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lunedì 28 febbraio 2011

Le regole del formicaio - Salvo Barone (Todaro Ed. 2010)


Assistere a un suicidio non è cosa da tutti giorni, ancora meno se prima di gettarsi sotto la metropolitana, ti capita di incrociare lo sguardo della vittima. È questo l’incipit di Le regole del formicaio, debutto di Salvo Barone (alla sua seconda prova) con Todaro Edizioni. Il protagonista è Efisio Sorigu, commissario di provincia trasferito a Milano, che una mattina come tante altre si trova involontariamente coinvolto nel suicidio di un uomo, e anche se normalmente i casi come questi vengono presto archiviati, quello sguardo non convince il poliziotto, tanto da spingerlo a cercare i motivi del folle gesto. Presto l’indagine si arricchirà di un altro suicidio e di alcune anomale rapine in banca che sembrano in qualche modo seguire un preciso filo di Arianna, spingendo il commissario ad andare a fondo alla storia.

Le regole del formicaio è un romanzo spiazzante, anomalo nel suo genere. Prima di tutto perché, nonostante abbia la struttura di un giallo, con protagonisti e personaggi caratteristici del genere, non presenta il fattore chiave del giallo e cioè il mistero. L’indagine del commissario Sorigu, infatti, prende subito una direzione precisa e non è affatto difficile intuire a cosa porterà; nello stesso tempo si discosta dai classici gialli per un approccio quasi documentaristico dell’autore che sembra più interessato al contorno della vicenda piuttosto che ai fatti veri e propri. Barone ci presenta una società italiana attualissima, in cui politica e malaffare si mescolano e dove, in piena campagna elettorale, i mass media (e di conseguenza l’opinione popolare) viene pesantemente condizionata da una precisa strategia. La Milano di Barone è una metropoli caotica, quasi alla deriva, che a tratti ricorda la Chicago degli anni ’30 in mano alla criminalità organizzata, e Sorigu con la sua squadra “vivacchiano” cercando di limitare i danni. Una visione che l’autore sintetizza in un finale amaro in cui è la disillusione l’elemento dominante.

Nonostante una struttura e una storia abbastanza solide, lo stile dell’autore risulta spesso troppo ingombrante, leggendo si ha la netta sensazione di una sua eccessiva presenza che va a discapito dei personaggi, lasciati al margine. Lo stesso Sorigu è un uomo con cui si fa difficoltà a immedesimarsi, agisce poco, non si sa tanto del suo passato, la sua vita è quanto di più disordinato possa immaginarsi (e quindi anche poco originale, visti i vari commissari narrati dagli autori italiani). L’autore racconta troppo, spesso interrompe anche i dialoghi con riflessioni che spezzano il ritmo, e paradossalmente risulta migliore il personaggio dell’ispettore Ballabio, un quasi alter ego del commissario, molto più diretto e semplice e per cui si prova subito affetto e simpatia. Poco sviluppati, inoltre, i personaggi femminili, in particolare Carlotta, la compagna del commissario, tenuta per tutto il libro ai margini, quasi fosse soltanto un effetto di disturbo.

In definitiva, va dato atto a Barone di aver scattato un’interessante (ma deprimente) fotografia dell’Italia attuale e di essersi documentato a fondo dando una contemporaneità ammirevole alla storia, ma quando la parte documentaristica di un romanzo sopraffa quella narrativa, è inevitabile che tutta la struttura del libro ne risenta, soprattutto quando si tratta di un giallo in cui pathos e ritmo dovrebbero essere parti integranti e irrinunciabili della storia.

Articolo di Marcello Gagliani Caputo

Dettagli del libro
  • Listino € 16,00
  • Editore Todaro
  • Collana Impronte
  • Data uscita 01/10/2010
  • Pagine 250
  • Lingua Italiano
  • EAN 9788886981897

domenica 27 febbraio 2011

Il Carezzevole - Massimo Lugli (Newton Compton 2010)


C'era molta attesa per la nuova opera di questo autore del panorama thriller/Noir. In molti speravano in un terzo episodio dell'epopea del “Lupo” ma non in tanti ne erano convinti ed in alcuni (tra questi chi vi scrive) montava la curiosità di apprezzare le lodate doti di Lugli su altri terreni e personaggi.
L'uscita de “Il Carezzevole” ha soddisfatto quest'ultimi, me compreso, fomentando la già avida curiosità e portandola al culmine con l'inserimento del romanzo nell'ambita cinquina dei finalissimi dello “Strega”. Una montagna di aspettativa che è parzialmente franata sulle speranze ed ha in parte reso paludoso il giudizio sull'autore. Già dalle prime pagine ci si immerge nell'universo crudo dello stile dell'autore scoprendo con un pizzico di ribrezzo le prime gesta del serial killer di turno.
La tensione è immediata e palpabile e si ammanta di buon presagio per il proseguo della lettura. Anche il protagonista ci appare da subito una piacevole novità, un giovane aspirante giornalista, Marco Corvino, denso di contenuti e ricco di struttura e sicuramente ben lontano dall'ormai celebre e “reietto” Lupo. Ci si aspetta dunque di essere risucchiati in un piccolo e nero vortice di atrocità, suspance e filosofia zen, ma se ne rimane un po' delusi. Da neanche metà volume in poi, il grafico delle aspettative inizia inesorabilmente a calare verso un registro noir che non concede nuove interessanti svolte al racconto, tanto da portare il lettore a non individuare più nel serial killer il vero sovra-testo della narrazione spostando ogni attenzione ed affezione alle vicende biografiche del giovane protagonista e provando maggior tensione durante la lettura delle vicende di cronaca nera da lui seguite.
La presenza delle “gesta” del SK e le sue “incursioni” notturne nella vita di Marco Corvino sembrano essere “slacciate” e non si evolvono gradualmente. L'autore non concede il giusto spazio alla relazione tra protagonista ed antagonista ma addirittura cade involontariamente nel far divenire il secondo un discreto psicologo delle vicende quotidiane del primo senza però che queste ultime siano in qualche modo messe in pericolo o usate per gli scopi del “SK”. Così tutta la vicenda triller ci pare consumarsi in un frettoloso e poco credibile finale.
L'attingere dalla propria vita per ispirare o guidare la narrazione di un opera è una strada il più delle volte corretta e sicura ma che in questo caso ha preso il sopravvento sulla narrazione thriller/noir facendo perdere allo stile dell'autore qualche punto sul grafico dell'indice di gradimento.
Attendiamo fiduciosi la prossima opera che vedrà la luce a giorni, sempre per Newton Compton, col titolo "L' Adepto".


Articolo di Dario Bertini

Dettagli del libro
  • Listino € 14,90
  • Editore Newton Compton
  • Collana Nuova narrativa Newton
  • Data uscita 11/02/2010
  • Pagine 288, brossura
  • Lingua Italiano
  • EAN 9788854116764

sabato 26 febbraio 2011

La morte arriva a piccoli passi – George H. Johnston (Polillo 2010 - Mastino n. 3)


"la Burma Road… La Strada dell'Avventura non ha più avventure. La strada che non porta da nessuna parte e non significa un cavolo."

Cavendish è un giornalista americano in viaggio sulla Burma Road, in Cina, per scrivere un articolo su questa strada che si snoda sulle colline sopra il fiume Mekong. Un tempo famosa e di grande importanza strategica durante la guerra, ora la Burma Road sembra fuori uso e pare che non vi succeda più nulla di eccitante e pericoloso. Ma ben presto Cavendish è costretto a ricredersi, dopo che incontra una strana ragazza, Charmian Anthony, anche lei americana e anche lei in viaggio sulla Burma Road.
Charmian viaggiava su un autobus rimasto in panne e così il giornalista le offre un passaggio, senza sapere che da quel momento l'avventura entrerà prepotentemente nella sua vita. Frane misteriose, ponti crollati, sparatorie, incontri con biechi individui della mitica società segreta della Triade.
Le avventure non sono certo risparmiate ai nostri eroi e non manca nemmeno il cadavere, come in ogni crime story che si rispetti. Ma il cadavere della giovane donna pugnalata a morte scompare e Cavendish e Charmian sono assaliti dai banditi.
In questo Mastino ci sono dunque tutti gli ingredienti tipici del giallo d'azione, fino a un rocambolesco finale che non risparmia pure qualche interessante sorpresa. Il valore aggiunto è senz'altro l'ambientazione, la Cina con i suoi affascinanti e maestosi paesaggi, descritti molto spesso con intensità dall'autore:
"L'alba allungava la sua lingua rosata giù per le colline d'argento leccando l'oscurità raccolta nella ciotola della valle. Nella pineta schegge di luce doravano le nere scabrosità dei tronchi. La rugiada luccicava sugli aghi di pino."
Australiano, nato da una famiglia proletaria, George Johnston fu giornalista e inviato di guerra (nella II^ guerra mondiale) nelle zone più disparate del mondo: Nuova Guinea, Gran Bretagna, Stati Uniti, India, Cina, Birmania, Italia, Giappone… Scrisse popolari reportage sulla guerra e nel 1948 pubblicò La morte arriva a piccoli passi, iniziando a dedicarsi anche alla narrativa. Il suo capolavoro però è considerato My Brother Jack (1964), libro autobiografico sulla sua vita travagliata, che formò una trilogia assieme ai seguenti Clean Straw for Nothing e A Cartload of Clay.

Articolo di Martina "PalazzoLavarda" Sartor

Dettagli del libro
  • Titolo: La morte arriva a piccoli passi
  • Autore: George H. Johnston
  • Editore: Polillo
  • Collana: I Mastini - n. 3
  • Titolo originale: Death Takes Small Bites
  • Traduttore: Bruno Amato
  • Anno: ottobre 2010
  • Pagine: 266
  • ISBN: 9788881543632
  • Prezzo: € 14.40 

venerdì 25 febbraio 2011

Lezioni di tenebra – Enrico Pandiani (Instar Libri 2011)


Per poco meno di un ora il sacerdote aveva cercato di convincerci del culo che Martine aveva avuto a essere chiamata in cielo dal buon dio, mentre a noialtri poveri stronzi toccava di restarcene quaggiù a bere buoni vini, mangiare cibi deliziosi, scopare belle donne, soffrire, incazzarci, picchiarci, spararci, odiarci, amarci e volerci bene

Non era così che doveva andare la serata che avevano programmato l'ispettore Jean Pierre Mordenti e la sua compagnia Martine. La cena con una coppia di amici si è trasformata in un incubo. Improvvisa nausea e giramenti di testa tanto da costringere Martine, fotografa del prestigioso studio Art–en Images a riportare Mordenti di corsa a casa. Lei cerca parcheggio, lui entra da solo e trova l'appartamento a soqquadro e ad attenderlo una donna, alta, con il viso bendato da un foulard di seta nera, capelli a caschetto rossi, occhi di un azzurro glaciale e armata.
Mordenti cerca di reagire anche se le pareti gli girano intorno e riesce a stento a stare in piedi, ma lei ha la meglio, lo sbatte a destra e manca come uno straccio da spolvero e lo incapretta con una tecnica bondage chiamata Shibari. Quando Martine entra in casa rimane impietrita nel vedere il suo uomo legato e la rossa con la pistola in mano, non riesce a reagire neanche quando quel braccio si alza prende la mira e le le spara dritto al cuore per poi finirla con un colpo in testa.
L'indagine viene affidata a Les italiens, la squadra di “italiani del cazzo” della Crim parigina ma Mordenti è troppo coinvolto, vedersi ammazzare la donna sotto gli occhi farebbe incazzare chiunque, vuole mettere le mani intorno al collo della bastarda bendata e ucciderla e la sua sete di vendetta rischia di mettere a repentaglio l’intera indagine nonostante gli sia stata affiancata, per controllarlo e tenerlo a bada, la bellissima tenente Maëlis Delsandes.
Il caso è di quelli complicati, quelli in cui non si riesce a trovare il bandolo della matassa, in cui può accadere tutto e il contrario di tutto, compreso lasciarci la pelle, indagini a tutto campo che spaziano dai club prive dove si pratica il bondage, al mondo dell’arte passando per decine da morti, sparatorie, esplosioni, copli di scena a ripetizione, falsari eccezionali e collezionisti in delirio di onnipotenza e da Parigi a Torino dove in un rocambolesco finale tutti i tasselli andranno al loro posto.

Se con Les italiens è stato una novità e con Troppo piombo una conferma, con Lezioni di tenebra Pandiani è una certezza nel panorama della letteratura noir. Il suo stile è inconfondibile, graffiante e diretto, una miscela perfetta di violenza e humor. I protagonisti brillano di luce propria per descrizione e carattere, così come l'ambientazione sia che si tratti di Parigi che di Torino (a volte dimentico che il Pandiani è torinese!) è talmente accurata che sembra quasi di esserci. Dei tre romanzi questo è sicuramente quello con la trama più intricata e coinvolgente e con il maggior numero di personaggi e oserei dire, il più bello; la narrazione in prima persona di Mordenti ci rende ancora più partecipi e ci trascina nella sua anima nera di poliziotto incazzato, impulsivo, vendicativo, fuori da ogni stereotipo che lo rende più vero, vulnerabile e fragile. Pandiani crea dipendenza, leggere i suoi libri mi fa pensare al detto sulle ciliegie, “una tira l'altra”, ed è proprio così quando finisco un suo romanzo non vedo l'ora di leggere quello successivo, solo che forse dovrò aspettare un po'....... o no Monsieur Pandianì?

Leçon de ténèbre di Couperin
O vos omnes qui transits per viam
attendite et videte si est dolor sicut dolor meus
quonia vindemiavit me ut lucustus est
Dominus in die irae furori sui

la cattiveria è sempre nell'aria, ti tenta, ti blandisce, fa in fretta a entrarti dentro se trova uno spiraglio

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli dellibro
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 359
  • Lingua: Italiano
  • Editore: Instar Libri
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788846101365
  • Prezzo di copertina: € 16,00

giovedì 24 febbraio 2011

Topi - Gordon Reece (Giunti 2011)


Non avevo un carattere di quel tipo. Ero un topo, non dimenticatevelo. Mi veniva più naturale non dire niente, soffrire in silenzio, stare immobile nella speranza di non essere vista, sgattaiolare via lungo il battiscopa cercando un posto sicuri dove nascondermi.

Shelly e la mamma sono due donne segnate dal destino di essere sottomesse e perdenti. La mamma brillante avvocato lascia la carriera dopo aver sposato un uomo, avvocato anche lui, che poi la lascia per la segreteria di trenta anni più giovane. Riprende la carriera dopo troppo tempo per avere ancora credibilità e deve accontentarsi di un impiego in uno studio legale dove il capo la molesta e lei non sa reagire. Shelly intelligente quindicenne bruttina e cicciottella si vede tradita dalle sue tre migliori ed uniche amiche, con le quali aveva condiviso ogni istante della vita, anche quella scolastica. Le tre la prendono come oggetto di divertimento per ogni tipo di scherzo e dispetto. Derisioni, mai denunciate a nessuno, che diventano sempre più pesanti, per sfociare in un vero e proprio attentato alla sua vita. Due topi quindi che subiscono ogni sopruso senza reagire perché in verità i topi non sono mai scortesi. L’ultimo scherzo delle tre ex amiche porta alla luce le ripetute prepotenze impossibili da dimostrate: nessuno sapeva, nessuno aveva visto. Per gentile concessione del preside, timoroso e con poco carattere, un altro topo, invece di prendere provvedimenti nei confronti delle tre prepotenti, stabilisce di non far frequentare l’istituto a Shelly e gli concede lezioni private, a domicilio, da parte di due professori. Tutto per salvaguardare il buon nome della scuola. La mamma di Shelly decide di vendere il “domicilio coniugale”, unico bene rimasto del matrimonio, per traslocare in una casa isolata, in piena campagna dove non ci sono altre abitazioni e vicini. I topi si erano nascosti. Ma una notte un uomo si introduce in casa per compiere una rapina. Un gatto le ha stanate. Questa volta non bastava rimanere immobili. Quella notte segnerà un cambiamento nella vita delle due donne.
Un racconto scorrevole, piacevole da leggere e che in alcuni momenti ti inchioda alle parole in attesa di scoprire cosa potrà ancora accadere. Sinceramente nella parte centrale la scrittura perde un po’ di smalto, si trascina, quasi senza emozioni per poi riprendere con nuovo vigore.
Una storia intrigante, interessante nella sua semplicità, tutta scritta in prima persona che in alcuni parti ti fa sentire Shelly, dopotutto chi non si è sentito topo una volta nella vita? Gordon Reece scava nella psicologia umana, negli istinti poco razionali della mente, fino al punto di chiedersi se chi nasce topo può diventare gatto?

Articolo di Fabrizio "PippiMichiMaus" Zaino

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 320
  • Lingua: Italiano
  • Titolo originale: Mice
  • Lingua originale: Inglese
  • Editore: Giunti Editore
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788809758919
  • Traduttore: S. Rota Sperti
  • Prezzo: 16 €

mercoledì 23 febbraio 2011

Gargoyle Books a doppio binario?


In queste ore si stanno rincorrendo le voci per cui la casa editrice Gargoyle Books sia diventata una casa editrice a doppio binario, ovvero una casa editrice che chiede soldi ad alcuni scrittori per sostenere le stampe dei loro libri.

Il tam tam mediatico, come sempre non si è fatto attendere e grazie all' inarrestabile efficacia del social network come tweeter e sopratutto facebook, questa notizia ha scatenato lo sdegno di molti utenti.
Commenti del tipo:
"Pessima notizia. Ho sempre stimato tantissimo la GB, e il loro stand alla fiera di Torino è sempre stata una delle mie mete fisse, visti i sempre ottimi consigli ricevuti (vedi McCammon). Tuttavia questa scelta non posso proprio accettarla. Per quanto mi dispiaccia, temo che non comprerò mai più un loro libro."
non si sono fatti attendere e il tutto pare sia nato da un commento lasciato da un utente nella potentissima rete di blogger che si occupano di letteratura in Italia.
Il commento recita:
"Ho scritto un libro fantasy-horror. In questo momento sto scrivendo il mio secondo romanzo. Due settimane fa ho cominciato a inviare il mio manoscritto a varie case editrici. Ieri sono stato contattato dal Gargoyle Books. Hanno detto di aver letto la sinossi che io li ho mandato. Il libro, naturalmente, non l’hanno ancora letto e dubito che lo faranno, almeno che io accetti la loro proposta editoriale. Mi dissero che se voglio essere pubblicato da loro devo versare un contributo pari a 4000 euro. In tal modo, acquisterò 250 copie, significa che un libro costa intorno ai 16 euro. Il resto delle copie, 750 per la precisione, be’… se le sbrigheranno loro."

Mentre ero in procinto di scrivere queste due righe, arriva finalmente la replica della casa editrice direttamente dal suo profilo su Facebook:

"In queste ore stanno correndo notizie circa una nostra scelta di diventare editori a pagamento: le cose non stanno esattamente così. Il progetto era (concedetecelo) diverso e più articolato, era il tentativo di un piccolo editore quale siamo, di dare molto più spazio agli autori esordienti, oggi nostro malgrado penalizzati perché non abbiamo la forza di sostenerne più di tanti nella medesima annata. Sostenere un esordiente richiede l'assunzione di risorse e rischi (che a volte non possiamo correre).
Tuttavia ci rendiamo conto come la comunicazione, in questo ambiente, sia tutto, e che nel caso specifico, si sia evidenziato qualche problema. Il dott. Paolo De Crescenzo (il direttore editoriale), ha quindi deciso di bloccare e cancellare sul nascere ogni iniziativa in questo senso: non sarà mai varata alcuna collana con richieste di contributi agli autori. Continueremo come abbiamo sempre fatto.
Ci preme di sottolineare come, ancora una volta, la stima e l'affetto dei lettori nei confronti di Gargoyle si sia manifestata in maniera esplosiva, quasi viscerale e questa è la nostra maggiore soddisfazione. Ancora una volta abbiamo toccato con mano l'affetto che i lettori hanno nei nostri confronti e non ce la sentiamo (anche se animati dalle migliori intenzioni) di lasciare l'amaro in bocca a quanti ci stanno scrivendo in queste ore chiedendo spiegazioni. Per questo ci teniamo a rassicurarvi. Abbiamo sempre cercato di ascoltare la voce degli appassionati e continueremo a farlo.
Grazie a tutti."

Francamente ritengo tardiva la risposta della casa editrice ma non posso far altro che sperare nell' integrità professionale di Paolo De Crescenzo che conosco personalmente e mi auguro che la loro politica non cambi mai davanti a nessun tipo di problema economico, ricordando inoltre che una casa editrice è un' azienda vera e propria e l' imprenditore DEVE correre dei rischi senza chiedere contributi a nessuno.

Se Gargoyle volesse replicare ulteriormente saremmo ben lieti di prestare le nostre pagine alla casa dell' horror.

Stanze Nascoste - Derek Raymond (Meridiano Zero 2011)


Derek Raymond, pseudonimo di Robert William Arthur Cook, ci apre le stanze nascoste del suo passato, e non solo, grazie al libro autobiografico appena pubblicato da Meridiano Zero (a diciassette anni dalla scomparsa dell’autore) – Stanza nascoste, appunto, il titolo traslitterato dall’originale inglese del 1992 “Hidden Files” – e lo fa non senza alcune riserve, essendosi misurato fino a quel momento col romanzo e avventurandosi in un genere nuovo: «Questa autobiografia è un tentativo di decrittare i codici di accesso a queste stanze nascoste, anche se non potrà mai avere la leggibilità di un romanzo: dopotutto descrive solo un insieme di funzioni.Il fatto di essere come una macchina poco orientata agli altri, e di deludere ogni aspettativa proprio per queste stanze nascoste, è fonte di angoscia per me e per chi mi sta vicino. Ma nessuno di noi può discostarsi, se non lievemente, da ciò che è».
Ha sessant’anni Raymond, quando si accinge a ripercorrere i passaggi più importanti della sua vita e non si sente vecchio perché, di fatto, non lo è. Però accetta con piena coscienza quanto il tempo, sulla terra, sia soggetto a un “contratto universale” e lo spazio per la libertà di scelta preveda dei limiti. Eppure lui ha fatto della libertà la sua filosofia di vita.
Nato in una famiglia abbiente il 12 giugno 1931, a Londra, in Baker Street, a qualche passo dalla casa di Sherlock Holmes, a meno di dieci anni dovette assistere ai terribili bombardamenti della Seconda guerra mondiale, anche se allora li visse con la giocosità che difende i bimbi dal dramma: durante gli attacchi usciva di casa col fratello per contare gli aerei e osservare gli inseguimenti dei cacciabombardieri. La Storia sullo sfondo, quindi, e in primo piano i personaggi che l’hanno segnato nel ricordo e nell’anima. Tra questi ultimi emerge la madre, vissuta come nemica: «Ancora adesso, a ventitré anni dalla sua morte, non riesco a essere imparziale con lei; posso solo dire che è una tragedia odiare ed essere odiati dalla propria madre».
Una volta cresciuto, non ci pensò due volte a rinunciare ad agi e comodità per cercare un’altra casa: la strada, o meglio, le strade, osservatori privilegiati di quella che sarà l’intera sua produzione. Conobbe l’Europa dei bordelli, dei quartieri malfamati, delle prigioni, dei marciapiedi, ma anche dei campi coltivati e si arrangiò con lavori di ogni tipo. Negli anni ‘60 tornò a Londra e ancora la strada – quella più nera, fatto di delinquenza, di angoscia – gli fu nutrimento spirituale.
Quanto vita e arte si interfaccino è l’autore stesso a spiegarlo in diversi punti e propongo un passaggio a proposito de “Il mio nome era Dora Suarez” (sempre pubblicato in Italia da Meridiano Zero, insieme ad altri 9 titoli, tra cui il penultimo per uscita è “Incubo di strada”), il romanzo che lo devastò per i diciotto mesi di stesura, relegandolo in uno stato solitario di costernazione. L’autore non si limitò a redigere, ma entrò nel libro e ne rimase ferito anche a fine stesura: «Non vedo come si possa penetrare nella tragedia e nella morte di un altro (di Dora) e aspettarsi di rimanere intatti, immutati, è una situazione che ti coinvolge del tutto o per niente, non ci sono mezze misure».
Questa compenetrazione tra finzione e realtà è un aspetto fondamentale dell’intera autobiografia, ma viene sviscerato nelle bellissime pagine dedicate al noir, intensi momenti di riflessione letteraria anche – e soprattutto – quando spiazzano con la loro semplice evidenza: «Il ruolo del noir consiste nell’approfondire un ritaglio di cronaca nera e di sviluppare la tragedia che realmente è, nell’investigare sulla violenza, sulla miseria e sulla disperazione, nell’analizzare tutto il peggio, tutto quello che c’è di orribile e di sbagliato nel nostro modo di vivere». E se Shakespeare, secondo Raymond, è il più grande autore di noir, questo genere – ora in via di decadimento e minato dai suoi «deboli sostituti: il giallo e il poliziesco» – potrebbe «alzare la testa» e rinnovarsi. Raymond lascia qualche porta aperta, dunque. E comuque sia, rifugge dalle verità inestite di pretese di assolutismo. O da chi pensa di custodirla in tasca, la verità.
Una bella lezione argomentata per tutti coloro che credono di essere gli unici depositari del noir o, al contrario, per chi ne ha annunciato un’apocalisse senza ritorno, perché: «ciò che differenzia il noir dal resto della letteratura è che non può appartenere ad alcun programma cosiddetto ‘letterario’ studiato attorno a un tavolo, strangolato da quel raffinato, tortuoso, mediocre chiacchiericcio che proviene da un gruppo di nullità cultural-chic».

Articolo di Marilù Oliva

Dettagli del libro
  • Stanze nascoste
  • Derek Raymond
  • Editore: Meridiano Zero
  • Traduzione: Federica Alba e Pamela Cologna
  • Anno: 2011
  • pag. 335
  • 16,00 euro
  • ISBN 978-88-8237-224-8

lunedì 21 febbraio 2011

L' allieva - Alessia Gazzola (Longanesi 2011)


Sul fatto che Longanesi avesse deciso di riporre enormi aspettative, concentrare notevole attenzione e grandi risorse pubblicitarie su questo debutto letterario, è parso evidente già sul finire del 2010. In redazione pervenivano, con cadenza periodica, misteriosi pacchettini contenenti criptici booktrailer in DVD , inquietanti seghe da autopsia di cartone e caramelle griffate dal contenuto non meglio identificato. Tutto materiale evidentemente funzionale a generare quell’hype, capace spesso di rivelarsi un arma a doppio taglio; da un lato, sicuramente, un veicolo per fare lievitare la soglia d’interesse del lettore, dall’altro un pericoloso meccanismo tendente a creare altissime attese e aspettative.
C’è da premettere che l’editore, nonostante le abili astuzie di marketing, non ha giocato sporco e già dalla fascetta di copertina recitante la commistione “Patricia Cornwell – Bridget Jones”, ha edulcorato e stemperato i toni dal puro e serrato medical thriller. In caso contrario la delusione, soprattutto per il giallista esigente e più oltranzista, sarebbe stata davvero cocente. Siamo infatti molto lontani, per intenderci, dalle atmosfere cupe e morbose dei romanzi della Reichs, della Slaughter e della Gerritsen, con “L’allieva” ci si avvicina maggiormente ai territori del rosa crime in odore da best-seller ad alto tasso glicemico. Rimane comunque da capire cosa intendano gli esperti di marketing per “thriller al femminile” e devo dire che questa espressione ha scatenato in me più di una riflessione. Esiste forse un modo di costruire gialli “al femminile”? Personalmente non ci credo a questa ghettizzazione del genere o all’individuazione giocoforza di un target ben specifico. Per me esistono due modi di fare thriller: uno buono e uno cattivo. Indipendentemente dalla sensibilità più o meno femminile.
Protagonista indiscussa della vicenda è Alice Allevi, giovane specializzanda in medicina legale. Impacciata, timida, pasticciona ma dotata comunque di acume e notevole intuito, mal si presta ad un ambiente lavorativo che fa del servilismo e dell’arrivismo il suo paradigma. Vessata dai colleghi e malvista dai superiori, il suo percorso sembra lastricato da delusioni professionali e amorose. L’episodio della morte sospetta per overdose da eroina di una giovane della Roma bene, può dare impulso positivo alla sua carriera o affossarla per sempre. La sua testarda determinazione e il coinvolgimento emotivo dovuto alla superficiale conoscenza con la vittima, la spingono a cercare di vederci chiaro in questa losca storia.

“L’allieva” si presta a due chiavi di lettura (e di conseguente critica). Se lo prendiamo come romanzo di semplice evasione fa senz’altro il suo dovere. La lettura è scorrevole e piacevole, il libro è caratterizzato da un gradevole humour e, a livello formale e stilistico, risulta scritto bene e con accuratezza. Dove presta maggiormente il fianco alla critica, (e all’occhio clinico e chirurgico del prototipo corpo freddo), è proprio nella componente “thriller”, davvero esile e gracilina.
L’aspetto più prettamente investigativo è ridotto all’osso. Pesa soprattutto, a mio avviso, la mancanza di una fattiva correlazione tra il laboratorio di medicina legale e il team di polizia incaricato delle indagini. Mi rendo conto che Alessia ha voluto concentrare l’attenzione sull’ambiente scientifico ma tenere questo aspetto solo abbozzato sullo sfondo ne fa perdere in credibilità. Anche le vicende amorose, a mio avviso troppo intrusive, sfilacciano e mettono in secondo piano questa componente.
Mi aspettavo qualcosa in più anche a livello di dettagli scientifici. Al di là di alcuni test su un fazzoletto trovato nei pressi della scena e qualche analisi del DNA c’è davvero poco altro. Mancano i rilievi sul luogo del rinvenimento del cadavere, quasi del tutto assente l’esame autoptico, ecc. Insomma troppi pochi dettagli per un romanzo che, comunque sia, nelle campagne di marketing, utilizza espressioni come “medical thriller” e “forensic thriller”.
Altro particolare che mi ha fatto storcere il naso è la descrizione dei personaggi. Possibile che tutti i protagonisti siano belli/e, adoni e dotati di fisici scultorei? Questo aspetto me li ha resi troppo costruiti, artefatti, quasi di cartapesta, più a ricordare una fiction americana e una bella fiaba colorata.
Interessante e ben caratterizzata invece il personaggio dell’Allevi, potenzialmente valido, (e sicuramente costruito), in ottica seriale. Anche se, a mio avviso, la serialità pone di fronte a dei compromessi, delle limitazioni e delle barriere troppo strette. Con il serio pericolo di rimanere schiavi e prigionieri del proprio personaggio. Alessia con “L’allieva” è alla prima prova, ci sono segnali positivi ma allo stesso tempo ancora tanta strada da fare. Forse sarà necessario per il futuro fare una scelta di campo più coraggiosa: o seguire la sua anima rosa o, viceversa, le influenze più da “giallista”. Il rischio di un prodotto ibrido è quello di non soddisfare del tutto in maniera soddisfacente nessuna delle due categorie di lettori. In ogni caso il consiglio rimane quello di privilegiare principalmente le scelte di cuore, perché è quello che alla fine vince sempre.


Articolo di Marco "Killer Mantovano" Piva

Dettagli del libro
  • Listino € 18,60
  • Editore Longanesi
  • Collana Nuova Gaja Scienza
  • Data uscita 27/01/2011
  • Pagine 378, rilegato
  • Lingua Italiano
  • EAN 9788830429970

domenica 20 febbraio 2011

PREMIO ParoleinGiallo


MUSE ASSASSINE
Quanti misteri si nascondono dietro un’opera d’arte o un artista geniale?
Chi ha rubato la Mona Lisa di Leonardo? E Mozart, fu assassinato?
Chi ha veramente scritto le opere di Shakespeare?
Jim Morrison è ancora vivo? E...
Dài anche tu il tuo contributo ispirandoti a personaggi e a eventi reali o immaginari legati al mondo delle arti.

L’Associazione Aussie e Napolinoir, in collaborazione con Il Contrapasso, Fondazione Plart, Lions Mergellina, Simone per la Scuola, Nocillo Galzerano, Voyage pittoresque e Boopen Led, indice la IIIª edizione del premio di scrittura creativa ParoleinGiallo riservato agli studenti di ogni ordine e grado, nonché a tutti gli universitari.

1) Il concorso è indetto allo scopo di incentivare la lettura e la scrittura, di favorire l’espressione della creatività dei giovani.
2) Il concorso si articola nelle seguenti sezioni:
  1. Sezione Scuola Primarie: poesie, racconti, testi teatrali, fumetti.
  2. Sezione Scuola Secondaria di Primo Grado: poesie, racconti, testi teatrali.
  3. Sezione Scuola Secondaria di Secondo Grado: poesie, racconti, testi teatrali.
  4. Sezione Università: poesie, racconti, testi teatrali.

3) La partecipazione è gratuita.
4) Il Concorso prevede la realizzazione di opere letterarie (poesie, racconti, sceneggiature, testi teatrali ) e grafiche (disegni, fumetti, graphic story – esclusivamente per le scuole Primarie) ispirate al tema: MUSE ASSASSINE.
5) Al concorso possono partecipare le scuole o anche singoli studenti i cui istituti non abbiano aderito ufficialmente al premio. In entrambi i casi è necessario iscriversi compilando l’apposita scheda di adesione distribuita insieme al bando che dovrà essere completata in ogni sua parte e consegnata con l’elaborato entro e non oltre il 31 marzo 2011.
6) I giudizi della commissione giudicatrice sono insindacabili, inappellabili e definitivi.
7) I lavori devono essere originali, inediti e di proprietà esclusiva del partecipante che se ne assume ogni responsabilità. Gli elaborati non devono avere alcun contenuto diffamatorio e non devono ledere gli interesse di terzi. L’Autore, o la scuola che presenta il lavoro, garantiscono e tengono indenni i promotori del Concorso da qualsiasi pretesa che possa essere avanzata da terzi.
8) Gli elaborati non devono superare le cinque cartelle. Dovrà essere utilizzato il carattere di dimensione 14 (preferibilmente Garamond) con una interlinea singola e un margine adeguato. I lavori dovranno essere consegnati sia su carta stampa in doppia copia che in versione informatica (CD, DVD, oppure inviati via mail). I testi letterari potranno essere in lingua italiana o inglese. Ciascun elaborato dovrà contenere i dati personali dell’autore. Non sono ammessi pseudonimi.
9) I lavori che dovessero pervenire privi del modulo di partecipazione debitamente compilato e firmato, e non conformi alle caratteristiche richieste, saranno esclusi dal concorso senza alcun obbligo di comunicazione. In nessun caso i racconti saranno restituiti.
10) Gli elaborati – pena l’esclusione – devono pervenire entro e non oltre il 31 marzo 2011 presso uno dei seguenti indirizzi:
Prof. Caterina Lerro, Via Cassano IV traversa n.9, 80144 Napoli, oppure: 2lerrocat@libero.it
Ciascun plico dovrà contenere anche una dettagliata scheda riassuntiva contenente per ciascun lavoro: il titolo dell’elaborato, il nome del o degli autori, la classe di appartenenza, i dati anagrafici del o degli autori, un recapito.
11) Gli elaborati ammessi saranno selezionati insindacabilmente dalla commissione giudicatrice in base alla aderenza al tema, alla correttezza linguistica, all’originalità e all’aderenza al genere giallo.
12) Con la sottoscrizione della domanda di partecipazione si intendono contestualmente ceduti ai promotori del Concorso tutti i diritti connessi allo sfruttamento degli elaborati che potranno essere utilizzati in tutto o in parte, a proprio piacimento, senza limiti alcuno, compreso l’eventuale produzione editoriale. I migliori lavori verranno raccolti in un volume.
13) La premiazione avrà luogo a Napoli nel mese di aprile 2011. La data e il luogo saranno comunicati a tutte le scuole partecipanti via telefono o posta elettronica.
14) La giuria è composta da:
  • Mauro Giancaspro (Presidente)
  • Diana Lama
  • Federica Cigala
  • Santa Di Salvo
  • Rossella Paliotto
  • Ester Basile
  • Antonello Perillo
  • Maurizio Ponticello
  • Gennaro Regina

15) La partecipazione al concorso comporta l’incondizionata accettazione del presente regolamento. Per ogni controversia è competente il Foro di Napoli.

Scarica bando e modulo di partecipazione: www.homoscrivens.it

sabato 19 febbraio 2011

In un villaggio inglese – Shelley Smith (Polillo 2010) e Retrospettiva


Shelley Smith (al secolo Nancy Hermione Courlander 1912 - 1998) appartiene a quella schiera di autori che incomincia a scrivere negli anni ’40 del secolo scorso, al termine cioè di quella che viene universalmente indicata come l’epoca d’oro del giallo. Tra le altre scrittrici di quel periodo (considerando il fatto che Patricia Highsmith pubblicherà il suo primo romanzo “Strangers on a train” – “Sconosciuti in treno” “solo” nel 1950 e che non ha certo bisogno di sponsor) che meriterebbero maggior risalto, mi piace ricordare Margaret Millar e Ursula Curtiss. Menzione speciale invece per Christianna Brand (“Uno della famiglia” Bassotto n. 39 e “Il gatto e il topo” Bassotto n. 78) che se fosse stata più prolifica, probabilmente sarebbe oggi annoverata nell’Olimpo del genere. Shelley Smith risulta, almeno in Italia, assai più sconosciuta rispetto ai nomi indicati. Un’autrice che nel mercato italiano ha fatto la sua fugace comparsa agli inizi degli anni 90 con la pubblicazione di 4 Gialli Mondadori e che sicuramente varrebbe una riscoperta. E bene ha fatto la Polillo a ripuntare i riflettori su di lei. Questa infatti è un’ottima scrittrice nonché giallista di sicuro livello. Dopo aver pagato il proprio tributo agli splendori del periodo aureo 1920 – 1940 con una serie di classici “whodunit”, Shelley Smith ben presto vira decisamente la propria ispirazione verso testi di carattere prettamente psicologico, rendendo così ogni suo romanzo un qualcosa a sé stante, diverso dagli altri come struttura e trama. Soprattutto due frasi, tratte da altrettanti libri, possono ben inquadrare il contesto dell’opera della Smith . “L’omicidio inizia nella mente” tratta da “La cantina n. 5” e la più complessa “Noi interpretiamo il mondo che ci circonda attraverso le nostre paure e le nostre speranze. Le parole che gli altri ci rivolgono noi le intendiamo come una risposta ai nostri stessi pensieri. Nelle paura o nel desiderio, noi cerchiamo invariabilmente ciò che ci aspettiamo di vedere” da “La ballata dell’uomo in fuga”. Miscelando in dosi maggiori o minori questi due pensieri, otterremmo in un colpo solo i retroscena, le premesse, i preludi, le avvisaglie di gran parte dei drammi narrati dalla scrittrice inglese. L’incomprensione è la chiave di lettura dei romanzi della Smith. I più reconditi desideri o le più radicate paure provocano la distorsione delle parole e/o dei gesti altrui, generando false ipotesi a cui seguono morte, dolore e distruzione. In certi casi il fraintendimento fa tutt’uno con la volontà inconscia di vedere eliminato ciò che si frappone al coronamento delle brame, delle aspirazioni, delle speranze e delle fissazioni. In altri con l’impellenza di veder spazzate via le paure, le ansie, le apprensioni nel più breve tempo possibile. Costi quel che costi.
Alla serie di gialli psicologici appartiene “In un villaggio inglese” (titolo originale “The lord have mercy” del 1956 - già pubblicato nel 1993 nella collana “Il Giallo Mondadori” al numero 2303 con il titolo “Il fardello della colpa”) inserito - forse un po’ troppo entusiasticamente - dal critico e scrittore Julian Symons nella lista delle 100 migliori crime stories di tutti i tempi, compilata per il Sunday Times.
Niente appare più civile, borghese, ordinato e lindo di un tranquillo villaggio della campagna inglese. Eppure queste manierate comunità sono palcoscenico di una varietà e di una quantità di omicidi tale da far impallidire le strade delle più buie e violente cittadine americane. Non fa eccezione il villaggio in cui lavora il dottor Robert Mansbridge. Abita lì ormai da molti anni, ma per i locali rimane in fondo in fondo sempre un po’ forestiero, anche se col tempo, dopo aver superato una prima fase di vero e proprio boicottaggio, è finalmente riuscito a farsi accettare dalla comunità.
Magari non amatissimo ma almeno stimato. Va peggio alla moglie Editha, la quale non è riuscita mai, anche perché mai si è applicata fino in fondo, ad inserirsi completamente, tanto che non ci si stupisce molto quando una certa sera il dottore, rientrando a casa, la trova morta e stecchita nel letto. Naturalmente nel frattempo noi abbiamo avuto modo, dalla nostra postazione privilegiata di lettori, di far conoscenza con parecchi degli abitanti del villaggio e scoprire così, tra un pettegolezzo e un noiosissimo party in giardino, una scenata di gelosia e qualche battuta al vetriolo pesante come un macigno, che, chi per un motivo, chi per un altro, erano numerosissimi i compaesani che potevano vantare qualche movente più che valido per attentare alla vita della moritura. Tutti ordinatamente in coda, uno dietro l’altro, manco fossero al banco dei salumi del supermercato con in mano il numerino aspettando il proprio turno. Si ha solo l’imbarazzo della scelta. Whodunit? Leslie la scultrice innamorata della stessa Editha? Noami l’antiquaria gelosa di Leslie ? La giovane e impacciata Catherine, da sempre innamorata del dottore ? Il professor Golding o sua moglie Betsy che per opposti motivi vorrebbero togliere di mezzo quell’”impicciona” della moglie del dottore? Il fratello Harry spiantato e sempre alla ricerca di qualche sterlina da spillare? E naturalmente, ultimo ma non meno importante, il maritino stesso? Il romanzo, anche se parte come un tipico esempio di giallo all’inglese, con la presentazione dei personaggi e lo spiegamento di dieci, cento, mille moventi, dopo l’omicidio, cambia decisamente rotta virando verso il giallo psicologico, venendo meno completamente dell’indagine poliziesca.
Dopo una prima parte veramente superba nella presentazione dei personaggi e nella creazione di ciascun profilo psicologico, in cui la tensione cresce a livelli veramente elevati, la seconda metà non mantiene a sufficienza le promesse, calando un po’ di tono. Dovremo aspettare le ultimissime righe di questo romanzo decisamente fuori dagli schemi tradizionali (siamo ormai nel 1956) del tipico giallo d’indagine per scoprire, nel corso di una scena madre da antica tragedia greca, il vero colpevole e avere la conferma che l’incomunicabilità non sta tanto nella forma o nella sintassi delle frasi di chi parla ma piuttosto nella mente, nel cuore, nelle aspirazioni o nelle paure di colui che ascolta.
Nel 1953 Shelley Smith pubblica “An afternoon to kill” (“Un pomeriggio da ammazzare” Giallo Mondadori 2218 del 4/8/1991) che invece riprende lo schema un po’ più classico del giallo d’indagine. Ma anche in questo caso l’autrice riesce a creare qualcosa di unico e particolare. Lancelot Jones deve raggiungere per motivi di lavoro l’India ma un’avaria al motore dell’aereo lo costringe ad un atterraggio di fortuna in una landa imprecisata lungo la strada. Mentre il pilota è intento a riparare il guasto, trova rifugio dal solleone presso una grande casa che scoprirà abitata da una dama inglese di vecchio stampo. Per “ammazzare il tempo” l’anziana signora gli racconta una oscura storia di adulterio e omicidio accaduta nella propria famiglia quando risiedeva ancora in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria. Al centro della vicenda il conflitto tra due fortissime personalità femminili. Inevitabile che una di loro ci lasci le penne. La suspense, secondo la migliore tradizione del genere, viene mantenuta fino alle ultime pagine, quando la polizia sulla base di prove inconfutabili darà un volto al vero colpevole. Giustizia è fatta. Ma le ombre del passato si stendono inquietanti sul presente, e la vicenda si svelerà appieno con un magistrale colpo di teatro.
Le cose raramente sono quel che sembrano, e la sorpresa finale è eccellente. Un tributo o meglio un vero e proprio atto d’amore per quelle storie classiche tanto in voga nel periodo aureo. Una vicenda veramente ben condotta oltre che geniale e intelligente.
La cantina n. 5 “ ( “The cellar at n° 5” del 1954 - Giallo Mondadori n. 2266 del 5/7/1992) è un grandissimo romanzo psicologico che ruota intorno alla figura dell’anziana e in fondo un po’ patetica, signora Rampage che vive circondata dalla sua vasta collezione di oggetti più o meno d’antiquariato. La conosciamo perennemente impegnata a “darsi un tono” con amiche e vicine attraverso i racconti assolutamente inventati della pretesa popolarità della figlia che da tempo si è trasferita in Malesia, tentando così di surrogare l’assoluta mancanza di vero affetto da parte di chicchessia. E’ una donna profondamente sola, che per una serie di circostanze accetta di prendersi in casa una specie di governante / pensionante. In uno spazio sia fisico che mentale assolutamente claustrofobico, a poco a poco la tensione tra le due cresce, fino a sfociare nell’inevitabile dramma. La Smith raggiunge il suo massimo con un esemplare studio di caratteri e del loro interagire, che non eguaglia le vette che anni dopo toccherà “La morte non sa leggere” di Ruth Rendell, solo perché quest’ultimo è molto più soddisfacente anche dal punto di vista procedurale dell’indagine poliziesca. A differenza de “In un villaggio inglese”, la seconda parte della “Cantina n.5” è decisamente più coinvolgente e drammatica. Sarà forse anche per questo che il critico H. R. F. Keating l’ha inserito tra i 100 migliori gialli mai scritti.
“La ballata dell’uomo in fuga” – Giallo Mondadori n. 2397 del 8/01/1995 (“Tha ballad of the running man” del 1961. Nel 1963 premiato in Francia con il “Grand prix de littérature policière” quale miglior romanzo straniero e finalista lo stesso anno dell’”Edgar Award” quale “miglior romanzo”) è un thriller a dir poco splendido. Più che di una “ballata” si tratta di un vero e proprio “galop” forsennato visto il ritmo e l’andatura sostenuta. Un libro veloce veloce impossibile da mettere giù. Una vera e propria sceneggiatura cinematografica da cui infatti nel 1963 è stato tratto il film “Un buon prezzo per morire” (“The Running Man” del regista Carol Reed ricordato per il famosissimo “Il terzo uomo” del 1949 e “Il nostro agente all’Avana” del 1959 tutti e due tratti dagli omonimi romanzi del grande Graham Greene). Rex Buchanan è uno scrittore di libri gialli di medio calibro. Un giorno si rende conto che tale attività costituisce solamente uno spreco di ingegno e di tempo.
Con il suo cervello e le sue capacità, che considera decisamente superiori alla media, comincia ad arzigogolare su quale potrebbe essere il metodo migliore e soprattutto più veloce per fare soldi a palate. Escogita quindi una serie di ingegnose, quanto diaboliche, truffe ai danni dell’assicurazione da mettere in atto con la complicità della moglie. Tutto pare filare liscio fino a quando il diavolo non ci mette la coda. La cosa, se Rex accettasse di seguire i saggi consigli della moglie, potrebbe ancora essere superabile. Ma la paura costante di essere smascherati e la cattiva coscienza distorcono e stravolgono completamente la capacità di percezione dell’uomo, facendo ben presto precipitare la vicenda, che fino a quel punto aveva piuttosto i toni di una farsa, in una vera e propria tragedia che si chiuderà con un finale shock. Un libro spumeggiante di puro divertimento.
Gli scenari all’interno dei quali si muovono i personaggi creati dalla Smith, a rimarcare l’importanza data dall’autrice all’analisi psicologica, sono giusto dei bozzetti. Il villaggio inglese senza nome, l’epoca vittoriana, i sobborghi di Londra, sono percepiti appena, quasi intravisti sullo sfondo, mai descritti in maniera tridimensionale. Lo stesso villaggio inglese è introdotto piuttosto come uno stato d’animo (“Non c’è nulla di più deprimente di un villaggio inglese in un pomeriggio piovoso di una domenica di giugno”) che come un punto geografico. L’autrice, da ottima scrittrice quale si dimostra, riesce così a dare maggiore spessore alla figura e alla personalità dei suoi attori, che risultano assolutamente reali e efficaci, sia nei romanzi con pochi personaggi che in quelli maggiormente corali. Su tutti però spiccano le donne. E che donne. A volte in cerca di guai, altre volte sull’orlo di un esaurimento nervoso. Ma sempre vere e assolute mattatrici. Donne forti, volitive, vendicative, astiose, giudiziose, orgogliose, decise, autoritarie, determinate, risolute, dure, accanite, lucide, implacabili, concrete, sagge, quadrate, sensate come sanno essere solo le donne quando vogliono. Un mix esplosivo. Un’arma letale.
E che scintille quando si scontrano. Gli ometti escono decisamente con le ossa rotte dal confronto con “l’altra metà del cielo”. Stupidi e orgogliosi fino all’autodistruzione, rimbecilliti completamente dai fumi di testosterone quando capita. Deboli, malleabili, manipolabili, piagnucolosi, queruli, vacillanti come dei bambini piccoli. Se intelligenti, buttano alle ortiche il proprio talento come Rex Buchanan oppure, al pari di Lancelot Jones, devono comunque subire lo sberleffo, il marameo finale da parte della controparte femminile. Donne da cui guardarsi. Donne capaci anche di rendere irrespirabile e asfissiante l’atmosfera falsamente placida e idilliaca di un, apparentemente tranquillo, villaggio inglese.

Articolo di Alberto "allanon" Cottini

Dettagli del libro
  • Titolo: In un villaggio inglese
  • Autore: Shelley Smith
  • Titolo originale: The Lord Have Mercy
  • Traduttore Federica Adami
  • Editore: Polillo
  • Collana I Bassotti n. 88
  • Pagine 240
  • Anno 2010
  • Prezzo euro 13,90

Nella collana “Il Giallo Mondadori”
  • “Un pomeriggio da ammazzare” n. 2218 del 4/8/1991
  • “La cantina n. 5” n. 2266 del 5/7/1992
  • “Il fardello della colpa n. 2303 del 21/3/1993 (“In un villaggio inglese”)
  • “La ballata dell’uomo in fuga” n. 2397 del 8/1/1995

venerdì 18 febbraio 2011

Il libro dell’angelo – Alfredo Colitto (Piemme 2011)


Mondino non era tranquillo. Era davvero un peccato che Gerardo da Castelbretone non potesse andare con lui a Venezia. […] Quando era andato a cercarlo, appena presa la decisione di partire, Gerardo lo aveva accolto vestito come un damerino, e aveva rifiutato di accompagnarlo con un pretesto che suonava falso lontano un miglio.
Mondino si era offeso e il giovane allora gli aveva detto la verità: era impegnato in una missione di cui non poteva parlargli. Aveva persino menzionato delle spie francesi che lo tenevano sotto sorveglianza.

Bologna, 1313. Mondino de’ Liuzzi, che sta ultimando gli ultimi preparativi per il matrimonio con Mina de’ Gandoni, decide improvvisamente di partire per Venezia per rispondere ad una richiesta di aiuto proveniente da una persona a cui è molto legato: l’alchimista araba Adia Bintaba.
L’ebreo Eleazar da Worms è accusato di aver ucciso in modo crudele tre bambini cristiani, i cui corpi sono stati trovati vicino a San Marco.
Mondino, accompagnato dal figlio dell’accusato, Davide, arriva a Venezia per indagare sul triplice omicidio non sapendo che si troverà coinvolto nella ricerca del mitico Sefer-ha-Razim, il Libro dei Misteri, dettato dall’arcangelo Raziel a Noè e da questi trascritto su una tavoletta di zaffiro.
Eleazar infatti lascia un messaggio scritto col sangue sul muro della cella: una frase di difficile interpretazione per Mondino e Adia, ma che è una preciso indizio per ritrovare il libro dell’angelo.
Nel frattempo Gerardo da Castelbretone, che ha rifiutato di accompagnare Mondino a Venezia, è impegnato in una delicata missione con Pietro da Bologna, l’avvocato dei templari, che, inseguito dalle spie del re di Francia, deve a tutti i costi proteggere un documento di importanza vitale.
La conclusione delle vicende (tra cui l’arresto di Mondino) in cui sono coinvolti tutti i personaggi avverrà mentre si celebra la grande cerimonia dello Sposalizio del Mare.

Più si andava avanti in quella faccenda, più il mistero si infittiva. E i rischi aumentavano.

Un thriller? No, a mio parere questo libro offre molto di più al lettore.
Non è il semplice romanzo ricco di colpi di scena: la trama viene usata per rendere avvincente la lettura ma, al tempo stesso, l’autore si serve del romanzo per descrivere la Venezia del 1313 e la sua organizzazione politica.
Avventura, segreti, azione: con questi ingredienti Alfredo Colitto narra gli avvenimenti dei suoi personaggi, in una cornice storica che accompagna, senza mai prevalere, tutta la narrazione.
Il lettore si appassiona ai misteri che caratterizzano la storia e la scorrevolezza dello stile di scrittura non fa mai venir meno il desiderio di arrivare alla soluzione degli enigmi.
Poi c’è la raffigurazione dei diversi personaggi su cui spiccano le due figure femminili, Ania e Mina: due donne differenti per nascita e rango, ma entrambe di forte carattere e dotate di spiccata personalità, determinate a difendere i loro cari e a non arrendersi di fronte alle difficoltà che devono affrontare.

Chi legge non può fare a meno di parteggiare per Mondino e per la squadra che si forma, quasi per caso, nelle “nuova” città dove si svolge l’azione: una Venezia con i numerosi canali, la fitta nebbia, le lente imbarcazioni, ma anche una città descritta attraverso il modo di vivere della popolazione povera, dei nobili e delle persone di potere che hanno il controllo su tutto quello che accade nella città lagunare.

Un libro che si può leggere anche senza aver conosciuto i precedenti due romanzi dedicati al medico anatomista di Bologna; con questo romanzo infatti si chiude la trilogia dedicata da Alfredo Colitto a Mondino de’ Liuzzi i cui capitoli precedenti sono stati “Cuore di ferro” (2009) e “I discepoli del fuoco” (2010): il prossimo libro si svolgerà intorno al Seicento nel continente americano.
Se pensate che in Italia non ci siano scrittori in grado di scrivere con abilità e personalità di avventura e di storia, questo romanzo smentirà le vostre errate convinzioni.


Articolo di Paolo "carrfinder" Umbriano

Dettagli del libro
  • Formato: Rilegato
  • Pagine: 358
  • Lingua: Italiano
  • Editore: Piemme
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788856615494
  • Prezzo di copertina: € 18,50

giovedì 17 febbraio 2011

Il Grinta – Charles Portis (Giano 2011)


Gli sceriffi federali facevano scendere i detenuti, pungolandoli senza troppe cerimonie con i fucili a ripetizione Winchester. Gli uomini erano tutti incatenati l'uno all'altro come tanti pesci appesi a una lenza. Bianchi, soprattutto, ma c'erano anche indiani e meticci e neri. Era uno spettacolo orribile, ma bisogna ricordare che queste bestie incatenate erano assassini, banditi, deragliatori di treni, bigami e falsari, la feccia della feccia. Avevano percorso il sentiero del male e assaggiato il frutto del peccato e ora la giustizia aveva presentato il conto. In un modo o nell'altro bisogna saldare i debiti a questo mondo. Niente è gratuito, tranne la Grazia di Dio. E quella non puoi nè guadagnartela né meritartela.

Mi chiamo Mattie Ross, sono una ragazzina di quattordici, vengo dalla contea di Yell vicino a Dardanelle. Un bastardo ubriacone di nome Tom Chaney ha ammazzato mio padre a bruciapelo derubandolo dei suoi averi e delle due monete d'oro che mio nonno gli aveva donato quando ha sposato mia mamma. Devo vendicarlo, trovare l'assassino e consegnarlo alla giustizia ma da sola, per quanto forte sfrontata e impetinente io sia, non posso farcela, ho bisogno di aiuto. Ed è per questo che una volta arrivata a Fort Smith con Yarnell, un amico di famiglia, per recuperare la salma di mio padre, ho fatto in modo di rimanerci da sola inventandomi una mezza bugia rimandandolo a casa da mia madre con mio padre dentro una cassa. E' vero ho mancato il suo funerale ma era più importante assicurare alla giustizia il colpevole. Ho iniziato a guardarmi intorno e ho chiesto chi fosse il miglior sceriffo federale del circondario. Mi hanno fatto qualche nome ma il più duro e spietato mi è sembrato Il Grinta. L'ho osservato in aula durante una deposizione e l'ho scelto. Ecco, ho trovato l'alleato che stavo cercando un omone con un occhio solo, violento, sporco puzzolente e grezzo. All'inizio è stato un po' riluttante nonostante gli avessi offerto cento dollari ma poi ha ceduto, chissà, forse perchè sono petulante tignosa e rompiscatole. A noi si è aggiunto anche LaBoeuf, ranger texano belloccio, sorrisetto fastidioso e antipatico con il quale, neanche a dirlo mi sono scontrata subito. Ed eccoci qui tutti e tre sulle tracce di Tom Chaney ognuno con le sue ragioni, denaro o vendetta, ma uniti dallo stesso desiderio di portare a termine la missione ad ogni costo.

Iniziate a leggere questo romanzo e lasciatevi trasportare nel Far West, rimarrete incantati dai paesaggi dell'Arkansas, vi sentirete talmente tanto coinvolti dalla storia e travolti dallo stile di Charles Portis, da venirne risucchiati e sarà veramente difficile staccare gli occhi dalle pagine. I personaggi vi conquisteranno e la protagonista Mattie è indimenticabile, potete avere due reazione incontrandola, avere voglia di prenderla a ceffoni oppure innamorarvi incondizionatamente di lei, perchè di fronte alla sua sfacciataggine, presunzione e coraggio non potrete rimanere indifferenti. Il Grinta fa paura solo a immaginarlo ma in fondo in fondo, sotto gli strati di cappotti, lerciume e grasso batte il cuore di un personaggio bellissimo. Anche LaBoeuf ha il suo spessore e tutti gli altri personaggi secondari che gravitano attorno all'orbita Mattie/Il Grinta. E' un libro da non perdere.

Il Grinta è stato pubblicato per la prima volta nel 1968 e il regista Henry Hathaway ne fece un film con Jhon Wayne che gli valse l'unico premio Oscar della sua lunga carriera. Ora è la volta dei fratelli Coen che con un cast di tutto rispetto lo hanno riportato sul grande schermo aggiudicandosi 10 nomination all'Oscar tra cui:
miglior film, migliore regia, migliore attore protagonista Jeff “Il Grinta” Bridges, migliore sceneggiatura non originale, migliore scenografia, migliore fotografia.

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 175
  • Lingua: Italiano
  • Editore: Giano
  • Anno di pubblicazione 2011
  • Codice EAN: 9788862510776
  • Traduttore: M. Rossari
  • Prezzo di copertina: € 15,00

martedì 15 febbraio 2011

La strada della violenza – Mauro Marcialis (Coloradoi Noir 2006)


"La morte arriverà nel cuore di un sogno, ti avvolgerà di nuvole benevole, ti cullerà. Non desiderare mai quello che sarà comunque impossibile: svegliarti. La morte arriverà nel cuore di un sogno..."

"Queste pagine sono per i miei piccoli: Giulia, Alessia, Orlando, con la speranza che non le leggano mai."
La prima cosa che mi ha colpito in assoluto di questo libro è stata la dedica. Sapendo che era un noir, ho immaginato subito che fosse un libro duro da digerire, specialmente per chi come me non è tendenzialmente portato verso questo genere. Infatti, nonostante sia ambientato nella civilissima e ordinata Reggio Emilia, il libro ci porta subito al centro di una storia di corruzione, traffico di droga, riciclaggio di denaro sporco, appalti truccati, prostituzione, dove nessuno si salva.
Tutti sono corrotti o deviati, dal più semplice poliziotto alle più alte cariche della città. Ma la storia diventa ancora più dura da digerire quando si inizia a raccontare di due bambine rapite, stuprate e uccise. E quando coloro che iniziano ad indagare non sono i soliti integerrimi ispettori, ma due particolari personaggi: Maurizio Ferri, agente del SISDE sotto copertura, che non sa più dove sta il confine della legalità, e Lorenzo Rollei, maresciallo della Guardia di Finanza corrotto fino al midollo, ma con un'unica cosa da salvare nella sua vita, sua figlia Francesca.
Entrare nello stile di questo autore non è stato facile: è stringato e asciutto, al limite del non detto, dove il lettore deve mettersi in gioco fino in fondo per capirci qualcosa. Interessante anche l'alternanza delle due voci di Rollei e Ferri che a turno raccontano la storia. Ad un certo punto però mi sono ritrovata totalmente coinvolta e travolta dagli eventi, dalla violenza e dall'orrore. E immediatamente mi è venuto in mente lo stile di un altro autore che ho letto da poco, David Peace. Non conoscendo affatto Marcialis prima di leggere questo libro, mi sono documentata online e ho scoperto con piacere che il mio paragone con Peace non era affatto peregrino, ma lo stesso Marcialis ha dichiarato in un'intervista di rifarsi in qualche modo ai grandi del genere: Peace appunto, James Ellroy (leggete bene infatti il nome di uno dei due protagonisti…), Genna.
Alla fine questa storia resta nella memoria del lettore per molto tempo, con tutto il suo orrore e la sua efferatezza: non si salva nessuno, praticamente, non c'è una soluzione 'buona' che dia un senso di sollievo, ma proprio per questo fa riflettere molto di più. Per capire e dire basta. Perché, come dice l'autore nella dedica, i nostri piccoli possano non conoscere e non leggere mai pagine così.

Articolo di Martina “Palazzo Lavarda” Sartor

Dettagli del libro
  • Titolo La strada della violenza
  • Autore Marcialis Mauro
  • Prezzo di copertina € 15,00
  • Dati 2006, 369 p., brossura
  • Editore Mondadori (collana Colorado noir)

lunedì 14 febbraio 2011

Io confesso - John Grisham (Mondadori 2010)


2010  Overall   Date        Name        State      Method


 1     1189   01/07/10  Vernon Smith     OH     Lethal Injection
 2     1190   01/07/10  Kenneth Mosley   TX     Lethal Injection
 3     1191   01/07/10  Gerald Bordelon  LA     Lethal Injection
 4     1192   01/12/10  Gary Johnson     TX     Lethal Injection
 5     1193   01/14/10  Julius Young     OK     Lethal Injection
 6     1194   02/04/10  Mark Brown       OH     Lethal Injection
 7     1195   02/16/10  Martin Grossman  FL     Lethal Injection
 8     1196   03/02/10  Michael Sigala   TX     Lethal Injection
 9     1197   03/11/10  Joshua Maxwell   TX     Lethal Injection
10     1198   03/16/10  Lawrence ReynoldsOH     Lethal Injection
11     1199   03/18/10  Paul Powell      VA     Electrocution
12     1200   03/30/10  Franklin Alix    TX     Lethal Injection
13     1201   04/20/10  Darryl Durr      OH     Lethal Injection
14     1202   04/22/10  William Berkley  TX     Lethal Injection
15     1203   04/27/10  Sam Bustamante   TX     Lethal Injection
16     1204   05/12/10  Kevin Varga      TX     Lethal Injection
17     1205   05/13/10  Michael Beuke    OH     Lethal Injection
18     1206   05/13/10  Billy Galloway   TX     Lethal Injection
19     1207   05/19/10  Rogelio Cannady  TX     Lethal Injection
20     1208   05/19/10  Paul Woodward    MS     Lethal Injection
21     1209   05/20/10  Gerald Holland   MS     Lethal Injection
22     1210   05/20/10  Darick Walter    VA     Lethal Injection
23     1211   05/25/10  John Alba        TX     Lethal Injection
24     1212   05/27/10  Thomas WhisenhantAL     Lethal Injection
25     1213   06/02/10  George Jones     TX     Lethal Injection
26     1214   06/09/10  Melbert Ford     GA     Lethal Injection
27     1215   06/10/10  John Parker      AL     Lethal Injection
28     1216   06/15/10  David Powell     TX     Lethal Injection
29     1217   06/18/10  Ronald Gardner   UT     Firing Squad
30     1218   07/01/10  Michael Perry    TX     Lethal Injection
31     1219   07/13/10  William Garner   OH     Lethal Injection
32     1220   07/20/10  Derrick Jackson  TX     Lethal Injection
33     1221   07/21/10  Joseph Burns     MS     Lethal Injection
34     1222   08/10/10  Roderick Davie   OH     Lethal Injection
35     1223   08/12/10  Michael Land     AL     Lethal Injection
36     1224   08/17/10  Peter Cantu      TX     Lethal Injection
37     1225   09/09/10  Holly Wood       AL     Lethal Injection
38     1226   09/10/10  Cal Brown        WA     Lethal Injection
39     1227   09/23/10  Teresa Lewis     VA     Lethal Injection
40     1228   09/27/10  Brandon Rhode    GA     Lethal Injection
41     1229   10/06/10  Michael Benge    OH     Lethal Injection
42     1230   10/14/10  Donald Wackerly  OK     Lethal Injection
43     1231   10/21/10  Larry Wooten     TX     Lethal Injection
44     1232   10/26/10  Jeffrey LandriganAZ     Lethal Injection
45     1233   11/04/10  Phillip Hallford AL     Lethal Injection
46     1234   12/16/10  John Duty        OK     Lethal Injection

Dal 1976, anno in cui la Corte Suprema ha reintrodotto in America la pena capitale, sono state messe a morte negli Stati Uniti 1.238 persone (157 con la sedia elettrica, 3 con la fucilazione, 11 con la camera a gas, 3 con l'impiccagione, 1064 con iniezione letale).
Quello che vedete sopra è l'elenco delle 46 persone giustiziate nel 2010.
Vi evito di fare i conti: 17 su 46 esecuzioni sono avvenute in Texas. Stato che è anche largamente il primo nel totale generale con 464 (38%). Ed è nel sud degli Stati Uniti, proprio in quel Texas terra di tensioni razziali mai sopite, che John Grisham ha deciso di ambientare il suo ultimo libro.

Il pastore di una piccola chiesa luterana a Topeka, Kansas, riceve nel suo ufficio la visita di un ospite insolito. Si chiama Travis Boyette ed è un criminale incallito che si trova in libertà vigilata a causa delle sue gravissime condizioni di salute. Ha un tumore al cervello, pochi giorni di vita e un grosso peso sulla coscienza. Deve confessare un crimine, commesso in una piccola cittadina del Texas prima di essere stato arrestato per altri motivi, e per cui proprio in quei giorni, dopo nove anni di reclusione , sta per essere giustiziato un'innocente. Quell'innocente è Donte Drumm, giovane promessa del football americano. Segni particolari: nero. Quando scomparve una giovane ragazza bianca la polizia ricevette una soffiata, poi dimostratasi infondata, perchè fatta dall'ex fidanzato della giovane per motivi di gelosia, che accusava Donte, e non aspettò tempo per sbatterlo in cella e farlo confessare un reato mai commesso attraverso torture fisiche e psicologiche. Ma ora dopo un lungo periodo di detenzione ci siamo. La camera della Morte attende asetticamente Donte Drumm. Mancano un paio di giorni e l'avvocato difensore Robbie Flak ha speso inutilmente le ultime carte a disposizione per tentare un rinvio dell'esecuzione. Ci sarebbe questo Travis Boyette che assicura di sapere dove ha seppellito la vittima come ultima speranza per fare cambiare idea al Governatore. Non proprio la cosa più facile da fare al mondo. Tocca al Pastore e al criminale, ormai agli sgoccioli della sua vita terrena, saltare in macchina e mangiare miglia, in una frenetica corsa contro il tempo, per riuscire a scagionare Drumm.

Mettiamo subito le cose in chiaro: “Io confesso” è un ottimo libro se ci avviciniamo alla sua lettura sapendo che non si tratta di un “legal thriller” vecchia maniera, genere con cui l'autore ha dato il meglio di sé a inizio carriera vendendo centinaia di milioni di copie. Questo è un libro politico che ovviamente ha fatto molto discutere negli States. Quasi un documentario sulla stortura della giustizia in alcuni stati americani (in questo caso una condanna a morte senza nemmeno aver ritrovato il corpo della vittima). Grisham mostra come si possa utilizzare la Pena Capitale come mezzo per realizzare il proprio programma politico e la propria ambizione di potere. La storia è veramente avvincente è ben raccontata. L'altra faccia della medaglia, come si diceva, è che il libro manca un po' di passione e nella caratterizzazione dei personaggi. Anche i colpi di scena, pochi per amor del vero, non fanno saltare sulla sedia per tensione e sorpresa. Detto questo la lettura è consigliata e nessuno tocchi Caino!

Articolo di Roberto "lofi" Lofino

Dettagli del libro
  • Titolo Io confesso
  • Autore Grisham John
  • Dati 437 p., rilegato
  • Prezzo € 20,00
  • Prezzo IBS € 14,00
  • Editore Mondadori
  • Collana Omnibus stranieri
  • EAN 9788804608868

domenica 13 febbraio 2011

I custodi del Talismano – Valter Binaghi (Sottovoce ed. 2010)


“Questo, maestro? E' questo il Talismano? Questa strana coppa chiusa e sigillata come un vaso? Cosa contiene?”
“Questo è il sacro caldaro del Dagda. Contiene le ceneri mortali dell'eroe che ora è un dio. Sparse al vento, colmeranno il mondo di una grande luce. Ma solo una volta sarà dischiuso il sigillo e dovrà essere quella giusta, l'unica: il giorno in cui le forze del male saranno scatenate e il mondo correrà il suo più grave pericolo. Aprirlo prima per futile causa sarebbe la rovina del mondo, che rimarrebbe senza difesa nella Prova”.

Ho conosciuto Valter Binaghi leggendo il suo Ucciderò Mefisto, piccola perla perfetta di rara bellezza. Uno stile narrativo che è mi è piaciuto a tal punto di decidere di tenerlo d'occhio. Ed eccolo con I custodi del Talismano. La definizione di libro storico mi ha fatto un pò storcere il naso, non è nelle mie corde; storia è una di quelle materia per la quale, se fosse stato possibile avrei chiesto l’esonero perchè mi ha sempre annoiata, almeno quella “antica”. E invece è stato colpo di fulmine. Scritto magistralmente mi ha coinvolta sin dalle prime pagine sia per l'accurata ricostruzione storica (nei crediti, alla fine del libro, ci sono i titoli di tutti i testi consultati per l'ambientazione storicae sono tanti!) sia per le perle di saggezza disseminate durante il racconto, spunti di profonde riflessioni. La lettura per quanto scorrevole, non è molto facile, ha bisogno di concentrazione ma una volta preso il via è difficile smettere di leggere.
Il Talismano viene custodito nei secoli da uomini saggi che per vocazione o per caso se lo sono ritrovato tra le mani consci del fatto che potrà essere aperto solo una volta perchè “verranno tempi in cui questa terra sarà più desolata di una notte senza luna, perchè gli uomini avranno dimenticato ogni varco per l'Altro mondo e nel deserto della speranza la loro mente giacerà sfinita, incatenata come un ignobile trastullo ai giochi dei demoni. Allora, solo allora il Talismano dovrà agire, per liberare gli uomini dai loro fantasmi e restituirli alla libertà”

Il romanzo attraversa tre diversi periodi storici in cui conosciamo i custodi.
196 A.C. Il periodo storico è quello della conquista della Gallia da parte dei romani. Il custode del Talismano è un vecchio druido che giunto alla fine dei suoi giorni istruisce il giovane Herno affinchè possa seguire le sue orme e diventare a sua volta custode.
365 D.C. Il procuratore romano di Arelate, Valerio Quinto Rutilio, leggendo una lettera di Phanes, servitore di suo fratello Claudio, ripercorre la vita di quest'ultimo, riscoprendone il valore, e le gesta dell'imperatore Giuliano. Ed è Claudio che ha il Talismano
Io credo che il mondo sia come una storia, ma scritta da tutti noi, se un giorno gli uomini non avessero più nulla da scrivere, si, credo che il mondo potrebbe finire... Che ne dice il mio buon Phanes?”
“Dico che l'inizio e la fine del tutto sono fuori dalla nostra portata, perchè noi stiamo nel mondo come pulci addosso a un cane. Qualche volta il cane si fa un bagno, altre volte si azzuffa con un rivale di monta o si becca un calcio nel didietro. Allora un po' di pulci cascano, altre scampano e si stringono l'un l'altra dicendosi “ecco è la fine del mondo”, ma è la nostra fine, non la sua. Siamo troppo piccoli e duriamo troppo poco per sapere qualcosa oltre il ciuffo di peluria calda che ci ospita
826 D.C. E' la parte che mi ha coinvolta di più. La storia di un uomo che, morente a causa della peste, ripercorre tutta la sua vita. Orfano viene cresciuto ed istruito in un monatero . All'eta di vent'anni viene mandato a Roma per portare una reliquia sacra al papa. La sua vita prende una piega completamente diversa, per lui ormai il Talismano non ha più valore, si inventa curatore creando pozioni e lozioni, gira in lungo e largo fino a fermarsi da colui che lo inizierà al mondo della vera medicina.
E' un libro importante, profondo, un lavoro serio e coraggioso che merita la dovuta attenzione e che vi invito a leggere. Amanti del genere e non.

Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura

Dettagli del libro
  • Titolo I custodi del talismano
  • Autore Binaghi Valter
  • Prezzo € 13,50
  • Brossura: 240 pagine
  • Editore: Sottovoce (2010)
  • ISBN-10: 8897112072
  • ISBN-13: 978-8897112075