sabato 31 ottobre 2009

The Cat Trap - Brian Freeman - Racconto in Esclusiva !!!

TRAPPOLA PER GATTI

Di Brian Freeman





Joachim Mauss si chinò sulla tela con la lama di un rasoio stretta fra il dito indice e il pollice. Una lente monoculare posata su un florido zigomo ingrandiva l’area dove stava lavorando. Grattò con delicatezza, usando la punta della lama per piazzare ciascuna goccia della sua pittura speciale, sollevando il liquido come se fossero state lacrime e disponendole secondo uno schema preciso.

Era particolarmente appassionato di cerchi. Ognuno doveva essere perfetto, i suoi punti dovevano essere della misura esatta, la sua circonferenza geometricamente livellata. Se faceva un errore, poi puliva meticolosamente la macchia e ricominciava da capo. Era un lavoro lento e sporco. Indossava un grembiule bianco per proteggere gli abiti dagli schizzi, aveva una maschera sul viso, e una cuffia di plastica che gli copriva la testa. Sembrava un chirurgo, vestito in quel modo. Solo le mani erano nude. Aveva provato a lavorare coi guanti, ma non aveva il controllo necessario con una barriera di lattice fra lui e la lama. Doveva trovarsi vicino alla tela, in modo da estrarne la vita, come se stesse facendoci l'amore. Non c'era niente di meglio della pelle contro pelle in quel tipo di lavoro.

Dipingeva in silenzio, tranne che per il ticchettio dell'orologio in ottone di sua madre che regolava il ritmo del suo lavoro come un metronomo. Non faceva attenzione al tempo, comunque. Le sue creazioni non potevano essere realizzate in fretta. Spesso lavorava a notte fonda e poi dormiva durante la giornata. Il giorno significava gente, rumore, e distrazione. Per realizzare quello che stava facendo, Joachim aveva bisogno di una bolla di concentrazione che si poteva infrangere facilmente, e una volta infranta, doveva sprecare lunghi minuti per riottenerla.

Come ora.

Joachim arretrò spaventato da un rumore improvviso proveniente dalla finestra dietro di lui. A causa di quel rumore inaspettato fece una sbavatura sulla tela, ed imprecò infastidito. Sobbalzò. La finestra del seminterrato era coperta da una tenda spessa, con cautela scostò un lembo del tessuto e sbirciò fuori. Lo studio nel seminterrato si affacciava su un pozzo quadrato di cemento dove una scala di ferro scendeva dal vicolo e dove i passanti gettavano bottiglie e immondizia. Era una notte d'inverno; la neve si era accumulata sul davanzale. Strizzò gli occhi ma non vide nulla. Quando il rumore non si ripeté, si preparò a tornare al lavoro, ma in quel momento trasalì nuovamente sentendo un miagolio gutturale.

Qualcosa di piccolo, bagnato, e scuro saltò dal vicolo giù sul davanzale e lo fissò con occhi giallo-verdi.

Un gatto.

Joachim detestava i gatti. Odiava i loro modi solenni e furtivi. Quando era bambino, sua madre aveva posseduto un gatto che lo aveva graffiato quando lo prendeva in braccio, e lui si era succhiato il sangue dalla faccia e aveva nutrito astio verso quella cosa rognosa. Gli anni non avevano fatto nulla per diminuire la sua rabbia infantile. Quando vedeva dei randagi nel parco, diventava furibondo di fronte ai loro sguardi di ghiaccio. Si sentiva come se lo stessero guardando e seguendo.

“Vattene!” gridò, battendo sulla finestra con tale forza da temere che il vetro sarebbe andato in frantumi. Era una cosa sciocca da fare, ma non riusciva a contenere l'agitazione. Il gatto sul davanzale non scappò né mostrò alcuna paura. Saltò con nonchalance dal davanzale sul pavimento di pietra e salì con passo felpato i gradini di ferro tornando sulla strada. Joachim vide il gatto voltare il capo per guardarlo con occhi velenosi prima di scomparire.

Scostandosi dalla finestra, Joachim contemplò il pasticcio che aveva fatto coi colpi vaganti della lama. Un'intera sezione di tela, almeno quattro centimetri quadrati, avrebbe dovuto esser ripulita attentamente e rifatta. Erano andate a monte due ore di lavoro come minimo. Le mani gli tremavano di rabbia. Guardò l'orologio della madre e vide che erano quasi le tre del mattino, sapeva che non sarebbe stato in grado di concentrarsi di nuovo prima che facesse giorno. Non c'era molto di più che potesse fare. Il gatto aveva sabotato la sua magnifica opera.

Joachim si tolse con cura grembiule, cuffia e maschera, che ora erano tutti schizzati, e non più bianchi. Li appese a un filo sopra un telone di plastica impermeabile. La plastica era stesa anche sotto la tela, altrettanto macchiata. Piegò la testa, guardando la tela e l'opera che aveva compiuto fino ad allora, poi spense la luce e salì furtivamente i gradini di legno fino al piano di sopra, dove c'era la sua camera da letto.

Si spogliò e si preparò per andare a dormire. Le tende nella sua minuscola camera erano spesse come quelle della stanza di sotto, perché molte volte stava a letto durante il giorno. Era sdraiato sulla coperta, che era ruvida sulla sua pelle e puzzava di muffa. Aveva gli occhi spalancati, fissi nel buio. Di solito gli sembrava che, se teneva gli occhi aperti, poi si sarebbero finalmente chiusi spontaneamente, e lui si sarebbe rilassato nel sonno. Amava quella sensazione, quando finalmente il suo corpo si liberava della tensione che rendeva i suoi muscoli così tesi durante le ore di veglia. Quando alla fine la sua mente iniziò a mollare la presa sulla realtà, chiuse gli occhi e sorrise, ma si svegliò di colpo sentendo di nuovo un rumore graffiante, frusciante e fastidioso alla finestra.

Joachim tirò indietro la tenda per vedere cosa lo aveva disturbato.

Vide gli stessi occhi giallo-verdi. Il gatto era tornato.



* cf *



Era un gatto di strada, gelido e calmo, un predatore. Aveva il pelo ispido e corto, a chiazze nere e arancioni, con una striatura nera sulla bocca simile a dei baffi storti. Vide dei buchi logori nella sua pelliccia. Un orecchio era mozzato, come se fosse stato morsicato durante una lotta. I suoi baffi erano innaturalmente lunghi, simili a robuste setole di una spazzola per capelli.

Il gatto sedeva sui suoi lombi magri, fissando Joachim, con le zampe ordinatamente accostate. Poiché erano separati dal vetro, non erano lontani più di quindici centimetri, occhi negli occhi. Il gatto lo guardava con tale calcolata freddezza che egli si sentì come se avesse avuto di nuovo sei anni, arrabbiato ed impaurito, col sangue sulle dita. A Joachim non piaceva quella sensazione di impotenza. Durante la sua vita molte donne lo avevano fatto sentire così. Sua madre. Le sue insegnanti. Le ragazze a scuola. Esse lo avevano tiranneggiato dominandolo e lo avevano fatto sentire intimorito e impotente.

Joachim non era alto. Altri uomini erano più alti, più robusti e più forti. Lui aveva lineamenti sottili, femminei e una pelle rovinata. Aveva mani delicate, così utili per il suo lavoro, ma non erano mani dai pugni potenti. I capelli erano biondi come la paglia. Talvolta pensava di esser nato donna egli stesso, poiché era un uomo così miserabile.

Era come se il gatto sapesse tutto ciò. Il gatto poteva vedere i suoi fallimenti. Quando Joachim gridò di nuovo e colpì il vetro freddo con una mano, il gatto non reagì. Desiderò poter aprire la finestra e tirar dentro quella cosa bestiale, ma aveva timore dei suoi denti e dei suoi artigli. Lasciò cadere la tenda e rimase a cuocere nella sua vigliaccheria.

Joachim si stese a letto, ma sentiva la presenza del gatto attraverso la tenda pesante. Non si addormentò. Dopo un'ora passata a rigirarsi, si sedette, col bisogno di sapere se il suo tormentatore era ancora lì. Tirò indietro un pelo la tenda con dita esitanti. In cielo, poteva vedere il bagliore rosa dell'alba di quel giorno di gennaio. Sul vetro si erano formati cristalli di ghiaccio.

Emise un grande sospiro di sollievo. Il gatto se ne era andato.




* cf *



Joachim si sentiva sotto pressione man mano che si avvicinava alla fine di ogni creazione. Più tempo trascorreva nell’aria viziata dell'appartamento, più l’umidità e il colore sulla tela cambiavano. Il tempismo era tutto. Se avesse completato l’opera troppo in fretta, il risultato non sarebbe stato all’altezza dei suoi standard. Ma se avesse aspettato troppo, la freschezza e le tinte si sarebbero rovinate. Il suo primo lavoro era stato sciatto poiché ne stava ancora apprendendo l’arte, ma ora tela dopo tela stava diventando sempre più esperto. Sapeva esattamente cosa doveva esser fatto e quando farlo. Il giorno seguente rimase sveglio quasi ventiquattr’ore, in modo da poter terminare il lavoro al momento ideale.

Il suo ottavo grandioso dipinto in un anno!

Sedette su una sedia di legno nello studio al piano di sotto ed esaminò i risultati della sua fatica con soddisfazione. Nessuno più di Joachim era critico nei confronti del suo stesso lavoro, ma non vide difetti. Perfino la zona dove aveva fatto un pasticcio per colpa del gatto ora era perfettamente sistemata. Usando il monocolo per ingrandire il lavoro, riesaminò ogni cerchio, ogni goccia, ogni linea, e ne valutò disposizione, rotondità, raddrizzamento e misura. Era soddisfatto.

Tutto ciò che rimaneva da fare era preparare la tela per l’esposizione pubblica. Joachim salì dallo studio in cucina, e mentre era lì, si accorse di essere affamato. Si diede il tempo di farsi un panino e bere una birra. Era più rilassato di quanto fosse mai stato da giorni e giorni. Sapeva che l’indomani sarebbe stato di nuovo nervoso mentre aspettava le recensioni. I grandi artisti erano spesso incompresi, ma Joachim non poteva resistere alla tentazione di leggere ciò che dicevano della sua opera, ed era ossessionato dalla ferocia dimostrata da qualche stupido. Grottesco, aveva detto una donna. Disgustoso, un’altra. Come se pensassero di poter fare di meglio. Comunque le loro parole non lo dissuadevano. Le critiche lo portavano a lavorare meglio a ogni tela.

Era ora di tornare di sotto e farla finita.

Esitava sempre a questo punto, quando bisognava fare il lavoro duro. Ecco perché rimandava mangiando e bevendo. Odiava sapere che, la volta successiva, avrebbe ricominciato con una tela nuda. Ogni opera richiedeva una tale passione. Le persone non capivano quanto fosse difficile.

Joachim tornò nello studio.

La scena che lo aspettava era quasi troppo orripilante da immaginare. La sua meravigliosa tela, frutto di giorni e giorni di lavoro, era distrutta. Graffiata. Imbrattata. Calpestata. La sua pazienza, la geometria perfetta rovinate. E al centro del dipinto stava il colpevole, il responsabile.

Il gatto.

In qualche modo il gatto era entrato nell’appartamento! Stava lì ritto sulle zampe in mezzo alla tela, con la coda arruffata ed eretta, i muscoli del dorso arcuati, il pelo macchiato di rosso e irto come uno di quegli adolescenti punk del paese.

Joachim spalancò la bocca. “Oh, mio Dio! Oh, mio Dio! Cos'hai fatto!”

Joachim fece un passo, e il gatto scoprì i denti e sibilò, un rumore come un soffio umido proveniente dal profondo della sua gola. I suoi occhi brillavano di un fuoco giallo. Le zampe tese come se si fosse preparato a saltargli addosso. Joachim alzò le mani davanti al viso e indietreggiò.

“Esci, bestiaccia orribile! Esci!”

Ma il gatto teneva duro con intensità feroce. Il suo ringhio era basso e pericoloso.

Joachim strinse i pugni e si sentì come un allocco, impotente e furioso. Batté i piedi e agitò le braccia, ma il gatto tirò solo indietro le orecchie sulla testa e sibilò più forte. Si curvò sulle zampe sfoderando gli artigli. Non avrebbe permesso a Joachim di avvicinarsi alla tela in alcun modo, non finché era ancora vivo.

Gridò.

“Come osi!”

“Tu cosa orribile!”

“Va via, pezzo di merda!”

Il gatto lo fissò semplicemente con ferrea risolutezza.

Joachim fece appello a tutto il suo coraggio. Malgrado fosse basso, era molto più grosso di quel piccolo animale. Quando Joachim si mosse di nuovo, comunque, il gatto spalancò la bocca scoprendo gli incisivi, appuntiti e bianchi, e Joachim poté immaginare quei denti affondare nelle sue membra come nel burro, mentre gli artigli del gatto gli graffiavano e scorticavano la pelle.

Egli non riusciva a sopportare il dolore.

Joachim scappò. Sbatté la porta dietro di sé, chiudendo dentro il gatto assieme alla tela.





* cf *



Passarono due ore.

Joachim era seduto sul pavimento appoggiato alla porta e piangeva di frustrazione. La situazione era intollerabile. Questa cosa aveva contaminato la sua creazione e occupato il suo studio. Era là dentro, ridendo di Joachim, nello stesso modo in cui le donne avevano riso di lui per anni e anni. Senza dubbio anche il gatto era una femmina.

Doveva fare qualcosa.

Joachim non possedeva una pistola e non poteva permettersi di far rumore facendo accorrere altra gente. Poteva mettere del veleno in un piatto di cibo, ma chi lo sapeva se ci sarebbero volute ore o giorni prima che il gatto fosse tentato dalla fame? Joachim non aveva tempo di aspettare.

No, la risposta era già nelle sue mani.

Aveva portato con sé dalla cucina una mannaia, con una grande lama rettangolare, argentea e affilata. Così affilata che avrebbe potuto separare una testa dal corpo con un solo colpo ben assestato. Era tutto ciò di cui aveva bisogno – avvicinarsi abbastanza alla bestia in modo da poter sferrare la sua vendetta con un colpo della lama. Sarebbe stato un lavoro sporco ma non difficile. Joachim sapeva che il sangue non era nulla di cui aver paura. Il sangue, con la sua bellezza rosso rubino, era un po' come la pittura.

Il problema era che Joachim non era abbastanza coraggioso da affrontare il gatto faccia a faccia. Aveva bisogno di qualcosa per adescarlo, per attirare l'animale in una trappola e poi scivolare dietro di lui con la mannaia stretta in pugno. Oh, quanto sarebbe stato appagante tagliare in due quella cosa! Guardare quella deliziosa lama che attraversava pelo e ossa!

Una trappola per gatti. Ecco quello che gli serviva. Ma che tipo di trappola?

Joachim rifletté sulla cosa. Ogni due o tre minuti socchiudeva la porta dello studio per guardar dentro. Il gatto si era acciambellato in una palla di pelo e dormiva steso sopra la tela, ma ogni volta che Joachim faceva un passo furtivo, le assi del pavimento lo tradivano; gli occhi del gatto si aprirono in due fessure e la testa si tirò indietro dal corpo. Il brontolio d'allarme nella sua gola fece battere in ritirata Joachim.

Passarono altre due ore.

Quando Joachim pensò che la situazione non poteva più peggiorare, sentì da dentro la stanza un lamento funereo e soprannaturale che gli fece premere forte le mani sulle orecchie. Il gatto mugolava, come se fosse in calore, chiamando ogni altro gatto della città a scivolare al suo fianco attraverso le strade della notte. Il rumore era malvagio, forte. Joachim sbiancò dalla paura, immaginando il suono penetrare i muri del suo appartamento, mettere in allerta i vicini e attirare i passanti nel vicolo. Doveva fermarlo! Non poteva andare avanti! Si batté i pugni sulla testa, cercando di pensare.

E poi gli venne l’idea. Cosa c’era di meglio che intrappolare un gatto con un topo?

Quella sarebbe stata la sua esca. Qualcosa di irresistibile. Una preda per un cacciatore.

C’era un negozio di animali a meno di un isolato dal suo condominio. Joachim indossò il cappotto per proteggersi dai venti invernali e si spinse attraverso la neve alta fino in fondo all’isolato. Era da solo nell'oscurità, proprio come piaceva a lui. Le vetrine del negozio di animali erano illuminate per intrattenere i passanti, ma il resto del negozio era buio e chiuso. Vide una dozzina di gatti dietro le vetrine, che lo guardavano. Erano nelle loro gabbie, svegli, e si misero a miagolare e sbattere le zampe contro le sbarre quando lui si avvicinò.

Come se sapessero.

Serrò i denti e provò a scacciare dalla mente il terribile stridio dei gatti del negozio. Si assicurò che la strada fosse deserta e poi diede un calcio alla porta con lo stivale, mandando il vetro in frantumi che caddero nel negozio e fuori sulla neve. Joachim si guardò intorno ed entrò nel negozio. Il rumore dei gatti aumentò. Si gettarono contro le gabbie, cercando di raggiungerlo. Soffiavano. Ringhiavano. Miagolavano. Saltavano. Mordevano. Graffiavano.

“Basta! Zitti!” strillò. “Fermi, tutti quanti!”

Diede un calcio a una gabbia con furia, e il gatto che c’era dentro ruzzolò e poi si rialzò, sputandogli addosso il suo veleno.

Joachim corse nel retro del negozio. Trovò su uno scaffale una gabbietta, con dentro sei topi bianchi che correvano in cerchio eccitati, con gli occhietti rosa che brillavano nel buio del magazzino. Afferrò la gabbia per i manici e corse all’uscita, ignorando i lamenti furiosi dei gatti imprigionati. Il loro frastuono sgradevole lo seguì giù per la strada finché non fu di nuovo in salvo dentro il suo condominio.

Ansante, si rinchiuse nel suo appartamento e scese incespicando nello studio, con la gabbia dei roditori in mano. I topi squittivano ansiosamente, come se potessero sentire l'odore del gatto. Joachim socchiuse un pelo la porta, abbastanza per sbirciar dentro. Il gatto era sveglio. Era acciambellato sulla tela e lo fissava. Quando Joachim sgusciò dentro lo studio, gli occhi del gatto lo seguirono con curiosità malefica, attenti ai topi che zampettavano all'interno della gabbia.

Joachim spinse un tavolo di legno in un angolo della stanza e posò la gabbia nel punto più lontano, in modo che il gatto avrebbe dovuto voltargli la schiena per avvicinarsi ai topi. Recuperò la mannaia da macellaio dall'ingresso e scivolò a terra nell'angolo opposto dello studio, stringendosi con le braccia le ginocchia ossute. Voleva sembrare piccolo piccolo, per non apparire come una minaccia; voleva che il gatto si sentisse abbastanza sicuro da saltar giù dalla tela e abboccare all'esca dei topi disperati.

Aspettò. Il manico del coltello diventò scivoloso a causa del sudore. La stanza era silenziosa tranne che per gli squittii nell'angolo e il raspare di dozzine di minuscole zampette sul fondo d'acciaio della gabbia. La trappola attirò lentamente la piena attenzione del gatto. Questi girò la testa a fissare la gabbia. Tracciò pigramente con la lingua un cerchio umido attorno alla bocca.

Il gatto saltò sul pavimento. Joachim trattenne il respiro. Con passi leggeri, il gatto si avvicinò al tavolo nell'angolo dello studio. Si fermò alla base del tavolo e studiò Joachim con cautela. Joachim fissava il suo grembo facendo finta di ignorare l'animale, ma intanto le mani erano strette in una morsa attorno al manico di gomma del coltello.

Con tranquilla eleganza, il gatto saltò sul tavolo. I topi squittirono in preda al panico. Joachim si mosse silenziosamente col coltello pronto in mano. Il gatto lo ignorò mentre teneva d'occhio la gabbia. Strisciò basso sulla superficie del tavolo, con i muscoli tesi. Spostava avanti una zampa, poi l'altra. Gli occhi demoniaci erano incollati a quel bianco movimento confuso costituito da sei topi terrorizzati.

Joachim piegò il braccio sopra la testa col coltello pronto a colpire. Il gatto era distante quasi due metri, ignaro del pericolo alle sue spalle. Joachim si tese, pronto a colpire verso il basso e a squarciare la bestia. Sapeva che era facile. Poteva praticamente sentire l'odore del sangue e vederlo traboccare dal tavolo formando una pozza rossa. Come pittura.

Ma proprio mentre si preparava a colpire, il suo peso finì su un chiodo allentato. Il cigolio del legno mise in allerta il gatto mentre Joachim faceva oscillare la mannaia. Il coltello fendette l'aria con un soffio, ma il gatto balzò via, sano e salvo. La mannaia si piantò nel tavolo, e il gatto vi sfuggì per un soffio tanto che un ciuffo di pelo finì conficcato nel legno.

Joachim imprecò. Estrasse il coltello dal tavolo e lo roteò attorno a sé infuriato. Il gatto stava dritto su una sedia di legno dove Joachim si sedeva spesso a contemplare la sua tela. Joachim si scagliò contro la sedia e fece oscillare follemente la mannaia, ma di nuovo il gatto fu troppo veloce per lui. Fuggì sul pavimento mentre il coltello colpiva innocuamente la sedia, fendendo le assicelle superiori. Le schegge di legno volarono come polvere attorno al viso di Joachim.

“Ti ucciderò” strillò frustrato. “Dove sei?”

Localizzò il gatto acquattato in cima ad un alta libreria situata al centro del muro posteriore. Le zampe tremavano e si contraevano, il pelo danzava come fosse stato limatura di ferro su una calamita. Finalmente quella bestiaccia era spaventata! Bene! La libreria era alta, ma Joachim corse verso di essa, staccandosi da terra con un balzo e facendo oscillare la mannaia. Il suo corpo piombò con violenza contro lo scaffale; dei libri in edizione rilegata si rovesciarono e volarono attorno a lui. La libreria oscillò e cadde, e il gatto si lanciò giù dallo scaffale, scomparendo a mezz’aria. Joachim arretrò sbalordito, per schivare il pesante crollo degli scaffali sulla sua spina dorsale.

Dov’era il gatto?

Joachim era fermo in mezzo a un ammasso confuso di libri, frugando avanti e indietro con gli occhi fra la spazzatura sul pavimento. Nessuna traccia del gatto. Quella cosa schifosa era svanita, come se fosse stato un mago. Joachim era perplesso, ma poi sentì un grattare sopra la testa, e alzò lo sguardo.

Joachim sorrise.

Il gatto penzolava senza alcun sostegno da un piccolo cappio di filo elettrico che dondolava dai pannelli del soffitto. Le zampe erano strette attorno al cavo, mentre si teneva aggrappato e si contorceva sospeso a mezz’aria.

“Adesso ti prendo,” annunciò Joachim.

Prese attentamente la mira e scagliò la mannaia verso il gatto come se fosse stato un lanciatore di coltelli del circo. La lama ruotò e si abbatté con incredibile precisione, ma il gatto sfuggì via all’ultimo secondo e cadde sul pavimento con le zampe divaricate, atterrando dolcemente come se avesse avuto un paracadute. Il coltello schivò il punto esatto dove c'era stato il gatto e si piantò nel muro, oscillando e conficcandovisi, fuori dalla portata di Joachim.

“Maledetto va all’inferno!”

Joachim non aveva più il coltello, ma non gli importava. Avrebbe torto il collo al gatto anche a costo di dover sopportare i suoi artigli conficcati nella pelle.

“Dove pensi di poter andare, bestiaccia?” ringhiò Joachim.

Si accucciò con le mani tese e le sottili dita aperte. Il gatto si schiacciò contro il muro, messo all’angolo. La saliva gli sgocciolava dalla bocca mentre soffiava.

“Solo uno di noi lascerà vivo questa stanza,” disse Joachim al gatto.

Gridando fece un salto attraverso lo spazio che c’era fra loro, tendendo le braccia per prendere il gatto e stringerselo al petto, ma afferrò solo una manciata di pelo ispido prima che gli sfrecciasse via fra le gambe. L’impeto del salto sbalzò violentemente Joachim contro il muro, dove la sua testa colpì l’angolo bruscamente. Urlò di dolore e cadde bocconi, e immediatamente sentì il gatto atterrare sulla sua schiena., con gli artigli affilati che gli squarciavano la carne.

“Scendi!” gridò Joachim. “Basta!”

Batté la testa e le mani contro il muro , cercando di mandar via il gatto che era aggrappato a lui ferocemente. Tracce di sangue fiorivano come umide pennellate sulla sua camicia. Si contorse mentre le punte uncinate delle zampe lo colpivano ripetutamente, e quando finalmente trovò la forza di girarsi, il gatto filò via agilmente prima che Joachim potesse intrappolarlo col suo corpo.

Joachim era sdraiato sulla schiena nell’angolo, ansimante, con gli occhi chiusi e il corpo infiammato da sangue e ferite. Quando sollevò la testa dal pavimento, vide due cose.

Furono le ultime due cose che vide.

Il gatto si mise di nuovo ritto in cima alla tela vittoriosamente, ignorandolo mentre si lavava con calma.

E la mannaia conficcata vicino al soffitto si era staccata e stava cadendo con la lama orientata verso la sua testa, che si aprì come una noce di cocco pelosa, per poi scivolare nel soffice tessuto del suo cervello.




* cf *



L’ispettore Otto Bauer osservava il personale medico mentre si occupava della ragazza sul letto. “Che succede?” chiese loro. “Ce la farà?”

Il dottore che dirigeva la squadra di tecnici del pronto intervento rispose senza alzare lo sguardo dal suo lavoro. “Queste lacerazioni sono abbastanza profonde. Ha perso molto sangue, ed è disidratata, ma ce la farà.”
Bauer sospirò di sollievo.”E’ una ragazza fortunata. Da un anno questo sadico figlio di puttana lasciava corpi nel parco. Otto donne torturate, dipinte col loro stesso sangue, e poi decapitate. Dio onnipotente.”

Lasciò che i dottori continuassero il loro lavoro con la vittima sul letto e volse la sua attenzione verso i suoi stessi agenti di polizia, che stavano perquisendo l’appartamento. Joachim Mauss giaceva sul pavimento all’angolo opposto della stanza, supino, con gli occhi spenti spalancati per la sorpresa. Tanto per iniziare era un ometto, e sembrava sgonfiato, con la maggior parte del sangue che formava un lago sotto la sua testa.

“Allora cosa diavolo è successo qui?” chiese Bauer a uno dei giovani agenti, che era terribilmente pallido.

“I vicini hanno chiamato per protestare che c'era un animale che si lamentava nell’appartamento,” rispose il poliziotto. “Sono venuto qui e ho trovato questo. Mi ha fatto quasi venire un attacco di cuore. Joachim che si dissanguava sul pavimento e quella ragazza fatta a pezzi sul letto.”

“Cosa mi dici della gabbia di topi e delle tracce dell’animale?” chiese Bauer, guardando le orme insanguinate sparse sul pavimento e sul corpo nudo della ragazza.

“C’era un gatto chiuso dentro.”

“Un gatto?” chiese Bauer.

“Sì, è scappato via quando ho aperto la porta.”

“Di chi era il gatto?”

“Non ne ho idea. Joachim odiava gli animali. I gatti in particolare.”

“Così tu conoscevi questo bastardo?” chiese Bauer.

Il poliziotto annuì. “Sì, tutti lo conoscevano. Viveva in questo quartiere da tutta la vita. Sua madre abitava qui con lui, e poi è scomparsa un paio di anni fa. Non l’abbiamo mai trovata. Ci siamo chiesti se Joachim l’avesse uccisa – voglio dire, lei lo aveva oppresso per tutta la vita – ma non potremmo mai provarlo.”

Si grattò la barba ed esaminò i rottami dello studio. “Ecco quello che non capisco. Come diavolo ha fatto Mauss a morire? La ragazza è legata al letto, e Mauss è nell’altro angolo della stanza con la testa spaccata a metà. Allora chi è stato?”

“Forse lo ha ucciso il gatto,” rispose il poliziotto ridendo.

Bauer sogghignò. “Già. Proprio. Il gatto ha capito che il tipo era un serial killer e ha deciso di farlo fuori. Buona questa.”

“Bene, era il gatto a lamentarsi qui dentro, così in un modo o nell’altro ha salvato la vita della ragazza,” disse il poliziotto.

Bauer scosse la testa. Non riusciva a distogliere lo sguardo dalle impronte dell’animale, che dipingevano di rosso il pavimento dello studio col sangue di Mauss. Si immaginò il gatto lì dentro, che miagolava camminando nervosamente fra i due corpi.

“Forse il gatto stava proprio facendo quello che i gatti fanno di solito,” suggerì l’altro poliziotto.

“Ah sì? Cosa?”

“Che altro? Stava prendendo un Mauss¹.”


¹ Scritto così nel testo. L’autore gioca sull’assonanza fra il cognome del protagonista, Mauss, e la parola topo in inglese, mouse. (N.d.T.)







Articolo di Brian Freeman
Traduzione di Martina Sartor (Palazzo Lavarda)

Brian Freeman è l’ autore di quattro thriller psicologici in vendita in Italia,che sono POLVERE E SANGUE, LA DANZA DELLE FALENE, LAS VEGAS BABY, e IMMORAL. Potete trovare Brian su Facebook alla pagina www.facebook.com/bfreemanbooks.


THE CAT TRAP ©2009 by Brian Freeman. All rights reserved.



Racconto Originale non Tradotto



18 commenti:

IL KILLER MANTOVANO ha detto...

Il più bel regalo di Helloween IN ESCLUSIVA per i lettori di Corpi Freddi!!!
Lo gusterò questa sera in pieno clima di festa.
Un grazie particolare a Martina Sartor per l'impegno profuso nella traduzione del testo; senza di lei tutto questo sarebbe stato impossibile.
Orgoglio Freeman, uno di noi.

Anonimo ha detto...

Brava Palazzo, è da leggere con calma, si addice al clima di halloween...
gracy

Lory ha detto...

Grande Brian e brava Martina !!!!
Non vedo l'ora di gustarmelo :-)))
Lory

Palazzo Lavarda ha detto...

Aspetto di sentire i vostri commenti dopo che avrete letto... Intanto grazie.

LC ha detto...

Se mi è consentito esprimere il parere di un traduttore di professione, direi che l'impegno è più che apprezzabile, ma c'è ancora un po' da lavorarci sopra:-)

Mottino **Massimo** ha detto...

Un sentito grazie a Brian e Martina per questo ottimo racconto, davvero un bel regalo per Halloween.
Un ottimo lavoro anche Enzo che cole sempre ha confezionato il tutto per il blog .

BodyCold ha detto...

Caro elLeCì leggere da te frasi come "direi che l'impegno è più che apprezzabile" per la nostra traduttrice che di mestiere non fa la LucaConti (heehehe) è + che un complimento :)
Grandissima Martina e continuo a ripeterlo, la gente che collabora col blog fa di lavoro: "operario", "casalinga", eccecc
quindi io per primo e chi si diverte a leggere il nostro blog dovrebbe davvero ringraziare questi ragazzi :)

cosi come sono felice che esistano in italia siti come quello di Alessandra Buccheri, o il sito Liberidiscrivere, perchè anche grazie a realtà come queste che i libri vengono pubblicizzati e promossi.

BWE a tutti

Anonimo ha detto...

Letto il racconto. Mi è piaciuto e un Forza Marta!

Anonimo ha detto...

Lasciata la firma. Fabio Lotti

Luca Conti ha detto...

Difatti, Enzo, il mio era proprio un complimento:-)

Palazzo Lavarda ha detto...

Anch'io l'ho preso come un complimento, figuriamoci!!! E, anzi, le parole di Luca Conti mi sono di incentivo a fare sempre meglio. D'altronde, come ha ben detto Enzo, non sono traduttrice di professione e tutto ciò che provo a fare per il blog è frutto di passione e impegno personale.
Resta il fatto che sapere che Luca Conti ha letto la mia traduzione è davvero un onore.

Palazzo Lavarda ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Matteo ha detto...

Lo leggero' appena posso, sono molto incuriosito:-)

IL KILLER MANTOVANO ha detto...

Come promesso ho letto il racconto ieri sera in perfetto clima di helloween.
Mi è piaciuto moltissimo: l'ho trovato perfettamenta calato e adatto alla ricorrenza
Mi sembra un sentito omaggio da parte di Freeman al maestro Edgar Allan Poe.
Bello il finale, ironico e beffardo.
Complimenti a Martina che secondo me ha saputo tenere viva la tensione narrativa, e non credo proprio sia un lavoro semplice per per un profano.
Freeman ci ha omaggiato di un piccolo gioiellino.
Leggetelo tutti, perchè merita!!!
Nel frattempo qua a Mantova il gatto nero di Principessa mi sta guardando con i suoi inquietanti occhi gialli....e non posso negare che ho provato un leggero brivido di paura :-)

Luca Conti ha detto...

Perché non ci siano equivoci, mi spiego meglio.

La traduzione di Martina, considerata come opera di una non professionista del settore, è molto buona. Da un punto di vista strettamente professionale, invece, richiederebbe ancora parecchio lavoro (ma sono cose che per certi versi si imparano col tempo e l'esperienza).

E' anche vero, e questo va a tutto merito di Martina, che certi editori mandano in libreria traduzioni assai meno presentabili di questa (che invece sta in piedi già così, il che non è poco).

Diciamo che è un ottimo primo passo: c'è molta strada da fare, ma è tutta fattibile:-)

IL KILLER MANTOVANO ha detto...

Luca,
da uno dei migliori professionisti del settore (oltre che uno dei più grandi conoscitori della letteratura poliziesca in Italia)le critiche rimangono fonte di arricchimento personale.
Siamo felici che ci segui e ci bacchetti con costanza :-))))

Palazzo Lavarda ha detto...

Luca, ma nessun equivoco! Non avevo dubbi e certo l'esperienza non si inventa dall'oggi al domani. Certe cose penso si imparino solo facendo tanta tanta esperienza. Per esempio, tanto per dire una banalità, ero già andata in crisi con le unità di misura: di solito si traducono o no, con opportuna conversione? Confesso: sono andata a spulciare gli altri libri di Freeman per vedere cosa fa il traduttore ufficiale. Sono cose banali, ma a cui da lettori non facciamo affatto caso.
Poi, se Luca ha tempo e voglia, mi farebbe molto piacere ricevere qualche sua osservazione più 'tecnica', magari in privato.

Marta ha detto...

Ho atteso a leggere il racconto, perché volevo calma intorno a me. :)
Complimenti Martina, per il gran lavoro che hai fatto, è proprio perché non sei del 'mestiere' ancor più meritevole.