venerdì 30 aprile 2010
Intervista a Kenneth Wishnia
Corpi Freddi: Ciao Kenneth innanzitutto complimenti per il tuo libro. Quanto ci hai messo a scrivere un libro così impegnativo?
Kenneth Wishnia: Dio mi aiuti. Ci son voluti quasi sette anni; tre anni di ricerche e più di tre anni di scrittura. Ho fatto 20 bozze solo delle prime 50 pagine. In tutto, ho prodotto 14 bozze di 600 pagine, il cui risultato è la pila alta 1 metro che potete vedere sul mio sito. Non ho mai lavorato così tanto ad un solo progetto e per la prima volta ho capito un po’ come dev’esser stato per un muratore tagliare le pietre per le prime cattedrali gotiche, impiegando 20 anni per un unico progetto. Rappresenta anche un periodo di vera maturazione per me come artista, e per questo non c’è orario che tenga.
Potrei aggiungere che ho passato solo un anno a scrivere a tempo pieno. Lavoro come insegnante in un college locale, e mio figlio è autistico, così tutto ciò occupa molto del mio tempo. Tuttavia sette anni sono molto più tempo che per qualsiasi dei miei romanzi precedenti, per i quali in media ci volevano 2 anni dal manoscritto al libro finito.
CF: Ne il quinto servitore il vero protagonista è il popolo ebraico del ghetto mentre l'omicidio della piccola Gerte passa quasi in secondo piano. Perché proprio nel 1592?
KW: È senz’altro vero che il tipo di eventi raccontati ne IL QUINTO SERVITORE sono accaduti molte volte nel corso dei secoli, ma ho scelto di comprimere l’azione in tre giorni per acuire la tensione drammatica e per creare situazioni emblematiche che sostituiscono questioni molto più ampie (per esempio ci saranno sempre divisioni politiche fra gli Ebrei). Un’altra ragione per scegliere il 1592 è che Rabbi Low era attivo a Praga a quel tempo, ma non aveva ancora consolidato la sua posizione come studioso e rabbino rispettato.
CF: Sei uno specialista della storia e della cultura ebraica e si vede benissimo. Ma la cena a casa del Rabbi Low e tutti i preparativi per la Pasqua sanno di “vissuto” e non di “studiato”.
KW: Grazie per questa affermazione, poiché questo era proprio il mio obiettivo. Non è ciò che ogni romanziere cerca di fare? Far vivere qualcosa? Far credere al lettore che esiste un altro mondo, un mondo di mia creazione? È un po' come zucchero filato, davvero (anche se stai costruendo una cattedrale). Ma è molto gratificante quando funziona, perché può lasciare sulle persone un'autentica impressione emotiva.
Probabilmente mi aiuta il fatto che mia madre era una delle fondatrici del Programma di Studi Femminili alla SUNY Stony Brook (un'università newyorkese, n.d.t.), e che come storica femminista faceva parte dell'onda di cultura degli anni '70 che passò dall'insegnare la storia come una successione di re e battaglie all'analizzare e descrivere la storia così come veniva vissuta da masse più rappresentative di persone.
CF: Il Rabbino Low, Mordecai Maisel (entrambi sepolti nel Vecchio Cimitero Ebraico) e Rodolfo II, sono personaggi storici, non ho trovato tracce né di Benyamin Ben-Akiva né del Vescovo Stempfel.
KW: Sì, ho inventato i due personaggi. Se devi descrivere un vescovo che si comporta così male come il Vescovo Stempfel, è meglio inventarlo.
CF: Il “problemino” di salute del Vescovo Stempfel mi ha fatto sorridere; lo rende ancora più ridicolo, se possibile, era questa la tua intenzione o lo hai voluto punire per la sua cattiveria e la sua inettitudine?
KW: Giusto tutto quello che dici. Mi sembrava anche un modo particolarmente divertente e scandaloso di drammatizzare lo scontro tra fede e scienza: il vescovo ha una ragade rettale e quando il Dr. Lybrmon (un nome ebraico) gli dice che la ferita dev'esser ricucita, un dottore cristiano scarta questo consiglio a favore di una cura “miracolosa”. Devo dirti che quando ho finito di scrivere quella scena, ho pensato, “CIÒ farà sì che il libro sia proibito a Boston”
[Nota culturale: per molte generazioni, la città di Boston era nota per la sua mescolanza di atteggiamenti puritani e rigidità della vecchia scuola cattolica irlandese. “Proibito a Boston” diventò un epiteto corrente attribuito a qualsiasi cosa lontanamente controversa.]
CF: Il personaggio femminile di Anya è quasi attuale con la sua cocciutaggine e la sua intraprendenza, oserei definirla una sorta di “femminista”.
KW: Mi sa che dovrò citare di nuovo mia madre. Una cosa che ricordo sempre dalle sue lezioni universitarie è che le donne hanno sempre lavorato. Non è un fenomeno “post-femminista” avere una donna forte e sicura di sé che lavora accanto agli uomini (le mie ricerche hanno mostrato che in effetti la figlia del proprietario di una tipografia di Praga era una famosa compositrice tipografica). Ma è estremamente importante notare che mi sono preso il disturbo di evitare quel genere di anacronismo che i film di Hollywood hanno sempre: persone in costumi d'epoca che proclamano idee molto moderne.
Infatti per me una delle cose più difficili da fare è stata disimparare 40 anni di pensiero femminista nel descrivere il personaggio principale. Benyamin Ben-Akiva NON avrebbe detto “persone”, avrebbe detto “uomini”. E anche se egli idealizza le donne in molti modi, è spesso piuttosto stupito quando una di loro dice qualcosa di intelligente.
CF: Parliamo di te. Nel tuo passato hai scritto cinque romanzi gialli, la serie “Filomena Buscarsela Mystery” tra cui 23 Shades of Black (della serie sopracitata) è stato candidato all'Edgar. Perchè passare al romanzo giallo-storico quando era più facile proseguire su una strada già conosciuta?
KW: Bene, è proprio così: “Sarebbe stato più facile.” Ho voluto sfidare me stesso con questo progetto. Ma non mi ero accorto di che razza di sfida si trattava. Ma ne è valsa la pena alla fine. E sfiderò ancora me stesso per il mio prossimo romanzo.
CF: Hai cambiato anche nome da Kja a Kenneth una sorta di ricomincio da zero....
KW: Sì. Sai com'è. L'identità di K.j.a. Wishnia è fissata nel meccanismo dell'editoria come il tizio che scrive gialli contemporanei hard-boiled mitigati da molto umorismo cinico, e Kenneth Wishnia è il tizio che scrive romanzi storici sugli Ebrei. Il proprietario di una libreria mi ha detto, “Sei l'unico autore del quale posso pensare che usa il suo vero nome come uno pseudonimo.”
CF: Il prossimo lavoro sarà firmato da Kja o Kenneth?
KW: Dipende. L'idea è di firmare la mia opera più letteraria sugli Ebrei coll mio nome per esteso, e che qualsiasi storia più vicina al genere giallo tradizionale sia firmata K.j.a. Wishnia. Ma vedremo.
CF: Nei ringraziamenti finali oltre alla tua agente, alla tua editor e tua moglie, ringrazi Dio in persona “per aver sottratto qualche minuto a una delle sue mattinate piene di impegni ed essersi preso cura personalmente di una serie di dettagli che ha reso possibile l'operazione” mi ha incuriosito.
KW: Sì, per molti aspetti IL QUINTO SERVITORE è un libro profondamente spirituale. I personaggi sono molto osservanti, e stanno sempre pregando per avere la forza e la guida necessarie per continuare la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Ma qualche volta (negli USA, comunque) la gente spinge questo un po' troppo in là, e devo ammettere che volevo prendere un po' in giro le celebrità come gli atleti, che stanno sempre ringraziando Dio per aver concesso loro di vincere qualcosa di così insignificante come una partita di football del college. [Nota: sto parlando di football americano, non della Coppa del Mondo di Calcio, che come tutti sappiamo è incredibilmente importante: in quale altro posto l'Iran può battere gli Stati Uniti tranne che su un campo di calcio?]
Ma non è facile adattare un umorismo sottile a una pagina di ringraziamenti. Un critico online mi ha preso molto sul serio e si è effettivamente lamentato che era piuttosto arrogante da parte mia ringraziare Dio in un modo così familiare (“Grazie, amico. Sei forte. Assolutamente.”) Immagino che lui non abbia capito lo scherzo.
CF: Un grazie dalla redazione dei Corpi Freddi ^_^
Intervista di Cristina "Cristing" Di Bonaventura
Traduzione di Martina "PalazzoLavarda" Sartor
giovedì 29 aprile 2010
Presentazione di "Biondo 901" e "Imperfetto" di Alessandro Zannoni 23.04.2010
Questa è una storia che rimarrà negli annali delle mie presentazioni, non perchè io ne sia un esperto, tutt' altro, ma grazie al "personaggio" a cui viene dedicato questo articolo, Alessandro Zannoni aka Michelangelo Merisi aka Nick Corey, un uomo dall' aria vissuta che gira l' Italia insieme a due bluesman mattissimi, i Southside Blues-Boy, che trasformano in festa le sue presentazioni libresche.
Autore che si è fatto da solo pubblicando con un' autoproduzione "Imperfetto" e che da solo è riuscito a vendere circa 2000 (DUEMILA!!) copie di questo romanzo, poi ristampato e distribuito anche da Perdisa, grazie al fiuto di Luigi Bernardi.
Non vorrei aggiungere altro perchè il video presenta molto bene l' amico Alessandro, quindi go-de-te-ve-lo.
Ricordiamo che sul blog è già stato recensito Biondo 901 mentre una bella recensione di Imperfetto la si può trovare sul sito della Buccheri, Angolo Nero.
Articolo di BodyCold
Riprese e Montaggio di BodyCold
Location Freak' n Chic - Roma
mercoledì 28 aprile 2010
Italian Sharia – Paolo Grugni

“E’ uscito Italian Sharia. Frega nulla? Bravi, fate bene a non sapere quello che succede in questo paese di merda” (Paolo Grugni)
11 agosto 2006 Brescia. Hina Saleem giovane Pakistana, ventunenne, viene massacrata con oltre venti coltellate, sgozzata e sepolta nell’orto di casa dal padre e altri parenti maschi.
15 settembre 2009 Pordenone. Sanaa Dafani marocchina, diciottenne, viene aggredita a coltellate e finita con un fendente alla gola dal padre.
Questi due omicidi non fanno parte della trama di un inquietante romanzo giallo ma sono la triste e cruda realtà. Questi due brutali assassinii rappresentano la punta di un iceberg di un fenomeno sotterraneo scandalosamente concreto e reale.
Italian Sharia è dedicato a queste due giovani ragazze la cui unica colpa è di non essere state “brave” mussulmane ed essersi volute adeguare agli usi tradizionali della cultura di origine.
Ma chi crede che “Italian sharia” sia un romanzo contro la religione islamica fa un grave errore. “Italian sharia” è contro l’estremismo e l’integralismo religioso di qualsiasi specie, una religione che diventa oppio per i popoli, che li spinge in nome di un credo fanatico e distorto. E allo stesso tempo è un calcio negli attributi della nostra società e delle Istituzioni. Che non ci vogliono dire cosa è successo a Ustica, cosa è successo alla stazione di Bologna, a Piazza Fontana e chi pagherà per gli operai devastati dall’eternit di Casale Monferrato o per gli operai uccisi all’Enichem di Marghera. E nel contempo una critica dura e diretta a una società di pecoroni che si muove solo per seguire la squadra di pallone, che segue e prende come modello di vita idoli di plastica e si anestetizza la mente con gossip tormentoni.
L’io narrante protagonista (che non viene mai nominato, ma chiamiamolo pure Paolo Grugni, perché c’è tantissimo dello scrittore milanese racchiuso in queste pagine) vive a Prato e lavora in Comune. Alla sera insegna come volontario lingua italiana a un gruppo di stranieri. Questa attività lo mette in contatto con realtà di vita estremamente difficili che lo coinvolgono emotivamente in prima persona. L’omicidio di una ragazza marocchina e la successiva scomparsa della sorella maggiore, per essere reintrodotta a forza e giustiziata a morte nel suo paese nel nome della Sharia, da il via ad una ricerca serrata fino in terra africana, ricerca che diventa una lotta contro il tempo per salvarle la vita in un crescendo carico di tensione.
“Italian sharia” è un romanzo che dietro una storia di fantasia racconta la realtà e utilizza lo strumento del noir per veicolare un messaggio di denuncia sociale. E lo fa con una scrittura dura, sprezzante, amaramente ironica, politicamente scorretta, pessimista e senza speranza. Non esagero nell’affermare che ci sono situazioni che sembra che ti manchi l’aria dal nero e dalla rabbia che pervade le pagine. Ma per Grugni la scrittura è questo: dolore, negatività, fastidio, in due parole “militanza linguistica”. Senza contare l’impressionante lavoro di documentazione effettuato dallo scrittore, il tutto con estrema cura e dovizia di particolari, ricerca che è valore aggiunto di un romanzo che risveglia le coscienze annebbiate.
Ci sono letture che ritengo siano un dovere: per conoscere, per essere più forti, consapevoli, per cambiare e non soccombere. Per Hina, per Sanaa e per tutte le donne giustiziate in nome di un ideale perverso. Per fare in modo che ciò non debba più accadere.
“Non c'è davvero giustizia a questo mondo. Mi piacerebbe anche dire che non c'è più religione, ma il vero problema è che ce n'è troppa” (Paolo Grugni)
Articolo di Marco "Killer Mantovano" Piva
Dettagli del libro
- Autore: Grugni Paolo
- Editore: Perdisa Pop
- Genere: letteratura italiana: testi
- Collana: Corsari
- ISBN: 888372478X
- ISBN-13: 9788883724787
- Data pubbl.: 2010

martedì 27 aprile 2010
Il tempo degli strani imperatori - Ignacio Del Valle
Una tale catena di sofferenza che il dolore finiva per neutralizzarsi da solo.
E’ una tentazione irresistibile. Sono due gli elementi che combinati provocano al lettore qui presente un desiderio compulsivo di avere quel libro. Il gelo e la morte, freddi entrambi, sullo sfondo di un conflitto storico. Il canto della sirena parla di terre lontane rese statue dai ghiacci. E’ un clima ostile di un pianeta alieno, in cui la vita si è ritirata nell’attesa, che non sarà mai soddisfatta, di un ritorno al calore della luce. Lampi di fuoco si specchiano in questo gioco di riflessi, rimbombi sottolineano il silenzio che poi attutisce urla e imprecazioni, come un sordo salmodiare. Nel bianco immoto che mette in fuga i colori si svolge una grande guerra, una lunga battaglia, con uomini che si sottraggono la vita a vicenda. Leningrado, 1943, la morte lecita, la regola in guerra. E’ difficile pensare che qui, dove chi ammazza di più è un eroe, vi possa essere la minima considerazione per un delitto.
Non dovrebbe essere questo il tempo per perseguirlo, non questa la condizione che legittima la volontà di punire chi l’ha commesso.
A parlar di crimini in guerra si passa per intellettuali, per svagati di mente. Eppure la scena iniziale non lascia adito a dubbi: come un quadro di De Chirico, surreale e terribile assieme, un branco di cavalli ormai rigidi nello spessore gelato di un lago; e il primo davanti ha ancora in sella un cavaliere, bianco per il sangue perso da uno squarcio profondo sul collo, al petto, incisa con un coltello, la frase: "MIRA QUE TE MIRA DIOS”.
E’ della Division Azul, una compagnia spagnola che il generalissimo Franco elargisce in pegno ai tedeschi per una contropartita di puro potere, un debito ripagato sulla pelle dei soldati di ventura del proprio paese. Un morto ammazzato non cambia le cose, ma se chi l’ha ucciso è dei tuoi allora ne va dell’onore, del rispetto, magnificati dalla retorica che è pane quotidiano in guerra. Arturo Andrade, un passato nei servizi segreti, si trova nella condizione più utile: è un ex tenente ora degradato, può coltivare i migliori indizi che la gerarchia gli impone di considerare. Ma se in tanti vogliono manovrarlo, Andrade sa strategicamente porli l’uno contro l’altro, avanza per la sua strada.
Gli fa da spalla il Sergente Espinosa, nella vita civile professore assistente di chimica presso l'Università di Madrid, con un carattere segnato dalla sofferenza per le ulcere allo stomaco. In quel loro combattere contro l’inclemenza degli elementi, stoico e di convinzioni inalterabile, c’è la tragicità e l’epica del Cervantes. La purezza d’animo che sostiene il senso del dovere. E sul cammino altri morti li aspettano con il loro sangue a ricordare loro che la luce della ragione si spegne per i moventi di sempre: odio, invidia, vendetta. Di tempo da perdere non ce n’è, un bastardo sta scannando mezza Divisione, i tuoni della controffensiva sovietica sono sempre più vicini e gli strani imperatori, con il volto squadrato delle SS, prima di rinunciare ai propri domini vogliono bonificare il mondo dall’umanità perdente.
La scrittura è inaspettatamente calda, mediterranea, e in questo contrasto con la rappresentazione dell’inferno bianco sulla terra gioca la sua carta migliore. L’indugiare dello sguardo sull’orizzonte omnicomprensivo del paesaggio russo è interrotto da macchie istantanee di colore che balzano vivide contro il grigio funereo. L’arancio maturo di Andrade che ritorna o le forme di formaggio grandi come soli che riposano nelle riserve sono la tangibile dimostrazione di cosa poteva essere se si fosse rimasti a casa. Quello che invece si confronta sotto traccia è l’analisi della condizione umana, esplorata nella dimensione più tragica in cui può esprimersi, in un teatro di passioni dove le parti sono completamente rovesciate, dove i copioni sono stati riscritti da un folle. Odio e amore, desideri e ambizioni, sogni e ricordi, che si incontrano sul suolo neutro di una parentesi di immobilità dove non c’è progresso, non c’è futuro, ma sempre e solo il presente con il suo spettrale livore ed i morti a fare compagnia ai vivi. Che cos’è che permette di rimanere umani quando tutto attorno si dedica alla barbarie? Il tempo degli strani imperatori è il secondo di una trilogia ambientata nel periodo della seconda guerra mondiale, premio della critica delle Asturie e menzione speciale del premio Dashiell Hammett, sarà presto un film.
Per affrontare l’incertezza che si ergeva davanti a lui era necessario individuare ciò che è realizzabile, che si nutre di ciò che è immaginabile, che a sua volta si alimenta di ciò che è verosimile, e quest’ultimo di ciò che è probabile.
Articolo di Michele "Frankie Machine" Frascari
Dettagli del libro
- Genere: Letteratura
- Collana: Narrativa
- Editore: Giunti
- Lingua/Edizione: Italiano
- CM: 86997J
- ISBN - EAN: 9788809056497
- Pagine: 352
- Formato cm: 14 x 22
- Edizione: 2009
- € 14,85
lunedì 26 aprile 2010
Concetto al buio – Rosario Palazzolo
“se pure oggi farò quello che faccio ogni giorno, solo per oggi la ripetizione c’avrà un gusto tutto speciale, perché solo oggi c’ho la certezza che non potrò mai più uscire da qui.”
In poche ore ho divorato le centoventi pagine di Concetto al buio, completamente rapita dalla storia e dallo stile narrativo di Rosario Palazzolo.
Arrivata alla fine lo sgomento….qualcosa non quadrava. Cosa mi era sfuggito? Cosa non avevo capito?
E allora l’ho riletto. Tutto d’un fiato. E alla fine lo stesso sgomento.
“Non è possibile!” mi sono detta. Lo risfoglio, ci rifletto, ma niente…eppure la storia mi sembra così evidente fino a poche pagine dalla fine!
Con infinito imbarazzo cerco Rosario Palazzolo su Facebook, gli scrivo un’e-mail, ma prima di cliccare il tasto invia sfoglio di nuovo il libro, alla fine mi arrendo e piena di vergogna inoltro il messaggio.
Non so cosa possa aver pensato Rosario leggendola, però molto gentilmente mi ha risposto e finalmente ho capito.
La vicenda si svolge a Palermo, dove un ragazzino viene segregato in una stanza buia, senza cibo, senza acqua, colpevole solo di esistere.
C’è anche un diario in questa “novella”, dove è custodito un triste e terribile segreto e dove è raccontata una storia di ipocrisia, crudeltà e cattiveria. “…ti ho raccontato pure di una speranza che è morta prima di essere sperata…e della cattiva coscienza che va a passeggio per le strade di questa città, la mia, che apre porte, se ce ne sono, e che poi si rintana dentro le case, accomodandosi nei soggiorni, apparecchiandosi le tavole per mangiarsi ogni verità, manco una mollica di schifo di cui potersi vergognare in santa pace…”
C’è tutto questo in Concetto al buio. Ma soprattutto c’è lo stile narrativo di Rosario Palazzolo. Unico, accattivante e terribilmente crudele.
Non esistono maiuscole, i periodi sono lunghissimi e i pochi punti che ci sono hanno lo stesso effetto ristoratore di un bicchiere d’acqua nell’afa estiva.
Forse è proprio questa scelta narrativa che permette al lettore di immergersi totalmente nella storia e viverla a pieno.
Vorrei ringraziare Rosario per avermi aiutato a capire, ma soprattutto per aver raccontato una storia così toccante e oggi purtroppo tremendamente attuale.
Non posso aggiungere altro a questa recensione perché qualsiasi parola in più sarebbe di troppo e rischierei di rovinarvi la lettura.
E’ bello scoprire autori italiani di talento, ancora più bello sarebbe poter entrare in libreria e trovarli facilmente, nello spazio che meriterebbero di avere. Spazio purtroppo che sembra essere riservato solo ad autori di inspiegabili best-seller.
Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel ’72 e ci vive. E’ drammaturgo, scrittore, regista e attore. Ha fondato e dirige (con Anton Giulio Pandolfo) la Compagnia del Tratto. Nel 2007 è uscito il suo primo libro, L’ammazzatore (Perdisa Pop).
Articolo di Marianna "Mari" De Rossi
Dettagli del libro
- Titolo Concetto al buio
- Autore Palazzolo Rosario
- Prezzo € 9,00
- Prezzi in altre valute
- Dati 2010, 120 p., brossura
- Editore Perdisa Pop (collana Babelesuite)
- Isbn 978-88-8372-486-2
domenica 25 aprile 2010
Sul giallo italiano Esiste o non esiste? E se esiste… - Fabio Lotti
Sul giallo italiano
Esiste o non esiste? E se esiste…
Questa volta voglio proporvi un argomento interessante su cui riflettere insieme: il giallo (inteso in senso lato) italiano. Intanto vediamo se esiste, perché qualcuno sembra mettere in discussione perfino la sua stessa forma di vita. Per esempio Nicola Villa (?) che ha intitolato proprio un articolo “Il giallo italiano non esiste” pescato nell’”Angolo nero” della nostra brava Alessandra Buccheri (andate a darci un’occhiata). Villa non la fa tanto lunga, riprendendo un concetto di una certa “giò” che su aNobii aveva lamentato l’inconsistenza e dunque l’inesistenza del giallo italiano sempre ripetitivo e sempre uguale a se stesso. Con i soliti personaggi e le solite trame.
Aspetto di leggere (se ne avete voglia) il vostro parere ma il mio è che addirittura il giallo italiano esista fin troppo. Nel senso, come ho già scritto da qualche altra parte, che non c’è città o sperduto paesino di campagna che non abbia il suo bel commissario o la sua bella commissaria tanto che, prima o poi, mi prefiguravo anche quello di quartiere che venisse ad arrestarmi “per avere ucciso con un colpo ben assestato di ciabatta il ragnetto che pendeva schifosetto nel mio piccolo studio”. Tutti scrivono romanzi polizieschi. Dai più infimi ai più noti come dimostra “Un innocente vampiro” del famoso etologo Danilo Mainardi che ho proprio qui sotto gli occhi nel momento in cui scrivo (carino ma niente di più).
Il giallo italiano è ben vivo e vegeto e non c’è bisogno di scomodare Augusto De Angelis quando, negli anni Trenta, si mise in testa di realizzarlo “Io ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano”. Ci riuscì, eccome!
Altro punto interessante. Vitaliano Trevisan in “Le inutili denunce dei nostri scrittori” (“la Repubblica” del 21 luglio 2009) scrive che la letteratura per ora resiste “A patto di non trasformarsi in uno di quei professionisti della realtà che infestano il globo e di cui l’Italia è ormai satura, che volteggiano leggeri sulle periferie diffuse in cerca di cadaveri. Il tempo di spolparli e di cagare la relativa narrazione, e via di nuovo in volo, in cerca di un terremoto, di una guerra, di un assassino, di una vittima, di una qualsiasi sfiga, purché di mercato”.
Se non vado errato una critica in forma di metafora anche a certe diramazioni che ha preso il nostro giallo pescando nel sociale. Critica, mi pare, esagerata e retrograda che non ammette cambiamenti di sorta, tutta incentrata sulla Letteratura con la L maiuscola che non se ne può più.
Il terzo punto riguarda le vendite ed una domanda che spesso fa capolino da tutte le parti. I libri che vendono di più sono sempre i migliori? E’ la qualità che conta o la sponsorizzazione? Quanto incide la prima e quanto la seconda? Se prendiamo il caso di Faletti sembra, a detta di molti, che la seconda abbia preso il sopravvento. Però se il Falettone, che mi sta pure attaccato proprio lì, continua a vendere una qualche ragione a suo vantaggio ci deve pur essere e l’antipatia fa spesso velo all’obiettività.
Andiamo avanti. Le recensioni rispettano davvero il valore del libro? Ecco un punto dolens. Per interesse naturale e interesse pratico giro quasi tutti i giorni fra molti blog (tengo una rubrica a proposito su “Thriller Magazine”) e leggo una marea di recensioni. Ebbene, secondo una mia opinione del tutto opinabile (opinabilissima), molte mi sembrano un tantinello esagerate, frutto, magari pure istintivo, di simpatie ed amicizie. Elogi sperticati di lavori che, a mio modesto parere, possono ritenersi accettabili e niente di più, talvolta pure buoni, raramente eccezionali. C’è quasi una sorta di istintiva difesa dell’autore nostrano, come se fosse bisognoso di cura e protezione continua. Posizione legittima, si capisce, e in parte da comprendere anche perché per molto tempo nel nostro paese ha tirato un’aria fortemente esterofila. Ma ora credo che il giallo italiano sia cresciuto e sia forte abbastanza per camminare da solo. Facendo tutti belli e tutti bravi non si rende merito ai belli e ai bravi per davvero.
A volte qualcuno mette pure in dubbio che i libri vengano letti come Stefano Di Marino il quale, intervistato su Liberidiscrivere, sottolinea a proposito delle recensioni dei suoi lavori, ”Ricordo con piacere quelle in cui ho capito che il recensore aveva letto il romanzo... Sic transit gloria mundi...preferisco le lettere dei lettori”.
Non c’è più religione.
Articolo di Fabio Lotti
sabato 24 aprile 2010
Il caso con nove soluzioni - Assassinio nel labirinto – J.J. Connington
Il dottor Ringwood quella sera era stanchissimo a causa di un’epidemia di influenza che lo stava costringendo ad orari massacranti e si sognava soltanto di trascorrere una tranquilla serata a casa in compagnia di un buon libro, quando per l’ennesima volta viene chiamato d’urgenza al capezzale di un malato ed è quindi costretto ad uscire nonostante sia una notte buia, gelida e umida. Il medico, a dispetto del nebbione fittissimo, riesce miracolosamente a giungere a destinazione, ma sbaglia numero civico ed entra nel villino immediatamente adiacente, trovandovi uno sconosciuto agonizzante che ha giusto il tempo di mormorare alcune frasi sconclusionate prima di passare a miglior vita. Ringwood, avverte subito Sir Clinton Driffield, il distaccato, razionale, sarcastico e assolutamente insofferente verso l’inettitudine dei propri sottoposti, capo della polizia locale. Non poteva avere un’idea migliore, perché di lì a poco, i due si imbatteranno in un altro cadavere del tutto inaspettato e imprevisto. E non sarà neppure l’ultimo di quella notte di tregenda, tanto che alla fine sarà un caso con nove soluzioni !
La pubblicazione di questo romanzo nella sua versione originale, sottolinea una volta di più il valore dell’operazione “Bassotti” messa in essere dalla casa editrice Polillo. Da una parte c’è la pubblicazione di scrittori e/o romanzi assolutamente inediti per il mercato nazionale e dall’altra, la riscoperta di autori, che magari in Italia sono ai più quasi sconosciuti o comunque caduti da tempo nel dimenticatoio, mediante la riproposta di opere già edite, ma con traduzioni integrali nuove di zecca. Emblematico è il caso di questo romanzo di J.J Connington, di cui esiste una versione uscita nelle collane Mondadori con il titolo “Il segreto di una notte” risalente agli anni ’30 del ‘900, in piena epoca fascista e falcidiata a tal punto dalla censura del tempo, al fine di non menzionare un reato (un tentativo di stupro) che in quegli anni “la gente non doveva sapere”, che la trama appare quasi del tutto incomprensibile. Questa edizione della Polillo rende onore e giustizia ad un romanzo la cui lettura nella sua forma integrale merita senz’altro. E, secondo me, di livello ancora superiore è “Assassinio nel labirinto” primo lavoro in cui compare Sir Clinton. L’inizio è veramente di gran classe. Nel secondo capitolo, due gemelli vengono ammazzati al centro di un labirinto di un tipico giardino inglese. Possiamo vivere in diretta l’orrendo crimine attraverso l’angoscia e il terrore provati da un’involontaria testimone, anch’essa prigioniera del labirinto, negli stessi istanti in cui agisce lo spietato e misterioso assassino. Il problema è che le uniche persone in grado di orientarsi nei meandri del labirinto sono i membri della famiglia, tutti in possesso di un solido alibi. Sarà Sir Clinton, passetto dopo passetto, a smascherare alla fine il colpevole.
Per darvi un quadro generale, visto che questo scrittore, immeritatamente, non gode, di grande fama qui da noi, ci troviamo di fronte a due belle, classiche e solide, storie di detection all'inglese, condotte con sicurezza e indubbio mestiere dall’autore, con la “morte nel villaggio” nel primo e con il tradizionale “delitto nella casa di campagna” nel secondo, con gli indizi seminati ad arte, le false piste ingannevoli, il poliziotto infallibile e la sua spalla un po’ tonta a fargli da controparte, strani quanto misteriosi veleni e intrugli letali, giardini all’inglese, l’immancabile cara vecchia nebbia anglosassone, cadaveri che fioccano inaspettati, errori di domicilio, lampadine bruciate in maniera incomprensibile, corridoi bui, delitti tanto impossibili quanto bizzarri, che un assassino dei giorni nostri mai si sognerebbe di concepire, il tipico british lifestyle delle classi medio-alte a cavallo delle due guerre che non impedisce ai protagonisti, la sera stessa dell’omicidio, di radunarsi in biblioteca per l’immancabile appuntamento a base di bridge, sigaro e buon brandy d’annata. Tutto ciò raccontato nel pieno rispetto dell’intelligenza del lettore, che lo scrittore inglese conduce in maniera del tutto leale verso la soluzione, coinvolgendolo in prima persona nell’indagine e non trattandolo piuttosto come lo sciocco, quanto necessario, “Watson” di turno. Dai suoi romanzi possiamo ricavare l’assioma che la caccia agli indizi e alle prove, può essere tanto divertente e eccitante quanto la rivelazione del “chi è stato” che comunque rimane celato nell’ombra fino alla fine. Sintomatico della “correttezza” di Connington, è proprio “Il caso con nove soluzioni”. Non si tratta, come erroneamente potrebbe far pensare il titolo, di nove soluzioni alternative l’una all’altra (in stile ”Il caso dei cioccolatini avvelenati” di Anthony Berkeley - Bassotto n. 5 - in cui ognuno dei protagonisti sul finire del romanzo espone la propria soluzione personale in contrasto con quella degli altri e in quanto tale un po’ troppo inverosimile e oggetto di varie parodie da parte dei detrattori del genere) ma piuttosto nel combinare insieme, in una serie di permutazioni possibili, le diverse chiavi di lettura che si possono dare ad un evento mortale (quali siano lo lascio scoprire a voi). A questo punto Sir Clinton, più seguace dell’interpretazione “realistica” degli indizi propria di Sherlock Holmes (che non piuttosto delle intuizioni e dei lampi di genio delle cellule grigie di Monsieur Poirot) per cui “Quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità” prende per mano il lettore e lo segue passo passo nell’analisi e nella confutazione delle varie ipotesi che si sono ottenute, eliminando via via quelle impossibili, finché, alla fine, non ne resta una e una sola: l’unica possibile.
Tale “modus operandi”, esposto nel capitolo 6 di questo romanzo, si trasforma in una vera e propria lezione, che tanto ricorda la ben più famosa “conferenza sulla camera chiusa” contenuta ne “Le tre bare” di John Dickson Carr. Da manuale poi è la “lectio magistralis” discussa nel capitolo 8 di “Assassinio nel labirinto” in cui Sir Clinton illustra l’esigenza, da parte dell’investigatore, di dare una risposta esaustiva ai tre capisaldi di un’indagine: opportunità, metodo e movente.
In conclusione, due appassionanti storie che si trasformano in altrettante vere e proprie dissertazioni letterarie su alcuni canoni a cui dovevano rispondere i romanzi gialli durante il periodo conosciuto come “golden age”, che pur non sfoggiando i tradizionali depistaggi di Agatha Christie, le classiche camere chiuse e i delitti impossibili di John Dickson Carr o le inconfondibili sciarade di Ellery Queen, contengono un poco di tutto questo e la cui lettura mi sento di consigliare caldamente agli amanti del genere.
Se Dame Agatha viene, giustamente, universalmente riconosciuta come la “Regina”, il serioso Dr. Jeckyll/Alfred Walter Stewart (vero nome di Connington) professore universitario di chimica che nel tempo libero si trasformava in Mr. Hyde/J.J Connigton può, a tutti gli effetti, concorrere alla carica di “Magnifico Rettore” dell’Università del Giallo.
Articolo di Alberto "Allanon" Cottini
Dettaglio del libro
- Titolo: “Il caso con nove soluzioni”
- Autore: J. J. Connington
- Editore: Polillo
- Collana: I Bassotti n. 60
- Pagine: 266
- Anno pubblicazione: 2008
- ISBN: 9788881543151
- Euro 12,90
Dettaglio del libro
- Titolo: “Assassinio nel labirinto”
- Autore: J. J. Connington
- Editore: Polillo
- Collana: I Bassotti n. 27
- Pagine: 301
- Anno pubblicazione: 2007
- ISBN: 9788881542123
- Euro 13,40
venerdì 23 aprile 2010
L'ultimo libro - Zoran Živković
Morire, evidentemente, non è fra le esperienze migliori che ci possano capitare. Ma se proprio ci fosse data l’opportunità di poter scegliere il luogo e il modo in cui dare termine alla nostra esistenza, forse, fra noi appassionati di letteratura, molti si orienterebbero verso una dipartita come quella descritta in questo lavoro di Zoran Živković. Chiudere gli occhi per sempre mentre, seduto su una comoda poltrona in pelle di una piccola libreria, stai leggendo una storia che ti aspettava e che non riuscirai a terminare.
E’ quello che succede un bel giorno al sig. Todorovic, nella sua libreria preferita “Il Papiro”. Lo trovano senza vita, al momento dell’orario di chiusura, con in mano un libro. Si sa la gente muore ovunque. Muore dal dentista, muore in spiaggia mentre prende il sole, dal parrucchiere e al supermercato. Ma al “Papiro” muoiono tre persone una dietro l’altra un giorno dietro l’altro. Si esce dalla casualità per entrare nella serialità. Toccherà all’ispettore Lukic, laureato in letteratura, il compito di risolvere, con l’aiuto della sig.ra Gavrilovic, proprietaria del “Papiro, questo fitto mistero.
Ecco, se questa breve presentazione vi ha convinto di trovarvi di fronte a uno dei vostri prossimi acquisti, vi consiglio di pazientare ancora per qualche riga. Il romanzo di Zivkovic non è riuscito fino in fondo. La lettura scorre velocemente a scapito della caratterizzazione dei personaggi. Poco o niente veniamo a sapere delle loro vite, dei loro passati e dei loro sogni per il futuro.
Nessuna descrizione ambientale. All’autore non interessa farci sapere in quale città o paese si svolge la vicenda. Il suo mondo è costituito dalla libreria e dalla sala da the nei paraggi di questa dove i protagonisti si ritrovano spesso a degustare rare miscele orientali. Alcune volte troviamo dialoghi banali e ripetitivi che nulla aggiungono alla trama. Nonostante questo e alcune altre abusate ordinarietà (l’intervento delle forze della Sicurezza Nazionale, la setta segreta, la storia d’amore), durante la lettura, anche grazie a una meritevole scrittura leggera, non si perde la voglia di arrivare a capire come il finale sarà in grado di svelarci il mistero. La delusione cocente è proprio nella maniera in cui si conclude il libro. Una chiusura affrettata con un scarto repentino dal mondo della realtà che coglie il lettore impreparato, lasciandolo, al tempo stesso, perplesso e irritato.
Zoran Živković è nato nel 1948 a Belgrado, dove vive con la moglie e i due figli gemelli. Ha compiuto studi di filologia e teoria della letteratura all’università della sua città, dove, dal 2007, tiene corsi di scrittura creativa. Ha pubblicato diciotto volumi di narrativa e cinque di saggistica, con i quali ha vinto numerosi premi, in patria e all’estero.
Articolo di Roberto "Lofi" Lofino
Dettagli del libro
- ZORAN ŽIVKOVIć
- L'ultimo libro
- Trad. di J. Mirković e E. Boscolo Gnolo
- NARRATIVA GENERALE
- Narrativa TEA ;
- pp. 240;
- Seconda edizione Euro 10,00
- ISBN 978-88-502-2002-1
- Prima edizione 2010
giovedì 22 aprile 2010
Biancaneve – Marina Visentin
“In fondo non lo so cosa mi ha portato fino a qui. L’amore? L’odio? La paura?Posso solo dire che ho cercato di essere felice. Solo questo, in tutti i modi.
E non ci sono riuscita.”
Una favola noir. Questo c’è scritto nella quarta di copertina di Biancaneve, scritto da Marina Visentin per Todaro Editore.
Favola sicuramente per il titolo, che è poi il soprannome della protagonista. Noir perché la storia raccontata è veramente nera, ma senza alcun mistero da svelare.
La protagonista della storia non ha un nome. E’ una donna comune, anonima, come ce ne sono tante “uno scricciolo in bianco e nero. Bianca la pelle e neri i capelli. Biancaneve insomma”.
Ha un solo desiderio Biancaneve, essere amata e protetta. Ma nessuno sembra accorgersi di lei. Con le amiche è quella che ascolta e non parla mai, convinta che a nessuno possa interessare quello che ha da dire.
Si sente una comparsa in un mondo in cui tutti sembrano avere un posto ben preciso. Tutti tranne lei.
L’invidia la porta a desiderare la vita di qualcun altro, a poter finalmente guardare il mondo con occhi diversi dai suoi.
Poi un giorno il destino sembra offrirle una possibilità.
Finalmente la vita che ha sempre desiderato è li, davanti a lei, basta allungare una mano e prendersela.
Finalmente anche lei potrà essere felice, essere amata, desiderata….forse dopo tanto cercare ha trovato la chiave che le avrebbe aperto la porta per un nuovo futuro.
Peccato però che quella chiave fosse incrostata di sangue.
E’ un romanzo strano Biancaneve.
La storia raccontata, come ho già detto all’inizio, è molto nera. Di quelle che non si dimenticano, soprattutto perché molto credibile.
Da l’idea di un fatto di cronaca realmente accaduto. Non c’è nulla di troppo esasperato. Lo stile narrativo è semplice e immediato. I personaggi reali e credibili. Le loro vite, le loro azioni e i loro pensieri potrebbero essere i nostri o quelli dei nostri amici o conoscenti.
La protagonista è riuscita a suscitare in me tanti sentimenti, compassione, pietà, anche comprensione ma mai odio o antipatia.
La stranezza sta proprio nella sua normalità. Attenzione, non è una storia banale, al contrario coinvolge molto ma lo fa senza colpi di scena, senza togliere il fiato. E poi lascia un qualcosa di indefinito alla fine. Ci si interroga non tanto sul perché, che è evidente da subito, ma sul come una ragazza così banalmente normale possa covare nel suo intimo pensieri del genere e davanti ad un bivio scegliere la strada più cupa con lucida consapevolezza.
Mi sarei aspettata un finale diverso, che adesso non posso spiegare per non rovinare al lettore il gusto della lettura.
E’ un romanzo che mi sento di consigliare a tutti i lettori che non cercano nei libri solo gialli rompicapo. Qui non c’è molto da scoprire, non ci sono indagini, ma solo tanta curiosità di conoscere Biancaneve, la sua storia e sapere come andrà a finire.
“Un dio misericordioso dovrebbe impedirci di realizzare i nostri desideri.”
Articolo di Marianna "Mari" De Rossi
Dettagli del libro
- Autore: Visentin Marina
- Editore: Todaro
- Genere: letteratura italiana: testi
- Collana: Impronte
- ISBN: 8886981864
- ISBN-13: 9788886981866
- Data pubbl.: 2010
mercoledì 21 aprile 2010
Ritual – Mo Hayder
[..}Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
Vi combattete senza pietà né rimorsi,
Talmente amate la carneficina e la morte,
O eterni rivali, o fratelli implacabili!
(Charles Baudelaire, 1857 )Flea Marley è una donna esile, riservata, quasi fino alla timidezza, lacerata dai sensi di colpa. Un pesce argenteo scaraventato sulla terraferma. Come un'antica Nereide l'acqua è l'elemento che la libera, le scioglie ogni preoccupazione, le restituisce il respiro. Ma è anche il nodo scorsoio che la colpa le cinge intorno al collo. Non è scesa nel Boesmansgat , un apparente quieta pozza sudafricana che nasconde un crudele abisso, lasciando cosi che fosse il suo impacciato e goffo fratello Thom a scortare in assetto profondo i suoi genitori. Thom è vivo, silente, perduto. Le doline marine hanno accolto suo padre e sua madre e Flea ora non ha più pace. Recupera cadaveri nelle acque di Bristol ed ovunque la sezione subacquea della Polizia sia chiamata, ma sembra le manchi il cuore, più che il coraggio, di ritrovare i suoi. E' questo il pensiero che l'accompagna mentre si spinge sotto il pontile, attaccata alla corda di sicurezza , per recuperare sul fondale del fiume una mano tranciata all'altezza del polso. La segue ancora nello spogliatoio, mentre oscilla tra l'oscura certezza che non ci sia un corpo di un suicida da ritrovare e la necessità di trattenere i ricordi dettati da funghi rivelatori, dove accoglie smarrita il detective Jack Caffery incaricato del caso.
Una seconda mano verrà ritrovata poco più tardi, semisepolta nel terreno antistante un ristorante del porto gestito da un vecchio kafiri del Sudafrica. Ma di un corpo nessuna traccia.
Arti, ciotole di sangue, rituali che affondano le radici in un continente pervaso di magia, superstizione, spiriti. Come Tokoloshe, un piccolo demone sussurrante, incubo ancestrale che racchiude in sé la carne stessa della terra d'Africa.
Medicina “muti” è quella in cui si sono imbattuti Flea e Jack e nelle cui spire si dibattono accompagnati dai loro demoni personali.
La terra martoriata di Mandela è nuovamente usurpata, questa volta nella sua stessa anima atavica, da chi, insospettabile fino alla fine del romanzo, la viola per puro mercimonio.
Mo Hayder confeziona un thriller colmo di suspence, un'immersione nell'abisso umano. Coperti solo da un millimetrico neoprene di lucida comprensione, veniamo trascinati lentamente in un blu sempre più parco di luce e colori, dove l'alto e il basso premono e si confondono lasciandoci senza assetto. Neanche una bolla raggiunge la superficie ormai lontana. Nell'attesa di raggiungere e riconoscere il fondo, i sensi vengono allertati da miriadi di ombre. Ogni bracciata, ogni respiro, sempre più stentati e pesanti. L'inganno che la ragione ci ha perpetrato sarà disciolto solo sul sabbioso fondale. Siamo nel Boesman's Hole con gli occhi finalmente aperti. Vicino a noi ad accompagnarci nella difficoltà della risalita Jack e Flea. Indimenticabile il primo, tornato con prepotenza nella penna e negli scritti della Hayder , dopo il successo di Birdman e Il Trattamento, nonostante dovesse essere lasciato in disparte per dare respiro alla nuova eroina : Flea Marley, a cui, senza tema di essere smentiti, crediamo si affezioneranno tutti i lettori, vecchi e nuovi.
L’Africa mi toccò l’animo già durante il volo: di lassù pareva un antico letto d’umanità. E a 4000 metri di altezza, seduto sulle nubi, mi pareva d’essere un seme portato dal vento. (Saul Bellow)
Articolo di Daniela "eccozucca" Contini
Dettagli del libro
- Mo Hayder
- Ritual
- Longanesi 2010
- collana La Gaja scienza
- traduzione di Adria Tissoni
- Pag. 416 - 18,60€
- rilegato
- Codice ISBN: 9788830426900
martedì 20 aprile 2010
Gli sbirri hanno sempre ragione - André Héléna
Non si farà più credere a nessuno che quando un detenuto arriva chiazzato di ecchimosi e con il viso sanguinante nel gabinetto del giudice istruttore, che il più delle volte guarda a ciò con indifferenza e accoglie sempre la spiegazione della polizia, che l'imputato, dico io, sia ogni volta caduto per le scale. No. Le randellate della polizia esistono. Io lo so. Ho visto detenuti arrivare in gabbia in uno stato tale chi il sorvegliante capo manifestava le sue riserve. Ho sentito uomini urlare sotto i colpi.
Con queste parole nel testo di sovraccoperta della seconda edizione (1952) André Héléna denuncia gli abusi di potere e i soprusi della Polizia francese, siamo negli anni 40-50, e rincara la dose aggiungendo “Perché in Inghilterra la polizia è unanimente rispettata? Per le ragioni diametralmente opposte che fanno sì che in Francia non ci fidiamo della nostra. Sarò sempre fiero di essere stato il primo, di tutta la stampa, a parlare liberamente e apertamente di questi abusi”. E' importante sapere ai fini della storia che in quegli anni, fino al 1969, il detenuto che usciva di prigione dopo aver scontato la pena, veniva punito anche con il divieto di soggiorno a Parigi e doveva portare con se un libretto antropometrico con i suoi dati anagrafici, impronte, foto, lunghezza e larghezza cranio, del dito medio e anulare sinistri, piede sinistro, orecchio destro. Marchiato a vita, se hai sbagliato una volta sei colpevole per sempre, se viene commesso un crimine come quello per cui sei stato in carcere, sei il primo che vengono a cercare, perché la polizia è abitudinaria. Lavora bene solo con chi conosce già, sei nella lista nera e non hai possibilità di uscirne. Ed è la cruda realtà con cui si troverà a fare i conti il nostro protagonista. Bob Renard dopo aver scontato una pena per furto, esce di prigione con la ferma intenzione di chiudere con il passato. Non è possibile vivere una vita ai margini della società. Sogna un lavoro una moglie dei figli, essere uno regolare. Ma il permesso di soggiorno è una spada di Damocle, trovare un lavoro in un'altra provincia non è facile per una persona pulita” figuriamoci per un ex detenuto e di lasciare Parigi non se ne parla. E' la sua città, meglio clandestino che altrove. Per sfuggire ai controlli vive prima in un bordello e intreccia una storia con una prostituta, poi si improvvisa gigolò ma alla fine la vita sembra riservargli finalmente qualcosa di buono, trova un lavoro onesto, una fidanzata, forse la normalità è possibile anche per un ex galeotto. Ma è un illusione ed è il primo lui a non crederci, sa come funziona e sa che a volte quel calcio nello stomaco che ti annienta arriva quando meno te lo aspetti. “La giustizia, a me che ero clandestino, proibiva tutto”
Se con Il Ricettatore mi aveva conquistata con Gli sbirri hanno sempre ragione, André Héléna mi ha fatto innamorare. Con un linguaggio duro e diretto, ci trascina in una storia torbida, nera e profonda come l'abisso, affonda la lama, fa male e lascia il segno. Pagina dopo pagina vediamo il nostro protagonista soffrire, gioire e disperarsi e la sua rabbia è la nostra, ed è quella che ci fa divorare questo libro senza un attimo di respiro fino ad un finale difficile da digerire. A mio avviso un capolavoro.
Nel 1949 (prima edizione), il libro, anche se esaurito rapidamente, non provocò nessuna reazione tra le alte sfere. Solo coloro che avevano fatto esperienza della Giustizia potevano credermi, perchè sapevano che niente di quella storia pietosa era inventato. Era un racconto genuino, crudo e distinto come un grido di rabbia. Gli altri erano indifferenti. E addirittura alcuni sbirri gridavano al bluff, ignorando forse di cosa sono capaci alcuni dei loro colleghi.
Articolo di Cristina "Cristing" Di Bonaventura
Dettagli del libro
- Titolo: Gli sbirri hanno sempre ragione
- Autore: Héléna André
- Traduttore: Anzivino B.
- Editore: Aìsara
- Collana: Narrativa
- Data di Pubblicazione: 2009
- ISBN: 8861040446
- ISBN-13: 9788861040441
- Reparto: Narrativa straniera
lunedì 19 aprile 2010
Banda Randagia – Vincenzo Pardini
La moglie del serpente Donata Amilcara Drusetti è nata per errore quinta di quattro fratelli. Bella sensuale intelligente, insegnante e giornalista. Schiva e introversa, con una rabbia innata “sentiva che in lei il desiderio di uccidere poteva affiorare d'improvviso: una necessità analoga a quella dell'orgasmo”. Vive con un boa di tre metri, non è difficile intuire il loro rapporto. Donata è una disadattata, alla ricerca di se stessa e di affermazione. Ha paura dei sentimenti perchè per lei equivalgono a schiavitù e sottomissione. Torbido e inquietante.
Banda Randagia Giovane operaio solitario, taciturno e impotente, Eldo Culmine trova per caso, nella cartiera dove lavora, una pistola. Può un tranquillo seppur introverso cittadino trasmosfarsi in un temuto serial killer? Si, basta iniziare a seguito di una provocazione e poi provare ad uccidere per uccidere. “Ebbe paura di se stesso come mai gli era accaduto. Non riusciva infatti a capire da dove gli scaturisse il desiderio di uccidere”. Eldo si sente un Dio, ha il potere di decidere delle vite degli altri, è furbo calcolatore e si crede al di sopra di ogni sospetto. Alla banda randagia di cani questo non interessa.
Ferrovia parallela Un viaggio nelle viscere della terra. Paesaggi surreali, persone che parlano lingue incomprensibili, un treno a carbone, notte, buio luce, neve, gallerie e discese interminabili. Il protagonista è in servizio scorta su questo treno, e forse non ne scenderà più.”Non ricordo da quanto sto viaggiando. Da questo treno non sono mai sceso. Nemmeno durante le brevi soste del giorno, ma di un giorno che è notte”.
Lo chiamavano orso Tre fratelli, Berto Aldo e Gigi vivono con le loro mogli, cognate che amabilmente si odiano, e i loro figli, cugini maschi e femmine che si sopportano, tutti nella stessa casa, ognuno il suo appartamento. Maschi con una passione “maschia”, la caccia al cinghiale. Egisto, il figlio unico di Gigi, invece di “maschio” ha poco, lui è omosessuale, è dovuto passare attraverso rapporti inconcludenti con qualche donna prima di accettare la sua vera natura “amare gli uomini era un istinto che lo dominava e non vi poteva rinunciare. Non sarebbe più stato lui”. E l'amore vero e travolgente arriva con Vittorio, gemelli nell'anima. Bella la loro storia d'amore nata in sordina per la solita paura di non essere accettati, in quanto “diversi”, dalla famiglia e dalla società, ma che lentamente li porta ad esporsi perchè il loro è un amore troppo profondo per non viverlo alla luce del sole. Mi ha fatto proprio arrabbiare il finale di questa storia, perchè a volte il destino è crudele e mette lo zampino proprio dove non dovrebbe.
La fucilata Protagonista Aladino, operaio, “non andava a caccia per passione, ma per ingannare i suoi malumori”. L'unico di sette figli ad essere rimasto ancora con gli anziani genitori, solo, senza un donna da amare, “da qualche tempo si sentiva avvolto da una tristezza che gli sembrava non tanto uscisse da lui, ma da quanto vedeva. Niente gli sembrava bello e limpido, nemmeno i giorni d'estate”. Spaccato di una vita di paese fatta di solitudine, desideri inesauditi e profonda malinconia.
Il coltellino Piccolo e tagliente viene trovato da un ragazzino nei cassetti di un antico canterano. “Oh perdinci era quello di tuo nonno. In du l'hai trovo? Tientene conto: un bel ricordo! Serviva per diversi lavori, affettarci il pane e il companatico o per ammazzare i sigari toscani” gli dice una sua parente centenaria. Lui, troppo giovane non sa neanche come usarlo fino a che non vede due vecchi in un bar lottare, coltello alla mano.
Il Roero Avvocato sulla sessantina, Quinzio dell'Orta, è depresso, soffre di malumori e vuoti di memoria, ha una moglie e un figlio che non provano grande interesse per lui. Si mette in viaggio in treno per andare dal suo analista in vacanza, perchè solamente parlare con lui lo fa sentire meglio. “Partì da solo una torrida mattina di luglio. Vedeva, tutto, come dietro uno schermo di gelo. Dentro gli si aprivano voragini dalle quali gli pareva di non poter riemergere”
Porto San Giorgio Neutro due, così si chiama il protagonista di questo racconto. Poliziotto irreprensibile come primo lavoro, “nel secondo lavoro doveva invece agire in incognito. Ben pagato e poteva soddisfare il suo gusto per quelle cose torbide che lo irretivano e lo tormentavano”. E' un sicario, questo è il suo secondo lavoro.
Sparatoria Una banda di slavi rapina banche e ville. Stupra e sevizia facendo man bassa di tutto e spezzando i crocefissi. Il marescaillo Vezio Delle Palme “non era tipo da lasciarsi intimorire. Ma questa nuova delinquenza lo preoccupava. Non rispettava i codici se la prendeva con la religione”. La guardia giurata Iacopo Bressardi, sorveglia una Banca, orfano, vive da solo fino a quando non incontra Adele, e se ne innamora. “Vivevano quella fase dell'amore dove il sogno predomina sulla realtà, e tutto sembra bello e raggiungibile”. Aspettano un figlio e sono prossimi alle vacanze. La banda è molto organizzata, Yuri il capo è spietato, furbo, cattivo nell'anima. Vezio si mette sulle loro tracce. Yuri decide di rapinare un altra banca. Quella banca.
Nove racconti in questa raccolta di Vincenzo Pardini, in cui le costanti sono amore e violenza. In maniera inversamente proporzionale, quasi che la mancanza di uno accentui all'inverosimile l'altra. Mi rimarranno nella memoria La moglie del serpente, Banda randagia, Lo chiamavano orso e Sparatoria. Nei primi tre Pardini mette a nudo l'anima dei tre personaggi. Donata con la sua incapacità di amare e la sua violenza “latente”, Eldo con la sua impossibilità di amare e una violenza interiore tale da renderlo un serial killer e Egisto con il suo amore profondo, rifugge la violenza e ne rimane vittima. Sparatoria è un racconto poliziesco, di quelli puri, con indagini, interrogatori buoni da una parte e cattivi dall'altra. E finale noir.
Lettura piacevole, scrittura diretta, chiara, coinvolgente. Alcuni dei racconti, come scritto prima sono veramente belli, altri non lasciano il segno, si leggono e si archiviano. L'unico che va al di la di ogni definizione, che si ama o si odia è Ferrovia parallela, snervante, irritante, sembra scritto da uno Stephen King con la luna storta. Voleva essere un complimento.
Articolo di Cristina "Cristing" Di Bonaventura
Dettagli del libro
- Autore/i: Vincenzo Pardini
- Editore: Fandango Libri
- Collana: Galleria Fandango
- Prezzo deastore.com (info) € 15.00
- Formato: Libro in brossura
- Data di pubblicazione: 2010
- ISBN: 8860441404
- ISBN 13: 9788860441409
venerdì 16 aprile 2010
Il quinto servitore - Kenneth Wishnia
Venerdì, quattordicesimo giorno di Nisan, 5352, o 27 marzo dell'anno cristiano 1592, nel sedicesimo anno di regno dell'imperatore Rodolfo II, possa accrescersi la sua gloria, è sorta una nuova persecuzione basata sull'antica menzogna, il temuto oltraggio del sangue
Praga, 1592, venerdì Santo, Gerte, la figlia del farmacista, una bambina cristiana, viene trovata dissanguata, con la gola tagliata, nel negozio dell' ebreo Felder che viene immediatamente arrestato perché “ogni anno gli ebrei ammazzano un cristiano per mescolarne il sangue al loro maledetto pane pasquale”. A quel tempo gli ebrei venivano considerati al pari degli stregoni e degli eretici, siamo nel periodo dell'inquisizione, della caccia alle streghe e la moglie e la figlia di Felder vengono accusate di stregoneria per aver inveito, a ragione, contro un gruppo di cristiani intenti a distruggere il negozio. Sarà il vescovo Stempfel, inquisitore, a prendersi “cura” di loro e a fare in modo che confessino.
Benyamin Ken-Akiva, è il quinto servitore del ghetto, è lui che all'alba bussa alle porte degli ebrei per richiamarli alla preghiera del mattino. Ed sempre lui che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il ritrovamento del corpo della bambina. Lo sceriffo Ziska è inflessibile di fronte alla colpevolezza di Felder, ma Benyamin non ci crede chiede tempo per scoprire chi è l'omicida e riuscirà ad ottenere solo tre miseri giorni per scoprire la verità, solo tre giorni altrimenti il ghetto sarà messo a ferro e fuoco e ci sarà una strage.
Lui che è nuovo del ghetto, arrivato da poco dalla Polonia, lui che viene ancora considerato un estraneo, lui che non si è inserito ancora nella comunita, proprio lui deve riuscire a scoprire la verità.
Una bella responsabilità “Chi salva una vita, salva il mondo” e qui c'è in ballo la vita del ghetto stesso.Chiede aiuto al Rabbi Low, e inizieranno ad indagare come Holmes e Watson nel tentativo di far cadere le accuse nei confronti di Felder e del popolo ebraico tutto.
“Se soltanto un numero di persone privilegiate indossasse i panni di qualcun altro, anche solo per un ora, o si mettesse il segno di riconoscimento per vedere che effetto fa essere ebrei per un giorno, il mondo sarebbe un posto migliore”
"Il quinto servitore" è un libro storico, protagonista è il popolo ebreo di Praga del 1500. La componente “gialla” c'è ma passa in secondo piano, non freintendetemi, vogliamo sapere chi ha ucciso la bambina e perchè, ma veniamo rapiti e letteralmente trascinati in un epoca che ringrazio Dio di non aver vissuto. Mi sono trovata spesso a sorridere e scuotere la testa di fronte alle stupide dicerie e superstizioni .“Il vescovo Stempfel allungò una mano verso il calice di vino, ma la ritrasse subito con orrore.Una mosca gli stava ronzando intorno. Si fece rapidamente il segno della croce e rovesciò il vino sul pavimento. Il diavolo è estremamente astuto, ma non certo un degno avversario per un uomo di fede con l'occhio attento, capace di fiutare il peccato”.
Ridicolo.
Kenneth Wishnia descrive con grande maestria la vita del ghetto, i personaggi sono bellissimi, la cena nella casa del Rabbi Low è fantastica, le case, i vicoli, i negozi, gli abiti, il cimitero con le lapidi appoggiate l'una all'altra perchè lo spazio concesso era poco; descrizioni così minuziose e accurate le ho trovate solo nei libri di Calebb Carr (sebbene ambientati in epoca diversa).
Quello che mi ha affascinato di più sono stati i dialoghi. Profondi e grondanti saggezza. Non è una lettura leggera, non è per chi tende a distrarsi, questo libro va letto con impegno per restarne coinvolti; i continui riferimenti al Talmud, la Torah e la Qabbaláh non facilitano le cose ma sono assolutamente necessari, per entrare nel mondo ebraico e nel loro modo di pensare.
Ho imparato molte cose da questo libro e ha soddisfatto la curiosità che ho sempre nutrito nei confronti della religione ebraica. Consiglio questa lettura agli amanti del libro storico e in più in generale a tutti coloro che hanno fame di sapere e conoscere e non si fermano alle apparenze e ai “sentito dire”.
STORIA DEL GHETTO
Lo Josefov è il quartiere ebraico di Praga nato inizialmente vicino al Castello, poi trasferitosi nel XII secolo nei pressi della Piazza della Città Vecchia. Migliaia di ebrei in 93.000 metri quadrati circondati da mura e costretti ad indossare un cerchio giallo appuntato sulla giacca o un cappello dello stesso colore che li identificasse come ebrei e senza i quali non potevano uscire dal ghetto. Viuzze e vicoli pieni di attività commerciali, esseri umani stipati nelle loro case, rinchiusi, defraudati del bene più prezioso, la libertà. Le discriminazioni iniziarono a diminuire dal 1592, grazie all' intervento del Rabbino Low (che ritroviamo nel libro) e alla sua influenza su Rodolfo II (anche lui nel libro). Nel 1850 il ghetto entra a far parte delle città autonome che formano Praga, con la dicitura Josefov, Josefstadt in tedesco in onore dell'imperatore Giuseppe II che a partire del 1784 aveva attuato una politica di riduzione delle discriminazioni. Nel 1893 subì una profonda ristrutturazione, poi arrivò il nazismo e i 77.279 ebrei cechi e moldavi di Josefov furono deportati e sterminati nei campi di concentramento. La pagina più vergognosa della storia.
Dettagli del libro
- Autore: Wishnia Kenneth
- Editore: Longanesi
- Genere: letterature straniere: testi
- Collana: La Gaja scienza
- ISBN: 8830427063
- ISBN-13: 9788830427068
- Data pubbl.: 25 marzo '10
- Prezzo: 19,60 €
giovedì 15 aprile 2010
La Strada - Cormac McCarthy
Immaginatevi un mondo orribilmente mutilato, niente piu’ vita ma solamente i rimasugli di tempi vissuti ormai lontani ricordi. Colori, movimento, calore, rumori lasciano spazio a grigiore, immobilità, gelido e silenzio nemico. Pensate a un enorme, sconfinato campo di concentramento fantasma disseminato di cenere, polvere, muffa, morte desolante accompagnata da una puzza nauseante del nulla circostante. Un uomo, un tempo marito, un papà, un tempo felice e spensierato. Un bambino, un figlio che si pensava potesse avere un percorso di crescita ben diverso. I due camminano, camminano con il loro carrello con un telone di plastica e una pistola (è tutto cio’ che è rimasto loro), non fanno altro che camminare alla ricerca della salvezza, che si pensa di trovare lungo la costa, dove si corre dietro alla chimera di una civiltà ancora esistente. Insieme, legati fisicamente, ossessionatamente bisognosi l’uno dell’altro attraverso contatti fisici pressoché continui: carezze, abbracci, tenersi per mano, si ricerca una protezione reciproca senza sosta, per difendersi da un mondo che divora ogni cosa.
In mezzo a abitazioni abbandonate, fatiscenti, ponti abbattuti, alberi inceneriti, spezzati, abbattuti. Spinti da chissà quale forza ancora esistente quando nulla c’e’ piu’, sospinti da chissà quale passato che li proietta in un futuro già scritto, senza speranza. L’orizzonte verso il quale si dirigono è nebuloso, anzi nero, nerissimo, privo di una qualsiasi parvenza di riconoscibilità, senza contorni, orfano di identità. La fame e la ricerca ossessiva di cibo che debilita e infervora, il freddo che non dà tregua e guida le pulsazioni emotive e imprevedibili dell’uomo, la sensazione di inguaribile instabilità che rende pazzi, i minuti che passano che non fanno altro che accelerare la propria morte, un’improvvisa speranza che illumina un momento e l’istante dopo è già scomparsa. E’ un libro che si gioca su due metà campo: estremamente duro e cinico ma anche commovente e dolce sotto il punto di vista dei rapporti affettivi, in apparenza (e solo in apparenza) senza speranza , dai contorni assai cupi ma non irreversibili, il tutto addomesticato da una penna di insaziabile voracità descrittiva ed espressiva.
Non esiste caratterizzazione temporale, infatti non si sa che in anno, mese, giorno siamo. E neanche un’inquadratura spaziale, perché non ci dice in alcun modo dove siamo. Tutto è rigorosamente anonimo e appositamente indefinito, come l’identità dei personaggi, che non hanno un nome, destinati semplicemente ad appellativi come “uomo” e “bambino”, che raggiungono il massimo grado di familiarità per il lettore quando diventano “papà” e “figlio” o “amore” o “tesoro”.
La struttura del libro, privo della classica distribuzione in capitoli, caratterizzata da paragrafi brevissimi per dare ritmo, serratezza alla lettura, già richiama il lettore a un’attenzione particolare da dedicare al susseguirsi dei vari momenti narrati. Perché perdersi anche una semplice frase, in McCarthy, significa perdersi un pezzo di puzzle importante, che lascia incompiuto un passaggio, e significa farsi sfuggire qualcosa di significativo.
Gli aggettivi nel delineare i vari momenti che si rincorrono nella storia e nella descrizione dell’ambientazione, sembrano aderire perfettamente anche alla condizione umana che è desolante, tetra, piovigginosa, deformante, marcia, cascante, putrida, sporca. E i colori, su cui McCarthy insiste, fungono da perfetto misuratore del vissuto: cenere, carbone, nebbia, nero che brutalizzano l’esistenza, con qua e là rari flash di tonalità piu’ sgargiante che richiamano a una possibile rinascita, un ritorno al vivere. Il rosso della mela, l’azzurro del cielo, la luminosità della luce sono flash destinati a sfuggire immediatamente alla presa dei personaggi. Attimi di cecità, nei quali si rivede una via di fuga che ridà speranza a cuori in agonia ma che in realtà già un attimo dopo è una porta ermeticamente chiusa. Speranza, disillusione, speranza, disillusione. Un’altalena cinica, implicabile, che dondola quasi compiaciuta alla faccia dell’essere umano.
Il silenzio di questo libro è assordante, fatto di respiri affannosi per i quali non si sa mai se ci sarà un sospiro di sollievo finale, scrosci d’acqua, soffi di vento, scricchiolii, rumore delle foglie che volano, sussurro di polvere che viene alzata dal vento e immediatamente si riposiziona coprendo tutto, rumori sordi delle tracce segnate sul terreno che testimoniano ancora un disperato tentativo di sopravvivenza. Ogni singolo rumore nell’immobilità sospesa è al tempo stesso un’allarme da decifrare al piu’ presto , in perenne angoscia perché potenziale minaccia imminente per la propria incolumità, ma anche una sorta di speranza a cui ci si aggrappa con tutte le proprie forze per cercare di spostare almeno un po’ in là nel tempo l’appuntamento con il proprio annientamento definitivo.
Le barriere dei propri anticorpi si abbassano fino a quasi scomparire, a piegarsi a un nemico troppo forte. L’amore è l’ultimo baluardo, ultima roccaforte difensiva che sembra fronteggiare l’ignoto.
E’ la voce del bambino, la sua innocenza nel fare le domande piu’ spinose, piu’ spigolose, piu’ imbarazzanti al suo papà, a dare un senso di speranza a chi legge. E’ tipico dei bambini porre domande dirette e per questo motivo delle volte brutali. Il padre in questo caso è chiamato a una scelta: illuderlo per proteggerlo o essere sincero per rendere suo figlio consapevole e permettergli di crescere? E questo continuo botta e risposta, di domande e risposte secche e brevi, contribuiscono a accelerare il tempo che li separa da una morte pressoché certa. E’ frustrante, frenetico, ai limiti dell’isteria. Un movimento quasi da flipper, che fa venire una sorta di mal di mare.
Quando leggi Cormac McCarthy è come sentire i rumori che descrive sfondare i timpani, percorrere la propria pelle al tatto, è assorbire una sua descrizione paesaggistica come se fossi tu a vedere coi tuoi occhi o ad ammirare una fotografia nitidissima, sentire i profumi, gli odori, le puzze che passano attraverso aggettivi come sporco,rifiuto, muffa, sudore, bruciato, ascoltare ogni cosa senza il rischio di perdersi qualcosa. Perché fa vivere il lettore nella propria storia, lo catapulta fisicamente nelle sue parole, nelle situazioni che crea, negli eventi. E ci si sente scombussolati, quasi in soggezione, quasi fuori luogo, imbarazzati, impotenti di fronte a tanta potenza espressiva-distruttiva cosi’ nitidamente “in presa diretta”. Le sue parole entrano in chi legge come una forza incontrollabile, ingestibile, inaspettata, esplosiva, suggestionabile. Sembra quasi che esploda il cuore quando deve accogliere il sentimento che nasce dalle parole di questo straordinario scrittore senza età. Sembra quasi morire insieme alle sofferenze che i personaggio patiscono. Ci si sente nudi, indifesi, disposti a subire tutto dalla sua penna. Ci si affida completamente, ci si vende (o ci si dona), perché senza che lui neanche te lo chieda sei già suo, si chiede di essere violentati dal suo ossessivo attaccamento a una scrittura viva e profonda. Lui è Cormac McCarthy e la sua “strada” è la migliore delle strade di lettura possibili.
Articolo di Matteo "Andriy" Spinelli
Dettagli del libro
- Autore: McCarthy Cormac
- Editore: Einaudi
- Genere: letterature straniere: testi
- Traduttore: Testa M.
- Pagine: 218
- ISBN: 8806185829
- ISBN-13: 9788806185824
- Data pubbl.: 2007
mercoledì 14 aprile 2010
Ucciderò Mefisto - Valter Binaghi
Una volta il mondo non era fatto di cose, ma di parole. Gli antichi ascoltavano il vento, guardavano le figure nel volo degli ucceli, ed erano parole di Dio. E' perchè avevano il cuore puro. Dopo, tutto si è confuso, le cose hanno smesso di parlare e gli uomini hanno cominicato a misurarle. Ma qualcosa è rimasto. Ognuno ha diritto al suo angelo. Ognuno ha il proprio angelo in questo mondo, purchè sappia riconoscerlo. Ma il mondo è diventato un casino, la gente anziché incontrarsi sbatte contro i muri come fosse ubriaca.
La poesia e la veridicità di queste parole hanno un impatto fortissimo. Tutte e 118 pagine di questa storia hanno un impatto fortissimo. La storia potrebbe sembrare semplice, Fausto Blangè docente universatario e scrittore uccide il suo analista, Dott. Collinaro, gli spara in pieno volto, confessa, è colpevole. Caso chiuso. E in realtà è così ma il Commissario Leonetti vuole sapere perchè una persona rispettabile ad un certo punto della sua vita diventa un omicida, cosa lo ha portato a questo? “ Ho pensato a Margherita, Noi ci siamo riconosciuti, ma poi qualcosa ha spezzato il cerchio, e adesso la mia vita è finita. …. Ma bisogna togliere i veleni dal mondo, tutta la musica cattiva, quella che confonde le anime, e anche io devo fare la mia parte. Ucciderò Mefisto e questo è quanto”. Fausto e Margherita.
Una storia d'amore con A maiuscola punto di riferimento uno dell'altra. Indissolubili, affiatati, persi e inebriati di quell'amore che forse, se si è fortunati, si può incontrare una volta nella vita, il loro matrimonio è un esempio per tutti. Fausto, finalmente, raggiunge il successo e la sua vita cambia, interviste, presentazione in giro per l'Italia, talk show, il sogno di una vita che si avvera, Fausto spicca il volo.
Margherita crea scatole in legno è un artista, vita semplice, donna semplice, serena tranquilla, socievole e sorridente, ma lei resta a terra. Lui ha tutto, è emerso dall'oblio, ora è conosciuto è un autore di successo, ha la promoter che lo lancia in orbita, la produttrice televisiva che gli ha procura il ruolo di opinionista televisivo, e un amante. Lei, Margherita ha solo lui.
Fausto sta a come Faust, come il Dott. Collinaro sta a Mefisto?
E Margherita?
E' il prezzo da pagare?
La storia d'amore è solo una delle chiavi di lettura di questo libro, un'altra è la fretta e l'urgenza con cui viviamo senza fermarci ad osservare un attimo di più quello che ci circonda e soprattutto chi ci circonda. Andiamo troppo velocemente e le immagini di quello che vediamo scorrono come dal finestrino di un treno in corsa. Ma quella che ci colpisce di più la leggiamo nelle risposte della promoter di Fausto durante l'interrogatorio. Aperta critica al mondo dell'editoria. Libri di autori sconosciuti che vengono lasciati a prendere polvere, mentre si lanciano a razzo “ciofeghe” (passatemi il termine) solo perchè l'autore è famoso, magari un ex calciatore o una velina o il colpevole/vittima di un fattaccio di cronaca.
Si crea il personaggio o si pompa il caso, si creano fan club su facebook, sempre che ne valga la pena è ovvio, ci deve essere un ritorno economico o di favori. I riferimenti che vengono fatti a Gomorra, a Faletti, a Cogne, a Fabrizio Corona rendono forse più chiara l'idea di quello che sto dicendo. Non è l'uovo di Colombo, ma messo così nero su bianco fa un certo effetto.
Tutto questo in 118 pagine di un libro bello, intenso, profondo, scritto bene dal ritmo scorrevole e incalzante. Non c'è nulla che non vada in questa storia, non c'è una nota stonata. E' una piccola perla perfetta. I dialoghi sono chiari diretti e i personaggi ben caratterizzati tutti, anche quelli secondari. Ma i momenti di assoluta poesia, li leggiamo nelle pagine in cui Fausto “ricorda” Margherita.
Le ultime pagine mi hanno veramente commossa, Valter Binaghi mi ha sfiorato il cuore, facendomi provare una infinita tenerezza.
Valter Binaghi è nato nel 1957 in provincia di Milano. Si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo” e curando per Arcana alcuni volumi dedicati alla musica pop (Pink Floyd, 1978; Lou Reed, 1979; Punk, 1978; Eroi e canaglie della musica pop, 1979). Ha pubblicato i romanzi: L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon (Mursia, 1999), Robinia Blues (Dario Flaccovio, 2004), La porta degli Innocenti (Dario Flaccovio, 2005), I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007), Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008).
Articolo di Cristina "cristing" Di Bonaventura
Dettagli del libro
- Autore: Binaghi Valter
- Editore: Perdisa Pop
- Genere: letteratura italiana: testi
- Collana: Babelesuite
- ISBN: 8883724836
- ISBN-13: 9788883724831
- Data pubbl.: 2010
La ballata di Jolie Blon – James Lee Burke
“Sono cresciuto negli anni Quaranta, a New Iberia, giù lungo la costa del Golfo, e non ho mai messo in dubbio il modo in cui funzionava il mondo.”
Quante volte vi è capitato di finire un libro, chiuderlo e sospirare per la consapevolezza e il piacere di aver letto qualcosa di splendido e al tempo stesso provare dispiacere per averlo finito?
A me è successo con La ballata di Jolie Blon, un capolavoro firmato da un maestro del noir, James Lee Burke.
New Iberia, Louisiana. Una terra magica e aspra, bellissima e crudele. Una terra dove si respira ancora l’odio razziale, dove il male sembra aggirarsi indisturbato per le strade, dove la violenza dimora dentro la pelle delle persone come un verme.
E’ proprio qui che Amanda Boudreau, una studentessa di sedici anni viene legata ad un albero, violentata e poi uccisa a colpi di fucile. Le prove ritrovate sulla scena del crimine sembrano incolpare Tee Bobby Hulin, musicista blues e tossicodipendente. Due settimane dopo, il cadavere di Linda Zeroski una prostituta tossicodipendente, viene ritrovato nei pressi del bayou Benoit. La donna è legata ad una sedia ed è stata picchiata violentemente al volto.
Dave Robicheaux, il detective che segue le indagini non sembra convinto della colpevolezza di Tee Bobby e insieme alla collega Helen Soileau e all’amico Clete Purcel cercherà la soluzione ritrovandosi coinvolto in storie torbide e rievocando un passato che sa di piantagioni, di schiavitù, di schiene spezzate e mani sanguinanti.
Robicheaux è un detective che non segue regole, se non le sue. E’ un personaggio complesso, un violento, un ex alcolizzato. Reduce del Vietnam, con ferite ancora aperte nell’anima che spesso sfociano in gesti rabbiosi e feroci.
“Non mi ero mai sentito così solo in vita mia. Ancora una volta bruciavo dal desiderio quasi sessuale di richiudere le dita attorno al calcio di una pistola pesante, di grosso calibro, di sentire l’odore acre della cordite, di liberarmi da tutte le responsabilità che soffocavano la mia vita togliendomi il respiro dai polmoni. E poi capii che cosa dovevo fare.”
Burke ha saputo dar vita in questa storia a personaggi affascinati, complessi, tormentati. Ha saputo descrivere una realtà, quella della Louisiana, dove i conflitti razziali, gli abusi sessuali, la prostituzione e la tossicodipendenza non riescono comunque ad oscurare la bellezza e il fascino di un territorio da lui tanto amato. E’ così bravo nel descriverlo che mentre leggevo riuscivo a vedere i bayou, le case coloniali, il cielo attraversato da stormi di aironi. Ho avvertito sulla mia pelle l’umidità delle paludi e gli odori pungenti dei bordelli e dei locali frequentati dai personaggi del libro.
“…sulla East Maine, nel chiarore illusorio dell’alba, l’aria era carica del profumo dei fiori notturni e dei licheni che crescevano sulla pietra umida, e dell’odore fecondo del bayou Teche.”
Ha uno stile unico, oserei dire superbo, da considerarsi un “classico senza tempo”, in grado di rapire il lettore dalla prima all’ultima pagina.
La sorpresa più piacevole però è stata scoprire che Burke ha scritto qualcosa come una ventina d libri con protagonista il detective Dave Robicheaux e qualcosa mi dice che comincerò a cercarli tutti!
Articolo di Marianna "Mari" De Rossi
Dettagli del libro
- Titolo La ballata di Jolie Blon
- Autore Burke James L.
- Prezzo € 16,00
- Prezzi in altre valute
- Dati 2009, 351 p., brossura
- Traduttore Curtoni M.; Parolini M.
- Editore Meridiano Zero (collana Meridianonero)
martedì 13 aprile 2010
Repetita - Marilù Oliva
«Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis»
La Storia insegna. Ammonisce. Ricorda. Dall'alba dell'esistenza umana essa è la nostra memoria, testimone tacita, troppo spesso faziosa, di ogni gesto, di ogni passo che dall'antro buio di una caverna ci ha portato sul gradino di uno shuttle in partenza per la luna. E' il disegno colorato, tridimensionale, della nostra elica ritorta. Una sequenza ciclica di proteinici racconti che tornano, ripetendosi, a mostrare una creatura segnata, dipendente, dal male.
Di questo è convinto il nostro Lorenzo Cerè, più che un appassionato della storia, un amante devotamente recalcitrante.
Vi trova sollievo e nello stesso tempo la devastante conferma dell'ineluttabilità della prevaricazione di Caino.
Lo conforta quest'immersione nel passato mentre ripercorre la via della sofferenza che è stata la sua infanzia. Una stagione umana che dovrebbe corrispondere ad un Illuminismo o ad un Rinascimento, dove ogni afflato, ogni vibrazione, ogni emozione, ogni forma di arte, del bello, della ragione o dell'immaginifico dovrebbe essere enfatizzata e sospinta da amorevoli mani fino al traguardo prossimo della maturazione dell'anima.
Il suo invece è stato, ed è ancora adesso che lo incatena a se, un oscuro Medioevo. In balia di una madre abulica, assente, del fantasma d'amore di un padre perduto, di un patrigno meschino ed ignobile.
Quest'oscurantismo dello spirito è cosi radicato ed abissale da provocargli un'impietosa, incessante cefalea fisica, un terrore psichico per ogni forma di lordura, una necessità tessutale di riequilibrio dei torti subiti ed un'impossibilità neurale di affezione al prossimo, sopratutto se del sesso opposto.
Una “cuccagna” per ogni psichiatra. Ma ben dodici di questi luminari della mente non riescono a coglierne né l'importanza né la pericolosità. Sarà la tredicesima, Marcella Malaspina, a cogliere , tra i frammenti del molto non detto e del poco raccontato, le avvisaglie dell'esatta ubicazione dei semi del disagio e della follia. La dottoressa Malaspina : una donna fuori dagli schemi, di una dolcezza irruente ed un intelletto tagliente.
Una donna, l'unica, che provoca in Lorenzo una carica emotiva, quasi empatica, uno sconvolgimento tellurico dell'anima e, per la prima volta, una speranza di una vita migliore, normale.
Lorenzo, il bambino solitario, oltraggiato, il ragazzo consumato dagli altrui scherni ed abusi, l'uomo deluso e raggirato da soggetti privi di alcun senso di comprensione, di pudore, di onestà.
Lorenzo, per cui le donne sono meri “contenitori di respiri”, che prima di assaporare il respiro di vodka alla fragola tra le succose labbra della Malaspina, non ha mai voluto, travolto da un disgusto di sé, neanche rischiare di baciare una donna.
Lorenzo che ripaga con torture da contrappasso gli aguzzini della sua dignità, uccidendoli con metodo, in una fredda, posticipata e perciò scevra di possibili sospetti, vendetta.
Ora intravede una possibile inversione di rotta. Sogna addirittura. Un possibile futuro in cui è la normalità e qualcosa che somiglia molto all'amore a scandire i giorni, a scriverne il divenire.
Forse è proprio questa “distrazione” che gli sfuma i bordi della percezione e lo rende, per una volta, meno prudente, più preoccupato di alienarsi qualsiasi sospetto. Che gli toglie tutti i veli e come Salomè lo lascia nudo davanti agli occhi di caffè della sua dottoressa. Che gli presenta il conto della storia, la sua.
Può sembrare strano, forse, provare empatia e anche una sorta di giustificazione per Lorenzo. Ma è quello che accade mentre lo accompagniamo negli abissi della solitudine e degli abusi ricevuti, in quelli che riversa verso quelli che ritiene colpevoli di torti . Quasi si spera che ce la faccia, a cambiar rotta, ad innamorarsi, a lasciare le spoglie del killer giustiziere e ritrovare il se stesso bambino . Con le sue biglie smarrite. Abbracciato ad una cascata di capelli ribelli ed una voce come un canto di bambina.
Questo è quello che accade, mentre la Storia si siede accanto a te e racconta con immagini di inchiostro colme di pathos scaturite dalla penna di una brava, bravissima Marilù Oliva, una storia nera . Da ripetere e ripetere. Senza paura di stancarsi mai..
Articolo di Daniela "eccozucca" Contini
Dettagli del libro
- * Autore: Oliva Marilù
- * Editore: Perdisa Pop
- * Genere: letteratura italiana: testi
- * Collana: Walkie Talkie
- * ISBN: 8883724720
- * ISBN-13: 9788883724725
- * Data pubblicazione: 2009
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