo. Una nota curiosa: nei libri successivi l'autore prenderà l'abitudine di iniziare a costruire un proprio universo narrativo coerente, in cui i protagonisti di un libro possono comparire come comprimari di un altro (cross-over che avviene ad esempio tra "Suck" e "Un lavoro sporco", in cui addirittura la stessa scena viene narrata da due punti di vista differenti) o in cui nuove vicende si svolgono in luoghi già sfruttati in precedenza; è il caso della Pine Cove di questo romanzo, che tornerà "protagonista" del divertentissimo "Sesso e Lucertole a Melancholy Cove", già pubblicato da Elliot.

      Articolo di Sergio "Aries1974" Ferragina

      Dettagli del libro
      • Formato: Brossura
      • Editore: Elliot Edizioni
      • Anno di pubblicazione 2011
      • Collana: Scatti
      • Lingua: Italiano
      • Titolo originale: Practical Demonkeeping
      • Lingua originale: Inglese
      • Pagine: 256
      • Traduttore: L. Fusari
      • Codice EAN: 9788861922266
      • Curatore: L. Fusari

      mercoledì 7 settembre 2011

      Intervista a: Massimo Maugeri (Viaggio all’alba del millennio - Perdisa Pop, 2011)


      Massimo Maugeri nasce a Catania nel 1968. Collabora con le pagine culturali di vari magazine e quotidiani e scrive. Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste letterarie e in collettanee. Il romanzo ’Identità distorte’ (Prova d’Autore, 2005) ha vinto il Premio Martoglio ed è stato finalista al Premio Brancati. Ha ideato e gestisce il lit-blog Letteratitudine. Nel 2008 ha pubblicato il volume ’Letteratitudine, il libro - vol. I - 2006-2008’ (Azimut). Ha curato la raccolta di racconti ’Roma per le strade’ (Azimut, 2009). Di recente ha pubblicato il racconto lungo ’La coda di pesce che inseguiva l’amore’ (Sampognaro & Pupi, 2010), scritto a quattro mani con Simona Lo Iacono, e il saggio/reportage sul libro elettronico intitolato ’L’e-book è (è?) il futuro del libro’ (Historica, 2011).
      Il suo libro più recente, "Viaggio all’alba del millennio" (Perdisa Pop, 2011), è una raccolta di racconti caratterizzata da una miscellanea di generi, di toni e registri stilistici che ci raccontano un’Italia complessa, a tratti patologica, surreale eppure attualissima. Ho fatto quattrochiacchiere con lui sia sul libro sia sul mondo della scrittura.

      Corpi Freddi: “Viaggio all'alba del millennio” è una miscellanea di racconti differenti tra loro sia per tema che per tono stilistico, tutti comunque accomunati da uno sguardo diretto su quell’alba ingannevole – sembra quasi un tramonto – che è l’inizio del nuovo millennio. Com’è questo sguardo: impietoso, amareggiato, cos’altro?

      Massimo Maugeri: È uno sguardo realistico e, al tempo stesso, visionario. È forse amareggiato, ma non impietoso. Si sforza di essere acuto, al fine di individuare alcune delle contraddizioni di questo nostro tempo, ma senza rinunciare alla speranza.
      L’inizio del nuovo millennio ha risentito di una accelerazione senza precedenti nella storia dell’umanità. Almeno per quanto concerne la comunicazione e lo sviluppo tecnologico. Dunque nuove ansie e contraddizioni si sovrappongono a quelle ancestrali, che sempre rimangono. Io sostengo che è importante riconoscerle. È il primo essenziale passo per capire se c’è qualcosa che non ci piace e per attivare i conseguenti processi di cambiamento. La sensazione, invece, è che spesso finiamo con l’essere coinvolti in una corsa senza fine che non ci facilita nel compito di riconoscere ciò che è buono, o migliore, o più giusto per noi.

      CF: Hai affrontato alcune debolezze nodali della nostra epoca. Cominciando dall’uso distorto che si fa del terrorismo come, appunto, “arma di terrore” portata avanti non dall’estremista mai dai mass media. Cosa c’è di alterato, nella comunicazione di oggi?

      MM: Molti di questi racconti sono “giochi di specchi” che puntano a mettere in risalto la crisi di identità, la difficoltà a riconoscere gli altri e le loro vere esigenze… ma anche la difficoltà riconoscere noi stessi e le nostre vere esigenze. Nel primo racconto, a cui fai riferimento nella domanda, il protagonista sale su un aereo e, oltre a essere assoggettato all’atavica paura di volare, deve fare i conti con l’ansia da attentato terroristico nel momento in cui crede di riconoscere un possibile kamikaze. Solo che la realtà, come scoprirà a sue spese, non è sempre come appare a prima vista. Questa difficoltà a riconoscere e a riconoscersi, insieme alla difficoltà a comunicare, emerge un po’ da tutti i racconti.
      Mi chiedi cosa c’è di alterato nella comunicazione di oggi… Be’, oltre che di “alterazione” parlerei anche di “paradosso”. Dal punto di vista individuale, oggi, è innegabile che le tecnologie e i nuovi media abbiano facilitato l’incontro con l’altro, le possibilità di contatto, di discussione, di confronto. Eppure, fino a che punto riusciamo a raccontare davvero noi stessi? Fino a che punto riusciamo a cogliere cosa l’altro intende davvero dirci? L’impressione è che, a volte, più o meno consapevolmente, finiamo con il recitare delle parti che ci troviamo cucite addosso in una sorta di esasperazione del doppio pirandelliano.
      Dal punto di vista collettivo, se da un lato l’esplosione della comunicazione (penso a Internet, ma non solo) rende più difficile – se non impossibile – tenere nascoste notizie o verità “scomode” a qualcuno, al tempo stesso le possibilità di strumentalizzazioni si sono moltiplicate. In definitiva, se in passato la comunicazione era un terreno brullo, oggi – in alcuni casi – è una selva in cui non sempre è facile districarsi.

      CF: Uno dei molti temi che tocchi è quello del razzismo. In un tuo racconto un incidente diventa occasione per annullare le distanze e ridurre le intolleranze verso l’alterità. Credi che lo scrittore possa contribuire, anche in minima parte, a cambiare il mondo?

      MM: Credo che ciascun essere umano possa contribuire, anche in minima parte, a cambiare il mondo. E quando parlo di mondo mi riferisco in prima istanza al microcosmo in cui ciascuno di noi si trova a vivere. Del resto, il mondo inteso in senso ampio non è altro che la somma, l’incrocio, e la reciproca incidenza dei vari microcosmi.
      In tal senso, lo scrittore possiede uno strumento in più rispetto agli altri: quello della parola scritta utilizzata nell’ambito di una narrazione.
      Il racconto a cui fai riferimento traccia, in breve, lo scenario di un “viaggio della speranza” compiuto da un gruppo di eritrei verso la mitizzata Europa. Un racconto breve che mette insieme morte e voglia di vivere, paura e speranza. Alla base del razzismo c’è sempre la paura del “diverso da sé”. Ti riporto un breve passaggio, riferito a uno scambio di vedute tra un ragazzino e un uomo: “Il ragazzino gli chiese se aveva paura del nuovo mondo. Gli rispose che non era importante avere paura, ché la paura è solo un vento dell’anima.
      Bisogna andargli incontro e affrontarlo di taglio”.

      CF: Una citazione da un racconto a scelta

      MM: Il racconto finale si intitola “La città di Elio Fante” ed è dedicato a Catania: la mia città. Ti riporto un breve brano dove il protagonista riflette sui matti urbani.
      Ma chi è matto? E chi è savio? I savi non si stancano mai. Corrono e corrono. Convivono con l'emicrania cronica, con la gastrite nervosa, con l'ulcera duodenale, con il reflusso gastrico, con attacchi di panico più o meno latenti. Devono fare i conti con il sistema. Con i ritmi vorticosi di questa società che li porta a essere vittime e fautori di un subdolo meccanismo che avviluppa tutto. Savi. Ma non salvi. Un po' li invidio, i matti urbani. Darei nonsocché per capirne il segreto. Per vedere cosa si nasconde dietro quei sorrisi eterei rivolti al nulla. O dietro quelle asciutte lacrime di solitudine. Che genere di esperienza li ha resi così insensibili al reale? Che genere di dolore ha dato origine a quei sorrisi istintivi? E qual è la porta? Dov'è il passaggio che collega una sponda all'altra? In che tratto del guado mi trovo io?

      CF: La tua antologia esula dai generi, ma racchiude al contempo più generi. Essendo tu uno dei personaggi più attivi sul web, ti sarai accorto senza dubbio del grande seguito che riscuote oggi il genere noir. Secondo te perché?

      MM: È vero. Questi racconti hanno un taglio letterario “trasversale”, perché incrociano più stili, linguaggi e “possibilità narrative”.
      Per quanto riguarda il noir è innegabile che questo “genere” abbia giocato un ruolo fondamentale, perché più di altre forme letterarie ha consentito di raccontare i mali e le distorsioni della società contemporanea. Poi, forse, annusato il “filone” vincente, se ne è abusato un po’. A volte a discapito della qualità. Ma è normale che sia così. Sarebbe strano il contrario. In ogni caso di ottimi noir se ne pubblicano ancora oggi. Ed è questo che conta.

      CF: E perché, d’altro canto, c’è chi considera la non appartenenza a un genere appannaggio delle alte sfere della letteratura, mentre relega ai gradini più bassi la letteratura di genere?

      MM: Su questo punto ho già espresso la mia opinione in altre occasioni: la qualità e la longevità di un libro prescinde dalla sua appartenenza (o non appartenenza) a “generi” e “correnti”.
      Credo che la grande vera differenza la sancisca il tempo (giudice severo e, molto spesso, giusto): ed è quella tra i libri che rimangono (e che sopravvivono ai loro autori) e quelli che farfalleggiano durante il ciclo breve ed effimero di una stagione.

      CF: Letteratitudine è un open-blog da te seguito, fondato nel 2006, frequentato da scrittori, lettori, librai, insomma: appassionati di letteratura. Un momento in cui hai avuto una grande soddisfazione e un momento in cui hai avuto una grande delusione.

      MM: La prima grande soddisfazione è stata quella di vedere crescere il blog settimana dopo settimana, mese dopo mese, con l’aiuto di tutti i frequentatori (scrittori, lettori, critici, giornalisti, librai, ecc.). Vederlo sfociare in una trasmissione radiofonica di libri e letteratura molto seguita. E constatare, a un certo punto, che la crescita aveva oltrepassato i confini nazionali. Nel luglio del 2009, per esempio, proprio in merito all’esperienza del blog, sono stato intervistato telefonicamente da SBS, un prestigioso network nazionale australiano che trasmette anche programmi in lingua italiana. In quell’occasione ho scoperto di avere un grande seguito anche all’estero. Ecco, forse la soddisfazione più grande è stata questa.
      Per il resto, posso dire di non aver mai avuto grandi delusioni. Stanchezza, sì. Tanta. Perché gestire una realtà come Letteratitudine implica un impegno che – a volte – è totalizzante. Ma ho imparato a “staccare la spina”, quando la soglia di stanchezza supera certi limiti.

      CF: Il web e il confronto onesto e civile. Come procedi, cosa imponi, cosa vieti nelle lunghe discussioni che seguono i tuoi post?

      MM: Nelle discussioni che propongo, il confronto onesto e civile è essenziale. Molto spesso parlo di “condivisione”, ma per poter condividere davvero è necessario il rispetto reciproco. Nella colonna di sinistra del blog è riportata la seguente dicitura: “La libertà individuale, anche di espressione, trova argini nel rispetto altrui. Commenti fuori argomento, o considerati offensivi o irrispettosi nei confronti di persone e opinioni potrebbero essere tagliati, modificati o rimossi. Nell’eventualità siete pregati di non prendervela”.
      Mi assumo la responsabilità di moderare le discussioni che propongo, applicando – all’occorrenza – la suddetta “avvertenza”. Devo dire, però, che i miei interventi in tal senso sono stati davvero rarissimi. E ogni volta che ho proceduto, l’ho fatto solo dopo aver spiegato agli interessati, con molta pacatezza, - e, in genere, privatamente - le motivazioni di eventuali tagli, modifiche o rimozioni.

      CF: Se tu, anziché all’alba del millennio, facessi una breve incursione al tramonto di questo terzo millennio, che messaggio lasceresti a quelle che sono le generazioni del futuro?

      MM: Consiglierei di leggere. Di leggere tanto. Perché la lettura è il cibo della mente.
      Insomma, cari amici che vivete al tramonto del terzo millennio, continuate pure a vivere in mezzo a film, concerti e spettacoli sportivi olografici. Non rinunciate ai vostri viaggetti negli spazi siderali. Usate pure il teletrasporto e continuate a conversare con i vostri “computer emotivi” e umanoidi di fiducia. Ma - mi raccomando - trovate il tempo di leggere. Non importa in che modo: su un ebook reader, attraverso un microchip collegato direttamente al cervello, o con caratteri che si fissano su una parete virtuale d’aria. Magari qualcuno di voi, ogni tanto, si recherà in qualche museo del libro… e si toglierà lo sfizio di leggere su carta.
      Ottimo. Comunque sia, non rinunciate alla lettura per nulla al mondo.
      E se qualcuno di voi dovesse accorgersi di vivere in una sorta di “inferno dei viventi”, consiglio di applicare senza esitazioni la regola calviniana che attraversa i racconti di cui ho discusso con Marilù nell’ambito di questa chiacchierata, che è la seguente: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
      Un caro saluto a tutti voi dall’alba del millennio.


      Intervista di Marilù Oliva